Lezioni di Storia


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9 grandi storici raccontano 9 giornate cruciali per l'Italia e per il mondo
Autore: Editori Laterza
Ultimo episodio: 01/01/80 0:00
Aggiornamento: 12/03/10 6:49 (Aggiorna adesso)
21 aprile 753 a.C.: La fondazione della città
21 aprile 753 a.C.: il giorno e l'anno di nascita di Roma sono la data di una fantasia, di un mito fondativo, la vicenda suggestiva di un gemello, sfuggito miracolosamente alla morte per annegamento? O invece rimandano a un fatto realmente accaduto? Ovvero a quel solco che Romolo avrebbe tracciato intorno al Palatino per definire il perimetro dell'abitato più antico di Roma? «È difficile per noi capire come una città possa essere creata con la bacchetta magica, ma avveniva così, almeno tra Etruschi e Latini, solo che la bacchetta era il lituo», una specie di bastone impugnato dai re-auguri. «Per attuare una cerimonia del genere basta un giorno, come appunto il 21 aprile», festa di Pales, divinità del Palatino. È probabile che il fondatore di Roma avesse scelto quella data per ingraziarsi la divinità del luogo dove svolgere la cerimonia iniziale: fondare era, infatti, principalmente un rito. Oggi, finalmente, l'archeologia riscopre le tracce di quella fondazione e rivela quanto quella cerimonia non sia stata solo un mito ma l'alba della civiltà come oggi possiamo ancora intenderla.
19 agosto 43 a.C.: Ottaviano e la prima "marcia su Roma"
Puntare sulla capitale scortato da un esercito vincitore ma rimasto improvvisamente senza capi; farsi attribuire, a diciannove anni, la massima magistratura imponendo come collega un parente che avrebbe fatto uccidere poche settimane dopo; atterrire, armi in pugno, il Senato e imporgli di avallare una procedura così sfacciatamente eversiva; avviare le più feroci proscrizioni che la Repubblica avesse mai visto, creando una inedita magistratura straordinaria – il «triumvirato».
Questa la «marcia su Roma» di Gaio Giulio Cesare Ottaviano, avvenuta il 19 agosto dell'anno 43 a.C.
Mai la Repubblica ha visto alcunché di simile, neanche con Silla. Eppure, proprio questo grande «criminale», autore di un riuscitissimo colpo di Stato, passa il resto della sua carriera, fondata tutta su quella marcia e sul vantaggio incolmabile che essa gli aveva dato, a costruire con successo la propria immagine di restauratore della legalità e garante della pace.
18 luglio 64 d.C.: L'incendio di Nerone
La notte del 18 luglio dell'anno 64 d.C. un incendio comincia divampare nella parte del Circo Massimo più prossima al Palatino e all'Esquilino. Alimentate dal vento e dall'olio dei magazzini, le fiamme divorano le «regioni» in cui Augusto aveva diviso la città. Di quattordici ne restano intatte soltanto quattro. È una delle più grandi catastrofi nella storia della città di Roma, con migliaia di vittime e cumuli di rovine.
Nessuno poteva dire con certezza di chi fosse la colpa di quel disastro, ma i traumi collettivi hanno comunque bisogno di cause certe e di colpevoli da punire. La caccia all'incendiario comincia immediatamente e il primo dei sospettati è Nerone, l'imperatore. Quello che segue è fin troppo noto: atterrito dall'accusa, Nerone riversa la colpa sui cristiani e li condanna a una morte atroce.
Il caso, il fuoco, l'imperatore, la musica, il popolo, i martiri: cosa è veramente accaduto quella notte di luglio e nei giorni seguenti, quando Roma e tutti i protagonisti di quella tragedia entrano velocemente in scena, proiettando il loro straordinario intreccio nella memoria dell'Occidente?
25 dicembre 800: L'incoronazione di Carlo Magno
È la mattina di Natale dell'anno 800: Carlo Magno avanza in San Pietro e china la testa davanti al pontefice Leone III per ricevere dalle sue mani la corona imperiale. È un evento senza precedenti: è l'atto di nascita di uno spazio geopolitico occidentale che al di là delle vicissitudini della corona imperiale continua ancora oggi a costituire l'orizzonte predominante della storia europea.
L'incoronazione di Carlo Magno non ha lo scopo di risuscitare l'impero romano, ma celebra sotto un nome antico un potere nuovo, il cui ambito d'azione è un'Europa completamente ridisegnata rispetto a quella dei Romani. Il nuovo sovrano regna su un impero che ha perduto il Mediterraneo e in compenso si è aperto verso il Nord; un impero che si estende da Barcellona a Budapest, da Amburgo a Benevento, un impero continentale e atlantico che assomiglia all'Occidente moderno assai più che all'impero dei Cesari. Non solo. Quel giorno dell'anno 800 è una data memorabile nella storia di Roma. La scelta di Leone III di chiamare Carlo Magno e di unire per sempre la Chiesa romana al nuovo impero occidentale sancisce definitivamente la vocazione europea della metropoli: le sorti della Città Eterna sono ormai legate a quelle dell'Occidente.
6 maggio 1527: Il Sacco di Roma
«Il 6 maggio abbiamo preso d'assalto Roma, ucciso seimila persone, saccheggiato le case, preso quello che abbiamo trovato nelle chiese e alla fine incendiato buona parte della città». Così un lanzichenecco descrive il saccheggio che le truppe imperiali infliggono a Roma. Le truppe a difesa della città sono deboli, le mura e l'artiglieria non bastano a fermare gli assedianti. Clemente VII riesce a riparare a Castel Sant'Angelo solo grazie al sacrificio dell'intera Guardia svizzera. Da lì assiste per circa otto lunghissimi mesi a uno spettacolo inaudito: Roma messa a ferro e fuoco come Troia, Gerusalemme, Cartagine. Un'orda di soldati affamati, senza paga e incontrollati assaltano le case, i palazzi, le chiese di una città intera e Campo de' Fiori è trasformato in un mercato a cielo aperto per le opere rubate nei palazzi della nobiltà romana.
Quella data secondo alcuni storici segna la fine della stagione più intensa del Rinascimento italiano, la diaspora degli artisti che avevano fatto di Roma un esempio di splendore. Quello che rimane è un senso di sgomento, di paura, quasi il segno tangibile di una punizione apocalittica.
