Chiesa Cristiana Evangelica della Vera Vite


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Chiesa Cristiana Evangelica della provincia di Viterbo
Autore: www.laveravite.blogspot.it
Ultimo episodio: 20/09/21 0:15
Aggiornamento: 23/09/21 11:10 (Aggiorna adesso)
Cosa stai misurando? | 19 Luglio 2021 |
Cosa stai misurando per sapere se la tua vita è felice? Le tue sofferenze comparate con quelle degli altri, le cose che hai o non hai rispetto agli altri, o il rapporto che hai con il tuo Creatore, e le benedizioni del Regno che Dio ti assicura attraverso Gesù?
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Oggi vorrei parlarvi di “misure”? Come fai a misurare una cosa? Di solito, prendi un metro! E se non hai un metro?
Al negozio dove lavoro spesso mi capita di dimenticare il metro quando vado a tagliare qualcosa, tipo un tubo per l'acqua. Piuttosto che tornare indietro a prenderlo poggio il tubo da tagliare contro un'altra cosa di cui conosco la lunghezza, tipo un ripiano di uno scaffale che so essere lungo un metro.
Cosa ho fatto? Ho usato una cosa per misurare un'altra cosa. Tenete a mente questo esempio, e ci ritorneremo tra un attimo.
La scorsa settimana abbiamo visto  come Adamo ed Eva  hanno scoperto di essere nudi. C'è un altro libro dove il protagonista a un certo punto della sua vita si accorge di essere nudo.
“Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra...”. (Giobbe 1:21)
Il libro di Giobbe pare sia il più antico della Bibbia, ovvero il primo libro (non Genesi), e ci parla di un uomo ricco, che, ad un certo punto della sua vita, si trova a perdere tutto quello che ha:
“C’era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest’uomo era integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male. Gli erano nati sette figli e tre figlie;  possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi, cinquecento asine e una servitù molto numerosa. Quest’uomo era il più grande di tutti gli Orientali.” (Giobbe 1:1-3)
Giobbe era ricco sfondato: tutti lo conoscevano Non solo per i suoi soldi,  ma anche per il tipo di persona che era.
“L’orecchio che mi udiva mi diceva beato; l’occhio che mi vedeva mi rendeva testimonianza, perché salvavo il misero che gridava aiuto e l’orfano che non aveva chi lo soccorresse. Scendeva su di me la benedizione di chi stava per perire, facevo esultare il cuore della vedova. La giustizia era il mio vestito e io il suo; la rettitudine era come il mio mantello e il mio turbante. Ero l’occhio del cieco, il piede dello zoppo; ero il padre dei poveri, studiavo a fondo la causa dello sconosciuto.  Spezzavo la ganascia al malfattore, gli facevo lasciare la preda che aveva fra i denti.” (Giobbe 29:11-17)
Era ricco, ma era anche giusto; ma soprattutto era un uomo di Dio, che faceva del benessere spirituale suo e della sua famiglia una priorità.
“I suoi figli erano soliti andare gli uni dagli altri e a turno organizzavano una festa; e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro. Quando i giorni della festa terminavano, Giobbe li faceva venire per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva un olocausto per ciascuno di essi, perché diceva: «Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano rinnegato Dio in cuor loro». Giobbe faceva sempre così.” (Giobbe 1:4-5)
Ma, un brutto giorno, tutto questo, in una sola mattina, crolla:
“I buoi stavano arando e le asine pascolavano là vicino,  quand’ecco i Sabei sono piombati loro addosso e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servi; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire. Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: «Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, ha colpito le pecore e i servi e li ha divorati; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire». Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: «I Caldei hanno formato tre bande, si sono gettati sui cammelli e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servi; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire».  Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: «I tuoi figli e le tue figlie mangiavano e bevevano vino in casa del loro fratello maggiore; ed ecco che un gran vento, venuto dall’altra parte del deserto, ha investito i quattro canti della casa, che è caduta sui giovani; essi sono morti; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire».” (Giobbe 1:14-19)
Cosa avresti fatto tu, come credente, davanti alla completa rovina della tua vita? Magari hai vissuto, o stai vivendo qualcosa di molto più piccolo, ma ugualmente penoso, e difficile da accettare.
Un posto di lavoro perso.  Il non avere abbastanza soldi per vivere.   Una malattia tua o di un tuo caro.  Una unione che si dissolve.   Un lavoro perso o che non arriva.  La solitudine. L'incomprensione. Cosa fai?
Tutti noi abbiamo una nostra lista, vero? E se ce le raccontiamo, vedrete che prima o poi, saremo tentati di “misurare” le nostre liste di dolori con quelle degli altri, per scoprire o che il male altrui è più grande ed esserne confortati, o è più piccolo, e aspettare che siano gli altri a confortarci.
Circa dieci anni fa stavo rientrando a casa dall'allenamento di rugby,  tutto allegro e pimpante,  e, nel tragitto verso casa, provai a telefonare  a mia moglie Janet  per chiedergli qualcosa,  ma trovavo costantemente occupato. 
Arrivai a casa, dimostrandomi irritato  dal fatto che lei fosse rimasta al telefono per tutto quel tempo, impedendomi di parlagli.  “Marco – mi disse – ero al telefono con mia sorella Chris... Ha un tumore... aggressivo... terzo stadio... incurabile.”
Sapete, la tentazione in questi casi è quella di dire: ”Perché a lei?"
Qualche sera prima a rugby,  avevo ascoltato lo sfogo di un amico  il cui matrimonio era in crisi;  temeva di essere abbandonato dalla moglie  e forse  temeva ci fosse un altro uomo di mezzo:  “Marco, la mia vita finisce, se mia moglie mi lascia:  perché doveva capitare a me?” 
Il problema del mio amico,  con un matrimonio sull'orlo del baratro,  diventava NULLA in confronto al tumore terminale di Chris.
Vi ricordate l'esempio dell'inizio, vero? Quando al negozio non ho un metro con me uso qualcosa di cui conosco la misura per misurare l'altra cosa che ho in mano. Anche col dolore succede lo stesso.
Per misurare quello degli altri, prendo come riferimento il mio, lo avvicino, lo sovrappongo per scoprire se è più o meno grande del mio. “Vediamo chi ha la sofferenza peggiore.  Chi vince può lamentarsi.  Chi perde sopporti e stia zitto perché se la cava più facilmente dell'altro” Questa si chiama “teologia del dolore comparato”.
All'amico col matrimonio in crisi avrei voluto dire: “Vieni un momento con me e guarda cosa sta passando mia cognata.  Lascia che ti mostri com'è la vera sofferenza". Ma l'amico  aveva una sua prospettiva,  io la mia, e nessuno dei due sarebbe stato meglio misurando un dolore sull'altro.
Ma qualche giorno dopo, sempre all'allenamento di rugby,  seppi che uno dei giocatori della prima squadra aveva perso il bambino tanto atteso per una leucemia fulminante.  Lo cercai per dargli un abbraccio e dirgli... cosa?    Cosa avrei potuto o dovuto dire in quel momento?
Comparare la mia situazione di fronte alla sua sofferenza?  “Il tuo dolore è più grande del mio, che perdo SOLO la cognata.”?  Non lo dissi, ma lo pensai. “Marco – mi disse piangendo – tu sei pastore... Perché a me?”
Se avvicinavo i tre dolori, quello di una cognata terminale, di un matrimonio finito, e di un figlio nato da poco e morto, chi avrebbe vinto tra noi? Chi avrebbe avuto ragione di lamentarsi di più e chi di essere consolato per aver “vinto la gara” rispetto agli altri?
Il problema è che,  la teologia del dolore comparato, non funziona. Questo Giobbe lo sapeva, e, da uomo di Dio, saggio, ce lo mostra:
“Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo:  «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore».  In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa.” (Giobbe 1:20-22)
La frase che ricorre de volte nel libro è “Non peccò” Giobbe non pecca, non addebita il male a Dio e “compara” il suo male a nessun altro, ma dice una cosa ben più saggia:
“Io sono nato nudo, senza nulla, e quando morirò sarò nudo ancora, senza nulla. Tutto quello che c'è in mezzo non è mio, ma mi è dato. E se non è mio, è di chi lo ha creato, e me lo ha concesso in comodato d'uso gratuito, non perché sono “più fico di altri”, ma perché così è. Qualunque cosa accada, confido nel Signore per la mia vita.”.
Non lo sfiora l'idea di un Dio malvagio che lo sta punendo, e neppure la teologia del dolore comparato: 
“Sua moglie gli disse: «Ancora stai saldo nella tua integrità?  Ma lascia stare Dio e muori!»  Giobbe le rispose: «Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?» In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.” (Giobbe 2:8-10)
La parola tradotta con “lascia stare”  (in altre versioni è tradotta con “maledici Dio, benedici Dio, bestemmi Dio, rinuncia a Dio) è  ???????  ?ara?, il cui primo significato è “inginocchiarsi”. Giobbe è arrabbiato, e la chiama “stolta”  e non capisce che la moglie gli sta suggerendo  la giusta visione del problema: “Giobbe, inginocchiati a Dio,  perché con tutto quello che ti è accaduto Dio c'entra poco o niente”.
Ritorniamo alla nostra “misurazione”: se nulla è mio su questa terra, se tutto mi è stato dato “in comodato d'uso gratuito”, se non mi sono “meritato” niente, ma tutto è un dono, cosa sto a misurare cose non mie? Se fosse mio potrei dolermene e bestemmiare per quel che m'è stato tolto ma siccome non è mio, debbo solo accettare che la vita è così. Non ci sono dolori “comparabili”, e comparare i dolori non mi aiuta per nulla ad affrontarli.
Questo significa che non devo chiedere a Dio che intervenga? Assolutamente no: Gesù stesso dice:
“Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto;  perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa. Qual è l’uomo tra di voi, il quale, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? Oppure, se gli chiede un pesce, gli dia un serpente? Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Matteo 7:7-11)
Allora, se siamo retti, e non rinneghiamo il Signore non ci accadrà nulla di brutto, vero? Se leggete il libro vedrete che, ad un certo punto Dio risponderà proprio a Giobbe dicendogli che l'uomo non potrà mai capire perché succedono le cose La natura del mondo è una natura caduta, il male accade; fa parte del gioco.
Tutto dipende se viviamo per quello che abbiamo credendolo “nostro” o se viviamo utilizzando quello che abbiamo sapendo che eravamo nudi e nudi torneremo al Padre.
Dipende, anche qui,  da cosa stiamo misurando,  oltre al male.
Come misuriamo la nostra vita? Misuriamo la nostra ricchezza o la mancanza di essa. La nostra salute, o la mancanza di essa.  Misuriamo chi siamo e chi non siamo.
Paolo stesso, ad un certo punto della sua vita si mise a misurarla e vide che sarebbe stata meglio senza un determinato problema, una “spina nella carne”... e chiese gli fosse tolta. Conoscete la risposta di Dio, vero?
“E perché io non avessi a insuperbire per l’eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me.” (2 Corinzi 12:7-9)
La risposta non è “No”. La risposta è: “Non misurare ciò che hai o che non hai, misura la quantità di grazia che ti sto dando, e, credimi, quella è più che sufficiente.”
Giobbe e Paolo si fidavano, nonostante i dolori, le sofferenze e i “perché proprio a me?”. . Si fidano perché non misuravano la loro vita  in base a ciò che avevano.
Non sono caduti nella trappola della teologia  della sofferenza comparata.  Una sofferenza comparata in cui misuriamo la vita  in base a ciò che abbiamo  o che che ci è stato tolto rispetto ad altri.
Jonnie Erickson Tada è tetraplegica e lo è da quando aveva 18 anni  quando si è tuffata in mare e si è rotta il collo in acque poco profonde.  Ora ha 70 anni. Una volta le è stato chiesto:  "Cosa dirai a Dio quando lo vedrai?" La sua risposta è stata:  "Ripiegherò la mia sedia a rotelle, la consegnerò a Gesù e dirò: 'Grazie, ne avevo proprio bisogno'". 
Perché misuriamo “male”? Nello sbagliare misurazione, molto ci mettiamo del nostro, ma il libro di Giobbe ci dice che c'è qualcuno che ci aiuta in questo:
“Il Signore disse a Satana: «Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male». Satana rispose al Signore: «È forse per nulla che Giobbe teme Dio? Non lo hai forse circondato di un riparo, lui, la sua casa e tutto quel che possiede? Tu hai benedetto l’opera delle sue mani e il suo bestiame ricopre tutto il paese. Ma stendi un po’ la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia».” (Giobbe 1:8-11)
Fondamentalmente Satana sta dicendo: “Toccagli quello che ha, e lui misurerà la sua vita su ciò che gli manca non sul suo rapporto con te.”
Il nemico è sempre l'autore del male?  No. Talvolta lo è, molto meno di quanto si pensi. Ma è SEMPRE una cattiva voce che, quando il male arriva, e lui magari quella volta non c'entra niente, ti fa prendere le misure sbagliate; ti sussurra “Dio non ti ama”, “Dio ce l'ha con te”, “Dio non esiste”.
Capiamoci, Satana non è interessato a ciò che abbiamo o non abbiamo.  Non gli importa se abbiamo una macchina nuova di zecca o una vecchia carriola.  Non gli importa se siamo sani o malati.  Non gli importa se siamo poveri o ricchi. Anche lui sa che tutto questo è temporaneo, ed è per un breve tempo.
A Satana interessa il lungo termine; l'eternità. Per questo. vuole che tu distolga gli occhi da  Dio  e vuole che ti concentri solo su te stesso, su ciò che hai o che non hai, per portarti lontano dal Padre.
Satana  vuole che tu dimentichi il quadro generale  e ti metta a guardare ciò che è insignificante. Il quadro generale è questo: 
“Cercate prima il regno {di Dio} e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più.” (Matteo 6:33)
Cosa stai misurando, nella tua vita, adesso? Stai cercando di vedere se i tuoi problemi sono più grandi o più piccoli di quelli degli altri, per trarne conforto o per cercare di essere confortato dagli altri?
Oppure stai misurando quello che hai, o che non hai, pensando che è quella la cosa importante della tua vita?
Se in Cielo ci fosse oggi un colloquio come quello che leggi in Giobbe, cosa direbbe Dio di te?
«Hai notato il mio servo (metti il tuo nome) ? Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male»
Vorresti essere nominato? Vorresti essere nominata? La fedeltà, alla fine, pagherà Giobbe:
“Quando Giobbe ebbe pregato per i suoi amici, il Signore lo ristabilì nella condizione di prima e gli rese il doppio di tutto quello che già gli era appartenuto.” (Giobbe 42:10)
Quando accadrà per te? Non posso dirtelo, non lo so; forse qua in terra, ma di sicuro in Cielo.
“Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”. (Matteo 25:23)
Cosa stai misurando? Le tue sofferenze comparate, o le benedizioni del Regno  che Dio ti assicura attraverso Gesù?
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Sperimentare Dio nel quotidiano: l'Ospitalità | 12 Settembre 2021 |
Cosa significa essere ospitale" per un credente? Significa solo offrire del cibo ed un posto dove consumarlo? Gesù ci chiede di fare della nostra ospitalità un ponte che raggiunga le persone per farle sentire accolte, accettate, desiderate... e per dargli una vera casa a cui appartenere.
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Predicatrice: Jean Guest
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Un pastore, molto tempo fa, agli inizi del 2000, scrisse queste parole:
"Sono stato benedetto da una moglie con un vero dono per l'ospitalità. Questo è un settore in cui le mogli cristiane possono essere meravigliosamente utilizzate per la gloria di Dio e l'avanzamento del suo regno".
Continua dicendo:
“Le donne cristiane eccellono nei doni per l'ospitalità e sono responsabili di impegnarsi fedelmente nell'ospitalità”.
Sono sicura che, ad un certo punto siamo tutti finiti a pensare che l'ospitalità riguardi il fatto di fornire cibo, magari con l' aggiunta di un ambiente gradevole per accompagnarlo. 
Ma lui, e noi, sbagliamo se ci fermiamo là. Se la nostra comprensione dell'ospitalità è semplicemente l'offerta di uno spazio accogliente e del cibo (per quanto importanti essi possano essere) allora non stiamo pensando in modo particolarmente biblico, perché questa definizione in primo luogo, non è unicamente cristiana:  le comunità (indiane) Sihk sono rinomate per la loro ospitalità, sono generosissimi nel modo in cui offrono un pasto a chiunque venga al gurdwara (il loro tempio); in secondo luogo, implica una relazione temporanea tra chi ospita e chi viene ospitato, dove si sta assieme solo mentre stiamo mangiando; e in terzo luogo, nega l'appello a tutti di essere ospitali , non solo le donne.
L'apostolo Pietro scrive:
“Siate ospitali gli uni verso gli altri senza mormorare.” (1 Pietro 4:9)
Tornerò più tardi sul "senza mormorare".
Sin dal principio, quando Abramo andò ben oltre per ospitare tre forestieri, per poi passare ai comandamenti di  Levitico circa l'accoglienza, e ad Isaia che rimprovera il popolo per aver dimenticato com'è la vera ospitalità, per finire nel Nuovo Testamento dove vediamo l'esempio di Gesù e troviamo degli insegnamenti sull'argomento, la Bibbia è molto chiara: l'ospitalità è importante.
Quindi qual'è la definizione biblica di ospitalità?
La parola della Bibbia "????????? philoxenia significa letteralmente “amore per gli estranei”
L'ospitalità biblica deriva da un profondo rispetto per gli altri; è radicata nell'amore e si manifesta attraverso l'invito. Essa ha tre caratteristiche distinte: accoglienza, accettazione e appartenenza.
1. Benvenuto
Diamo un'occhiata alla prima caratteristica dell’accoglienza.

Questa bella icona dipinta nel XV secolo da Andrej Rubelev è una  deliziosa finestra  sul carattere di Dio e sull'accoglienza che estende a tutti noi.
Il personaggio a sinistra in oro è il Padre - l'oro che simboleggia la perfezione. Al centro c'è il Figlio. Notate che ha due dita allungate che simboleggiano lo spirito e il fisico uniti e i colori blu e rosso rappresentano l'incarnazione e il sacrificio. Poi a destra c'è lo Spirito e questa figura ha la mano tesa in segno di benvenuto. 
Tra di loro sul tavolo c'è una ciotola comune (per la condivisione). Appena sotto si può vedere un rettangolo e gli storici dell'arte hanno scoperto che questa forma era appiccicosa ,il  che li ha portati a supporre che in origine lì c'era uno specchio, in modo che quando si guardava l'icona si completava il cerchio d è come se ci si fosse seduti nel posto vuoto.
Il nostro Dio è un dio dell'invito. Ricordate qualche settimana fa quando parlavamo della creazione? Abbiamo visto che Dio ci ha creati perché vuole stare con noi, con tutti noi. Pensate a tutti i modi in cui la Bibbia parla di come lui ci invita - vieni se sei stanco, vieni se hai sete, vieni se hai fame, vieni per il perdono, vieni se vuoi essere risanato, vieni se stai cercando, vieni a casa se ti sei perso.
Dio ci invita sempre, sempre a stare con lui; non c'è nessuna condizione, vieni e basta. E quando lo facciamo si fa una festa in cielo (vedi la parabola del Figliuol Prodigo) e non solo, Dio poi ci riempie di ogni bene. L'invito di Dio è aperto, costante e generoso.
La versione inglese della Bibbia “The Message” mette 2 Pietro 1:10 così:
“Quindi, amici, confermate l'invito che  Dio vi fa, l'avervi scelto. Non rimandate, fatelo ora. Fatelo, e avrete la vostra vita su una solida base, le strade spianate e la via spalancata per il regno eterno.”  (2 Pietro 1:10 MSG)
Se siamo persone che hanno "confermato" quell’invito, allora il nostro scopo è estendere quell'invito agli altri. 
Recentemente mi sono imbattuta nel concetto che l'ospitalità biblica è una questione di giustizia: l'ospitalità riguarda la parità di accesso al Regno di Dio. Non ci avevo mai pensato in questo modo e sono stata sfidata e sgridata allo stesso tempo. Ma ha un senso; se l'invito di Dio è per tutti, allora dovrebbe esserlo anche quello della chiesa.
Sono un grande fan delle liste (sono una che elabora visivamente, quindi mi aiuta vedere le cose scritte) vado sempre a fare la spesa con una lista, faccio la valigia con una lista, prendo decisioni che cambiano la vita con una lista. Prima di trasferirmi in Italia ho passato del tempo a pensare e pregare su quelle che sentivo essere le aspettative di Dio nei miei confronti, e le mie nei suoi;  era una lunga lista. Ma in cima alla mia lista per l'Italia c'era la richiesta di una bella casa dove le persone potessero sperimentare qualcosa di Dio e dove si sentissero benvenuti.
Ecco qualcosa che ho trovato e messo nel mio diario in quel periodo.
“E se invece aprissi le porte, creassi spazio, vivessi ogni giorno con uno spirito di benvenuto? Come sarebbe se ogni persona che incontro sapesse di avere un posto per loro intorno al tavolo della mia vita, per pochi momenti o per tutto il tempo in cui hanno bisogno di stare lì?”
Se sono onesta, non sono sempre stata all'altezza di questo, ma continua ad essere qualcosa per cui prego, e ho visto Dio onorare questo desiderio.
Quindi la nostra ospitalità nasce da un cuore grato e risponde all'amore e all'accoglienza di Dio per noi, rispecchiando il suo invito aperto, costante e generoso.
La nostra accoglienza deve essere: aperta, costante e generosa
La seconda caratteristica dell'ospitalità è quella dell'accettazione.
2. Accettazione
Mi chiedo, chi troviamo difficile da accettare a causa di chi o di cosa sono? Chi disapproviamo? Tutti noi abbiamo i nostri pregiudizi; il punto è che, come cristiani, non dovremmo essere a nostro agio con ciò, né dovremmo non sforzarci di liberarcene.
“Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.” (Matteo 5:46-48)
Non ci sono messaggi contrastanti da parte di Gesù;  l'invito al Regno è per tutti e non solo per quelli che pensiamo ne siano degni.
Diamo uno sguardo al suo incontro con la donna in Samaria.
“Ora doveva passare per la Samaria. Giunse dunque a una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe; e là c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del cammino, stava così a sedere presso il pozzo. Era circa l'ora sesta. Una Samaritana venne ad attingere l'acqua. Gesù le disse: «Dammi da bere». (Infatti i suoi discepoli erano andati in città a comprare da mangiare.)  La Samaritana allora gli disse: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» Infatti i Giudei non hanno relazioni con i Samaritani... La donna gli disse: «Signore, dammi di quest’acqua, affinché io non abbia più sete e non venga più fin qui ad attingere». Egli le disse: «Va’ a chiamare tuo marito e vieni qua». La donna gli rispose: «Non ho marito». E Gesù: «Hai detto bene: “Non ho marito”, perché hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito; ciò che hai detto è vero».” (Giovanni 4:4-9. 15-18)
Nessuno avrebbe dovuto essere in giro a quell'ora del giorno, è per questo che lei è lì, per evitare le critiche e la disapprovazione della sua comunità. 
Vedete, è una donna con un passato e un presente non molto rispettabile. E quest'uomo, chiaramente ebreo, le chiede da bere;  non sa che ebrei e samaritani non condividono bevande o cibo perché questo li renderebbe entrambi impuri? Inoltre, uomini e donne non sono autorizzati a parlare l'un l'altro in pubblico, figuriamoci condividere da bere.  Sta infrangendo tutte le regole! Si può quasi sentire la sua frustrazione per la sua situazione.
Ma l'invito all' accoglienza è aperto, costante e generoso. C'è qualcosa nel suo invito a trovare l’acqua che non si prosciughi mai che lei non può ignorare; lei lo prega di condividerla con lei. Ed è allora che lui la vuole mettere in difficoltà: "Vai e porta tuo marito". 
Accidenti, si scopre che l'acqua viva è solo per chi è moralmente onesto. Non sappiamo perché lei confessi la verità, o con quale tono lo faccia,  ma è ricompensata con la lode piuttosto che con la condanna, l'accettazione piuttosto che il rifiuto. La conseguenza di questa accettazione è che si sente abbastanza sicura da tornare alla sua comunità e condividere la notizia che potrebbe aver appena trovato il Messia.
Quindi,  lo chiedo di nuovo:  chi troviamo difficile da accettare a causa di chi o di cosa sono?  Chi è che disapproviamo? Non sono diventata credente perché pensavo di essere una peccatrice, sono diventata credente perché ho risposto a un Dio che mi ama incondizionatamente. 
Ci sono voluti probabilmente altri due anni prima che afferrassi il significato di essere salvata dai miei peccati. Alcuni di noi rimarranno che non è nostro compito condannare le persone per i  loro peccati; quello è compito dello Spirito Santo. Noi discepoliamo le persone in amore perché  siamo stati amati per primi.
2 Pietro 1:11 dice: 
“In questo modo infatti vi sarà ampiamente concesso l'ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.” (2 Pietro 1:11)
Facciamo di non essere noi a chiudere quell’ingresso con la nostra disapprovazione.
L'ospitalità è:
Accoglienza - aperta, costante e generosaAccettazione - amiamo perché Lui per primo ci ha amati.