17 febbraio 1600: Il rogo di Giordano Bruno
17 febbraio 1600: il filosofo Giordano Bruno, condannato per eresia dall'Inquisizione romana, brucia, spogliato nudo, legato a un palo e imbavagliato, in Piazza Campo de' Fiori. Ad ardere sul rogo non è un cristiano qualunque, come Roma non è solo la capitale dello Stato della Chiesa ma anche il centro della cristianità. Bruno è un personaggio cosmopolita, amico di principi e ambasciatori, una figura europea di grande fama e livello intellettuale, noto ovunque. Glielo riconoscono, a Roma, i suoi giudici, che fanno di tutto per convincerlo ad abiurare, perfino il cardinal Bellarmino, a capo del Santo Uffizio, il grande persecutore di Galileo Galilei. Sarebbe bastato un atto di sottomisione e avrebbe avuto salva la vita. Invece su di lui e sulla sua teoria ereticale cade il silenzio. I libri bruciati dall'Inquisizione, il suo pensiero dimenticato, avvolto nell'oblio per molto tempo. Fino a tempi recenti, per la Chiesa Giordano Bruno è un eretico e questo giustifica il suo rogo. Un rogo che, in una piazza romana, ha illuminato l'alba di un secolo, a simboleggiare il trionfo della repressione e dell'intolleranza in un'Europa dilaniata dagli odi e dalle guerre religiose.
20 settembre 1870: La breccia di Porta Pia
20 settembre 1870: poco dopo le dieci del mattino, i cannoni dell’artiglieria italiana cessano di tuonare contro le mura di Roma e i bersaglieri del nuovo Regno d’Italia si lanciano all’assalto di Porta Pia, contrastati ancora dal fuoco di fucileria degli ultimi difensori del papa. Da giorni, 60.000 soldati del generale Cadorna sono schierati lungo le vie Salaria, Appia, Aurelia e Tiburtina e stanno convergendo sulla città. Nell’azione cadono pochi uomini, dall’una e dall’altra parte. Pio IX ha infatti ordinato una resistenza solo simbolica e ha già preparato la bandiera bianca. La presa della città è dunque quasi solo un atto formale e poco tempo dopo la breccia, un plebiscito sanziona a schiacciante maggioranza l’annessione di Roma e del Lazio al Regno d’Italia. Un episodio di guerra in fondo modesto segna un mutamento epocale. Cade lo Stato pontificio, finisce dopo oltre un millennio il potere temporale dei papi e si compie l’unità del Paese. La data del 20 settembre conosce alterne fortune e divide le coscienze, continuando nel tempo ad accendere lo scontro ideologico fra clericalismo e anticlericalismo. Festa nazionale nel 1895, viene cancellata definitivamente nel 1929 con la firma dei Patti Lateranensi. Da quel giorno, da quel momento, al di là delle ricorrenze e del loro valore simbolico, nasce una nuova consapevolezza: la laicità dello Stato e la missione interamente religiosa della Chiesa.
9 maggio 1936: L'Impero torna a Roma
9 maggio 1936: alle 22.30 il duce annuncia dal balcone di Palazzo Venezia ‘la riapparizione dell'impero sui colli fatali di Roma’. È l'apice del successo di Mussolini: finalmente può vantare il suo Impero, che «porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano». Sono passati pochi mesi dall'inizio della campagna d'Etiopia, quando il duce ha fatto il suo ingresso nelle competizioni coloniali, dettato da motivi di prestigio ‘nazionale’ e di consenso interno. Scarsi combattimenti sanciscono la superiorità militare italiana: il 6 maggio 1936 le forze armate guidate da Badoglio entrano in Addis Abeba e tre giorni dopo Mussolini tuona alle folle il suo proclama. È il preludio al razzismo e all’antisemitismo di Stato, l’apogeo del fascismo, il massimo del consenso degli italiani al regime, il culmine mitico e rituale della sacralizzazione della politica nella fusione mistica del duce con la massa. Ma anche il vertice della sua parabola, dopo quattordici anni di ascesa consapevole e decisa. Da lì inizia la corsa sulla scia della Germania nazista verso la guerra e la catastrofe.
24 marzo 1944: Le Fosse Ardeatine
24 marzo 1944: alle sette della sera la strage è finita. Non rimane che far saltare in aria la cava e murarne l’ingresso per coprire la terribile verità dei giustiziati. Circa 75 sono ebrei detenuti in base all’ordine generale di rastrellamento e in attesa di essere avviati a un campo di concentramento, molti sono prigionieri politici presi dalle celle di Regina Coeli, altri da via Tasso, altri ancora rastrellati per strada e numerosi sono detenuti per reati comuni, oltre a due ragazzi di 15 anni. «Per la dimensione della strage, le Fosse Ardeatine restano una ferita aperta nella memoria e nei sentimenti della città. Basta guardarsi intorno, grattare la superficie della memoria, e i racconti che ne sgorgano. Roma ne è piena. Furono trucidate trecentotrentacinque persone, che vogliono dire ormai tre generazioni di altrettante famiglie, parenti stretti, parenti lontani; per ognuno, vogliono dire amici, compagni di lavoro, di partito, di sindacato, di scuola, di chiesa, e vicini di casa, di quartiere: il racconto delle Fosse Ardeatine è un seguito di anelli concentrici che si espandono fino a pervadere lo spazio della città. Certo non è né l’unica né la peggiore delle stragi naziste. È, però, l’unica strage “metropolitana” avvenuta in Europa. E non solo perché è l’unica perpetrata entro uno spazio urbano, ma anche perché è l’unica che nell’eterogeneità delle vittime riassuma tutta la complessa stratificazione di una grande città.»
I senatori
Una casta tendenzialmente omicida che non esitò ad eliminare con le proprie mani i leader politici che considerava pericolosi: Romolo, Tiberio Gracco, Cesare. Un’aristocrazia fondata sulla cooptazione, capace però di governare un impero, ben più che la città-Stato. Una classe sociale che coincideva con un “ordine”, cioè con una articolazione portante dello Stato. Un ceto che identificò se stesso con la Repubblica e che però seppe anche condividere per secoli il potere con il princeps, limitandolo e, in caso, abbattendolo. Un gruppo sociale che seppe incarnare la tradizione ma che imparò anche a fare i conti con il “mondo nuovo” dei cristiani. Tutto questo fu il Senato di Roma, modello di tutte le oligarchie tendenzialmente gerontocratiche, matrice e archetipo delle successive élites che hanno retto i grandi Stati dell’età moderna. Il Senato di Roma, esempio insuperato di longevità politica. Quand’erano in vena di follie durante le feste popolari, i Romani – che pure dei loro senatori ebbero sempre alta considerazione – sbottavano: «Sexagenarii de ponte!».
Il bombardamento di San Lorenzo
“Milk run”, la corsa del latte, un raid semplice, fin troppo, come il percorso mattutino del lattaio per lasciare le bottiglie casa per casa. È un “milk run”, nel gergo dei piloti, a seppellire San Lorenzo sotto le macerie, ad abbattere in sei ondate successive gli scali ferroviari e gli aeroporti Littorio e Ciampino e a seppellire una volta per tutte le facilonerie grottesche di difesa del regime. Il tiro al piccione comincia alle ore 11 in una bella mattina di luglio (il 19 luglio 1943). 662 bombardieri e 268 caccia americani piombano su Roma. Le bombe sono 4.000 con 1.060 tonnellate di esplosivo. A difesa solo 38 aerei italiani, 3 dei quali abbattuti. La prima ondata centra lo scalo San Lorenzo, poi tocca al quartiere e sono le devastazioni più gravi. Oggi lo diremmo un bombardamento chirurgico. A lungo si era discusso se colpire Roma, per non passare davanti al mondo come nuovi barbari, per non centrare uno Stato neutrale come il Vaticano. La certezza dell’immunità era così sedimentata nel pensare comune che la gente dormiva sotto il colonnato di San Pietro, certa di aver salva la vita, o si trasferiva a Roma che tanto chi avrebbe osato marcarla a fuoco. Il primo bilancio ufficiale, il 22 luglio, fissa i morti in 717 e i feriti in 1.599. La cifra dei caduti raddoppierà ma sarà comunque per difetto.
Michelangelo: Roma accoglie il genio
Un fiorentino a Roma, geloso difensore della sua toscanità, ospite per 46 anni ma sempre sull’orlo di un imminente ritorno in patria. Per tutto quel tempo Michelangelo continua a farsi spedire vino, formaggio e camicie dalla Toscana - come se alla corte romana non ci fossero sarti elegantissimi e cuochi raffinati - e a proclamare ai quattro venti il suo desiderio di riposare a Firenze, almeno da morto. Eppure a Roma Michelangelo lascia l’impronta più indelebile del suo genio. Solo Roma, con la sua forma fisica, espressione di un perenne destino universale, può dargli il respiro di cui si accorge presto di non poter più fare a meno. Roma ricambia la fedeltà con tutta la generosità di cui è capace: si fa musa del maestro e dapprima gli ispira le grandi sculture, poi con San Pietro gli affida l’impresa che trasforma la città per sempre e rende immortale il genio. Perfino il perfido e romanissimo “Pasquino” dedica un sonetto a Michelangelo, testimonianza inedita e significativa di quanto Roma prendesse sul serio l’artista e le sue visioni tragiche e grandiose. Puro mecenatismo? No. Oggi come ieri Roma ha un pregio. Sa accogliere, integrare e fare proprie le energie e i talenti approdati fino a lei.
Le case del potere dai re agli imperatori
Da 16 metri quadri a 494 mila, da Romolo a Nerone, da una capanna a una reggia. Se il primo dei re abitava sotto un tetto di paglia sul Palatino, a lui si deve una consuetudine che, in epoca tardo repubblicana, avrebbe fatto del colle il prototipo del quartiere “vip” della città, affollato da tutti quelli che contavano. Di questi uomini sappiamo nomi, gesta, leggende, pettegolezzi e talvolta anche le fattezze, ma quartieri, edifici e stanze che hanno ospitato i loro giorni sfuggono alla nostra conoscenza. Dove hanno vissuto? Dove hanno preso decisioni importanti? Dove hanno cercato riposo e piacere? Da dove sono partiti per le loro conquiste? La casa di un uomo rivela di lui tanto quanto il suo volto. Gli edifici antichi sono espressioni solidificate di vite sociali tramontate, conservate per frammenti e arrivate fino a noi. Visitarle e conoscerle significa rivivere la storia lì dove è nata: trascorrere con Cicerone una notte insonne, assistere con Ottaviano Augusto alle corse delle bighe dall’immensa terrazza della sua reggia affacciata sul Circo Massimo, banchettare con Nerone sul ponte della nave che aveva fatto allestire al centro del suo lago privato nell’esatto luogo dove oggi sorge il Colosseo.
I gladiatori
Guerrieri espertissimi, armi insolite, armature esotiche mai viste sui campi di battaglia. Individui socialmente degradati ma idoli delle folle, richiesti nei salotti, acclamati dall’aristocrazia, amati dalle ragazze di buona famiglia, celebrati nei versi e nelle epigrafi, talvolta molto ricchi. Duellanti dall’aspetto selvaggio ma con un preciso codice d’onore. Il fascino dei gladiatori viene dalla loro ambiguità. Gli anfiteatri, carichi di adrenalina e inquietudine, ospitano storie da “kolossal”: il tifo da stadio, i corpi seminudi tesi nella lotta, l’attesa del colpo di grazia, il responso dell’imperatore e del pubblico, trionfo o morte, e poi bestie feroci – leoni, tigri, leopardi, orsi, elefanti, rinoceronti – portate a Roma da molto lontano solo per metterne in scena la morte. Contemplare questa brutalità ci inquieta, ma il nostro sguardo continua a soffermarsi sull’arena e i suoi giochi, calamitato da una fascinazione morbosa. Cosa incatena la nostra fantasia alle arcate del Colosseo e fa dei suoi falsi guerrieri un simbolo che travalica i secoli?