Infine, l'ospitalità è caratterizzata dall'appartenenza
3. Appartenere
Prima di tutto, torniamo indietro e diamo un'altra occhiata al versetto di 1 Pietro 4.
“Siate ospitali gli uni verso gli altri senza mormorare.” (1Pietro 4:9)
Qui Pietro sta parlando alla chiesa di coloro che già appartengono alla chiesa. Sta scrivendo in un periodo di persecuzione, quando molti cristiani erano rifugiati con pochi beni o risorse, costantemente in movimento e in viaggio da una città all'altra; persone senza casa, ma a cui era garantito, attraverso l'ospitalità, un posto a cui appartenere. 
Per coloro che offrivano ospitalità poteva essere rischioso e  a quei tempi ospitare poteva essere davvero un un  onere molto reale per coloro che la offrivano alle loro sorelle e ai loro fratelli nel bisogno. Non si trattava di organizzare una cena o di invitare un po' di gente, si trattava di mettere in gioco la propria vita per soddisfare i bisogni dei fratelli e delle sorelle in Cristo. 
Quindi la potenziale tentazione di lamentarsi era ovviamente grande. Forse adesso non viviamo in quei tempi, ma mettiamo a rischio la nostra privacy, la nostra reputazione, il nostro denaro in base a chi invitiamo? Come dovrebbe essere dunque la nostra ospitalità per aiutare le persone ad appartenere?
"Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura.  Allora per vederlo, corse avanti, e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via.  Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua».  Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!»  Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo».  Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d'Abraamo;  perché il Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto»." (Luca 19:1-10)
Amo Zaccheo; è una storia così bella e ci insegna come chiesa che  non solo dobbiamo offrire ospitalità, ma dovremmo diventare il luogo a cui le persone possono veramente appartenere. 
Gesù stava passando per Gerico e vide un uomo piccolo e basso su un sicomoro. Questo piccolo uomo era un esattore delle tasse e, come la maggior parte degli esattori delle tasse a quel tempo, si approfittava della sua posizione aggiungendo cifre oltre la tassa da riscuotere che poi intascava. Dire che era impopolare sarebbe un eufemismo. Guardate cosa dicono le folle quando vedono Gesù entrare nella casa di Zaccheo: tutti brontolavano: "È entrato ad alloggiare in case di un peccatore!". Secondo loro, non era per nulla simpatico, o amabile;  era un emarginato, che poteva avere una bella costruzione, ma non aveva nessun luogo da poter chiamare “casa”.
Mentre scorriamo il racconto possiamo vedere come Gesù gli da  un invito di accoglienza; chiama Zaccheo per nome. C'è una connessione personale che guida il resto della storia. Gesù chiude la distanza tra lui e Zaccheo quando dice: "Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua". Pensa a tutti gli inviti e le feste che Zaccheo deve essersi perso a causa di chi era. 
Infine, Gesù vuole entrare nella sua vita quotidiana. C'è qualcosa di molto personale nell'invitare qualcuno in casa tua. Tutto è in mostra ed è dove siamo veramente noi stessi ed è lì che Gesù vuole essere.
Nella vita di Zaccheo o nelle nostre vite, Gesù conosce il nostro nome. Gesù vuole colmare la distanza tra noi e lui, e vuole accedere ai nostri spazi più intimi. E la bellezza di questa storia è che Zaccheo fu cambiato per sempre. 
Quando sei accolto e accettato, scopri di appartenere e di avere un posto da chiamare casa. La nostra preghiera dovrebbe essere che le persone possano venire e chiamare questo posto "casa".
L'ospitalità è:
Accoglienza - aperta, costante e generosaAccettazione - amiamo perché Lui ci ha amati per primoAppartenenza - un posto da chiamare casa

Un ultimo pensiero. Non possiamo pensare all'ospitalità senza guardare Ebrei 13:2.
“Non dimenticate l'ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli.” (Ebrei 13:2)
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"Dove sei?" | 5 Settembre 2021 |
Dove sei di fronte a Dio? Come ti poni, quando lui ti chiama? Ti nascondi, perché hai paura che lui si adirato perché non sei perfetto, o perfetta come vorresti essere, oppure accetti di rispondergli, rivestendoti di Cristo?
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Tempo di lettura: 9 minuti 
Tempo di ascolto audio/ visione video: 25 minutiLa scorsa settimana abbiamo iniziato a parlare di quando ascoltiamo alcune “voci” nella nostra testa... di quelle che ci dicono che non valiamo niente, che siamo da soli, che Dio non esiste, e che stiamo sperando in una illusione.

E abbiamo anche detto che queste voci sono nate assieme a noi, assieme all'uomo ed alla donna... Torniamo per un attimo alla Creazione.
Dio aveva creato tutto,  e guardando la creazione aveva detto che tutto era “buono”.
Dopo aver creato l'uomo e la donna Dio aveva detto che era “molto buono”:
Il racconto di Genesi riporta un dettaglio che ai più può sembrare superfluo, insignificante:
“L’uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna.” (Genesi 2:25)
E' la stessa cosa ai giorni nostri, vero? Quanti minuti riuscite a stare nudi (o nude)  davanti a qualcuno anche lui nudo  senza provare imbarazzo?
Anche tra marito e moglie, a un certo punto, quando la “forma” non è precisamente come quella di una volta arriva il suggerimento: “Spegni la luce, caro... (o cara)”  E la porta della camera da letto  rimane sempre chiusa, vero?
Persino gli attori hard raccontano spesso che il nudo è qualcosa con cui si deve lottare all'inizio... ma poi ci si fa il callo.
Gli unici a cui non importa di essere nudi sono i bambini. Fino all'età in cui, da un giorno all'altro, decidono che mamma e papà non sono più benvenuti in bagno.
Perché accade questo? Come è successo?  Chi o cosa ha fatto si che delle creature perfette cominciassero a vergognarsi l'uno dell'altra? Lo possiamo leggere in Genesi 2 e 3:
“L’uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il Signore aveva fatti. Esso disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?»  La donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare;  ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”».  Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto;  ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò.  Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e si accorsero che erano nudi” (Genesi 2:25, 3:1-7 a)
Eccolo, il momento esatto: chi gli ha detto che erano nudi? Nessuno! Fino a quel momento l'essere nudi non era un problema non esisteva neppure la parola... perché non c'era nessun altro che fosse “non nudo”.
Mosè scrivendo in ebraico,  usa un gioco di parole per descrivere la fine dell'innocenza di Adamo ed Eva:  rivediamo i due versetti iniziali:
“Adamo e sua moglie erano entrambi nudi ( ?????? ‘a?ro?m) e non provavano vergogna. Ora il serpente era più astuto (?????? ‘a?ru?m) di qualsiasi animale selvatico”. (Genesi 2:25, 3:1)
La purezza, l'ingenuità, la nudità senza vergogna … ‘a?ro?m … di Adamo ed Eva   si confrontano con l'astuzia, la malvagità, le bugie…  ‘a?ru?m … del serpente.  E a questi due essere puri ed ingenui,  Satana sussurra la prima bugia...  e instilla il primo dubbio sulla reale bontà di Dio verso di loro: 
“«Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?»” (Genesi 3:1)
Come può Dio essere un “Dio buono”  se non puoi avere accesso a tutto?  Eva risponde bene... in parte...
“«Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare;  ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete.»” (Genesi 3:3)
Eva, è davvero questo quello che ti ha detto Dio?  Controlliamo:
“Dio il Signore ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».” (Genesi 2:16-17)
Eva è andata oltre quello che le aveva detto Dio: “ Adamo, Eva, quello è un albero speciale; puoi sedertici sotto, puoi arrampicartici sopra, puoi prenderne i fiori, puoi anche prenderne i frutti... basta che non ne mangi, perché vi farebbe molto male. Per tutto il resto, trattatelo come qualsiasi altro albero che ho creato per voi.”
Vedi come funziona la tentazione?  Dio ha detto :”Non puoi mangiarne il frutto”  Eva aggiunge: “Non puoi nemmeno toccarlo, anzi, più gli stai distante, meglio è”  Il peccato comincia nell'obbedire a qualcosa  che Dio non ha detto, che è stato aggiunto,  che è fuori dai piano di Dio;  Dio ti da un limite (non mangiare) tu ne metti uno differente (non ti ci avvicinare neanche). Eva sposta indietro il confine (non toccare nemmeno) , il serpente lo sposta avanti (mangialo che ti fa bene).
Tolta la sicurezza in un Dio buono, (perché non può essere buono se crea qualcosa a cui non ti devi neanche avvicinare) crolla tutto attorno:
“Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e si accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture.” (Genesi 3:7)
Il primo colloquio che conosciamo tra Adamo e Dio è sconvolgente:
“Poi udirono la voce di Dio il Signore, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza di Dio il Signore fra gli alberi del giardino. Dio il Signore chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?» Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto». (Genesi 3:8:10)
E' sconvolgente, perché a un semplice “dove sei” Adamo... l'uomo... io e te... rispondiamo con una bugia, e con vergogna: “Ho avuto paura... sono nudo...”. La replica di Dio è esemplare:
“Dio disse: «Chi ti ha mostrato che eri nudo?” (Genesi 3:11a)
“Mostrato” in ebraico è il verbo ?????  na?g?ad? che significa “mettere davanti, annunciare, spiegare”.
Ebbene... chi gli ha spiegato cosa significhi essere nudo?' Non il serpente:  Non è che gli ha detto: “Grazie per aver dato un morso al frutto e avermi aiutato a introdurre il peccato nel mondo e sconvolgere totalmente la Creazione e la vostra relazione con Dio. Ah, a proposito, siete entrambi nudi".
Nessuno glie lo ha detto... se non la propria coscienza. La vergogna della disobbedienza a Dio porta assieme la vergogna di se stessi, il guardarsi, e trovarsi “non giusti”, il non piacersi più.
Immagina quel momento; Adamo ed Eva si nascondono in giardino. Vergogna. Vulnerabilità.  “Perché siamo nudi?” “Cosa significa essere nudi?” “Non lo so.. ma so che sto male e che provo.... che ne so come si chiama...”
Si chiama “vergogna”... si chiama peccato. Ma Dio dice: “Dove sei?
Sapeva Dio dove si  erano nascosti?  Certo che si! Ma non dice: “Ti ho trovato! Esci fuori se hai coraggio!” dice: “Dove sei?” Dio dà un invito,  un'opportunità,  una possibilità di farsi avanti.
Anche adesso, anche ai nostri giorni, Dio continua a dirti :”Dove sei?” Dove sei rispetto alla voce del serpente di chi ti vuole far credere che non vali,  che Dio non esiste e anche se esiste non è a tuo favore, anzi, ti ha dimenticato, ti da delle regole per farti soffrire... “Fai invece quello che ti dico io, e vedrai che sarai felice.”.
Dove sei? Quale voce stai seguendo? Quella di tuo Padre,  o quella del serpente?
Il profeta Michea dirà:
“Quale Dio è come te, che perdoni l’iniquità e passi sopra alla colpa del resto della tua eredità? Egli non serba la sua ira per sempre, perché si compiace di usare misericordia.” (Michea 7:18)
La parola tradotta con “misericordia” nella lingua ebraica è ????? h?esed? che significa “essere gentile”, e proviene dal verbo ????? h?a?sad? che significa “inchinare la testa in segno di approvazione o di accettazione”.
Anche se  sbagliamo, anche quando sbagliamo pesantemente,  ascoltando la voce del serpente Dio è lì, pronto ad essere gentile con me e con te, ad “inchinare la sua testa” per farci capire che ci accetta lo stesso.
Il salmo 108 dice:
“Il Signore è pietoso e clemente, lento all’ira e ricco di bontà. Egli non contesta in eterno, né serba la sua ira per sempre. Egli non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci castiga in proporzione alle nostre colpe.” (Salmo 108:8-9)
La punizione non sarà per sempre: Dio ha già in visione la soluzione finale... sin dall'inizio dei tempi.
“Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno.” (Genesi 3:15)
Provvede la soluzione finale, ma anche quella attuale: ha dinanzi due sue creature nude,  che provano vergogna l'uno dell'altra:
“Dio il Signore fece ad Adamo e a sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì.” (Genesi 3:21)
Dove ha trovato le pelli per fare un abito ad Adamo ed Eva?  Non c'era una pelletteria lì vicino!
Dio, il Creatore, ha fatto morire alte vite  per coprire le sue creature predilette.  Dio è costretto a fare il primo sacrificio:  ad uccidere parte della sua creazione,  per coprire colui e colei che avrebbero dovuto esserne custodi. Dio lo farà ancora,  mandare a morte e qualcuno per coprire l'uomo e la donna...  e stavolta sarà in croce. 
“Perché se per la trasgressione di uno solo, molti sono morti, a maggior ragione la grazia di Dio e il dono della grazia proveniente da un solo uomo, Gesù Cristo, sono stati riversati abbondantemente su molti.” (Romani 5:15 b)
"Dove sei?”,  Come posso vivere sapendo di essere esposto alla voce di colui  che mi odia, che vuole farmi sentire nudo?
“...perché siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù.  Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.”  (Galati 3:26-27)
Qualcuno ha scritto:
I
" Dove sei?"....
"Ho udito i tuoi passi,
Signore..."
Ho udito i tuoi passi
seguirmi lungo le strade,
mentre solo vagavo
fra la gente
Eri là,
qualche passo più dietro!
II
"Dove sei?"
"Ho udito i tuoi passi,
Signore,
e ho avuto paura..."
Ho avuto paura di seguirti,
di scegliere te
piuttosto che ancora vagare
trascinato da quella informe
e silenziosa folla
Eppure tu c'eri,
in mezzo a loro!
III
"Dove sei?"
"Ho udito i tuoi passi,
Signore,
e ho avuto paura,
perché sono nudo..."
Mi sono fermato,
guardando me stesso;
ed ero nudo.
Ero nudo di fronte
a tutto quello
che vorrei essere stato
e che non sarò mai.
E anche tu mi vedevi!
IV
"Dove sei?"
"Ho udito i tuoi passi,
Signore,
e ho avuto paura,
perché sono nudo,
e mi sono nascosto..."
Ho cercato un rifugio
tra la folla,
per non farmi trovare da te.
Ma in qualsiasi luogo fuggissi,
tu c'eri!
Fino a quando,
stanco di fuggire,
mi sono fermato a cercarti.
E solo allora ho scoperto
che tu mi volevi comunque,
anche nudo ed inerme!
V
"Dove sei?"
Eccomi, Signore!
Dove sei? Non nasconderti,  Non ascoltare altre voci. Fermati, ed aspetta il tuo Signore, non sei più nudo, non sei più nuda. Rivestiti di Cristo!
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Credere o cedere: perché lamentarsi fa male (e non solo a me stesso) | 29 Agosto | 2021 |
Cosa fai di fronte alle difficoltà della vita? Ti lamenti? Con chi ti lamenti? Ti lamenti con Dio? Ogni difficoltà della vita è una occasione per credere che Lui è in controllo, o per cedere alla tentazione di rinnegarlo.
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Tempo di lettura: 10 minuti 
Tempo di ascolto audio/ visione video: 30 minuti
La settimana scorsa abbiamo parlato  di una pratica spirituale molto importante dove noi portiamo un problema, una questione ai piedi del Signore,  implorandolo che agisca; si chiama “lamentazione”.