Roma va in guerra
Armamento, addestramento, disciplina (la dice lunga che disciplina sia un termine latino – da cui discipulus, alunno – per indicare l’atto di istruire, di trasmettere le regole di comportamento attraverso l’esercizio). È questa miscela il segreto che rende invincibile l’esercito romano, tra i più efficienti di ogni epoca? Dove sono altrimenti le radici della sua superiorità? Forse nel numero degli effettivi disponibili o nei vantaggi offerti dal progresso di una superiore tecnologia. Neanche. Non è il numero, perché le forze, dall’inizio almeno dell’impero, sono assai ridotte rispetto all’immane compito loro proposto. Non è la tecnologia, seppure certamente efficiente, funzionale, adattabile. La potenza dell’apparato bellico romano viene da altro. Ad armarlo è la forza di un principio che, di Roma, costituisce l’identità più autentica, tuttora presente nella cultura occidentale: l’idea che il potere coincida con la responsabilità e che il cittadino abbia il dovere di difendere la res publica, la cosa di tutti. Il romano è prima di tutto un cittadino-soldato; e fino a che la figura del civis in armi conserva, anche durante l’impero, un senso e un ruolo ideale nel tessuto politico dello Stato, sopravvivono anche quella dedizione e quello spirito di sacrificio che ne costituiscono il requisito fondamentale e l’arma più formidabile, rendendolo capace di fronteggiare qualsiasi minaccia.
Storia del ghetto
3.000 ebrei costretti a vivere dentro una frazione del rione Sant’Angelo, 4 isolati in tutto, uniti al resto della città da cancelli. Lo decide papa Paolo IV Carafa nel 1555 e la segregazione sopravvive per 3 secoli, a dispetto degli stravolgimenti della storia, a dispetto della popolazione che continua a crescere fino ad accogliere tutti gli ebrei dello Stato Pontificio, deportati a Roma. Non si poteva uscire dal ghetto di notte, non si potevano svolgere lavori comuni. I banchi di prestito ebraici si chiudono alla fine del Seicento, la vendita degli stracci è una delle poche attività ufficialmente consentite. Delle tante sinagoghe di Roma ne rimane una sola, che accorpa le cinque più importanti in un unico edificio, le Cinque Scole. Se dentro il recinto gli ebrei possono praticare la loro religione, la Chiesa impone però il rispetto di pratiche odiose che mirano a convertirne il maggior numero possibile: ogni sabato tutta la popolazione deve assistere a prediche coatte, senza parlare delle tasse vessatorie che subito decadono per chi si converte. Dopo la breccia di Porta Pia, nel 1870, il ghetto è raso al suolo e così anche il decrepito edificio delle Cinque Scole, sostituito dal nuovo e grandioso Tempio. La pace non dura cento anni. All’alba del 16 ottobre 1943 i nazisti circondano il quartiere e catturano 1022 ebrei, tra cui 200 bambini. Soltanto in 16 tornano da Auschwitz. Nessun bambino è tra loro.
Cittadini e barbari: Roma multietnica
Dominatori, potenti, privilegiati: hanno vita facile i cittadini, nell’impero romano. Mentre gli indigeni delle province conquistate vivono in uno stato di subalternità politica e giuridica, chi può vantare la cittadinanza dispone di immunità e privilegi molto concreti. Come san Paolo, quando viene arrestato. Gli basta dire al centurione di essere cittadino romano, e per di più di esserlo dalla nascita, che subito viene rimesso in libertà con tante scuse, e all’ufficiale non resta che commentare tra i denti quanti soldi la cittadinanza era invece costata a lui. Perché cives lo si è per diritto di sangue, ma lo si può anche diventare: Roma ha capito in fretta che le conviene cooptare nell’impero le élites locali del potere, senza stare a distinguere tra prìncipi mauri dalla pelle nera o ricchi ebrei dell’Asia Minore. Senza dimenticare che chiunque si arruola nei reparti ausiliari dell’esercito, che sia un provinciale o addirittura un barbaro, riceve la cittadinanza per premio. È la politica della mescolanza, che trasforma l’impero in un immenso melting-pot: gente di tutte le lingue e i colori si amalgama in un unico corpo politico e un’unica cultura. La differenza, tra romani e non, diventa così anacronistica che, nel 212 d.C., Caracalla concede la cittadinanza a tutti. È la prima sanatoria della storia. Non aveva tenuto in conto, non poteva saperlo, cosa sarebbe accaduto dopo.
San Pietro: la fabbrica della discordia
Tutto è cominciato con quel Niccolò V, nel lontano Quattrocento, che per primo decise di trasferirvi la sede pontificia e restaurare la basilica paleocristiana costruita da Costantino sulla tomba di Pietro, fino ad allora meta dei pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa ma destinata solo a celebrare qualche ricorrenza liturgica o solennizzare qualche grande evento politico. Fu lui il primo a dare inizio a quella sorta di cantiere permanente, quel succedersi alternante di lunghe fasi di stallo e improvvise ripartenze che ci ha regalato alla fine San Pietro come oggi la conosciamo. La sua superba e abbagliante mole porta i segni di Bramante, Raffaello, Michelangelo. Parla di Giulio II, del dogma della Controriforma, di Paolo V Borghese. È un progetto temerario, la «più gran fabrica che si sia mai vista», un’impresa ciclopica, un immane sforzo economico, la fonte di dissidi, polemiche e scontri da una parte e dall’altra, da quella del clero tradizionalista quanto da quella di chi spregia un tempio sfarzoso e colossale. San Pietro divide e separa, è la proverbiale ultima goccia che fa esplodere lo scisma luterano: proprio l’edificio che avrebbe dovuto rappresentare il primato universale della Chiesa romana nel mondo diviene il fattore scatenante della sua spaccatura. I lavori si arrestano, riprendono. Finalmente si concludono. È passato un secolo e mezzo dall’inizio dell’impresa.
1900. Inizia il secolo
Il secolo appena trascorso si è chiuso nel caos e l'inizio del nuovo si annuncia drammatico. La pistola di Gaetano Bresci spezza la vita di Umberto I, colpevole di aver decorato con la gran croce quel Bava Beccaris che aveva sparato sulla folla di Milano. Potrebbe essere l'inizio di una catastrofe politica e sociale, invece è l'avvio di un nuovo corso di politica liberale.
Intanto in Europa impazza la bèlle epoque. A Parigi si inaugura l'Esposizione universale, i trecento metri di ferro della Torre Eiffel sfidano il cielo, l'edificio a lungo più alto al mondo è il monumento al trionfo del progresso, della ragione e della libertà. Sotto scorre il traffico di una metropoli i cui destini di sviluppo sembrano inarrestabili. Solo qualche avanguardia ascolta la profezia della prossima apocalisse della modernità, partorita dalla mente offuscata di Nietzsche, e invoca una guerra per rigenerare la società corrotta e senza ideali. Intanto in Italia il nuovo bussa alle porte tra contrasti insanabili. Al decollo industriale, all'avanzata politica e sindacale del proletariato, al rinnovamento culturale fanno da contraltare manifestazioni di dissenso e rigurgiti di violenza: i primi scioperi generali, la nascita del socialismo rivoluzionario e del nazionalismo imperialista, l'emigrazione di massa, la guerra libica. Poi, fatalmente, lo schianto. Nel 1914 un conflitto terribile, una 'grande guerra', una 'guerra mondiale'. Che fare? Intervenire o restare neutrali?
1915. Cinque modi di andare in guerra
Si gioca sul filo delle settimane il destino dell'Europa, nell'estasi unanime delle folle che accompagna i soldati verso una guerra sentita come giusta e dovuta. L'Italia no, si divide e si lacera per mesi sul da farsi. Tengono banco gli interventisti; il fronte del no, anche se più numeroso, è sulla difensiva, ha perso la parola, è ridotto al silenzio. Ma chi vuole il conflitto? E perché? Di quali bisogni si fa interprete? Cosa cerca Renato Serra, raffinato intellettuale, tra i primi a partire e a morire, che non crede nella guerra come soluzione politica ma non vuole rinunciarvi come esperienza umana? Cosa ha a che vedere con lui il futurista Filippo Tommaso Marinetti che canta la bellezza maschia e vitale della 'guerra-festa', della sfida alla morte e del 'glorioso massacro'? O l'appassionato Cesare Battisti, geografo trentino, deputato socialista, idealmente per la pace, ma irredentista convinto, fino a pendere da una forca austriaca? È il 'treno della Storia' che sta passando e non si deve perdere, non importa dove conduca, chi è giovane e vivo non può non montarci al volo, si vedrà poi dove arriva: sono queste le ragioni di Benito Mussolini, il convertito alle armi? E come può farsi scappare un'occasione del genere Gabriele D'Annunzio, l'eccessivo, il plateale, l'onnivoro poeta vate, carico di minacce per Giolitti e la sua 'Italietta bottegaia' che osa 'trescare' a favore della neutralità, lui volontario cinquantenne, deciso a vivere una clamorosa guerra 'corsara'?
1924. Il delitto Matteotti
È un pomeriggio caldo quello del 10 giugno 1924. Giacomo Matteotti esce di casa e non vi ritorna più. Non è di un deputato qualsiasi il corpo massacrato che verrà trovato due mesi dopo in un bosco vicino Roma. Solo dieci giorni prima della sua sparizione Matteotti ha tenuto un discorso infuocato alla Camera, contro il fascismo e l'irregolarità delle elezioni. È il leader di uno dei maggiori partiti di opposizione, forse il leader dell'intera opposizione. Non è difficile collegare i due avvenimenti, il discorso e la morte, né scoprire che gli autori del delitto, che non si sono preoccupati di cancellare le tracce, sono uomini dello stretto entourage del Duce. Ce n'è abbastanza per far scoppiare il più clamoroso scandalo politico della storia d'Italia. E ce ne sarebbe abbastanza per le dimissioni immediate del governo. Tutto sembra far credere a una crisi. Ma non è questo che accade. L'opposizione parlamentare sceglie la strada della protesta morale, il governo resiste, la maggioranza non accenna a spaccarsi, il regime si consolida. Mussolini, il trionfatore delle elezioni del '24 contro le quali aveva tuonato Matteotti, forza la sorte e instaura la 'dittatura a viso aperto'. Quel delitto che sarebbe potuto essere l'ultima occasione di arrestare il regime, ne diviene invece il punto di svolta, lo snodo decisivo. Ma quel corpo abbandonato e quel rifiuto morale si caricano di un significato simbolico. L'atto di morte del deputato Matteotti è l'atto di nascita dell'antifascismo come scelta politica ed etica.
1943. L'8 settembre
Alle 19.45 dell'8 settembre 1943, il maresciallo Badoglio, capo del governo, annuncia alla radio l'armistizio con gli angloamericani. Il proclama termina con le parole: le forze italiane «reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza». Una conclusione ambigua - donde, se non da parte tedesca, possono arrivare gli 'eventuali attacchi'? - che disorienta anche i comandi militari meglio intenzionati. Prive di ordini precisi, tranne poche eccezioni, le forze armate si dissolvono, i più si tolgono l'uniforme, fuggono. Le donne li aiutano dando loro abiti borghesi.
Bastano pochi giorni ai tedeschi che hanno occupato tutta l'Italia a nord di Salerno per catturare un numero impressionante di ufficiali e soldati in Italia e nei Balcani e avviarli ai campi di concentramento. La pubblica amministrazione si disgrega e pare sfasciarsi lo Stato stesso. Con il Re e Badoglio fuggiti a Brindisi, ognuno si trova nell'inedita situazione di dover decidere da sé a quale autorità fare capo. Si tratta soprattutto di una scelta morale. Dopo venti anni di regime, è il momento della verità: due Italie si trovano faccia a faccia. La crisi profonda mette in luce le virtù che uniscono il popolo e le fratture che lo dividono. Una parte vede negli eventi il tragico inabissarsi della Patria, l'altra vi legge un'occasione di riscatto e redenzione, della quale rendersi degni. Da questa spinta nasce la Resistenza militare e civile.