Questa settimana, invece, io vi parlerò di una pratica molto più mondana, poco spirituale ma non per questo meno praticata un po' da tutti credenti e non, dove noi imprechiamo verso varie entità, reali o immaginarie, per quello che ci accade: sto parlando della “lamentela”.
Noi italiani ne facciamo quasi un'arte; siamo capaci di lamentarci un po' su tutto, ma i nostri bersagli prediletti sono: il Governo e gli amministratori pubblici in genere; la burocrazia; il traffico; i ritardi dei mezzi pubblici e così via.
Ma anche a livello casalingo siamo dei professionisti nella lamentela: i genitori si lamentano dei figli, e viceversa; il marito si lamenta della moglie, e viceversa; la suocera/ suocero si lamenta del genero/ nuora, e viceversa, e così via di lamento in lamento.
Siamo insomma dei gran “lamentoni”, mai contenti di quello che abbiamo sempre in polemica perché è poco, o troppo, o alto o basso.
Questo messaggio penso che Dio me lo abbia mandato proprio perché, negli ultimi tempi, sto personalmente scivolando verso il diventare un “lamentatore seriale”, e questo non va bene.
Tu potresti dirmi: “Ma come, Marco! Proprio tu che sei pastore”! Beh, certo, per i credenti, è tutto un altro discorso, vero? Noi siamo gente serafica, allegra, sempre calma e pronta ad incoraggiare... Non ho forse ragione? Ovviamente... NO!
Non ho ragione,  perché come credenti ci lamentiamo  non solo di tutto quello per cui si lamentano i non credenti, ma per tutta una serie di “altri” motivi aggiunti per via del nostro aver creduto in Gesù e del fare parte del Corpo di Cristo, la chiesa locale.
Anche qui i motivi sono variegati: il pastore, la lunghezza della predica, i canti,  “e qui in chiesa nessuno si cura abbastanza di me”... eccetera.
Ma le lamentele sconfinano anche “oltre”, investendo il “principale”: “Perché Signore non fai niente per quella data situazione?” “Perché Signore mi hai dato un dono di preghiera mentre avrei avuto bisogno di quello della costanza?” (o profezia, o ospitalità... fate voi...) “Perché Signore non mi cambi?”
Sapete vero quale è stata la prima conversazione di un essere umano con Dio, vero? Abbiamo la fortuna di averne un riassunto in Genesi, e non è una conversazione molto “elegante” verso Colui che ti ha appena creato dal nulla, perché contiene una bugia,
“Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura” (Genesi 3:10)
e una lamentela
“La donna che tu mi hai messo accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell’albero, e io ne ho mangiato. (Genesi 3:12)
In Esodo il popolo che era stato liberato dalla schiavitù del Faraone si lamentava che moriva di fame nel deserto, e voleva tornare indietro.
Quando Dio provvide la manna, dopo un po' cominciarono a lamentarsi che avevano solo la manna, e poi, quando Dio mandò le quaglie, cominciarono a lamentarsi che  “ … e basta carne!”. 
La lamentela ce l'abbiamo inserita di serie nel DNA... forse è per quello che nasciamo piangendo!  Per cui, se ci lamentiamo.. siamo “biblici”...
Ma non è che facciamo bene, eh! E non ve lo dice Marco, ma il Signore! Già, perché nella Bibbia, il Signore ha fatto scrivere a qualcuno il Salmo 95:
"Venite, cantiamo con gioia al Signore, acclamiamo alla Rocca della nostra salvezza! Presentiamoci a lui con lodi, celebriamolo con salmi! Poiché il Signore è un Dio grande, un gran Re sopra tutti gli dèi. Nelle sue mani sono le profondità della terra, e le altezze dei monti sono sue. Suo è il mare, perché egli l’ha fatto e le sue mani hanno plasmato la terra asciutta.  Venite, adoriamo e inchiniamoci, inginocchiamoci davanti al Signore che ci ha fatti. Poiché egli è il nostro Dio, e noi siamo il popolo di cui ha cura e il gregge che la sua mano conduce. Oggi, se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, quando i vostri padri mi tentarono, mi misero alla prova sebbene avessero visto le mie opere. Quarant’anni ebbi in disgusto quella generazione e dissi: «È un popolo dal cuore traviato; essi non conoscono le mie vie». Perciò giurai nella mia ira: «Non entreranno nel mio riposo!»" (Salmo 95:1-11)
E' un salmo ”strano”: inizia con grande gioia: “cantiamo, gioia, acclamiamo, celebriamo", dove viene riconosciuta la grandezza di Dio “rocca, grande, Re sopra tutti gli dei”.
E, fin qui, fino al versetto 8  è quello che dice il salmista, è quello che diciamo noi come credenti la domenica, insomma. Ma dal versetto 9, è Dio che comincia  a rispondere... e non è un bel rispondere!
Non è che dice “Oh, grazie! Che carini che siete!” Anzi, ci va giù duro: “disgusto, traviato, ira”... E, tanto per smentire il detto popolare “tutti i salmi finiscono in gloria” questo termina con “Non entreranno nel mio riposo!”.
Che dite, vi pare che sia un po' arrabbiato il Signore? Lui dice: “Non fate come quella volta là, quella di Meriba e Massa”... Ma cosa era successo a Meriba e Massa? Lo leggiamo in Esodo 17:
“Poi tutta la comunità dei figli d’Israele partì dal deserto di Sin, marciando a tappe secondo gli ordini del Signore. Si accampò a Refidim, ma non c’era acqua da bere per il popolo. Allora il popolo protestò contro Mosè e disse: «Dacci dell’acqua da bere». Mosè rispose loro: «Perché protestate contro di me? Perché tentate il Signore?» Là il popolo patì la sete e mormorò contro Mosè, dicendo: «Perché ci hai fatto uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?»” (Esodo 17:1-7)
I nomi Massa e Meriba non sono stati messi a caso, perché significano  in ebraico “tentazione e contesa”. Il brano, e i nomi, ci dicono molto sulla genesi e sulle conseguenze del lamentarsi.
La genesi del lamentarsi
Il caldo, la sete, la stanchezza, sono tutte componenti che mettono alla prova il popolo che Dio aveva liberato da una schiavitù opprimente.
E' una prova per il popolo:  si ricorderà di quello che Dio ha fatto, si guarderà indietro per ricordare la schiavitù, le umiliazioni, le frustate,  la morte provata in Egitto, oppure si guarderà intorno, per vedere la sabbia e le rocce del Sinai?
Mosè in Esodo, e Dio nel Salmo,  chiamano questa prova “tentazione”. Vi ricordate di Genesi 3, e del serpente? Vedremo meglio la prossima settimana questo brano, ma per adesso basta che ricordiate le parole del serpente:
«Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» (Genesi 3:1c)
Ogni prova della vita,  è una occasione dove credere, o per cedere.
Credere in Dio, e nella sua bontà; credere che ha un piano per noi, credere che quando siamo disperati lui ci salva, credere che quando siamo assetati lui ci disseta..
O cedere a satana, credere alle sue bugie, credere al dio distante  che il maligno vuole dipingere nelle nostre menti. 
Cosa fai, quando sei nella prova? Credi, o cedi? Credi nella promessa che, se tu appartieni  a Gesù, lo Spirito Santo è al tuo fianco, o cedi, e credi al sussurro di satana  che ti sibila “Guarda che sei solo, sei sola. “Guarda che Dio non esiste, è una illusione”?
E la genesi del lamentarsi porta alla conseguenza:  contendere con Dio, ovvero fare a braccio di ferro con Dio.
Le conseguenze del lamentarsi
Dio è amore, ma è anche un dio con un carattere; uno di quelli, come si suol dire, “è buono e caro, ma non gli far saltare la mosca al naso che son dolori”.
“Quarant’anni ebbi in disgusto quella generazione e dissi: «È un popolo dal cuore traviato; essi non conoscono le mie vie». Perciò giurai nella mia ira: «Non entreranno nel mio riposo!»” (Salmo 95:10-11)
La conseguenza, per una intera generazione fu vagare nel deserto per 40 anni... fino alla morte. Alla morte non solo di chi aveva mormorato, ma di tutta una intera generazione.
Intendetemi bene, non sto dicendo  che se ti lamenti per la fila alla cassa la tua generazione ne pagherà le conseguenze! Bisogna vedere quanto è grave la tua ribellione e se coinvolge Dio. Per la fila alla cassa, probabile sarai coinvolto te e tua moglie, che ti dovrà sopportare col broncio a casa.
L'antidoto al lamentarsi
Cosa posso fare allora per non cedere ma credere, per evitare di lamentarmi con Dio, e per evitare di contendere con Lui  e la conseguenza dell'aver mormorato contro di Lui, grande o piccola che sia? L'antidoto per grazia di Dio, ci è stato da Lui provveduto, ed è all'interno del Salmo 95:
“Venite, cantiamo con gioia al Signore, acclamiamo alla Rocca della nostra salvezza! Presentiamoci a lui con lodi, celebriamolo con salmi! Poiché il Signore è un Dio grande, un gran Re sopra tutti gli dèi.” (Salmo 95:1-3)
L'antidoto si chiama “adorazione”. Se adori il Signore non puoi lamentarti di Lui;   ma se ti lamenti del Signore non puoi adorarlo.
Quando ci soffermiamo sulle circostanze della nostra vita  siamo più propensi a contendere, a lamentarci  e a mostrare a Dio il nostro malcontento, a dire :”Signore, così non va”.
Ma quando invece ci focalizziamo su Dio,  e Lo riconosciamo per quello che è,  e Lo ringraziamo per quello che fa  e per quello che ha fatto nella nostra vita,  allora tutto cambia 
Vi ricordate il consiglio di Paolo?
“... siate ricolmi di Spirito,  parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il vostro cuore al Signore;  ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo...” (Efesini 5:18-20)
Paolo dice che dobbiamo concentrarci sulla lode, e che anzi, dobbiamo incoraggiarci gli uni gli altri a farlo.
Paolo non lo diceva a caso, e neppure perché qualcuno gli aveva suggerito di dirlo, ma perché lo aveva sperimentato più volte  durante la sua vita tutt'altro che facile.
Vi ricordate cosa successe a Filippi  con Paolo e Sila imprigionati a motivo del Vangelo
“Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano. Ad un tratto, vi fu un gran terremoto, la prigione fu scossa dalle fondamenta; e in quell’istante tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti si spezzarono’. (Atti 16:25-26)
Per Paolo e Sila c'è stato un vero terremoto; non sempre accade così.
Ma quando adori, ogni volta che lo fai scosse telluriche si diffondono e vanno a distruggere i castelli di bugie del nemico: “Dio non ti ama!” Crash! “Tu non vali niente!” Crash! “Non ce la farai mai!” Crash! “Dio non esiste!” Crash!
Personalmente sono convinto che  se trascorressi più tempo nella lode e nell’adorazione  non avrei  tempo o voglia di contendere  con Dio e di lamentarmi per le cose che non vanno nella vita.
Sei con me in questo? Ti ci ritrovi anche un po' nell'essere lamentone, o lamentona? Non ti piacerebbe vedere il mondo attorno un po' meno grigio di quello che appare attraverso le nostre lamentele?
Penso che io e te dobbiamo riflettere, e domandarci: “Quanto tempo trascorro nel lodare Dio ed adorarlo?” Pregare si, va bene,  ma fermarsi a riconoscere tutto quello che ha fatto per noi, e apprezzarlo, valutarlo, tenerlo in bocca, farlo sciogliere pian piano come si fa con un cioccolatino di quelli speciali.
Quante volte lo faccio al giorno... o a settimana... o al mese... o all'anno?
Il volere di Dio è quello che prevale
Non voglio però lasciarti con la sensazione che i tuoi lamenti possano in qualche modo interferire con la volontà di Dio.
Dio ha dei piani, e quelli sono,  nonostante il nostro contendere e le nostre lamentele:
“Allora il Signore disse a Mosè: «Mettiti di fronte al popolo e prendi con te alcuni degli anziani d’Israele; prendi anche in mano il bastone col quale hai percosso il Fiume e va’. Ecco io starò là davanti a te, sulla roccia che è in Oreb; tu colpirai la roccia: ne scaturirà dell’acqua e il popolo berrà». Mosè fece così in presenza degli anziani d’Israele, e a quel luogo mise il nome di Massa e Meriba a causa della protesta dei figli d’Israele, e perché avevano tentato il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?»” (Esodo 17:5-7)
Il Signore aveva già deciso di dissetare il suo popolo, e non ha cambiato idea per il contendere e per le lamentele. Ha dato al popolo ciò che serviva per sopravvivere... ma ha tolto le benedizioni di una terra promessa.
Dio non ti abbandonerà se contendi e ti lamenti e provvederà a te lo stesso... ma potresti perdere le benedizioni  che avrebbe deciso di darti, se solo ti fosti fidato di lui.
Se avesti deciso di credere, invece di cedere.
Accetta stasera questa sfida: la prossima volta che vorresti contendere co Dio, e lamentarti per qualcosa con lui, apri la Bibbia,  leggi un Salmo inginocchiati, prega, ammetti che lui è eterno... e tu no, che i suoi piani sussistono , e non i tuoi e riconosci che Lui era presente anche nei momenti più difficili della tua vita.
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Lamentazioni per una Creazione in travaglio: cosa posso fare come credente per la Terra? | 22 Agosto 2021 |
La Creazione dove viviamo non è nostra; ci è stata concessa affinché ne fossimo custodi. Ma qualcosa è andato storto.
Cosa possiamo fare? Possiamo "fare lamentazione" per chiedere aiuto al Creatore, ma dobbiamo anche pentirci e ritornare ad impegnarci per preservarla e rispettarla.
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Predicatrice: Jean Guest
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Tempo di lettura: 12 minuti
Tempo di ascolto audio/ visione video: 58 minuti




I cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti oramai; personalmente penso che la chiesa dovrebbe occuparsi dell'emergenza climatica. Ma perché penso che questa emergenza sia davvero una emergenza? Credo così perché si tratta di giustizia: di giustizia verso le nuove generazioni; che mondo vogliamo dare ai nostri figli e ai nostri nipoti? E' anche una questione di giustizia verso i più poveri e i più vulnerabili di questo mondo. Oggi daremo un'occhiata a cosa sia la Creazione e quale rapporto dovremmo avere con lei come credenti.
1° Parte - Il canto della Creazione   
“Quando io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? Eppure tu lo hai fatto solo di poco inferiore a Dio e lo hai coronato di gloria e d’onore.Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani, hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi” (Salmo 8:3-6)
“Quando guardo il cielo notturno mi pongo l'eterna domanda: “Chi sei Dio e chi sono io?” Così scrive il Salmista. 
Cos'è che ti fa porre questa domanda? Montagne, oceani, foreste, natura?
Il monte Uluru in Australia è per me  è il posto più straordinario che abbia mai visto. Un deserto piatto per chilometri e chilometri, e poi una mole rocciosa. E' un luogo straordinario, ed è standoci davanti che ho davvero capito perché sia sacra per i Nativi Australiani. La creazione ci fa fermare e volgere i nostri pensieri verso il Creatore.

Come ha scritto CS Lewis
“Qualcosa di Dio… scorre dentro di noi dall'azzurro del cielo, dal sapore del miele, dal delizioso abbraccio dell'acqua.”
 Lo fa perché la Creazione fisica è un riflesso del carattere del Creatore. La bellissima canzone che è Genesi 1 parla del motivo per cui Dio ha creato il mondo e ci indica tre cose.
In primo luogo non è il risultato del caso. Dio è un dio di intenti e di propositi; ci voleva qui. Come cristiani crediamo in un Creatore che ha creato dal nulla, non si è imbattuto in un paio di protoni, atomi e molecole che fluttuavano e ha deciso di dar loro forma (so che probabilmente non è il termine giusto, sono un persona incline all'arte artistica, non alle scienze, ma potere capire cosa intenda).
Non c'era niente, e poi c'era qualcosa senza forma e vuoto. Dio è la fonte, da lui tutto è creato.
In secondo luogo, crea parlando: “Sia la luce!” E la luce fu,  “Sia la terra e il cielo” e furono la terra e il cielo, e così via. La sua parola è il potere della creazione e quella parola è una persona. Quando si tratta di creare uomini e donne dice: "Facciamoli a nostra immagine" - non è una conversazione interna , è una conversazione tra esseri. E quando leggiamo dello Spirito che si libra sull'acqua, è la stessa parola ebraica per una madre uccello sui suoi pulcini. Abbiamo quindi il Padre che la chiama la Creazione ad esistere, il Figlio per mezzo del quale e per il quale è formata e lo Spirito che teneramente la custodisce. Tutto Dio è coinvolto nella e con la Creazione.
 E in terzo luogo Dio guarda la sua Creazione e dice "È buono"; ne sta proprio godendo. L'aspetto fisico è bello,  è qualcosa di cui essere felici, e questo lo rende importante.
Ora faremo preghiere di ringraziamento e di lode per la nostra bella terra e per il suo Creatore. Il filmato ti servirà come ispirazione. Lascia che ti guidi:
Dio glorioso, tutta la Creazione proclama la tua opera meravigliosa: accresci in noi la capacità di meravigliarci e di deliziarci di essa. Che la lode del Cielo possa risuonare nei nostri cuori e le nostre vite siano spese come buoni amministratori della terra. Amen.
2° Parte - Come è iniziato, come sta andando             
“Al Signore appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti.” (Salmo 24:1)
Ho un buon e caro amico che pensa e parla; qualunque cosa stia pensando, quella esce dalla sua bocca. È un bel problema per lui, ma una fonte di ilarità per i suoi amici. Una volta eravamo a una festa in cui alla padrona di casa è stata regalata una costosa scatola di cioccolatini gourmet , sapete, di quelli fatti in Svizzera; mentre li metteva da parte il mio amico sbottò: "Speravo che ce li avresti offerti!" Al che lei rispose senza alcuna vergogna : "Non ci penso neanche!". Come esseri umani  troviamo facile condividere qualsiasi cosa alla quale non attribuiamo particolare valore, cose che non sono preziose per noi, ma probabilmente non daremmo in prestito quelle che ci stanno a cuore.
Ma questa non è la via di Dio. La terra è del Signore e tutto ciò che contiene, ed ecco che ci è permesso  non solo di condividerla, ma in realtà è stata messa a nostra disposizione.
“Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra». Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento. A ogni animale della terra, a ogni uccello del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento». E così fu.” (Genesi 1:28-30)
Noi e questa terra siamo stati pensati per fiorire.  Noi ne siamo inquilini, e questa terra avrebbe dovuto non solo rimanere bella com'era, ma diventare ancora migliore sotto il nostro possesso,  portare frutti, moltiplicarsi, fiorire.
È così che è iniziato.
Ma come sta andando? Beh, in modo non eccezionale. Sei anni fa il mondo si è posto l'obiettivo di limitare entro il 2050 il riscaldamento climatico  di 2 gradi che sta avvenendo a causa dell'attività umana, altrimenti sarà una catastrofe per la terra. L'ultimo rapporto delle Nazioni Unite dice che esso accadrà dieci anni prima entro il 2040 e al ritmo attuale avremo riscaldato il clima non di 2 gradi ma di 3. Ciò significa più siccità, più scioglimento della calotta glaciale che causa l'innalzamento del livello del mare, più inondazioni, più incendi.
Il rosso su questa mappa sono il luoghi nel mondo dove attualmente ci sono incendi. C'è una quantità terribile  di rosso.