1960. Il miracolo economico
Il 'miracolo economico' bussa alle porte di un'Italietta rurale e alla buona. Dalla fine degli anni Cinquanta l'Italia inizia una corsa vorticosa che cambierà composizione sociale, sistema economico, equilibri politici. È appena entrato in vigore il Mercato comune europeo di cui fanno parte anche Belgio, Francia, Lussemburgo, Olanda e Repubblica Federale Tedesca, un ottimo volano per gli scambi internazionali e per la nostra economia. In un triennio l'industria cresce di più del 30%, il terziario aumenta le sue dimensioni, l'occupazione sale a livelli storici. Cresce sempre più il numero di 'tute blu' e di 'colletti bianchi' mentre si assottigliano i ceti rurali. Dal meridione e dalle zone depresse comincia un esodo di tanta gente verso il Nord produttivo: tra il 1955 e il 1971 sono più di 9 milioni gli italiani che si spostano verso le fabbriche e le aree metropolitane del paese. L'Italia gode una prima ventata di benessere. La popolazione si rimescola. Iniziano a cambiare lo stile di vita, il costume, i bisogni e anche i desideri. Le speranze sono tante. Ma non tutto va per il meglio. Il divario fra Nord e Sud aumenta. Le campagne si spopolano perché non offrono proventi adeguati. Lo sviluppo non è omogeneo e ci vorrebbero più investimenti nel settore pubblico. Ma intanto le case cominciano a riempirsi di nuovi oggetti, le strade di automobili e di traffico. Si è votato nel maggio 1958 e, scomparso il rischio di una sbandata di estrema destra con il governo Tambroni, si profila l'avvento di una maggioranza di centro-sinistra. Molto – si pensa - si può ormai fare, in Italia, per migliorare le cose. In parte sarà così, in parte no.
1968. La grande contestazione
Il corteo risale da Piazza di Spagna e arriva a Valle Giulia. Sulle scale della Facoltà di Architettura di Roma, sgomberata il giorno prima per ordine del Rettore, ad attendere le migliaia di studenti c'è la Celere della Polizia di Stato. È una battaglia epica, alla fine della quale si contano quasi 500 feriti tra i manifestanti e più di 100 tra le forze dell'ordine. La notizia occupa le prime pagine dei giornali: è esploso il Sessantotto italiano. Passa un mese da quel 1 marzo 1968 e scene simili si ripetono a Berlino, di fronte alla sede dell'editore Springer, in reazione all'attentato contro il leader studentesco Rudi Dutschke (una settimana dopo l'assassinio di Martin Luther King). Passa un altro mese e a Parigi il cuore del Quartiere Latino, di fronte alla Sorbona, brucia di altri scontri. Arriva agosto: sono i giorni dell'invasione della Cecoslovacchia e dell'inutile resistenza ai carri armati russi. A ottobre è la Piazza delle tre culture di Città del Messico a coprirsi di morti, l'esercito ha sparato senza pietà, le vittime sono tutti studenti. Dieci giorni dopo, sempre a Città del Messico, i pugni chiusi nel guanto nero di due atleti di colore sul podio delle Olimpiadi gridano sulla scena del mondo la lotta delle Pantere nere. Il Sessantotto è questo: la prima, esplosiva manifestazione della globalizzazione, la prima, inedita dimensione mondiale della protesta giovanile. La contestazione di quei giorni è 'globale' non solo per l'estensione geografica, ma anche per l'ampiezza dei rapporti di potere che mette in discussione. Cosa rimane, oggi, di quei valori e di quella generazione? Quanto del nostro (buono o cattivo) presente ne porta i segni? È stato 'tradito', quel movimento, o 'ha vinto'?

1978. Il delitto Moro
Sono passate da poco le 9 del 16 marzo 1978 quando un commando delle Brigate rosse rapisce Aldo Moro in via Mario Fani, a Roma. Il paese rimane inorridito, stupefatto. Senza credere ai propri occhi, in silenzio, gli italiani nelle proprie case vedono scorrere le immagini dell'agguato: i colpi delle armi automatiche dei brigatisti hanno ucciso i due carabinieri e i tre poliziotti della scorta. Del presidente della Democrazia cristiana non c'è traccia. È l'inizio di 55 interminabili giorni, scanditi dalle lettere di Moro dalla prigionia e dai comunicati delle Br. Il 9 maggio, di nuovo in un silenzio irreale, le telecamere riprendono all'interno di una Renault 4 il corpo piegato su se stesso del leader democristiano in via Caetani, in pieno centro di Roma. La guerra delle Br è al cuore dello Stato, e lo Stato resta impotente a guardare. La cosiddetta linea della fermezza e il rifiuto di trattare con i terroristi, unica risposta che la classe politica si dimostra in grado di dare, appaiono misure fondate più sull'incapacità di trovare una qualunque soluzione al problema che su una difesa irrinunciabile dei valori supremi della democrazia. Molti sono gli interrogativi a tutt'oggi aperti, e di questi altrettanti riposano su una visione complottista che riflette dubbi mai chiariti su un'intera stagione. Come è potuto accadere che oltre un decennio di storia italiana sia stato dominato dalla violenza politica? E quali sono le ragioni che spiegano il culminare, tra il 1977 e il 1980, di una conflittualità endemica, di un terrorismo tanto diffuso da divenire cifra di un'angoscia quotidiana?
1986. Il maxiprocesso
474 rinviati a giudizio per appartenenza all'organizzazione mafiosa di Cosa Nostra, 360 condanne in primo grado per un totale di 2665 anni di reclusione. Dal febbraio 1986 al dicembre 1987, nell'aula bunker di Palermo, si conclude, dopo un'istruttoria gigantesca guidata dal pool di Caponnetto, Falcone e Borsellino, il più grande dibattimento giudiziario della storia italiana. Ci vorrà qualche anno per la conferma in Cassazione dell'impianto accusatorio e delle sentenze di condanna per i capi. È la prima volta che si processa per un simile reato (è incredibile ma quello di mafia è diventato un reato specifico da appena due anni). Ma il maxiprocesso è non solo il frutto di un grande impegno, è anche, finalmente, la manifestazione di un cambio radicale della prospettiva attraverso la quale lo Stato guarda a un male antico. La mafia non è più un codice culturale primitivo da tollerare o tutt'al più da deprecare. È un'articolata organizzazione politico-criminale che dalla fine degli anni '70, attraverso stragi intestine, ha promosso un processo di centralizzazione, mostrandosi come una struttura capace di formulare un progetto in senso lato politico. All'opzione terroristica mafiosa lo Stato risponde per la prima volta con un riarmo istituzionale paragonabile a quello verificatosi di fronte al terrorismo degli anni di piombo. Tra polemiche, dibattiti, scontri politici, proteste collettive, la stagione dell'antimafia lascia il segno nella vita morale e politica del nostro Paese.
1992. Tangentopoli
Un vortice di eventi traumatici incrocia la politica, l'economia, la cronaca nera. Quanto avviene quell'anno ha una sola parola, Tangentopoli, la città delle tangenti, l'intreccio tra politica e affari che coinvolge gli esponenti dei maggiori partiti di governo, senza risparmiare l'opposizione. E grandi imprese, grandi imprenditori. Tangentopoli: smantellata a colpi di inchieste giudiziarie, sostenuta dalla grande stampa e dalle televisioni e da un'opinione pubblica che chiede la testa della partitocrazia. Tutto inizia quando, a Milano, il procuratore Antonio Di Pietro fa arrestare Mario Chiesa. Da lì parte la catena di inchieste «Mani pulite» che, nel solo 1992, decapita la classe politica e dirigente nazionale. Ne fa un ceto di indagati, di condannati. Le elezioni del 5 aprile, non a caso, segnano la disfatta dei partiti tradizionali e il successo della Lega Nord. Ma il 1992 è anche l'anno dell'attacco mafioso alle istituzioni di uno Stato sfinito e in rapida decomposizione, con i massacri di Falcone e Borsellino. Il 1992 è l'anno in cui nasce la Repubblica nella quale viviamo oggi e che è difficile definire. Post-prima? Seconda? Terza? O 'transizione' (infinita)? Dipende dal giudizio che diamo del 1992, delle cause che ne hanno innescato l'esplosione, del modo in cui sono state affrontate in seguito. C'è chi dice che quel 'disastro' non sia mai stato riparato e che si stia riproponendo ancora. C'è chi dice che il 1992 non si sia mai davvero chiuso.
A colpi di cuore
I giovani, il femminismo, la protesta, le assemblee, l’amore, il dolore, la violenza, e ancora le culture, i comportamenti, le sensibilità: sembrano spaccati di storie diverse, e in parte lo sono. Gli anni ’68 – perché di ‘anni’ possiamo parlare – hanno più volti. A seconda di come li si guarda, possono sembrare preistoria, oppure l’altro ieri. Rimane la sensazione, vaga ma forte, che qualcosa di importante sia successo.
La mafia devota
Esiste un Dio dei mafiosi? Qual è il rapporto tra gli uomini d’onore e la religione? Fin dalle origini, la mafia ha attinto alla simbologia cattolica per rinsaldare i legami tra i suoi associati e attribuire dignità alle proprie azioni, creando una ‘religione capovolta’ a propria misura, cercando compiacenza e complicità tra i ministri del culto. In questo libro Alessandra Dino racconta una storia difficile. Le sue pagine sondano, scavano e fotografano, interpretano scenari complessi che non si lasciano liquidare entro schemi monolitici: non esiste una sola mafia, come non esiste una sola Chiesa.
L’età dei Tarquini. Il mistero di Servio Tullio
Al racconto della leggenda dei re fondatori (Romolo, Tito Tazio e Numa) ecco succedere la saga dei Tarquini, densa di misteri ambientati in una seconda Roma, dopo quella romulea, ma tuttavia la prima a poter essere definita grande. Tra la fine del VII sec. e la fine del VI sec. a.C. hanno regnato a Roma due re: uno di origine greca, Tarquinio Prisco, l’altro di origine etrusca, Tarquinio il Superbo. Tra questi due ha regnato Servio Tullio, di origine probabilmente latina, rifondatore della città e della costituzione originaria: un nuovo Romolo. Come Romolo, infatti, è un eroe di origine divina, figlio di una donna che accudisce il focolare regio e di un essere extra-umano: il Lare familiare. E ancora, Servio Tullio, come Romolo, è avvolto da un mistero, a cavallo tra mito e storia, che si può tentare di svelare. Se il padre mitico di Servio era un Lare familiare che aveva posseduto una regina vinta e serva della moglie di Tarquinio Prisco, di chi era realmente discendente Servius, figlio di schiava asservita e futuro re di Roma? A queste e altre domande archeologia e storia cercheranno di dare risposta.
L’età di Paolo III. Quando Marc’Aurelio si chiamava Costantino
Eccolo il Marco Aurelio, il meraviglioso gruppo equestre che domina la piazza del Campidoglio. Non sempre è stato qui, ci è arrivato: prima era collocato davanti al Laterano. La sua lunga storia ha dell’incredibile. Vi si mescolano fortuna, equivoci, fraintendimenti. Nel Medioevo, infatti, si credeva che la statua raffigurasse Costantino, l’imperatore che aveva concesso libertà di culto alla Chiesa cristiana. Lo scambio di persona gli valse la salvezza: fu per quell’errore che sfuggì alle fiamme della fusione, come invece accadde a molte altre statue. Non solo: sembra che Marco Aurelio abbia il dono di far fiorire un gran numero di leggende. Il ciuffo sulla testa del cavallo fu creduto a lungo un cuculo, animale sacro a Marte. Il nemico calpestato che un tempo giaceva ai piedi del cavaliere fu creduto un nano, al quale si attribuiva una relazione con la moglie di Costantino. Guardando la statua siamo al centro di un suggestivo incrocio tra realtà e finzione, dove per capire meglio la storia bisogna inforcare, almeno per un’ora, gli occhiali della leggenda.
L’età dell’oro. Agostino Chigi il Magnifico e gli splendori della Roma di Raffaello
Nei primissimi anni del ’500, il Rinascimento italiano tocca il suo apogeo, grazie alla felice congiuntura determinata dall’incontro tra le ambizioni universalistiche di papi come Giulio II Della Rovere (1503-13) e Leone X Medici (1513-20), che sognano di far rivivere, nel segno della Chiesa di Cristo, i fasti e l’immagine dominatrice dell’antica Roma caput mundi, e il vertiginoso talento di artisti come Bramante, Michelangelo e Raffaello, capaci di rendere tangibile e visibile questo sogno, elaborando un linguaggio architettonico e figurativo che non si limita ad imitare forme e contenuti dell’antichità classica, ma ambisce ad emularne l’elegante splendore e l’ineguagliata magnificenza. Seguendo l’esempio di Giulio II e di Leone X, Agostino Chigi il Magnifico, questa sorta di re Mida della finanza pontificia, profuse gran parte dei suoi denari in splendidi edifici, opere d’arte, banchetti e apparati festivi allietati da memorabili spettacoli teatrali, ingaggiando molti tra i massimi artisti del suo tempo: dal conterraneo Baldassarre Peruzzi a Raffaello, da Sebastiano del Piombo, che egli stesso convinse a spostarsi definitivamente da Venezia a Roma, al Sodoma e allo scultore fiorentino Lorenzetto, per limitarsi a coloro cui affidò gli incarichi di maggior impegno e prestigio. Agostino Chigi, l’unico committente laico in grado di gareggiare in munificenza artistica con i più potenti tra i cardinali e con la stessa corte papale, fu uno dei grandi protagonisti di quest’età dell’oro, tanto ricca e feconda da forgiare un linguaggio artistico destinato ad imporsi come modello supremo per i secoli a venire, ma anche così spensierata da ignorare le nere nuvole scismatiche che si andavano addensando.