La catastrofe climatica probabilmente causerà più guerre,  perché quando le risorse sono poche e le persone sono disperate scoppiano conflitti;  ci saranno anche più migrazioni, le persone dovranno spostarsi per trovare cibo e riparo. Riguarderà anche me e te, ma colpirà maggiormente i più poveri e vulnerabili della terra.
La creazione è un dono che abbiamo sperperato. Non stiamo prosperando, stiamo infliggendo dolore e  sofferenza a tutti  se non prendiamo tutto ciò sul serio.
Quindi cosa facciamo?
 3° Parte - Fare lamentazione       
Il fare lamentazione è un concetto biblico profondo; c'è un intero Libro, Lamentazioni e molti dei salmi hanno lamentazioni in essi. Ma se sei come me, è un concetto che trascuri nella tua vita di preghiera. Sono una persona così positiva che non c'è nulla di malinconico in me, sono una ottimista seriale. Perciò sono stata davvero sfidata lo scorso anno da come i miei fratelli cristiani mi hanno chiesto di fare lamentazioni per la pandemia, e sono loro grata perché ho imparato così tanto su Dio attraverso l'esplorazione della lamentazione.
Lamentazione non è lamentarsi con Dio. Non è dirgli tutto ciò che pensiamo sia sbagliato o per cui siamo arrabbiati. Quello è solo un piagnucolare,  uno sfogo. Lamentazione è anche qualcosa che non facciamo solo quando ci sentiamo tristi, ma una disciplina spirituale che ci chiede di fermarci e considerare il mondo come lo sperimentano gli altri. Lamentazione è quando mettiamo davanti a Dio tutto ciò che addolora Lui, gli altri e noi stessi, è un appello a Lui basato sulla fiducia nel Suo carattere pronto ad ascoltaci e a risponderci.
Sappiamo che i neonati piangono quando hanno bisogno di qualcosa o provano dolore; lo fanno che perché essi non hanno le parole, e perché sanno che chi li ama arriverà; allo stesso modo la lamentazione è una preghiera dei figli di Dio che piangono affinché  lui agisca. La lamentazione  è anche un atto d'amore per gli altri, è condividere il loro dolore, riconoscere che non sempre sappiamo i perché del dolore. È il linguaggio delle persone che credono nella sovranità di Dio, ma che vivono in un mondo con tragedie.
È anche importante fare lamentazioni insieme. I salmi di lamentazione erano cantati dall'intera comunità dei credenti; il dolore privato può sommergerci, il dolore condiviso può trasformarci . 
Nel suo libro “Parole per un mondo morente: storie di dolore e coraggio dalla Chiesa globale”  Hannah Malcolm scrive: "Lo spirito di lamentazione è il punto da cui dobbiamo iniziare se vogliamo fare un passo verso la guarigione". Crediamo nella risurrezione e questo ci porta verso il  Cielo in speranza anche se facciamo lamentazione.
Hannah Malcolm sottolinea ancora: “Quando i cristiani sono addolorati, poiché la risurrezione è un'opera d'amore . . . noi crediamo che le nostre opere d'amore partecipino alla trasformazione del mondo; partecipano alla realizzazione di un mondo trasformato. . . Quando soffriamo, quando partecipiamo alla condivisione del nostro dolore, quell'opera d'amore non andrà sprecata. Le nostre opere d' amore appartengono a un mondo rinnovato , appartengono a una Creazione rinnovata».
Adesso ci prendiamo del tempo per fare lamentazioni. Ci saranno delle immagini per riflettere su e poi un paio di minuti per  pregare assieme.
Creatore Dio, ci uniamo alla tua lamentazione circa la caducità della Creazione.
Facciamo lamentazioni su tutta la sofferenza nel mondo.
Consideriamo tutto il dolore e il timore provato nel mondo proprio ora.
Pensiamo al nostro prossimo, vicino o lontano.
Portiamo dinanzi a te le nostre vere emozioni con onestà.
Facciamo lamentazione, o Dio!
Rinnova la nostra speranza e la nostra forza mentre fissiamo Te,
il Dio che si cura  di noi e ci abbraccia nel nostro dolore
Signore Dio, venga il Tuo regno
Sia fatta la Tua volontà.
Amen
4° Parte - Confessione             
Se la lamentazione è il riconoscimento di ciò che addolora Dio e noi, allora la confessione è il modo in cui agiamo, affrontando le conseguenze del peccato e cercando di aggiustare le cose con Dio . Sappiamo di essere perdonati, ma è giusto essere onesti sui nostri fallimenti. 
“...io, Daniele, meditando sui libri, vidi che il numero degli anni di cui il Signore aveva parlato al profeta Geremia e durante i quali Gerusalemme doveva essere in rovina era di settant’anni. Volsi perciò la mia faccia verso Dio, il Signore, per dispormi alla preghiera e alle suppliche, con digiuno, sacco e cenere. Feci la mia preghiera e la mia confessione al Signore mio Dio, e dissi: “O Signore, Dio grande e tremendo, che mantieni il patto e serbi la misericordia verso quelli che ti amano e osservano i tuoi comandamenti! Noi abbiamo peccato, ci siamo comportati iniquamente, abbiamo operato malvagiamente, ci siamo ribellati e ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue prescrizioni. Non abbiamo dato ascolto ai profeti, tuoi servi, che hanno parlato in nome tuo ai nostri re, ai nostri prìncipi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese. (Daniele 9: 2-6)
Daniele è in esilio da 70 anni, è partito da giovane e ora è un vecchio che legge Geremia, il profeta che dice che l'esilio durerà 70 anni.  Sta arrivando la fine, di sicuro Daniele può prendersela comoda ora, certamente è un segno che il popolo è stato perdonato. E invece no, Daniele si rivolge a Dio e lo supplica come se fossero appena arrivati ??a Babilonia.
Daniele sta pregando in risposta alle scritture - è il suo punto di partenza. La sua confessione segue questo schema; volge il suo volto a Dio, digiuna e, come segno culturale di quanto sia serio il suo lutto,  si veste di sacco e si cosparge di cenere. Ma  non sta confessando il proprio peccato, sta confessando per conto di una nazione intera; personalmente può non essere responsabile di alcuni dei modi per cui  le cose sono andate storte, ma lui si pone tra gli altri riconoscendo che è parte della comunità.
Prima di tutto Daniele ammette cosa è andato storto.
Guarda le parole che Daniele usa per descrivere il peccato nel capitolo 9: malvagio, ribelle, non ascoltato, vergogna, infedele, disobbedito, trasgredito; non è un veloce “Ops mi dispiace”, è profondamente sentito e riconosce la profondità del peccato collettivo e tutti sono implicati.
Al versetto 11 dirà: “Sì, tutto Israele ha trasgredito la tua legge”. Usa anche la frase "allontanati" e questa è la radice stessa della confessione. Siamo stati creati per avere una relazione con Dio e noi ci siamo voltati - la confessione è voltarci indietro verso di lui.
In secondo luogo Daniele afferma ciò che sa del carattere di Dio - ogni volta che elenca un'altra trasgressione proclama il carattere di Dio, che è giusto, fedele, misericordioso, ascoltatore, attento.
E infine chiede che Dio ascolti e agisca:
“Ora, o Dio nostro, ascolta la preghiera e le suppliche del tuo servo; per amor tuo, Signore, fa’ risplendere il tuo volto sul tuo santuario che è desolato! O mio Dio, inclina il tuo orecchio e ascolta! Apri gli occhi e guarda le nostre desolazioni, guarda la città sulla quale è invocato il tuo nome; poiché non ti supplichiamo fondandoci sulla nostra giustizia, ma sulla tua grande misericordia. Signore, ascolta! Signore, perdona! Signore, guarda e agisci senza indugio per amore di te stesso, o mio Dio, perché il tuo nome è invocato sulla tua città e sul tuo popolo.” (Daniele 9:17-19)
Scritto quasi 3000 anni fa, ma siamo esattamente noi, qui e ora! I ragazzi distribuiranno un pezzo di plastica. La plastica è uno dei problemi ambientali più urgenti: il nostro desiderio di convenienza e profitto significa che il mondo è sopraffatto dalla plastica monouso. 
Usalo come stimolo per la confessione, un simbolo di ciò che è andato storto; se non riesci a pensare a nessuna parola, puoi forse farla scrocchiare per emettere un suono di frustrazione. Janet ci guiderà poi in una preghiera di confessione collettiva e i ragazzi ti porteranno un sacchetto  dove buttare via la plastica in segno di pentimento o di volgersi di nuovo a Dio.  Passeremo poi a condividere il pane e il vino, che è da sempre il luogo dove possiamo trovare ristoro.
Padre, Luce e Creatore di tutte le cose, abbi pietà di noi.
Padre, che hai sigillato l'umanità con la tua immagine, abbi pietà di noi.
Cristo, vero Dio e vero uomo, abbi pietà di noi.
Cristo, Sole che sorge, per il quale sono tutte le cose, abbi pietà di noi.
Cristo, perfezione della sapienza, abbi pietà di noi.
Spirito Santo, potenza di vita, abbi pietà di noi.
Spirito Santo, Soffio di Vita, vita di tutte le cose, abbi pietà di noi.
Amen
5° Parte - Speranza e azione 
Il nostro Salvatore è morto e risorto
affinché per tutti coloro che vivono in Lui
ci sia una nuova creazione.             
Manda il tuo Spirito, o Signore.
Rinnova i cuori del tuo popolo.
Rinnova la faccia della della terra.
Amen.
 Un popolo restaurato è quello che è  vivo e presente a ciò che Dio sta facendo. Cosa sta facendo Dio in questa emergenza climatica e dove possiamo unirci?
Ho cinque azioni di speranza da suggerirvi. Scegline una e impegnati in essa, e poi magari iniziane un'altra fra un mese o due.
1. La Conferenza delle Nazioni Unite sul clima si svolgerà dal 31 ottobre al 12 novembre: prega affinché i leader ascoltino le grida dei più vulnerabili, prestino attenzione alla scienza e concordino le migliori politiche.   
2. Mangia meno carne, in particolare carne rossa. So che sto dicendo questo in Italia, ma la produzione di carne è quella che contribuisce di più alle emissioni di serra gas. Rinunciare alla carne è l' azione più efficace che possiamo intraprendere.   
3. Pensa ai nostri stili di vita - a come viaggiamo. Se possiamo camminare invece di guidare, facciamolo. Riciclare. Prova a comprare cibo che non sia avvolto nella plastica. Non sprecare cibo e risorse.   
4. Vota per i leader che prendono questo problema seriamente, sia a livello locale che nazionale.   
5. Loda, fai lamentazioni, confessa e agisci – di continuo.   
“Al Signore appartiene la terra  e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti.” (Salmo 24:1) 
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Costruire la gioia su Cristo 2° parte - Il Libro di Filippesi | 8 Agosto 2021 |
Dove stai cercando la gioia? Nella Legge, o nella Luce? Nelle regole o nelle ruote che servono per portarle? Le indicazioni di Paolo servono a aumentare la gioia, ma la gioia, quella vera, proviene solo da Cristo.
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Stiamo parlando da un po' del libro di Filippesi, che è uno dei libri più “gioisi nella Bibbia”
Come definiresti la gioia? Ho trovato incoraggiante una etimologia che fa derivare la parola “gioia” non dal latino “gaudium”, godimento (soprattutto fisico), ma dal sanscrito  "gai, g?yati ", ovvero "cantare",  nonché la radice indoeuropea "gaud" (formata da g? = alto + ud = canto). 
Da questa ricostruzione etimologica,  la parola gioia ha in se  l'idea di elevare un alto canto (di gioia, appunto)  come  reazione ad una forte emozione positiva di esultanza,  di benessere, di appagamento, di felicità...
Quando proviamo gioia perciò stiamo cantando con tutta la nostra voce verso ciò che ce la fa provare.
Tre settimane fa abbiamo visto  i primi  cinque motivi per cui cantare (che potete leggere / ascoltare / vedere QUI) oggi vediamo gli altri cinque.
6. La gioia è negli altri: l'egoismo uccide la gioia
“Ma anche se dovrò aggiungere il sacrificio della mia vita a quello che la vostra fede offre a Dio, ne sarò contento e mi rallegrerò insieme con tutti voi.  E anche voi dovete esserne felici e gioire con me.” (Filippesi 2:17-18 PV)
Paolo ne aveva già parlato in precedenza quando richiamava i credenti all'unità per annunciare il Vangelo di Gesù al mondo. Ma qui Paolo dice che non basta essere uniti per avere gioia  ma che la mia gioia arriva quando tu provi gioia.
In pratica Paolo dice che se io mi adopero perché tu abbia gioia, allora la tua gioia diventerà la mia gioia. Questo è uno dei principi fondamentali per essere veri servitori in una comunità di credenti.
Essere un buon servitore, essere una buona servitrice, non è aver ricevuto un incarico nella chiesa,  una sorta di promozione, uno status simbol: “io sono un responsabile di chiesa”. Ma è capire che il mio servire, sarà efficace quando quello che faccio farà sorridere, darà consolazione libererà, salverà qualcuno; allora io sarò nella gioia.
Sapete, molti “pastori” si sentono a posto solo perché guidano, predicano, battezzano, fanno matrimoni e funerali; Paolo  dice in 1 Corinzi:
“Non che noi vogliamo dirigere la vostra fede, ma desideriamo collaborare alla vostra gioia, perché è per fede che voi rimanete saldi.” (1 Corinzi 1:24 PV)
Un vero pastore, dice Paolo,  non dirige, ma collabora; non ti impone di quello che devi fare, pensare e pregare, non ti da delle regole e basta, me ti aiuta ad applicarle  affinché tu possa cantare di gioia nella tua vita di credente.
Ah... dimenticavo... questo non vale SOLO per i pastori, o per i diaconi, o per i responsabili di qualche cosa in chiesa, ma per tutti coloro che hanno creduto! Pietro dice nella sua lettera che i credenti sono “... un sacerdozio regale...” ( 1 Pietro 2:9). Questo è ciò che chiamiamo “il sacerdozio universale dei credenti”.
Come sacerdote di Cristo sei tenuto, sei tenuta non solo a desiderare la gioia degli altri, ma anche a collaborare affinché gli altri abbiano gioia. Se pecchi di egoismo, stai uccidendo la tua gioia.
Ora, puoi essere di aiuto ad altri credenti se te ne stai a casa, magari guardi i culti online, preghi da solo, da sola e vivi la tua vita di credente in perfetto isolamento?
La risposta, ovviamente, è: “No!”: ti serve una chiesa dove aiutare altri ed altre ad avere gioia.
Sesta istruzione del foglietto Ikea:  sforzati di portare gioia agli altri.
7. La gioia è nella riunione - la separazione uccide la gioia
“Perciò ci tengo molto che (Epafròdito)  ritorni da voi, perché so quanto vi farà piacere rivederlo, e questo alleggerirà anche le mie preoccupazioni. Accoglietelo dunque con grande gioia per piacere al Signore, ed abbiate stima di uomini così.” (Filippesi 2:28-29 PV)
Se avete letto la lettera di Filippesi, saprete che Eparfòdito era stato lì lì per morire; ora Paolo lo rimanda da loro per gioire assieme.
Certo, non è che dobbiamo per forza avere un fratello o una sorella che sono stati vicini alla morte per gioire. Ma il concetto è questo: rincontrarsi con vecchi amici credenti, persone con cui abbiamo condiviso  una parte della nostra vita nella fede, ci reca gioia.
All'epoca di Paolo l'unica maniera per incontrasi era andare a piedi. Se c'è una sola cosa buona che ci ha insegnato il lockdown è che abbiamo la tecnologia per incontrarci stando a casa propria.
Chi sono le persone che sono state importanti  nella tua vita di credente? Ci sono ancora? Se si, da quanto non le vedi e non le senti? Fai una lista di tre o quattro persone (se sono di più, meglio) e programma di “incontrarle”, sia di persona (meglio) che in modo virtuale.
Se pensi di non andare in vacanza quest'anno, sappi che Charles Spurgeon (predicatore battista inglese dell'800) una volta disse  “Quando incontro qualche vecchio amico nella fede è come essere in vacanza di una settimana.”
Può essere una gran vacanza spirituale e una gran medicina per l'anima cantare di gioia assieme ad altri credenti  Se invece decidi di fare l'eremita, l'asociale, quello o quella che tiene il muso guarda quello che dice Proverbi:
“Tutti i giorni sono brutti per l’afflitto, ma per il cuore contento è sempre allegria.” (Proverbi 15:15)
Non ti conviene; starai uccidendo la tua gioia.
Settima istruzione: pianifica di incontrarti con altri credenti.
8. La gioia è avere piani per il futuro -  la mancanza di uno scopo uccide la gioia
“Perciò, restate fermamente uniti al Signore! Ho tanta voglia di rivedervi, cari fratelli! Voi siete la mia gioia e la ricompensa del mio lavoro.” (Filippesi 4:1 PV)
Paolo, incatenato ad un soldato romano, sapendo che Nerone lo avrebbe mandato a morte... faceva ancora piani!
Una delle cose per cui mia madre Maria è vissuta quasi novanta anni è che non aveva mai smesso di fare piani per il futuro, e questo le dava gioia... fino a quando non ha incominciato a preoccuparsi per la sua salute che era sempre più malmessa!
Era credente,  e conosceva bene questo passo, ma...
"E chi di voi può, con la propria ansietà, aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? …  Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.” (Matteo 6:27, 34)
Ma spesso noi ci crediamo qui (nella testa) ma non ci crediamo qui (nel cuore)... e smettiamo di cantare di gioia. Paolo ci credeva...e basta! Non si preoccupava, e continuava a cantare!
Gesù a detto “Dacci OGGI” il nostro pane QUOTIDIANO” (Matteo 6:11) ovvero:“Occupati, non preoccupati dell'oggi,  perché all'oggi ci penso io.Qualsiasi cosa sia il tuo oggi,  dal raffreddore in su, dallo a me perché voglio che tu sia concentrato sul futuro... così che tu possa occuparti, non preoccuparti dell'oggi, mentre pianifichi il domani, per avere gioia.”
Mia madre Maria ha vissuto nella gioia  gran parte della sua vita... poi ha smesso di fare piani.. e si è preoccupata, e la gioia negli ultimi tempi è svanita, e lo sapeva; è per quello che diceva che era ora che Dio la chiamasse a se.
La mancanza di scopo  rende la vita e tutti i suoi problemi  più difficili da sopportare.
Ottava istruzione: occupati di oggi e fai piani per domani.
9. La gioia  è  apprezzare ogni momento - gli avvenimenti della vita proveranno a uccidere la gioia
"Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.” (Filippesi 4:4)
Paolo non  specifica quando dobbiamo rallegrarci né per cosa dobbiamo rallegrarci... tanto dobbiamo SEMPRE rallegrarci. E lo ripete due volte... perché di solito lo dimentichiamo!
“Anche se ho un familiare ammalato?" Si! “Anche se i soldi non bastano per arrivare a fine mese?” Si! “Anche se sono stato licenziato?” Si!
Vi ricordate la differenza tra felicità e gioia che abbiamo visto nel primo di questi due messaggi?
La a felicità è legata all'adesso, a cosa mi accade, (cose belle, cose brutte); la gioia è legata al passato cosa è accaduto (sono stato salvato da Gesù).
La felicità è legata al come sono (sano, malato, libero, in carcere), la gioia è legata al chi sono (sono un figlio/ figlia di Dio, sono perdonato/ perdonata).
La felicità è legata a quello che ho (sono ricco, sono povero), la gioia è legata a quello che avrò (sono erede del cielo).
Ve lo metto in un modo differente. Una delle cose che mi dà gioia la mattina, è svegliarmi e vedere il sole che spunta dietro al Monte Cimino. Per cui la mia gioia risiede nei mille colori che il sole proietta nel cielo e sulle nuvole.

Supponiamo che una mattina mi svegli col mal di  schiena: (capita spesso da un po' a questa parte): sarò felice del mal di schiena? Di sicuro no!
Questo significa che, poiché ho il mal di schiena, l'alba è sospesa a data da destinarsi, vero? Detto volgarmente, al sole, al monte, alle nuvole e all'atmosfera, del mio mal di schiena non glie ne importa un fico secco!
I colori dell'alba non  sono legati al come mi sento quella mattina, e neppure la gioia di vederli lo è, anche se non sono felice col mio mal di schiena!
Ve la metto ancora in un'altra maniera... anzi, lascio che sia Gesù a mettervela in un'altra maniera:
"Beati voi, quando gli uomini vi odieranno, e quando vi scacceranno, vi insulteranno e metteranno al bando il vostro nome come malvagio, a motivo del Figlio dell’uomo. Rallegratevi(= chairo – la stessa parola che usa Paolo) in quel giorno e saltate di gioia, perché, ecco, il vostro premio è grande in cielo; perché i loro padri facevano lo stesso ai profeti.“ (Luca 6:22-23)
Gesù afferma che, i colori stupendi dell'alba ci sono anche quando stai dentro ad un pozzo profondo; e che nessuno potrà mai portarteli via, che puoi continuare a cantare a tutta voce!
Attenzione,  perché se non riesci a vedere i colori stupendi che hanno dipinto la tua vita da quando hai creduto in Cristo, allora finirai per concentrarti  sui mal di schiena, sugli intoppi, sulle pareti del pozzo dove stai ora,  finiranno per uccidere la tua gioia e per spegnere il tuo canto.
Nona istruzione: impara ad avere gioia per chi sei non per come stai.
10. La gioia è nel dare - L'avarizia uccide la gioia
“Mi ha fatto immenso piacere che avete pensato di nuovo a me, e ringrazio per questo il Signore. So che mi avete ricordato sempre, ma vi era mancata l'opportunità di dimostrarmelo.” (Filippesi 4:10 PV)
Vi ricordate cosa avevano fatto i Filippesi per Paolo come pensiero? Una cartolina? Una e.card? Un “GIF” animato? Certo che no! I pensieri per Paolo dei Filippesi erano: preghiere,  soldi,  cibi,  vestiti, erano persone che da Filippi andavano a piedi fino a dove Paolo era in carcere  per stare assieme a lui.
I Filippesi non erano ricchi, anzi, tutt'altro, ma DAVANO abbondantemente, e con gioia. E quella gioia nel dare provocava in Paolo la gioia nel ricevere; gioia vedere che non si erano dimenticati, che erano generosi, che erano pronti a dare, anche se non avrebbero potuto permetterselo.
Da chi avevano appreso questo? Lo avevano sentito dire più e più volte  proprio da Paolo:
“In ogni cosa vi ho mostrato che bisogna venire in aiuto ai deboli lavorando così, e ricordarsi delle parole del Signore Gesù, il quale disse egli stesso: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”».” (Atti 20:35)
Paolo descrive due gioie : quella di chi riceve, ed è una gioia “standard”, “S” e quella di chi da che è una gioia “maxi”,  “XXL”
Per provare la gioia standard, “S” basta che tu sia connesso ad una chiesa sana dove i membri prendono sul serio quello che dice Paolo, e sono generosi, e ti danno.
Ma se  cerchi la gioia “XXL” allora sei tu quello che deve dare, che deve impegnarsi a renderla sana,  osservando i comandamenti di Gesù.
Attenzione,  se tu hai il “braccino corto” se sei avaro nel dare, allora stai impedendoti anche di ricevere. Non avrai gioia, “S” e non avrai più gioia “XXL”
Decima istruzione: dai più di quello che ricevi.
Abbiamo concluso le dieci istruzioni del foglietto Ikea, e tu potresti dirmi: “OK Marco, ho capito, farò come dice Paolo per avere gioia nella vita”.
Se ti ho portato a pensare questo sin qui significa che ti devo chiedere scusa perché non sono un buon predicatore.
Queste due predicazioni si intitolano “Come costruire la mia gioia SU CRISTO” non “su quello che dice Paolo”! Queste istruzioni fanno parte di una strategia  per AUMENTARE la nostra gioia, non sono la fonte VERA della gioia.
Senza la VERA fonte della gioia, tutte queste istruzioni sono assolutamente inutili. E' come se avessimo il foglietto, ma non le parti del mobile.
Quale è la VERA fonte della gioia? E' seguire la Legge? Conoscere a menadito  tutte le regole per essere cristiano?
Sapete, se vi predicassi  SOLO la Legge, se vi insegnassi SOLO  i buoni principi contenuti nella Bibbia è come se vi dicessi: “vai al piano di sopra, buttati dal balcone, e VOLA!
NON PUOI FARLO!  Ci vuole qualcosa, o qualcuno  che mi dia le ali ...
Qualcuno che conosca chi ha scritto la Legge, e che lo faccia conoscere anche a te, e che è la fonte VERA della gioia.
LO CONOSCI?
“In lei (nella Parola) era la vita, e la vita era la luce degli uomini... Poiché la Legge è stata data per mezzo di Mosè; la Grazia e la Verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo..” (Giovanni 1:4,17)
La Legge era un sasso, la Grazia e la Verità sono una luce. La Legge era un peso, la Grazia e della Verità sono le ruote con cui trasportarla: e il non avere più pesi da portare è questo che produce la gioia.

“Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.” (Giovanni 15:11)
Dove stai cercando la gioia? Nella Legge, o nella Luce? Nelle regole o nelle ruote che servono per portarle?
A chi stai cantando con tutta la tua voce?
Costruisci la tua gioia su Cristo, perché...
“Tu m’insegni la via della vita; ci sono gioie a sazietà in tua presenza; alla tua destra vi sono delizie in eterno.” (Salmo 16:11)
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La Teologia della Pace – Filippesi 4 | 1 Agosto 2021 |
Immagina come sarebbe la tua vita senza pensieri, preoccupazioni, affanni. Immagina di fare un lungo respiro... La tensione scompare, e non c'è niente al mondo di cui ti debba preoccupare.  C'è una sola strada per vivere questa impossibile sensazione: ricordare che Dio è in controllo, e che non ti abbandonerà mai.
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Predicatrice: Celeste Allen
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Chiudi gli occhi e immagina come sarebbe non avere pensieri, preoccupazioni, affanni. Immagina di fare un respiro profondo e poi espirare a lungo. Le tue spalle si abbassano, la tensione nel collo scompare, il viso si rilassa. E non c'è niente al mondo di cui ti debba preoccupare. Sei in perfetta pace.
Ora confronta quella sensazione con la vita normale . La realtà è che la maggior parte di noi non vive in uno stato di pace perfetta. Viviamo in uno stato in cui ci sentiamo di avere fretta, preoccupati e molestati.
Eppure, serviamo Gesù, il Principe della pace , che dice 
“Vi lascio pace; vi do la mia pace.”. (Giovanni 14:27a)
Quello che ha detto non era al futuro e non era al condizionale. Ci dà la pace nel presente e la dona senza condizioni. Non dobbiamo essere più forti o più santi o migliori in alcun modo . Dobbiamo semplicemente allungare la mano e prendere ciò che ci ha dato. È qualcosa che abbiamo già, dobbiamo solo averne accesso. 
 Cosa c'è allora che non funziona? Com'è possibile che abbiamo accesso alla pace e tuttavia viviamo in uno stato di tumulto interiore ? Forse il problema è che mentre sappiamo intellettualmente che la pace è disponibile in Cristo, non sappiamo per esperienza come afferrare quella pace. Ancora una volta ci viene in aiuto la lettera di Paolo ai credenti di Filippi. E tutto sta nel “ricordare”.
 La parola “ricordare” compare 238 volte nella Bibbia. Come mai? Perché dimentichiamo! Viviamo in uno stato di amnesia spirituale, dimenticando chi siamo e ciò che conosciamo. Quindi cosa dobbiamo ricordare per vivere nella pace di Dio ?
1. La pace viene dal ricordare su cosa focalizzarsi
Non ho bisogno di convincere nessuno che le nostre vite del 21° secolo sono costantemente bombardate da cose che competono per la nostra attenzione. Siamo in una battaglia senza sosta su cosa concentrarci. Un esempio ovvio sono i social media.
Non credo che i social media siano il male supremo; possono essere anche essere una forza positiva. Ma avete  notato che,  non importa da dove si inizi su Facebook o Twitter su qualsiasi altro social, possiamo rapidamente sprofondare verso abissi di negatività e di rabbia? 
C'è una ragione per questo; quando proviamo rabbia, i nostri corpi producono una sostanza chimica chiamata dopamina , conosciuta anche come " l' ormone del benessere" . Può sembrare strano, ma ci si sente letteralmente bene ad essere arrabbiati. Le persone che sviluppano i social media lo sanno; in una recente conferenza la professoressa di psicologia della Yale University Molly Crockett, ha affermato:
" Nel tentativo di coinvolgere gli utenti il ??più a lungo possibile sulle loro piattaforme, molte aziende utilizzano algoritmi che danno la priorità ai contenuti nei feed di natura emotiva e che potrebbero contenere esempi che creino indignazione".
I social media sono progettati per farci arrabbiare, perché la rabbia produce dopamina, il che ci fa sentire bene. Quindi associamo il sentirsi bene alle piattaforme di social media. 
C'è un bel po' di caos nel mondo che può farci arrabbiare; ma questo significa  che dobbiamo lavorare più duramente per trasformare i nostri occhi e il nostro cuore verso le cose di Dio , il Dio che ci da la pace.
 Paolo ci dice, piuttosto che concentrarsi sul caos: 
“Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi. (Filippesi 4:8-9)
La pace viene dal focalizzarsi sulle cose giuste; devi chiederti: "Su cosa mi concentro?"
In secondo luogo : 
2. La pace viene da ricordare dove cercare aiuto 
Uno dei peggiori consigli al mondo è "se tutto fallisce, allora prega". Se speriamo di avere un qualche tipo di pace, la preghiera non può essere l'ultima risorsa. Se conserviamo la preghiera per quando tutto il resto è andato storto, saremo così presi dall'ansia che non saremo in grado di ascoltare o vedere Dio, tanto meno la Sua risposta alla nostra preghiera . 
Ricorda, Paolo stava scrivendo questa lettera in prigione; conosceva cosa significasse lo stress , e, più di molti di noi, avrebbe potuto avere buone ragioni  per essere ansioso. Ma invece dice:
“ Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti.  E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.” (Filippesi 4:6-7)
Il pastore  Léonce Crump l'ha messa in questi termini:
“Non devi essere ansioso di nulla, se affidi a Dio tutto.” 
Paolo sapeva a chi rivolgersi nei momenti di difficoltà . Sapeva che la prima e più importante cosa da fare era andare da Dio per chiedere aiuto, per pregare .
Chiediti: "Quando devo affrontare una sfida, qual è il mio posto predefinito in cui cercare aiuto?"
3. La pace viene dal ricordare chi è che soddisfa i miei bisogni
 Chi si prende cura di te ? Forse lavori duramente o forse hai un lavoro ben pagato. Forse il tuo coniuge o la tua famiglia si prendono cura di te; in qualsiasi modo tu stia attraversando la vita, hai tutto sotto controllo, vero? Sbagliato!  Se abbiamo imparato qualcosa negli ultimi 18 mesi, è che non abbiamo il controllo. Noi non abbiamo il controllo, le nostre famiglie non hanno il controllo, i nostri datori di lavoro non hanno il controllo, il governo non ha il controllo. Il modo in cui attraversiamo la vita non ha nulla a che fare con i nostri sforzi di controllare la situazione-
Se penso di dover provvedere o che qualcuno provveda attraverso i miei sforzi, se devo avere il controllo, devo costantemente preoccuparmi. E se succede qualcosa? Cosa succede se  chi porta a casa i soldi (che sia io o un altro membro della famiglia) si ammala? E se il mio datore di lavoro fallisce? E se, e se, e se...
Ma ecco il vero "e se":"E se il Dio dell'universo fosse colui che provvede per me? "
I credenti spesso citano Filippesi 4:13 
“Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica.” (Filippesi 4:13)
Questo è uno dei versetti più mal interpretati nella Bibbia. Non perché la gente sbaglia a citarlo , ma perché lo prendono fuori contesto. Questo versetto non parla di Dio che sostiene gli sforzi di Paolo. Si tratta di Dio che dà a Paolo la pace di affrontare la privazione e l'umiltà di essere grato dell'abbondanza .
Il contesto di quel versetto dice: 
“ ...…poiché io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. So vivere nella povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell’abbondanza e nell’indigenza. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica.” (Filippesi 4:11b-13)  
Posso essere in pace perfetta, perché so che in qualunque circostanza mi trovi, o che sia pieno di soldi o che stia raschiando il fondo,  Dio è colui che provvede per me, e Lui mi può dare la pace per affrontare qualsiasi situazione .
La pace viene dal ricordare chi provvede ai miei bisogni. 
Poniti questa domanda: "Chi vedo come mio aiuto?"
Infine, 
4. La pace viene dal ricordare chi è con me
Filippesi 4:5 dice: 
“La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino.” (Filippesi 4:5) 
 Ho un'amica il cui marito viaggiava molto per lavoro. Vivevano in Asia centrale, e la mia amica si preoccupava ed aveva paura ogni volta che il marito era lontano e lei rimaneva  con i loro quattro bambini piccoli in una località non propriamente sicura . 
Una notte, mentre era preoccupata per questo e per quello , sentì come se il Signore le avesse chiesto di identificare la cosa peggiore che potesse accadere. Se hai una buona immaginazione, puoi inventare i peggiori scenari senza limite , e l'ultima cosa che ti aspetti da Dio è che ti venga detto di pensarci. 
Ma obbedendo a Dio, fece una bella lista di cose brutte che sarebbero potute o accadere a lei, alla sua casa e alla sua famiglia. Ma ogni volta che portava davanti a Dio un'altra cosa che sarebbe potuta accadere, capiva che in realtà  non era la cosa peggiore che sarebbe potuta accadere. E Dio la incoraggiava ad andare avanti .  
Alla fine, identificò la cosa assolutamente peggiore che potesse mai accadere: che Dio l'avrebbe abbandonata. E poiché Dio ha reso abbondantemente chiaro nelle scritture che non ci lascerà mai, si rese conto che non doveva preoccuparsi . Dopo questo ha avuto pace.
Lo scrittore ai credenti di Roma disse: 
“ Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future,  né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.. ” ( Romani 8:38-39 ) 
Le cose brutte, le cose terribili, possono accadere, ma la cosa peggiore in assoluto non accadrà mai: Dio non ci abbandonerà mai. 
Gesù ha detto:: 
" Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente.". ( Matteo 28:20 b ) 
Non siamo mai soli. La pace viene dal ricordare che Dio è con me.
Chiediti ancora: "Come posso ricordare a me stesso, a me stessa che non sono solo, che non sono sola?"
 Filippesi 4:7 è uno dei miei versi preferiti. “
 “E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.”. (Filippesi 4:7)
Amo l'idea di pace che vada oltre la nostra comprensione. Non ha radici in nulla di questa terra; ha radici in Dio e solo in Dio. 
Il profeta Isaia dice a Dio:
"A colui che è fermo nei suoi sentimenti tu conservi la pace, la pace, perché in te confida.". (Isaia 26:3 )
Per avere quella mente che confida in Dio e dipende da Dio, tutto sta nel ricordare: ricordare:
su cosa focalizzarsidove cercare aiutochi soddisfa i miei bisognichi è con me 

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La teologia della gloria - Filippesi 3 | 25 Luglio 2021 |
Gloria è vivere con l'autorità e la presenza di Dio nella tua vita. Per poter raggiungere questo dobbiamo vegliare sulla nostra fede, perseverare in essa ma, soprattutto, praticare la presenza di Dio nelle nostre vite. Ed il fine principale dell'uomo è glorificare Dio e goderne per sempre. 
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Predicatrice: Jean Guest
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Oggi studiamo il capitolo 3 di Filippesi. Finora abbiamo dato uno sguardo alla teologia della gioia e incontrato la grazia e la pace che abbiamo in Dio, e la teologia dell'unità dove Celeste ci ha mostrato così meravigliosamente che la nostra unità è il volto di Gesù.

Ma perché queste cose contano? Perché abbiamo bisogno di essere proattivi circa la gioia e l'unità? La risposta si trova qui nel capitolo 3. Lo scopo delle nostre vite sia individualmente che collettivamente è glorificare Dio. 
Gloria. È una parola strana, vero? Cosa ti viene in mente quando la senti? Qualcosa di magnifico? Qualcuno di magnifico? Come ci ha ricordato Celeste, noi esseri umani tendiamo ad essere egoisti, quindi la gloria quando è lasciata nelle nostre mani, può diventare molto pericolosa, facendoci diventare orgogliosi.
Ciò di cui abbiamo bisogno è una comprensione vera e biblica della gloria e di  esempi di come glorificare Dio.
Suppongo che ciò di cui abbiamo bisogno sia una Teologia della Gloria.
Il Catechismo Breve di Westminster è il catechismo Protestante (scritto da membri di un movimento cristiano inglese del diciottesimo secolo chiamati “Puritani”) ed è stato utilizzato nel corso dei secoli per insegnare le dottrine fondamentali della fede cristiana. 
È scritto come domande  e risposte;  la prima domanda è: "Qual è il fine principale dell'uomo?". La risposta è: “Il fine principale dell'uomo è glorificare Dio e goderne per sempre."  
Forse sarai sorpreso di sapere che “Gloria” è una delle  parole più comuni nella Bibbia.
La parola ebraica kavod significa “peso, importanza”; di qualcosa o di qualcuno che non può ignorare o che riteniamo essere una autorità. Ma può anche essere usato per significare “presenza”.
“...e i sacerdoti non poterono rimanervi per farvi il loro servizio, a causa della nuvola; perché la gloria del Signore riempiva la casa del Signore.” (1 Re 8:11)
In 1 Re 8 leggiamo che i sacerdoti non erano in grado di celebrare i loro uffici perché la gloria del Signore aveva riempito il tempio; era abbagliante e non potevano sopportare di guardarlo, ma dovevano semplicemente sedersi e aspettare alla presenza di Dio.
Quindi, come dice il teologo NT Wright: “La gloria è l'autorità di Dio sul mondo, la sua presenza  nel mondo, e ci troviamo al crocevia tra Paradiso e Terra.
“Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore…” (Filippesi 3:20)
Diamo un'occhiata a come viviamo il nostro scopo  di glorificare  Dio. La prima cosa che facciamo è di  conoscerlo attraverso la conoscenza di suo Figlio.
“Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.” (Filippesi 3:10-11)
Il mio obiettivo è "conoscerlo". Conoscere Gesù non è solo conoscere i fatti su di lui, o anche seguire il suo esempio morale. Possiamo conoscere qualcuno senza sapere davvero niente su di lui. Conosco molti proprietari di cani, tutti i giorni ci sorridiamo, ci salutiamo e chiacchieriamo; potrei anche conoscere il loro nome, sicuramente so quello del loro cane, ma non so davvero  nulla di loro. 
Conoscere Gesù significa avere una relazione personale con lui, una relazione che è presente in ogni aspetto della nostra vita. Il grande pastore battista del 1800 Charles Spurgeon dice così:
“Mi dicono sia colui che mi rende puro, che mi pulisca dalle macchie; che mi ha lavato nel suo sangue prezioso, e così io lo conosco. Mi dicono vesta gli ignudi; che mi ha coperto con una veste di giustizia, e e così io lo conosco. Mi dicono sia colui che apre una breccia e che spezza i ceppi,  che ha liberato la mia anima, e perciò lo conosco. Mi dicono sia un re che regna sul peccato; che ha soggiogato i miei nemici sotto i suoi piedi, e io lo conosco in quel  profilo. Mi dicono sia un pastore: lo conosco perché sono la sua pecora. Dicono sia una porta: per lui sono entrato e lo conosco come una porta. Dicono sia cibo: il mio spirito si nutre di lui come del pane venuto dal Cielo, e perciò io lo conosco come tale». (C. Spurgeon)
Se vuoi conoscere Gesù, puoi forse usare queste parole come una preghiera di accettazione del suo amore e del suo sacrificio per te. Accettalo come Signore ed egli verrà a incontrarti.  Se lo fai, faccelo sapere.
“Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.” (Filippesi 3:10-11)
Paolo parla anche in questo versetto di voler sperimentare il suo potere di resurrezione. Conoscere Gesù significa conoscere questo potere; ci viene data nuova vita ora!, non quando moriremo. La potenza della risurrezione è l'evidenza che suggella tutto ciò che Gesù ha fatto morendo per noi: siamo a posto con Dio.
“…e per essere trovato in lui, avendo non già la mia giustizia che deriva dalla legge, ma quella che deriva dalla fede di Cristo: giustizia che proviene da Dio mediante la fede...” (Filippesi 3:9 ND)
La gloria è vivere con l'autorità e la presenza di Dio nella tua vita.
Si tratta anche di vivere nella realtà. Paolo è in catene,  non può essere più reale di così. Ma il suo focus sulla gloria non è lui che chiude gli occhi, ignorando quel fatto e sperando che tutto vada via; è lui che  affronta la situazione con gli occhi fissi su Gesù.
“Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.” (Filippesi 3:10-11)
Vi prego, non fraintendete ciò che è scritto qui. Come credenti, non preghiamo di conoscere la sofferenza  (questo ci renderebbe solo solo dei bizzarri sadomasochisti). Ma è  probabile che ad un certo punto della nostra vita conosceremo qualche tipo di sofferenza:  “piove sui giusti e sugli ingiusti allo stesso modo".
E ciò che Paolo sta dicendo è che,  quando quella volta viene voglio conoscere Cristo mentre la sto attraversando, accettando (con l'umiltà così come ci ha detto Celeste parlando del capitolo 2), gli scopi di Dio.
La missionaria dell'800 Amy Carmichael raccontva di essere stata presente e di aver testimoniato di  come il Pastore Andrew Murray  rispose ad una situazione particolarmente dolorosa della sua vita: "È stato silenzioso per un po' con il suo Signore, poi ha scritto queste parole per se stesso:

'Prima, mi ha portato qui, è per sua volontà che sono esattamente in questo posto; riposerò su questo. Inoltre, mi terrà nel suo amore e mi darà grazia in questa prova di comportarmi come suo figlio. Quindi Egli renderà la prova una benedizione, insegnandomi lezioni che vuole io impari, e operando in me nella grazia che mi vuole donare. Come e quando, Lui lo sa. Perciò io affermo che sono qui:
1. Per nomina di Dio
2. Sotto la sua cura
3. Seguendo le sue istruzioni
4. Per il suo tempo
La gloria è vivere con l'autorità e la presenza di Dio nella tua vita. Spero che queste parole ti portino un po' di conforto se stai soffrendo in qualche modo in questo momento. E se senti che illuminino i tuoi problemi, sappi che  il profeta Elia si sedette sotto un albero e disse a Dio: "Ne ho avuto abbastanza, voglio morire». 
Non c'è sofferenza, problema o vergogna troppo grande per la potenza di Dio. Prendo una piccola tangente qui per vedere  Corinzi, perché penso che sia importante sapere questo:
“…perché il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre» è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio, che rifulge nel volto di {Gesù} Cristo. Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi.” (2 Corinzi 4:6-7)
I Corinzi erano noti per le loro ceramiche finemente smaltate. Ma erano anche noti per i loro vasi di argilla di qualità inferiore che, quando venivano messi al forno per cuocere, si incrinavano  e  venivano utilizzati come diffusori di luce. L'idea di Paolo in 2 Corinzi è che non dobbiamo vergognarci delle nostre vite imperfette e piene di crepe.
Un vaso ben smaltato mantiene la luce dentro; solo un vaso con le crepe può far risplendere la luce di Dio nel mondo. Le crepe lasciano che la luce fuoriesca. Gloria è vivere con l'autorità e la presenza di Dio nella tua vita.
E Paolo dice in questo capitolo che ci sono tre cose che dobbiamo fare per vivere nella realtà di quell'autorità e di quella  presenza. La prima è che dobbiamo proteggerci:
“Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare…” (Filippesi 3:2)
Se dovessimo leggerlo nell'originale lo saremmo scioccati da quanto rozzi e brutali sono il linguaggio e l'immagine.  Le nostre traduzioni hanno messo un tocco di lucente educazione sulle parole di Paolo. Sta parlando di quelli nella chiesa primitiva  che stavano cercando di insistere sul fatto che i cristiani gentili dovessero essere circoncisi solo per assicurarsi che fossero davvero credenti: è molto più facile da credere se assomigli al popolo eletto passato. 
Paolo è furioso per questo suggerimento. Regole, regolamenti e tradizioni non ci salvano, Cristo si. Regole, regolamenti e tradizioni non ci giustificano dinanzi a  Dio, Cristo si. Lui è la nostra sicurezza. Ma quali sono i "cani" nel 21° secolo? Sono sono le mode che vanno e vengono, o i “leoni da tastiera” sul web? Possibile e probabile. Ma il modo migliore per proteggerci è perseverare.
“… dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù.” (Filippesi 3:13b-14)
Le Olimpiadi sono iniziate e non so voi, ma rimango sempre incantata per la dedizione e il sacrificio dei migliori atleti mentre lottano per quell'oro e quella gloria passeggera. Mio figlio Charlie ha un amico che era un canoista. Lui si svegliava alle 5 del mattino, era in acqua alle 6 e a scuola alle 9. Usciva da scuola alle 15, entrava in palestra alle 16 e ritornava in acqua alle 17, a casa per cena entro le 19, faceva i compiti e andava a letto. Lo fece per anni e ha avuto successo, ha vinto medaglie e lo abbiamo acclamato molte volte. 
Se gli chiedi adesso, “Ne valeva la pena?'”, risponderà "Sì e no"; sì perché eccelleva in uno sport e rappresentava il suo paese, e no, perché non è mai arrivato al top, all'oro, arrivava sempre 3° o 4° e ha rinunciato a così tante serate e bei momenti con i suoi compagni. 
Perseverare richiede lavoro e dedizione. Ma come  dice Pietro in 2 Pietro 1:5-10, non lo rimpiangeremo mai.
“Voi, per questa stessa ragione, mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù,  alla virtù la conoscenza,  alla conoscenza l’autocontrollo,  all’autocontrollo la pazienza,  alla pazienza la pietà,  alla pietà l’affetto fraterno  e all’affetto fraterno l’amore.  Perché se queste cose si trovano e abbondano in voi,  non vi renderanno né pigri, né sterili nella conoscenza  del nostro Signore Gesù Cristo.” ( 2 Pietro 1:5-8)
La versione inglese della Bibbia New English Translation traduce l'ultimo versetto così: “...ti impediranno di diventare inefficace e improduttivo nella tua ricerca di conoscere nostro Signore Gesù Cristo più intimamente...” 
“Più intimamente”: che bella frase che è. È  il linguaggio dell'amore, e volutamente così, anche per quelli di noi che siamo sposati, Cristo è la nostra vera anima gemella.
E l'ultima cosa che facciamo è praticare la presenza di Dio. Cerchiamo intenzionalmente Dio in tutte le cose. Peter Greig, il fondatore del movimento “24/ 7 Prayer”, dice che "eravamo creati per camminare e parlare con Dio e per essere in relazione con lui, e che tutto scorre da quel luogo e ritorna a quel luogo." 
Siamo consapevoli di lui quando stiamo pulendo  casa, o guidando al lavoro, o portando a spasso il cane? Ci sediamo mai semplicemente alla presenza di Dio? O  sentiamo che dobbiamo riempire il silenzio dicendogli come ci sentiamo e chiedere cose? 
Sì, quelle cose fanno di certo parte della preghiera, ma cosa gli diciamo nei giorni quando ci sentiamo bene e non abbiamo problemi? Cosa vuole dirti? Cosa vuole dire a me? Ricorda i sacerdoti di cui ho parlato in 1 Re, di come la presenza di Dio riempisse la Sua casa e non potevano fare nient'altro che stare lì? Provaci anche tu! 
E perché ci preoccupiamo di tutto questo? Beh, perché...
“Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore, che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa.” (Filippesi 3:20-21)
Quale è il tuo scopo come credente? Noi diciamo tutti insieme: “Il mio scopo è glorificare Dio e goderne per sempre."
Amen.GUARDA LE DIAPOSITIVE DEL MESSAGGIO
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Costruire la gioia su Cristo 1° parte - Il Libro di Filippesi | 18 Luglio 2021|
C'è differenza tra felicità e gioia.  La felicità è legata al come sono, la gioia è legata al chi sono. La felicità è legata a quello che ho, la gioia è legata a quello che avrò. Se ho creduto in Gesù sono salvo, erede di Cristo, figlio di Dio. E posso avere gioia anche quando la felicità non c'è nella mia vita.
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CLICCA SUL TITOLO PER ASCOLTARE IL MESSAGGIOTempo di lettura: 10 minuti 
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Mentre Jean e Celeste continuano ad illustraci  la teologia della gioia e dell'unità presente nel libro di Filippesi, vorrei parlare con voi stasera di un versetto che spesso ci sentiamo ripetere, e che anche noi talvolta ripetiamo agli altri: il versetto è questo:

“Trova la tua gioia nel Signore, ed egli appagherà i desideri del tuo cuore.” (Salmo 37:4)
Davide sembra quasi dire che l'unica gioia possibile la puoi trovare nel Signore... Per cui, inutile cercarla in altri posti e in questa vita.
Spesso, se siamo davvero in vena di dare consigli biblici, aggiungiamo a questo versetto anche un altro: questo:
“Nel mondo avete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo” (Giovanni 16:33 b)
In pratica stiamo affermando anche noi “Lo so, la vita fa schifo... ma tanto c'è Gesù!”
Come si accoppia allora il Libro di Filippesi e la teologia della gioia di Paolo con quello che spesso affermiamo (prove bibliche alla mano) che la terra è un posto per patire e il Paradiso quello dove gioire?
Vi voglio rassicurare innanzi tutto; non sono qui stasera per insegnare la “teologia della depressione”; perché, vedete, molte volte noi credenti veniamo visti come brave persone, ma  fondamentalmente depressi e pessimisti rispetto alla vita. Persone un po' tristi che aspettano di morire per godere.
Il cristianesimo non è assolutamente questo; è anzi tutt'altro, è un modo di vivere attivo e pro-attivo.
Gesù non era depresso, viveva nel mondo, a contatto con le persone, lo invitavano a pranzo e a cena perché era un maestro ma era anche divertente, e sapeva stare bene assieme agli altri.
Se il nostro modello era così,  allora perché gira questa “favola”  che i credenti sono depressi e noiosi e che gli è vietato vivere godendosi anche questa vita?
Questo si deve ad un “corto circuito”  nell'esposizione del Vangelo che, nei secoli ha creato una teologia differente da quella che descrive Paolo, che va sotto il nome di “teologia della povertà”, che afferma che, se siamo credenti, allora è ovvio che soffriremo  che saremo MENO felici degli altri, saremo perseguitati, avremo limitazioni morali che altri non avranno, eccetera. 
Sapete perché è successo? Perché molti bravi teologi non hanno compreso la differenza che c'è tra felicità e gioia; Paolo parla proprio di questo in Filippesi.
La prima (la felicità) è legata all'adesso, a cosa mi accade, (cose belle, cose brutte); la seconda (la gioia) è legata al passato cosa è accaduto (sono stato salvato da Gesù).
La felicità è legata al come sono (sano, malato, libero, in carcere), la gioia è legata al chi sono (sono un figlio/ figlia di Dio, sono perdonato/ perdonata). La felicità è legata a quello che ho (sono ricco, sono povero), la gioia è legata a quello che avrò (sono erede del cielo).
E' per questo che, come credente posso soffrire e essere nella gioia allo stesso tempo.
Come molti sanno ho giocato a rugby per una decina di anni; Fare una partita comporta sempre  provare una certa quantità di dolore soprattutto per uno come me che pesava all'epoca  68 chili contro i miei avversari che ne pesavano oltre 100.
Ero felice di essere placcato e sbattuto a terra? Certamente no! Faceva male? Si! Ma  provavo gioia quando la mia squadra vinceva!
Era felice Paolo, scrivendo Filippesi, incatenato come era ad un soldato Romano aspettando di morire? Penso di no. Eppure aveva gioia,  tanto da dire:  
“Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.” (Filippesi 1:21)
La Bibbia non solo ci dà permesso di essere pieni di gioia,   ma più di questo, ci comanda di essere pieni di gioia. Paolo scrive in Filippesi:
"Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.” (Filippesi 4:4)
Lo ripete due volte: questo significa che Paolo era cosciente che, come credenti, i Filippesi (e noi) abbiamo spesso difficoltà a vivere nella gioia.
I credenti della chiesa di Filippi  non avevano vita facile: la città dove vivevano era la stessa dove Paolo e Sila  erano stati messi in carcere per aver guarito una donna scacciando un demone.
Paolo gli rammenta (a loro come a noi) che possiamo avere gioia nel bel mezzo delle prove, e quando non siamo felici.
Come faccio ad avere gioia nella sofferenza, allora? Esiste un “foglietto di istruzioni”?
Il tuo foglietto di istruzioni
Come fai, quando hai comperato un tavolo all'Ikea per costruirlo? Io normalmente faccio “a tentativi”: di solito mi riesce, ma non sempre, e spreco un bel po' di tempo.
Mia moglie, invece, non muove vite se prima non ha letto le istruzioni... tutte, da cima a fondo.
Come credenti ci comportiamo più spesso come faccio io: andiamo “a tentativi”; e qualche rara volta riusciamo a provare gioia nella nostra vita piena di problemi.
Ma è molto più semplice fare come fa mia moglie Janet: e il “foglietto di istruzioni” ce lo ha provveduto Paolo 
nella lettera ai Filippesi, contenente dieci passi per costruire bene il mobile e avere gioia.
Ma, attenzione! Devi seguire TUTTE le dieci istruzioni; per avere il “tavolo” della gioia  correttamente assemblato, altrimenti, se qualche passaggio lo eviti, tutto si monta e invece di aiutarti a costruirlo finisce che tutto cade a terra, anche i pezzi ben montati.
Oggi vedremo i primi cinque, fra due settimane gli altri cinque.
1. La gioia è nel lavorare assieme - La solitudine uccide la gioia
”Quando prego per voi, il mio cuore si riempie sempre di gioia per tutto l'aiuto che mi avete dato nel diffondere il Vangelo dal giorno in cui l'avete conosciuto fino ad ora.” (Filippesi 1:4-5)
L'abbiamo visto la scorsa settimana con Celeste: La gioia si costruisce lavorando assieme, attraverso l'unità su una  missione e uno scopo condivisi. 
Paolo avrebbe avuto tutto il diritto di vantarsi di ciò che aveva fatto... e invece loda i Filippesi per l'impegno costante. Dice che una piccola chiesa, popolata da neo credenti  (non studiosi della Bibbia , non dottori della Legge, non predicatori) erano il SUO aiuto nel diffondere il Vangelo!
Più avanti dirà loro così:
“Non fate niente per motivi egoistici, non fate niente per esaltare voi stessi. Siate invece umili, considerando gli altri con riguardo, come se fossero migliori di voi.” (Filippesi 2:3 PV)
La vera gioia è quando la squadra, tutta la squadra ha successo, non quando uno solo della squadra ha successo. E il successo della squadri ti Cristo che è la chiesa sta nella capacità di testimoniare il suo amore agli altri.
Ma attenzione,  se lavori da solo, se fai il lupo solitario, se nessuna chiesa ti soddisfa e pensi di poterne fare a meno se affermi (come molti fanno)  che non ti serve una chiesa per adorare e servire Gesù, allora stai distruggendo la tua gioia.


Prima istruzione del tuo foglietto: frequenta una sola chiesa locale, e impegnati a lavorare nei suoi ministeri assieme ad altri con cui stai assieme regolarmente. NON SOLO A “FREQUENTARE”!
2. La gioia è annunciare il Vangelo -  Il peccato uccide la gioia
“Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora.” (Filippesi 1:18)
Cosa significa annunciare il Vangelo? Significa proclamare la “buona novella” ovvero “una bella notizia”: quale? “ I tuoi peccati sono stati perdonati se hai creduto in Cristo.”
E' questo che reca gioia a Paolo, il sapere che, in un modo o nell'altro, in molti hanno ricevuto il Vangelo del perdono di Cristo.
La gioia nasce non dal come sei adesso, oggi ma dal come sei in eterno: salvato, perdonato; e non puoi tenerlo per te solo, per te sola!
Ma è difficile annunciarlo se il peccato ancora ti domina: il peccato  è un guastafeste, e uccide la gioia.
Davide, dopo aver peccato,  facendo sesso fuori dal matrimonio con Bat-Seeba, scrive nel Salmo 51 queste parole:
“Rendimi la gioia della tua salvezza, e uno spirito volenteroso mi sostenga” (Salmo 51:12).
Davide afferma che la gioia prima c'era... e adesso Dio se la è presa indietro... “Ridammela! La voglio di nuovo!”
La riavrai, se confessi, come Davide... Ma se ti giustifichi dicendo che tutti lo fanno, se minimizzi :”non è un gran peccato”... e non chiedi scusa, tu stai uccidendo da solo la tua gioia.
Seconda istruzione sul tuo foglietto: impegnati ad evitare il peccato per quanto possibile (siamo peccatori perdonati... ma peccatori!).
3. La gioia è nella speranza - La disperazione uccide la gioia
“So infatti che come risultato io sarò liberato, perché voi pregate per me e lo Spirito di Gesù Cristo mi aiuta.” (Filippesi 1:19a)
Paolo fu liberato (probabilmente era prigioniero a Efeso o a Cesarea o a Roma) ma la sua speranza era legata a un compito specifico  a cui Paolo si sentiva chiamato da Dio: giungere fino a Nerone
per testimoniare dinanzi a lui di Cristo. (ricordate, Dio vuole che TUTTI ascoltino almeno una volta il Vangelo, anche Nerone, anche Hitler, anche Kim Jong Hun).
Per Paolo la speranza si estrinseca in tre certezze:  “Io sarò liberato.  Io so che voi pregate.  Io so che lo Spirito Santo è al mio fianco”:
Ma, attenti, perché per avere gioia  ti serve la certezza e perciò ti serve chi prega per te e ti serve lo Spirito Santo... Tu solo, e le tue certezze non bastano per avere la gioia.
Terza istruzione sul tuo foglietto: chiedi lo Spirito Santo e chiedi ad altri credenti di pregare per te. E, anche qui, è ovvio che devi avere una chiesa per farlo.
4. La gioia è nella fede - L'immaturità uccide la gioia
“Perciò sono certo che resterò sulla terra ancora per aiutarvi a progredire e perché abbiate gioia nella vostra fede.” (Filippesi 1:25 PV)
Paolo lega la gioia alla crescita della conoscenza di Cristo; più progredisci nella conoscenza più gioia troverai nella fede.
In sostanza afferma che se la tua fede rimane ai blocchi di partenza, se resta la stessa di quando hai accettato Gesù la tua gioia sarà limitata. più conosci di Gesù, più la tua fede diventa forte, più gioia avrai.
Ma, attenzione, se per te un'oretta qua dentro la chiesa ti basta … e non fai nulla di altro, la tua fede rimarrà quella di un bambino, e anche questo ucciderà la tua gioia.
Quarta istruzione sul tuo foglietto: studia la Parola di Dio  e ascolta  gli insegnamenti dei tuoi leader.
5. La gioia è nell'unità – La divisione uccide la gioia
“Rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. (Filippesi 2:2)
Anche questo lo abbiamo ascoltato una settimana fa: la gioia per Paolo nasce e cresce  attraverso l'unità dei credenti.
Questo non significa che dobbiamo pensare tutti allo stesso modo, che ci debbono piacere le medesime cose e che dobbiamo avere tutti gli stessi gusti.
Paolo non dice questo: e infatti spiega più sotto:
“Affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra,  e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.” (Filippesi 2:10-11)
Paolo sta dicendo:  “Qualsiasi siano le vostre opinioni, ricordatevi che il progetto è quello di far conoscere Gesù a più persone possibili.”
Se vogliamo essere efficaci, allora dobbiamo abituarci a lavorare assieme, a mettere da parte qualche volta le nostre idee  e accettare quelle degli altri... come? Essendo “altruisti”:
“Cercando ciascuno non il proprio interesse, ma {anche} quello degli altri. “ (Filippesi 2:4)
Ma, attenzione, se  invece di coltivare l'unità, coltiviamo l'egoismo che genera la divisione se la vogliamo sempre vinta noi, se non arretriamo di un millimetro, stiamo uccidendo la gioia.
Quinta istruzione sul nostro foglietto: abituati a discutere ascoltando l'altro, piuttosto che ascoltare te stesso.
Conclusione
Cosa stai cercando nella tua vita? La felicità che è legata al come sono, o la gioia che è legata al chi sono in Cristo?
La felicità legata al cosa posso ottenere, o la gioia legata a cosa ho già ottenuto in Cristo?
La soluzione non è solo nell'avere gli strumenti e i materiali per costruire il mobile della nostra gioia,  ma soprattutto nel seguire le istruzioni.
Nella tua vita avrai momenti felici e momenti infelici, ma la tua gioia non dipende da come sei ma da chi sei in Cristo e da quello che fai per far crescere la tua gioia in Cristo.
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La Teologia dell'Unità - Filippesi 2 | 11 Luglio 2021 |
La nostra unità  è ciò che mostra al mondo il volto di Gesù; come credenti  dobbiamo essere uniti avendo altruismo e umiltà. Posso essere altruista senza essere umile, o essere umile ed essere ancora egoista. Ma se non amo disinteressatamente e non mi rendo umile, non posso essere veramente unito ai miei fratelli e alle mie sorelle in Cristo: e il mondo non riuscirà a vederlo.
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Predicatrice: Celeste Allen
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Tempo di ascolto audio/ visione video: 33 minuti


Benvenuti a questo secondo appuntamenti della nostra serie sulla lettera di Paolo ai Filippesi.
Amo il libro di Filippesi.  Qualche anno fa ho deciso di leggere Filippesi per intero, ogni giorno per un mese. E nonostante ciò, trovo ancora nuove intuizioni quando lo leggo. Questa mattina vorrei condividere con voi alcune cose in cui mi sono imbattuta solo un paio di settimane fa mentre studiavo il secondo capitolo di Filippesi. 
La regola d'oro
"Tratta gli altri come vorresti che gli altri trattassero te."  È solo un piccolo diamante che Gesù ha lasciato cadere nel mezzo del discorso della montagna. 
“Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché? questa è?la legge e i profeti.. " (Matteo 7:12)  
In tutto il mondo ogni grande religione insegna  in un modo o nell'altro la regola d'oro. e la maggior parte delle persone - indipendentemente da ciò che il loro comportamento indicherebbe - dicono di credere in essa. 
La realtà è che la maggior parte delle persone ci credono anche se con alcuni limiti. Limiti come: 
dovrei trattare gli altri nel modo in cui voglio essere trattato... a meno che non mi abbiano trattato male.

Oppure:
dovrei trattare gli altri nel modo in cui voglio essere trattato... a meno che non sia davvero scomodo per me (o vagamente scomodo, o un po' scomodo) . 

O anche:
dovrei trattare gli altri nel modo in cui voglio essere trattato... a meno che non mi costi più di quanto sono disposto a dare. 

Ma in generale, dovrei trattare gli altri nel modo in cui voglio essere trattato.
Se tutto il mondo è d'accordo che , entro certi limiti, si dovrebbe seguire la Regola d'Oro , allora cosa c'è di diverso per i credenti?
Nella lettera di Paolo ai cristiani di Filippi, li esorta a vivere secondo l'insegnamento di Gesù. Dice, 
“Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma {anche} quello degli altri.”.( Filippesi 2: 3-4)   
Qui Paolo riassume ciò che Gesù insegnava nella Regola d'oro :
L'altruismo
“Non concentratevi solo su voi stessi, ma pensate piuttosto agli altri. Considerate gli altri più importanti di voi stessi. Trattateli nel modo in cui vorresti essere trattati.”
Noi umani siamo piuttosto bravi a badare ai nostri interessi. In inglese diciamo: " Gotta look out for numero uno!” “Devo fare attenzione al numero uno!" (In realtà diciamo proprio" numero uno", non "number one"). 
Siamo intrinsecamente egoisti. Quando sei al supermercato, diretto alla cassa, e vedi qualcun altro con un carrello pieno che va alla cassa, cosa fai? Acceleri per arrivare prima! L'egoismo è la realtà della nostra natura caduta . Nasciamo egoisti. Hai mai visto un bambino piccolo dire (o far capire): "Dormi bene la notte, mamma, e dammi da mangiare quando ti sei riposata"? Mai. Dal momento in cui siamo nati, siamo governati dagli interessi personali. Vogliamo quello che vogliamo, e lo vogliamo subito, indipendentemente da chiunque altro . 
Ma prima di iniziare a rimproverarti per essere egoista, nota ciò che dice Paolo nei versetti 19-21 
“Ora spero nel Signore Gesù? di mandarvi prestoTimoteo per essere io pure incoraggiato nel ricevere vostre notizie. Infatti non ho nessuno di animo pari al suo che abbia sinceramente a cuore quel che vi concerne. Poiché? tutti cercano i loro propri interessi, e non quelli di Cristo Gesù?.” (Filippesi 2:19-21)
Anche quei discepoli che viaggiavano come missionari con Paolo non vivevano secondo l'insegnamento dell'altruismo di Gesù . Quindi tu ed io non siamo i soli credenti che soffrono di interessi personali.
Quindi, quando Paolo dice: "Non fate nulla per spirito di parte", sta già andando contro la natura umana. Ma quando aggiunge: "ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso", sappiamo che questo richiede un intervento di Dio.
Al momento opportuno, Dio ha agito . La notte prima di essere crocifisso, Gesù disse:
“...e io pregherò? il Padre, ed egli vi darà? un altro Consolatore perché? sia con voi per sempre: lo Spirito della verità?, che il mondo non può? ricevere perché? non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché? dimora con voi, e sarà? in voi.” (Giovanni 14:16-17)  
Per grazia di Dio, i credenti hanno lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo ci dà la capacità di fare ciò che non possiamo fare da soli. È solo grazie allo Spirito Santo che vive in noi che possiamo scegliere di occuparci degli interessi degli altri, prima che dei nostri. E dico “scegliere” perché non è automatico. Dobbiamo ancora fare quella scelta.
Quindi dovrei chiedere, ma non lo chiedo... perché mentiamo a noi stessi e giustifichiamo le nostre azioni. Devo chiedere a Dio: “Mostrami dove sto scegliendo di non badare agli interessi degli altri? Dove sto agendo per egoismo?”
E quando Dio mi mostra quelle aree, devo chiedere allo Spirito Santo di aiutarmi a cambiare.
C'è un'altra cosa che Paolo fa notare . Nei versetti da  5 a 8 dice,
“Abbiate in voi lo stesso sentimento che è? stato anche in Cristo Gesù?, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò? l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente,  ma svuotò? se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini;  trovato esteriormente come un uomo, umiliò? se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.” (Filippesi 2:5-8)
L'Umiltà
L'umiltà è ciò che ci permette di riconoscere che non siamo le persone più importanti del pianeta. Come sottolinea Paolo nel versetto 3, l'umiltà è il passo che mi permette di vedere gli altri come più importanti di me stesso.
“Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà?, stimi gli altri superiori a se stesso.” (Filippesi 2:3)
Pietro riprende la stessa idea nella sua prima lettera. 
“Infine, siate tutti concordi, compassionevoli, pieni di amore fraterno, misericordiosi e umili; 9 non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite; poiché? a questo siete stati chiamati affinché? ereditiate la benedizione”.( 1 Pietro 3:8-9)
L'umiltà ci aiuta anche a riconoscere che il nostro modo di vedere le cose non è l'unico modo, e così possiamo essere in amorevole comunione con credenti che hanno un punto di vista diverso. Questa amicizia amorevole può aiutarci a vedere le aree dentro di noi he hanno bisogno di essere cambiate. Per citare Tom Ashbrook, un noto autore e che si occupa di formazione spirituale:
“E'? in presenza di rapporti di fiducia che possiamo guardare onestamente a noi stessi, senza vergogna o condanna, e cercare il Signore perché? il Suo potere cresca e cambi.”  
(Esplorare i Sette Stadi della Crescita Spirituale -  R. Thomas Ashbrook)

Posso veramente avere rapporti di fiducia, la comunione dello Spirito Paolo menziona in precedenza , se solo sono umile. Devo credere di non sapere tutto ed essere disposto ad ascoltare quando un fratello o una sorella mi mostra qualcosa di me che non vedo.
Ma certamente  abbiamo bisogno di aiuto per essere umili , e l'unico che può aiutarci è Dio . Quindi devo chiedere a Dio: “Dove nella mia vita e nei miei atteggiamenti ho bisogno di più umiltà?” E ancora, quando Dio mi mostra quelle aree, devo chiedere allo Spirito Santo di aiutarmi a cambiare.
Ultimo punto: se sei credente anche da poco tempo, avrai di sicuro ascoltato una predicazione  o partecipato a un seminario o letto un libro o un articolo circa il condividere la fede, sul parlare di Gesù alla gente. Non mantenere segreta la nostra fede è una parte piuttosto basilare dell'essere cristiani. Lo scrittore di Romani dice:
“...perché?, se con la bocca avrai confessato Gesù? come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato...” (Romani 10:9)
Se sei come me, almeno una parte di te rabbrividisce quando senti questo perché viviamo in società post-cristiane dove c'è così tanta disinformazione, così tanti malintesi su cosa significhi essere un credente.
Per esempio, negli Stati Uniti , il termine “evangelico” è stato politicizzato e trasformato in qualcosa che non ha praticamente nulla a che fare con Gesù. Ho un ottimo amico che non è cristiano che si lamentava con me di "quegli orribili evangelici". Si sentiva perfettamente a suo agio di dirmelo perché sa che  la mia fede si basa un un rapporto con Gesù - non con la destra politica associata con il termine “evangelico”.
Quando vivevo in Inghilterra, ho sentito ripetutamente nuovi credenti dire che avevano sempre pensato che i cristiani fossero pazzi , fuori di testa , e sono rimasti davvero sorpresi quando hanno scoperto che una persona che conoscevano perfettamente normale era cristiana.
E, naturalmente, c'è il problema se la chiesa perde il suo scopo e diventa  una struttura di potere, piuttosto che un gruppo di persone che amano Gesù . Quando ciò accade , la gente pensa che il cristianesimo riguardi solo l'ottenimento e il mantenimento del potere .
Ci sono tutte queste idee sbagliate nel mondo. Così allora come può sapere il mondo che Gesù era chi diceva di essere? Come possiamo mostrare Gesù al mondo che ci circonda?
Prima della sua morte e resurrezione, Gesù pregò per i suoi discepoli. Quella preghiera è annotata in Giovanni 17 . In quella preghiera Gesù dice: 
“Padre santo, conservali nel tuo nome, quelli che tu mi hai dati, affinché? siano uno, come noi... io in loro e tu in me, affinché? siano perfetti nell’unità? e affinché? il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li hai amati come hai amato me. (Giovanni 17:17, 23)
L'Unità
L'unità è l' unico modo con in quale Gesù ha detto che il mondo avrebbe saputo che Egli è stato inviato dal Padre, che Gesù era chi aveva detto di essere. Filippesi 2 ci mostra cosa significhi:
“Se dunque v’è? qualche consolazione in Cristo, se vi è?qualche conforto d’amore, se vi è? qualche comunione di Spirito, se vi ?è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento.” (Filippesi 2:1-2)
Abbiamo sentito dire che noi nella chiesa siamo le mani e i piedi di Gesù nel mondo. E questo è vero. Ma la nostra unità è il volto di Gesù al mondo. Il mondo può riconoscere chi è Gesù solo quando vede come i credenti si amano gli uni gli altri perché l'unità nasce dall'amore e dall'umiltà . Possiamo evangelizzare fino alla nausea, ma se i non credenti non vedono l'amore in noi, allora non possono vedere Cristo.
1 Giovanni 4:20 dice:
“Se uno dice: ?Io amo Dio?, ma odia suo fratello, ?è bugiardo; perché? chi non ama suo fratello che ha visto, non può? amare Dio che non ha visto. ” (1 Giovanni 4:20)
Non ci vuole la laurea per capirlo, e i non credenti non sono sciocchi . Se non c'è unità , il mondo lo vedrà. Il motivo numero uno per cui i missionari lasciano il campo sono i problemi interpersonali con altri missionari. E sappiamo tutti che l'incapacità dei cristiani di andare d'accordo non è confinata al campo di missione. Pettegolezzi, maldicenze, spaccature in chiesa ( e l'orgoglio che le provoca ) . È tutta disunità, e questo distrugge la nostra capacità di mostrare Gesù al mondo.
Quindi come lo affrontiamo? Torniamo allo Spirito Santo. Non solo abbiamo bisogno dello Spirito Santo per curare gli interessi degli altri, non solo abbiamo bisogno dello Spirito Santo per essere umili, abbiamo bisogno dello Spirito Santo per avere l'unità che mostrerà al mondo chi è Gesù.
Così, ancora una volta, devo chiedere a Dio : “Come sto promuovendo l'unità? del Corpo di Cristo? Cosa sto facendo che ferisce l'unità? del Corpo? E, ancora una volta, quando Dio mi mostra quelle aree, devo chiedere allo Spirito Santo di aiutarmi a cambiare.
Altruismo - Umiltà - Unità
Posso essere altruista senza essere umile. Posso anche essere umile ed essere ancora egoista . Ma se non vi amo disinteressatamente e non mi rendo umile , non posso essere veramente unito a voi, miei fratelli e sorelle in Cristo . 
E la nostra unità è ciò che mostra al mondo il volto di Gesù.GUARDA LE DIAPOSITIVE DEL MESSAGGIOGUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU FACEBOOKGUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU INSTAGRAM---GUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN HD







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La Teologia della Gioia - Filippesi 1 | 4 Luglio 2021 |
Siamo l'opera d'arte di Dio, amati da Dio, salvati da Dio attraverso Cristo: viviamo per questo una vita nella gioia.
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Predicatrice: Jean Guest
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Tempo di lettura: 9 minuti
Tempo di ascolto audio/ visione video: 33 minuti