L’età barocca. Piazza Navona, giochi greci, geroglifici egiziani e potere papale
Tra il 1644 e il 1670 Piazza Navona assunse nuova forma e, da antico stadio in rovina, divenne la più leggendaria piazza romana. Bernini, Cortona e Borromini, insieme ai Rainaldi (Girolamo e Carlo), costruirono un palazzo che vantava un’infilata di stanze talmente lunga che era possibile sperimentarvi i cannocchiali, una galleria con i più bei cicli di affreschi barocchi, una fontana maestosa che celebrava i quattro grandi fiumi del mondo cristiano e una chiesa che aveva una delle cupole più alte di Roma. Nessun altro spazio urbano di Roma rivela altrettanto chiaramente le ossessioni barocche per la dinastia e per il destino. Millenaria per storia e globale per pubblico, Piazza Navona divenne un palcoscenico in cui si rappresentava il dramma di un martirio avvenuto agli inizi del cristianesimo, si esaltavano le origini etrusche, si decifravano geroglifici egiziani, si esplorava il più profondo mondo sotterraneo e Virgilio veniva allegorizzato per dare ascendenze mitologiche a una famiglia di provincia che la roulette del conclave aveva improvvisamente catapultato al potere.
L’età dei Torlonia: l’arte di ostentare il lusso nella Roma papale
La fortuna economica delle maggiori famiglie principesche di Roma è sempre nata grazie all’elevazione di un membro di quelle famiglie al trono di Pietro. Questo non si può dire invece dei Torlonia. Nessuno di loro è diventato papa o cardinale, eppure la famiglia, il nome, lo stemma ebbero lo stesso splendore delle maggiori casate romane, non in virtù dello Spirito Santo, ma grazie allo spirito imprenditoriale, al senso degli affari, all’arte difficile e misteriosa di far quattrini con i quattrini. Ancora oggi, pur invisibile, la famiglia Torlonia possiede la più grande collezione di arte antica che esista al mondo in mani private. Ancora oggi conserva gelosamente il possesso della meravigliosa Villa Albani, mantenuta intatta per oltre un secolo e mezzo, ma visibile solo a pochissimi privilegiati. Ad un dono dei Torlonia dobbiamo il nucleo primigenio della raccolta di pittura della Galleria Nazionale di Roma, ed egualmente lo straordinario gruppo di sculture degli Dei neoclassici che alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna fanno da corte al colossale Ercole e Lica di Antonio Canova, commissionato e pagato da Giovanni Torlonia, fondatore della fortuna familiare. Al figlio di costui, Alessandro, spetta invece l’ambizione di rendere visibile lo splendore della propria ricchezza non al modo fuggevole di una stella cometa, ma come un astro nel firmamento nobiliare di Roma. Questa ambizione fu realizzata, ma ebbe un singolare destino di sfortuna: lo splendido palazzo di piazza Venezia è stato abbattuto senza pietà all’inizio del’900, senza una valida ragione. La villa Torlonia sulla Nomentana, che ebbe anche il fato singolare di ospitare il dittatore Mussolini, è sopravvissuta a stento e fortunosamente all’abbandono e al vandalismo. Ma ciò che è stato rammentato qui finora è solo parte di un mosaico più vasto.
A quanto di tutto ciò esiste ed è invisibile, a quanto è andato perduto e dimenticato, ed a quello che si potrebbe ancora restituire alla vista e alla memoria dei romani, questa lezione è dedicata.
L’età contemporanea. Piazza Venezia: celebrazione e sconfitta del mito della patria
Piazza Venezia è lo spazio pubblico in cui la classe politica liberale celebra il Risorgimento della nazione edificando il grande monumento a Vittorio Emanuele II: tempio all’Unità d’Italia e alla libertà dei cittadini e insieme grandioso omaggio alla monarchia. Occupa un lato del colle capitolino come un nuovo Campidoglio unitario e nazionale che domina la piazza e costituisce lo sfondo grandioso di via del Corso. Inaugurato nel 1911, negli anni della Grande Guerra diventa luogo di commemorazione dei caduti e centro simbolico della nazione vittoriosa quando, nel 1921, accoglie la salma del Milite Ignoto. Ma negli stessi anni in cui il monumento e la piazza si consolidano come spazio pubblico nazionale si compie la loro trasformazione politica di parte, nazionalista prima e fascista poi: è a piazza Venezia e sul Vittoriano che si conclude la marcia su Roma. Dal 1929, con Mussolini istallato a palazzo Venezia, la piazza diviene luogo cerimoniale per eccellenza dei discorsi e delle apparizioni del duce, in un rapporto dinamico con la folla sottostante. Piazza politica e patriottica, le sue funzioni simboliche appaiono sempre più legate ai destini imperiali del fascismo. La forza di questo legame impedisce ancora oggi, a oltre sessant’anni dalla sconfitta del regime e nonostante la recente riapertura al pubblico del Vittoriano, di restituire alla larga platea antistante l'Altare della Patria un significato nazionale.
Roma caput mundi
La parola Roma evoca conquista, dominio, impero, sottomissione di popoli ridotti in schiavitù. Ma se Roma fosse stata soltanto questo la sua gloria sarebbe risultata effimera come quella di tante altre potenze antiche e moderne. La città che meritò il nome di caput mundi, ‘capitale del mondo’, rivelò invece una straordinaria capacità di integrare i vinti e di elargire i diritti di cittadinanza. Roma fu una città ospitale, uno spazio sociale aperto ai talenti, senza distinzioni di culture o di razze. Una patria per molti.

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