È un piacere e un privilegio condividere di nuovo con voi e oggi stiamo iniziando una nuova serie sulla lettera ai Filippesi e, naturalmente, sto iniziando con il capitolo 1.
Vi leggo un profilo di una persona su Twitter:
"Un'anima appagata con una passione per i libri, il teatro e la musica: appassionata  circa: il cricket, organizzatrice di comunità, eternamente curiosa, amante di Gesù."
Chissà se sai a chi appartiene dalla descrizione? Certo, è il mio! Cosa mi ha tradito? Forse il cricket? Penso che se Paolo avesse un profilo Twitter sceglierebbe: qualcosa del genere
Paolo, un servo of Cristo Gesù. Grazia e pace a voi
Vedete, a parte Romani, Paolo inizia ogni sua lettera con quelle parole. È il lavoro della sua vita servire Gesù e la chiesa e impartire su di essa la benedizione della grazia e della pace.
Grazia è la parola greca charo e la parola standard sarebbe chairien, 'saluti', ma Paolo usa una sottile variazione charis, grazia. La grazia, l'amore incondizionato e sconfinato che Dio ha per chi non lo merita. 
Grazia e pace a te. 
Pace è la parola greca eiríni e letteralmente significa "ogni tipo di bene". C'è un uso nel Nuovo Testamento di esso al futuro, ma ogni altro uso nel Nuovo Testamento è al presente. "Ogni tipo di bene" qui e ora. Grazia e pace a te.
Preghiamo: Padre, oggi vogliamo riposare nella benedizione della tua grazia e della tua pace. Abita questo spazio con la tua Parola e attraverso tuo Figlio. Chiediamo al tuo Spirito di confermare in noi tutto ciò che vuoi che ascoltiamo. Amen.
Grazia e pace a te. 
Ciò che è ancora più notevole del saluto usato per i Filippesi è che Paolo al momento della scrittura era in prigione.
Paolo fu imprigionato più volte, una volta a Efeso, una volta a Cesarea e due volte a Roma. Se sta scrivendo da Efeso questo fa datare la lettera all'inizio degli anni 50 dopo Cristo, se a Cesarea è alla fine degli anni 50 e se da Roma allora sono i primi anni 60. A questo punto non è molto importante,  ciò che importa è conoscere la natura e il carattere di questa giovane chiesa. La chiesa di Filippi fu la prima ad essere fondata nell'Europa continentale da Paolo e vediamo la narrazione di ciò in Atti 16.
Paolo, mentre si trova a Troas nel suo secondo viaggio missionario, ha la visione di un uomo che gli chiede di venire in Macedonia. Lui e Sila si recano a Filippi e in cerca di ebrei credenti trovano Lidia e altre donne che pregano vicino al fiume fuori città. Paolo predica loro e Lidia diventa cristiana. E sì, lo dirò: 'Che meraviglia che il primo convertito europeo ad essere battezzato fosse una donna e che la chiesa in Europa abbia visto anche donne coinvolte nella fondazione.
La stessa Filippi era una città importante e ricca fondata da Filippo di Macedonia (padre di Alessandro Magno) sui ricchi giacimenti d'oro che dovevano essere estratti lì. Era su una rotta commerciale chiave e un'importante colonia romana. È un ottimo posto per iniziare una chiesa - con così tanti di passaggio, da qui il Vangelo si diffonderà.
Gli indizi che abbiamo sulla natura della chiesa provengono principalmente dal tono della lettera. Di solito quando Paolo scrive a una chiesa è perché lo hanno fatto arrabbiare, o sono arrivati ??a credere a qualcosa di sbagliato - come i Galati, gli Efesini o i Corinzi; ma con i cristiani di Filippi Paolo scrive a persone che ama e con cui desidera ardentemente stare e di cui è orgoglioso. È un rapporto particolarmente personale e questo conferisce alla lettera il suo carattere.
La chiesa di Filippi ha saputo che Paolo è in prigione e così gli ha inviato Epafròdito con un dono: è una comunità generosa e premurosa, ma è stata scossa dalla prigionia di Paolo.
“Ora ho ricevuto ogni cosa e sono nell’abbondanza. Sono ricolmo di beni, avendo ricevuto da Epafròdito quello che mi avete mandato e che è un profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio.” (Filippesi 4:18)
Così Paolo scrive loro con gratitudine per la loro generosità e anche per ricordare loro chi sono in Cristo e che Lui solo è la loro sicurezza. I temi della lettera sono la gioia, l'unità e la centralità di Cristo .
Ma oggi nel capitolo 1 ci occupiamo della Teologia della Gioia. Ci sono 15 riferimenti alla gioia in Filippesi, ma Paolo non sta parlando di felicità, la parola che usa per gioia ha la stessa radice di quella che usa per grazia. La gioia cristiana è conoscere la sorgente della grazia e della pace. Come qualcuno ha detto su Internet, la gioia è:
“ uno stato d'animo e un orientamento del cuore. È uno stato stabile di contentezza, fiducia e speranza”.
Le mie scuse a quel "qualcuno"; non ho preso nota del suo nome e non sono riuscita a trovarlo di nuovo.
Quindi, come ci alleniamo ad abitare in modo naturale e manifestare gioia? Ci sono tre modi indica come Paolo fondamentali.
1. Un'opera d'arte di Dio
Paolo parla nel capitolo 1 di “Un'opera di Dio per tutto il popolo santo di Dio."
 Mi chiedo se come me ti preoccupi di parlare della chiesa come di persone sante? Ammettiamolo, se sei come me, o io sono in qualcosa simile a te, allora spesso la santità non è come ci descriveremmo: probabilmente ci definiremmo abituati a criticare, arrabbiati, egoisti,  litigiosi... ma santi?
Ma la santità non è uguale alla perfezione, non è nemmeno uguale all'essere buoni. Sì, certo, prendiamo sul serio il bisogno di essere riconosciuti per il nostro amore verso gli altri, dal nostro manifestare il frutto dello Spirito e, come ci ha ricordato Marco la scorsa settimana, dal modo in cui viaggiamo in questo mondo essendo l'aroma di Cristo. 
Queste caratteristiche non vengono dal nostro tentativo di essere buoni, vengono perché chiediamo allo Spirito di aiutarci e di cambiarci, e anche attraverso la disciplina del discepolato. Ma anche tutto questo non ci renderà un popolo santo perché garantisco che nel tentativo falliremo: siamo umani e gli umani sono fallibili. Lo dice il teologo Rowan Williams:
"Un essere umano è santo non perché trionfa con la forza di volontà sul caos e sulla colpa e conduce una vita impeccabile, ma perché quella sua vita mostra la vittoria della fedeltà di Dio in mezzo al disordine e all'imperfezione". 
Grazia e pace a te. 
La nostra identità poggia sull'amore incondizionato e sconfinato che Dio ha per coloro che non lo meritano e ai quali elargisce ogni genere di bene.
La buona notizia è che riconosciamo che le nostre identità sono cantieri con lavori in corso:
“E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un’opera buona la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.” (Filippesi 1:6)
Non solo Dio è all'opera attraverso di noi, ma in noi, sia collettivamente che individualmente, e la promessa è che ci sarà completamento. Qui, ma in particolare in Efesini 2, quando Paolo parla di noi che siamo opera di Dio, la parola che usa è poema.. In te e in me Dio sta creando un'opera d'arte.
Grazia e pace a te. 
2. Amati da Dio
Ho detto prima che Paolo ama questa giovane chiesa e lo possiamo vedere dal modo in cui si rivolge a loro e dal rapporto che ha con loro.
v.3 Io ringrazio il mio Dio di tutto il ricordo che ho di voi
v.7 Ed è giusto che io senta così di tutti voi, perché io vi ho nel cuore
v. 12  Desidero che voi sappiate, miei cari (ND) 
Di tutti i versetti di questo capitolo, penso che questi siano forse i più impegnativi. Quanti di noi possono onestamente dire che ringraziamo Dio per la nostra famiglia di chiesa, e con questo non intendo solo di questa dove siamo, ma in tutta la chiesa. Chiamiamo "amati" i nostri fratelli e sorelle? Li teniamo nel nostro cuore? O siamo più come quelli menzionati nei versetti 15 e 17 che predicano Cristo, ma senza amore? Nicky Gumble, il fondatore del Corso Alpha, dice questo:
“Sono stato sfidato da Dio di smettere di chiedere dei miei compagni cristiani: 'Cosa hanno che non va?' e iniziare a chiedere: 'Cosa hanno che devo imparare?'”
È davvero importante  per noi che alcuni abbiano tradizioni o enfasi diverse? Paolo afferma:
“Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora” (Filippesi 1:18)
Cosa è meglio: essere corretti o amare?
Mi piace come la a Bibbia inglese “The Message” traduce i versetti 9-10
“Quindi questa è la mia preghiera: che il tuo amore fiorisca e che non solo amerai molto, ma bene.”
Certamente la radice e la fonte di questo amore è Gesù. In questi 30 versetti del capitolo 1, Paolo fa riferimento a Cristo 20 volte. Una vita inquadrata nella conoscenza di tutto ciò che Cristo ha fatto per noi ci spinge verso l'esterno, proprio come i Filippesi fanno:“Condividiamo il Vangelo”; non possiamo farne a meno: sappiamo cosa significa essere amati e vogliamo che lo sappiate anche voi.” Un cuore grato è un cuore generoso.
Grazia e pace a te.
3. Salvati da Dio
Infine, la terza chiave per una teologia della gioia è la speranza, perché siamo salvati da Dio.
“...di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora; so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l’assistenza dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.” (Filippesi 1:18b-21)
Le preghiere dei fedeli e la provvidenza dello Spirito gli danno speranza. Che notevole testimonianza dell'autorità di questa giovane chiesa, le loro preghiere portano speranza.
Attraverso di loro Paolo ha speranza a breve termine per la liberazione e anche per la forza per affrontare i suoi persecutori. A lungo termine la sua speranza è sicura in Gesù. Paolo non perde mai di vista l'immagine eterna: “Perché per me vivere è Cristo e morire è guadagno.”
La vita è bella, vuole continuare a vivere, vuole rivedere i suoi amici per incoraggiarli e condividere ancora una volta con loro l'opera evangelica. Ma se così non fosse, allora c'è qualcosa di ancora meglio ed è che lui sarà con Cristo.
In conclusione voglio condividere il messaggio finale del Rev Joel Edwards, un titano della chiesa nel Regno Unito che è morto questa settimana.
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Cari amici
Vi scrivo questo per darvi un ultimo addio. Innanzitutto, i miei più smisurati ringraziamenti per le vostre
preghiere, il vostro amore e per avermi tenuto stretto a quel miracolo con le unghie.
Le parole non possono esprimere  la profondità, l'ampiezza e l'altezza  della mia gratitudine, ma sono tornato a casa.
La mia fervida preghiera è che la vostra fede  e tenacia nei miei confronti non sia considerata  un inutile esercizio religioso, ma che abbia  rafforzato la vostra fede in un Dio  che è meraviglioso, misterioso e maestoso  in tutto ciò che fa: Colui che è Fedele.

Vi raccomando la mia famiglia.  So che veglierete su di loro nei mesi  e negli anni a venire.
E vi affido a Dio e alla parola della sua grazia che può edificarci e darci un’ eredità tra coloro che sono stati salvati.
Vi aspetto per accogliervi...
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Joel in questo suo ultimo messaggio prima di tornare a casa ha riassunto il capitolo 1 di Filippesi; ma la cosa più notevole è  che ogni leader di qualsiasi denominazione della chiesa di Cristo, sapendo della notizia della sua morte hanno affermato quale gioia fosse stata lavorare con Joel.
La chiesa unita, messe da parte le differenze, incarna la teologia della gioia; un'opera d'arte di Dio, amata da Dio, salvata da Dio.
Grazia e pace a te. 
Amen.GUARDA LE DIAPOSITIVE DEL MESSAGGIOGUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU FACEBOOKGUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU INSTAGRAM---GUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN HD






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Percepire Dio coi miei sensi - Annusare Dio: come posso essere l'odore soave di Cristo | 27 Giugno 2021 |
Per Dio non ci può essere odore più soave di una vita cambiata dallo Spirito Santo, offerta a Lui per portare nel mondo un odore di vita che porta a vita.
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Siamo al quinto ed ultimo messaggio sui nostri cinque sensi, li abbiamo presi come spunto per vedere come sia possibile utilizzarli per cercare un rapporto intimo e speciale con chi ce li ha dati in dono. Oggi parleremo dell'olfatto.
L'olfatto è un senso potente. E' capace di portare alla memoria  ricordi che neppure pensavi di avere nel cassetto.
Se siete come me, quando alcune molecole  che recano un profumo  arrivano a toccare il tessuto sensibile con il quale è tappezzato il mio naso (e Dio è stato così generoso da darmene uno che è il doppio di molti di voi!) è come aprire per me un cassetto pieno di foto ricordo.
Quali profumi ti fanno ricordare il passato? Posso dirti i miei.
L'odore del sugo col battuto! Fa aprire in me i ricordi di quando io ero bambino, con mia nonna che si alzava alle 6 del mattino per pregare (come faccio io adesso) e, nel frattempo, batteva il lardo, faceva il soffritto, e metteva la pentola di coccio sulla stufa a legna per preparare il sugo della domenica; sarebbe stato pronto quando lei tornava dalla messa.
Oppure quello di un profumo chiamato “Lucky days”, giorni fortunati! Non era un profumo famoso né costoso, ma era quello che mi regalò mio padre per il mio diciottesimo compleanno e che portai con me durante la gita del quinto liceo.
Nella bottiglia ormai vuota,  ancora persiste un po' dell'aroma e mi basta annusarlo per ritrovarmi a festeggiare felice la mia giovinezza assieme a tutta la mia famiglia, compresi, soprattuto, coloro che non ci sono più, oppure per rivedere le montagne del Trentino e la camera d'albergo dove trascorsi il periodo più felice della mia vita scolastica durante la gita dell'ultimo anno di liceo.
Non sono solo memorie, sono cose che diventano così reali che quasi le posso toccare.
Forse ti starai chiedendo cosa c'entri tutto questo con Dio. Come si fa a parlare di un Dio che “odora”?
Certo, non possiamo “annusare” Dio... Ma se leggo la Bibbia, scopro che la mia caratteristica di sentire un odore e di associarlo ad un ricordo gradevole non è “mia”, non è “umana”, ma è qualcosa che Dio al momento della Creazione ha messo nella sua creatura... perché è una sua caratteristica di associare un odore gradevole a dei ricordi.
Lo dice la Scrittura sin da Genesi:
“Noè uscì con i suoi figli, con sua moglie e con le mogli dei suoi figli. Tutti gli animali, tutti i rettili, tutti gli uccelli, tutto quello che si muove sulla terra, secondo le loro famiglie, uscirono dall’arca. Noè costruì un altare al Signore; prese animali puri di ogni specie e uccelli puri di ogni specie e offrì olocausti sull’altare. Il Signore sentì un odore soave; e il Signore disse in cuor suo: «Io non maledirò più la terra a motivo dell’uomo, poiché il cuore dell’uomo concepisce disegni malvagi fin dall’adolescenza; non colpirò più ogni essere vivente come ho fatto.Finché la terra durerà, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno mai».”( Genesi 8:18.22)
Dio sente letteralmente un profumo, non se lo immagina, e associa quell'odore (in questo caso era lo stesso di un buon arrosto) con il ricordo della sua creazione, di come tutto era stato creato perfetto ed in ordine, e tramite esso decide di non distruggerla mai più.
Oppure in Esodo, quando descrive come dovrà essere costruito il Tabernacolo:
“Il Signore disse ancora a Mosè: «Prenditi degli aromi, della resina, della conchiglia profumata, del galbano, degli aromi con incenso puro, in dosi uguali;  ne farai un profumo composto secondo l’arte del profumiere, salato, puro, santo; ne ridurrai una parte in minutissima polvere e ne porrai davanti alla testimonianza nella tenda di convegno, dove io mi incontrerò con te: esso sarà per voi cosa santissima.  Del profumo che farai, non ne farete altro della stessa composizione per uso vostro; sarà per te cosa santa, consacrata al Signore.  Chiunque ne farà di uguale per odorarlo, sarà eliminato dal suo popolo».” ( Esodo 30:34-38)
Dio indica precisamente la miscela di profumi che lui gradirà annusare quando incontrerà il Sommo Sacerdote.
Ora, parliamoci chiaro, c'è qualcuno che pensa che Dio sia davvero interessato a un po' di fumo prodotto da un arrosto misto o da un po' di resine mischiate assieme? A chi ed a cosa servono davvero quegli odori?
Il salmo 141 ci da una prima indicazione:
“Giunga la mia preghiera davanti a te come l'incenso, l'elevazione delle mie mani come il sacrificio della sera.”. (Salmo 141:2 ND)
La parola “giunga” in lingua ebraica è ????? - ku?n  e significa “stare in perpendicolare”; la versione CEI traduce questo versetto così: “Come incenso salga a te la mia preghiera”
L'incenso che sale verso il cielo è una rappresentazione grafica delle nostre preghiere che salgono verso il Padre come un odore soave.
Ma soprattutto, per poter far arrivare gli odori a Dio che sia un arrosto, o un profumo,  c'è da “fare”, da predisporre cose per creare l'odore; e non sono cose di poco conto.
Se leggete Numeri, vedrete che le bestie da sacrificare non erano quelle “da scarto” ma erano le migliori, quelle più sane, quelle che, se vendute,  ti avrebbero fruttato un sacco di soldi. Allo stesso modo, la ricetta che Dio da in Esodo per confezionare il profumo da bruciare davanti al Tabernacolo è composta da elementi che non era facile trovare e che costavano molto.
Per far arrivare un buon odore alle “narici”di Dio, dunque devo “operare”, impegnarmi personalmente,  faticare per trovare le cose giuste con cui produrlo.
E, soprattutto, è qualcosa che mi deve “costare”, devo “spendere” del mio per poterlo avere da offrire in olocausto.
Sapete quale è il profumo migliore che Dio abbia mai “annusato? Ne parla Paolo in Efesini:
“Siate dunque imitatori di Dio, come figli amati; e camminate nell’amore come anche Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi in offerta e sacrificio a Dio quale profumo di odore soave.” (Efesini 5:1-2)
Eccolo il profumo più soave al mondo, quello che ha richiesto maggior fatica per essere trovato quello che è costato di più: la fatica di abbandonare la propria natura divina per scendere sulla terra  e il costo di morire come un criminale sulla croce  pur essendo il figlio di Dio.
La parola che usa Paolo in greco per “imitatori” è ??????? - mime?te?s: vi dovrebbe essere familiare. Chi ha mai visto un “mimo”? Sono quelle persone che, senza parlare, costruiscono un mondo attorno a se, facendotelo in qualche modo “vedere”  nella tua immaginazione, semplicemente con i gesti e le azioni che fanno.
E' esattamente quello che Paolo ci chiede di fare; essere dei “mimi” per chi ci guarda, far vedere attraverso le nostre azioni ed i nostri gesti un mondo che non c'è adesso in terra, ma che c'è presso Dio: rendere visibile l'invisibile. In che modo? Ce lo spiega in Romani:
“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.” (Romani 12:1-2) 
Paolo parla di “sacrificio”:  ed abbiamo visto che ogni sacrificio  produce un aroma soave che arriva a Dio, e che provoca in Dio dei ricordi lieti.
E Paolo indica anche che tipo di sacrificio sarà se con i nostri corpi e la nostra vita mimiamo il mondo di Dio,  agendo come lui vuole.
Sarà un sacrificio “vivente”: ??? - zao? in greco che significa si “vivo” ma anche “pieno di forza, efficiente, efficace”.
Sarà un sacrificio “santo”: ????? - hagios, significa “messo da una parte, separato, distinto”.
Sarà un sacrificio “gradito”: ???????? ?- euarestos è una parola composta da arestos che significa “accettato” più il rafforzativo eu, per cui sarà un sacrificio “pienamente accettato”.
Quale è, dunque, il sacrificio che secondo Paolo crea il profumo tramite il quale il nostro sacrificio sarà “efficace, distinto, pienamente accettato”. da Dio?
“Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente...” (v 2a)
Paolo non ci chiede genericamente di “agire bene”,  e neppure di “non peccare”: lo farà altrove; ma qui chi chiede una trasformazione (in greco ?????????? metamorphoo?; composto fa morphoo = forma + meta = dopo, in seguito, successiva, ovvero abbiate una forma successiva) che passi attraverso un rinnovamento. (in greco ??????????? anakaino?sis;). 
La parola anakaino?sis/ rinnovamento è usata solo due volte nella Bibbia, sempre da Paolo, ed è un concetto filosofico abbastanza complesso che cerco di spiegarvi con un esempio stupido.
Quando rinnovi il guardaroba tra una stagione e l'altra cosa fai? Prendi la roba che hai nei cassetti,  la lavi, e la rimetti là, magari cambiandogli di posto? Certamente no! Svuoti i cassetti degli abiti che c'erano e li riempi con abiti completamente differenti.
Li cambi non perché ti hanno annoiato ma perché stai vivendo una nuova stagione, e gli abiti che avevi nei cassetti mal si abbinano ad essa; non puoi andare in giro con la felpa di lana e i pantaloni di flanella  quando fanno 35 gradi all'ombra, ma ti servono indumenti diversi,
Anakain?sis / rinnovamento non significa cambiare posto alle cose per far sembrare che tutto è cambiato, e neppure lavarle o dargli una passata di tinta per farle sembrare nuove; significa buttare tutto fuori per fare spazio e mettere dentro tutta roba nuova adatta alla nuova stagione della tua vita.
E' questo che dice Paolo; il sacrificio che è pienamente accettato, il profumo che Dio vuole sentire non si crea lavando i tuoi vecchi abiti, e neppure cambiandogli di posto, ma usandone di nuovi.
E quando accetti questa sfida di cambiare quel “sacrificio” non è più tale,  ovvero non è un peso, qualcosa che fai ma che preferiresti non fare ma un modo di vita: Paolo dice ai Filippesi:
“Ora ho ricevuto ogni cosa e sono nell’abbondanza. Sono ricolmo di beni, avendo ricevuto da Epafròdito quello che mi avete mandato e che è un profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio.” (Filippesi 4:18-19)
La chiesa di Filippi non era una chiesa ricca, ma aveva offerto di supportare Paolo con slancio, aldilà delle proprie capacità.
È potente pensare che le cose che facciamo l'uno per l'altro, il sostenersi a vicenda  diventa un profumo gradito a Dio.
Pensate alla nostra vita di chiesa mentre camminiamo insieme, testimoniamo, ci impegniamo con la comunità, serviamo... Tutto questo crea un odore soave che arriva a Dio.
Paolo chi chiede di indossare abiti nuovi per la nuova stagione della nostra vita per poter offrire un sacrificio che abbia un odore soave.
Ma come è possibile tutto questo? Ti avevo detto che la parola anakaino?sis/ rinnovamento è usata da Paolo solo due volte: vuoi sapere dove  usa la stessa parola la seconda volta? In Tito 3:5:
“... (Dio) ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna....” (Tito 3:5-7)
La rigenerazione  (in greco ???????????? paliggenesia = nuova nascita) che porta al rinnovamento avviene SOLO attraverso l'opera dello Spirito Santo, e non perché siamo bravi di nostro; è una GRAZIA, è AGGRATIS!  Non la puoi comperare ne guadagnare!
Solo attraverso Cristo puoi ottenerla, solo essendo suo discepolo puoi riceverla, solo seguendo Gesù puoi essere un profumo per Dio.
Ma quale è il fine ultimo dell'essere un buon profumo che giunge a Dio? Riempire il Paradiso di buoni aromi perché ne godano Dio e gli angeli? Assolutamente no!
“Ma grazie siano rese a Dio, che sempre ci fa trionfare in Cristo e che per mezzo nostro spande dappertutto il profumo della sua conoscenza. Noi siamo infatti davanti a Dio il profumo di Cristo fra quelli che sono sulla via della salvezza e fra quelli che sono sulla via della perdizione; per questi, un odore di morte, che conduce a morte; per quelli, un odore di vita, che conduce a vita. E chi è sufficiente a queste cose?” (2 Corinzi 2:14-16)
Il fine è che l'aroma soave delle nostre vite trasformate offerte in sacrificio a Dio riempia il mondo attraverso la conoscenza di Cristo e di ciò che ha fatto per tutti gli uomini; un aroma differente da quello a cui il mondo è abituato, “odore di morte, che conduce a morte” dice Paolo.
Se sei in Cristo, e hai lasciato che lo Spirito Santo entrasse in te, se gli hai permesso di trasformarti, se continui a lasciare  che ti metta nel cassetto abiti nuovi adatti alla stagione che attraversi di volta in volta nella vita, allora tu sei l'odore soave di Cristo, un sacrificio vivente, che arde, “un odore di vita, che conduce a vita.”
Se non sei ancora in Cristo, lascia che lo Spirito ti trasformi  per cambiare l'odore di morte del mondo in odore soave di Vita.
Noi siamo il profumo di Cristo.
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Il cancello conquistato: sei un "soldato" o un "guerriero" per Cristo? | 20 Giugno 2021 |
In che modo ti definiresti come credente? Un "soldato", o un "guerriero"? Perché non basta essere un soldato, far parte genericamente di un esercito, magari solo perché frequenti una chiesa. Cristo ti chiede di essere un guerriero, di lottare per conquistate più anime a lui, di condividere la buona notizia del suo amore per tutti.
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Predicatore: Mario Forieri
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Brani utilizzati:
“ Poi Gesù, giunto dalle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dicono gli uomini che io, il Figlio dell'uomo, sia?».  Ed essi dissero: «Alcuni, Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia, o uno dei profeti».  Egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?».  E Simon Pietro, rispondendo, disse: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».  E Gesù, rispondendo, gli disse: «Tu sei beato, o Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io altresì ti dico, che tu sei Pietro, e sopra questa roccia io edificherò la mia chiesa e le porte dell'inferno non la potranno vincere.  Ed io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che avrai legato sulla terra, sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra sarà sciolto nei cieli». (Matteo 16:13-19 ND)
“Poi Sansone andò a Gaza e là vide una prostituta, ed entrò da lei. Quando fu detto a quei di Gaza: «Sansone è venuto qui», essi circondarono il luogo e stettero in agguato tutta la notte presso la porta della città, e rimasero in silenzio tutta la notte, dicendo: «Allo spuntar del giorno lo uccideremo». Sansone rimase coricato fino a mezzanotte; poi a mezzanotte si alzò, afferrò i battenti della porta della città e i due stipiti, li divelse insieme con la sbarra, se li caricò sulle spalle e li portò in cima al monte che si trova di fronte a Hebron.” (Giudici 16:1-3 ND)
“E che dirò di più? Infatti mi mancherebbe il tempo se volessi raccontare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti...” (Ebrei 11:32 ND)GUARDA LE DIAPOSITIVE DEL MESSAGGIOGUARDA IL VIDEO IN BASSA RISOLUZIONE SU FACEBOOKGUARDA IL VIDEO IN BASSA RISOLUZIONE SU INSTAGRAM---GUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGI IN HD 





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Percepire Dio coi miei sensi - Gustare Dio | 13 Giugno 2021 |
La Parola di Dio è il cibo spirituale più buono che possa esistere. Ma per gustarlo a pieno devi avere un rapporto costante ed intimo con colui che è il pane della vita, suo Figlio Gesù.
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Tempo di ascolto audio/ visione video: 35 minutiSiamo al quarto messaggio sui nostri cinque sensi, e su come questi ci possano aiutare a sperimentare un rapporto  più intimo con chi ce li ha donati, ovvero il nostro Signore.

Quando pensate ad una vacanza, quali sono le prime memorie che vi vengono in mente?
Personalmente io ricordo per primi i paesaggi, quello che ho visto; le cime delle Dolomiti,  o i palazzi di Noto, o i tramonti in Zimbabwe. Se sei come me, significa che la tua memoria è prettamente visiva.
Ma ci sono altre persone che, invece, ricordano per prima cosa i profumi del luogo che hanno visitato; l'odore degli alberi di jacaranda che fiorivano quando eravamo a Bulawayo, oppure dell'erba delle malghe. Questo significa che hai una memoria olfattiva.
Conosco persone, invece, che hanno una memoria “digestiva”; tutti i racconti relativi ai loro viaggi vertono su quello che hanno mangiato: “Ah, mi ricordo quel posto, facevano un filetto stupendo, oppure quell'altro, una impepata di cozze sublime.”
Il gusto ci è stato dato perché possiamo non solo nutrirci ma fare della necessità quotidiana un mezzo di conoscenza, di cultura (si parla tanto di “cultura del cibo”) ma anche un modo per fissare un ricordo o un'esperienza.
Tanto del nostro gusto proviene dalla nostra cultura: non ti stupisci se a pranzo ti vengono  offerti questi, dei gamberetti

ma come reagiresti se ti venissero offerti questi, dei bruchi?  
A noi ci è capitato... Eravamo in Zimbabwe e questa è stata la nostra reazione nel mangiare i bruchi "mopane", che sono uno tra i  piatti tipici della zona sud dell'Africa




Talvolta bisogna andare “oltre” le proprie origini culturali,  oltre la tradizione, per scoprire che, quello che ci viene offerto, è qualcosa di veramente squisito... anche se non lo abbiamo mai assaggiato.
Questo non vale solamente per il cibo fisico, ma anche per il cibo spirituale: Davide nel Salmo 34 afferma:
“Gustate e vedete quanto l'Eterno è buono; beato l'uomo che si rifugia in lui”. (Salmo 34:8 ND)
Appena una nota sulla versione della Bibbia che usiamo di solito, la Nuova Riveduta. Se prendete questo versetto, nelle vostre bibbie vedrete che è assolutamente differente; infatti suona “Provate e vedrete quanto l'eterno è buono” dove i tempi sono un indicativo e un futuro: sentite adesso e vedrete in futuro.
Io ho usato invece la versione della Nuova Diodati per due motivi ben precisi.
Il primo verbo (gustate per la ND e provate per la NR)  in originale ebraico è ?????  t?a?‘am   è un termine poco usato nella Bibbia  ed è riferito propriamente al cibo. Il secondo è ????? ra?’a?, che significa “vedi, capisci, considera” Sia il primo verbo che il secondo verbo, nella lingua ebraica sono al tempo qal  che si traduce in italiano con l'imperativo.
Davide perciò non sta genericamente dicendo:  “Prova un po' questo e poi, vedrai  che in futuro sentirai che è buono”; sono due verbi all'imperativo: “GUSTA! Lo devi mangiare! Ne devi sentire il sapore!” E poi: “CAPISCI! Anche se è un gusto che non hai mai assaggiato devi arrivare a considerare quanto è buono!”
Per noi occidentali del ventunesimo secolo l'esempio che ci fa Davide, sinceramente, non ci fa né caldo ne freddo. Siamo abituati ai sapori... a tutti i sapori la scienza ci dice che noi percepiamo  attraverso le papille gustative che abbiamo in bocca sette sapori primari: Amaro, Acido, Dolce, Salato, Umami, Kokumi, Grasso.
Se pensavi fossero solo quattro,  il salato, l'acido, il dolce, l'amaro, sei in buona compagnia;  anche io lo credevo fino a questa predicazione.
Quali di questi è il migliore? Il più buono? Nessuno dei sei e ciascuno di essi!  Ognuno di noi ha le sue preferenze! Tu puoi lasciarmi sul tavolo il pezzo di cioccolata più buona al mondo, e sta sicuro che la ritrovi là... ma non provare a lasciare un sacchetto di patatine, o di arachidi o di mandorle tostate e salate... io posso uccidere per averle tutte!
Non era così al tempo di Davide: I tre sapori principali amaro, acido e salato erano facili da provare; facevano parte della cultura del cibo dell'epoca.
Non per il dolce; in Israele non esisteva zucchero. L'unico dolcificante che conoscevano era il miele, ma per prima cosa era molto raro in quanto non esisteva l'apicoltura (l'unico era quello trovato nei favi delle api selvatiche) e seconda cosa era costosissimo, solo i re potevano permetterselo.
Quando Davide parla di “gustare” Dio e di considerare quanto è buono stava riferendosi con tutta probabilità (e vedremo dopo perché) a quel sapore a quel dolce che era rarissimo, costosissimo, e che solo pochi potevano permettersi. E invece Davide dice: “Non solo lo puoi, ma anzi lo DEVI gustare, anche se non lo hai mai assaggiato”.
Ovviamente, quella di Davide, è una “metafora”, un'illustrazione, per far capire meglio come è Dio: “Hai presente quanto è buono il miele? Beh, Dio è enormemente meglio”
Ma come si fa a “gustare” il miele dell'Eterno? Ce lo spiega un altro salmo, il 119:
"Oh, quanto amo la tua legge! È la mia meditazione di tutto il giorno. I tuoi comandamenti mi rendono più saggio dei miei nemici; perché sono sempre con me. Ho più conoscenza di tutti i miei maestri, perché le tue testimonianze sono la mia meditazione. Ho più saggezza dei vecchi, perché ho osservato i tuoi precetti. Ho trattenuto i miei piedi da ogni sentiero malvagio, per osservare la tua parola. Non mi sono allontanato dai tuoi giudizi, perché tu mi hai istruito. Oh, come sono dolci le tue parole al mio palato! Sono più dolci del miele alla mia bocca.” (Salmo 119: 97-103)
Davide (probabilmente... ma non siamo sicuri) ci da la ricetta per gustare il dolce più buono del Creato.
1. Ama  la Parola di Dio
Oh, quanto amo la tua legge! (v. 97a)
Non è un libro qualsiasi. Non è un libro dove, se lo leggi,  trovi qua e là, in mezzo a tante storie talvolta strampalate, qualche indicazione di Dio: E' la Parola di Dio. E' tutta ispirata.
2. Meditala ogni giorno
È la mia meditazione di tutto il giorno (v. 97b)
Chi di noi è stato all'estero per un periodo di tempo più lungo di una settimana? Cosa vi è mancato di più?
Posso dirvi cosa manca a me, quando vado fuori per un po': il CAFFE'!  Quello vero, italiano, scuro, denso con la crema sopra! Talvolta tento con qualcosa  che imita l'espresso italiano... e ogni volta mi dico :”Non imparo mai! Ma perché l'ho preso?”
Per via della mia ernia iatale ho dovuto smettere prenderlo, altrimenti era un rito che, tutti i giorni, almeno due volte al giorno (se non di più) non poteva mancare. Ero “dipendente” dalla caffeina.
La lettura della Parola deve essere molto di più del caffè. Deve diventare una costante nel tempo da cui diventiamo dipendenti.
Così come i tempi con cui prendevo il mio caffè  erano variabili (potevo buttarlo giù d'un fiato prima di andare al lavoro, oppure sedermi a sorseggiarlo con un amico), allo stesso modo non tutti i giorni avrò tempo di trascorrere un'ora in lettura; talvolta saranno cinque minuti, ma l'importante è che lo faccia  su base quotidiana per gustare il miele che c' è in essa.
3. Applicala alla tua vita quotidiana
Ho più conoscenza di tutti i miei maestri, perché le tue testimonianze sono la mia meditazione (v. 99)
Ti ricordi quando eri a scuola cosa faceva il maestro? Per insegnarti come risolvere un problema te lo faceva vedere uno alla lavagna e lo risolveva, e poi diceva: “ecco, per risolvere quelli a casa, fate lo stesso”.
La Bibbia è un libro pieno di problemi risolti, dove trovi strategie, metodi, soluzioni,  per poter ottenere il miele da ogni giorno.
Ma non basta leggere le soluzioni devi anche meditale, ovvero pensare cosa significano per te e applicarle alla tua vita.
4. Rispetta le sue regole
Ho più saggezza dei vecchi, perché ho osservato i tuoi precetti (v. 100)
Per risolvere un problema non basta solo applicare un metodo, ma bisogna rispettare alcune regole. Perché, anche se il tuo metodo è giusto, e sai che per misurare la circonferenza  devi moltiplicare per 2 il raggio, se poi non rispetti la regola  di moltiplicare per ?, il risultato sarà sbagliato.
Ci sono delle regole date da Dio che vanno rispettate se vuoi assaporare il suo miele.
5. Scegli il percorso giusto
Ho trattenuto i miei piedi da ogni sentiero malvagio, per osservare la tua parola (v. 101)
La Parola di Dio è una mappa che contiene solo percorsi sicuri; questo non significa che saranno i più facili, spesso quelli che sembrano più semplici  portano verso i burroni.
Ma proprio per questo vanno “scelti” secondo quello che c'è scritto sulla mappa; se non sono là sopra, anche se sembrano scorciatoie sicure è meglio evitarle.
6. Non smettere mai di apprendere
Non mi sono allontanato dai tuoi giudizi, perché tu mi hai istruito.” (v. 102)
Il rischio più grande per ogni credente è quello di ritenersi “completo”; di aver appreso tutto, di sapere ora come fare. Ed è allora che cadiamo.
Lo scrittore Ernest Hemingway ha detto: “Siamo tutti apprendisti in un mestiere dove non si diventa mai maestri: la vita.” In questa vita noi siamo apprendisti, siamo incompleti, siamo costantemente in debito di informazioni.
Abbiamo bisogno di sedere come Maria sorella di Marta, ai piedi del Signore. Il buono da assaporare arriva attraverso quello che lui giudica buono, non attraverso quello che io giudico tale.
Davide afferma:
“Gustate e vedete quanto l'Eterno è buono...
I sei passi che ci indica ci possono davvero far assaggiare il cibo più buono del Creato... ma... Ma Davide aggiunge:
beato l'uomo che si rifugia in lui”
Cosa significa questo, per me e per te? Ce lo spiega Pietro ripetendo questo esatto versetto:
“...desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono. Accostandovi a lui (Gesù), pietra vivente, rifiutata dagli uomini ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo.” (1 Pietro 2: 2b-5)
Se non ti accosti a Gesù, se non “gusti” la  Parola di Dio attraverso Cristo, il miele non potrà arrivare nella tua vita.
Pietro afferma che ogni tuo sacrificio spirituale, come amare la Parola e meditarla ogni giorno, come applicarla alla tua vita rispettando le regole, scegliendo le vie giuste e non smettendo mai di apprendere, sarà gradito a Dio  SOLO per mezzo di Gesù Cristo. Gesù ha detto:
“ Io sono il pane della vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivente che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne.” (Giovanni 6:48-51)
Ho detto all'inizio del messaggio che talvolta bisogna andare “oltre” le proprie origini culturali,  oltre la tradizione, per scoprire che, quello che ci viene offerto, è qualcosa di veramente squisito... anche se non lo abbiamo mai assaggiato.
Molti di noi hanno sperimentato un solo tipo di cibo spirituale in passato e non hanno mai assaggiato il vero pane di Cristo, il rapporto profondo, costante e quotidiano sia con la sua Parola che con la sua presenza sotto forma di Spirito Santo.
Dove sei oggi? A quale mensa sei seduto, sei seduta?
Se stai mangiando ancora la manna nel deserto, se ti stai nutrendo dello stesso cibo da anni,  se ti illudi che basti leggere,  o frequentare una chiesa e vivere poi come vuoi, Gesù ti indica il tuo destino.
Ma se gusti il pane della vita, se credi e segui Gesù, il miele dell'Eterno, una vita al suo fianco, e per sempre, è ciò che Gesù è venuto a donarti.
Gustare Dio, come dice Davide, è un imperativo, se hai creduto. Ed è un imperativo anche capire che il suo cibo è un cibo di vita eterna, e ricercarlo ogni giorno.
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Nascoste, ma in bella vista: le donne nel Nuovo Testamento | 06 Giugno 2021 |
Ad una lettura superficiale del Nuovo testamento potrebbe sembrare che sian poche le figure femminili di spicco. Ma, se leggiamo bene, vedremo che già nella chiesa primitiva le donne avevano un ruolo importante nel piano di Dio di portare la sua parola fino all'estremità della terra.
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Predicatrice: Jean Guest
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Sono sicura che ciascuno di noi  abbiamo giocato con i nostri o con i bambini di altri a "Cucù". È uno strano fenomeno dell'infanzia dove loro sembrano credere che se si coprono gli occhi non possono  essere visti.
I ricercatori dell'Università di Cambridge hanno rivolto la loro attenzione a questo mistero eseguendo una varietà di test semplici su gruppi di bambini di 3 e 4 anni giocando a cucù con loro. Hanno scoperto, come anche noi, che quando gli occhi di un bambino sono coperti, si sentono invisibili. Credevano anche che fosse vera la medesima cosa se loro avessero potuto vedere, ma gli occhi dell'adulto erano coperti. 
Ma c'è un colpo di scena:  quando gli si chiedeva esattamente su ciò che significava per loro l'invisibilità, i bambini nello studio hanno ammesso che, si,  i loro corpi erano ancora visibili quando erano coperti i loro occhi, ma  era il loro "io" ad essere nascosto nascosto, o almeno  questo è il suggerimento; i bambini sembrano fare distinzione tra corpo e “io” e  l'io sembra essere da tutti descritto come se vivesse in un certo senso negli occhi.  Per poter vedere veramente qualcuno hai bisogno incontrare il suo sguardo.
Se ti chiedessi di nominare alcune delle donne che si trovano nel Nuovo Testamento potresti citare un paio di Marie, poi c'è la donna al pozzo, di cui non conosciamo il nome.  E  non c'è forse una Lidia e  una Febe? E se ti chiedessi di  darmi alcuni passi scritti in particolare per le donne del Nuovo Testamento, potresti citare tutte le volte che Gesù incontra delle donne;  poi ce n'è uno sul tacere in chiesa. E che dire di quello che viene detto sul coprire il capo e, ultimo ma non meno importante, il versetto sull'essere sottomesse. 
A prima vista sembrerebbe che, dalla mancanza di menzione specifica, o di nomi reali, le donne nel Nuovo Testamento sono di secondaria importanza rispetto ai grandi eroi della chiesa primitiva il cui insegnamento e la cui testimonianza ci stanno giustamente a cuore. Eppure il NuovoTestamento è popolato da molte coraggiose, belle, fedeli  donne di Dio. È come se fossero nascoste, ma in bella  vista.
Forse dobbiamo scrollarci di dosso le nostre bende culturali e sorvolare su di esse, per poter incontrare il loro sguardo e vederle davvero. Hanno molto da insegnarci e io credo che la loro presenza sia una sfida anche per noi.
Voglio iniziare dando un'occhiata a Romani in particolare Romani 16 e a tre donne che vi troviamo. Nel momento in cui scrive Paolo è a Corinto, non ha potuto visitare i credenti a Roma e quindi scrive loro. E così succede che  scriverà una delle più grandi esposizioni della fede cristiana che abbiamo. Nei capitoli da 1 a 8 espone i fondamenti della fede; nei capitoli da 9 a 11 spiega la sovranità di Dio sulla salvezza e nei capitoli da 12 a 16 li e ci istruisce  su come vivere una vita santa. Include anche un po' di  suggerimenti pratici: sta programmando dei viaggi a Gerusalemme e in  Spagna e spera che i credenti di Roma lo sostengano in questo.
“Per questa ragione appunto sono stato tante volte impedito di venire da voi; ma ora, non avendo più campo d’azione in queste regioni, e avendo già da molti anni un gran desiderio di venire da voi...” (Romani 15:22-23)
Paolo termina la sua lettera con un elenco di saluti personali a tutti di coloro che sono stati di aiuto al suo ministero, ai capi della chiesa e a amici cari. Le donne nominate e salutate con ruoli specifici sono Febe, Prisca, Giunia, Perside, Maria, Trifena e Trifosa, la  madre di Rufo, la sorella di Nereo e Giulia.
Queste donne hanno ricoperto ruoli e ministeri significativi all'interno delle prime congregazioni cristiane a Roma. A proposito, parlo  della chiesa primitiva in questo modovisto che ci sono prove storiche e archeologiche che ci suggerire che a quei tempi la chiesa si riunisse in case private, oppure in altri luoghi simili, e quindi, per necessità, ciascun guippo era di numero limitato, ma faceva comunque parte di una rete molto più grande. Poiché si riunivano in privato, sarebbe stato molto più facile per una donna ricoprire un ruolo di leadership e di autorità.
Tuttavia, il punto più significativo  è che questa grande esegesi della fede fu affidata per essere recapitata ad una donna; . E  quella donna è Febe.
“Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è diaconessa della chiesa di Cencrea, perché la riceviate nel Signore, in modo degno dei santi, e le prestiate assistenza in qualunque cosa ella possa aver bisogno di voi; poiché ella pure ha prestato assistenza a molti e anche a me.” (Romani 16:1-2)
Paula Gooder (una teologa britannica)  sottolinea che ci sono cinque fatti interessanti in questi due versetti. Il  primo è che affidando a Febe il compito di  consegnare la lettera, ella sarebbe ovviamente stata la lettrice  di essa. Era usanza del tempo che la persona che portava la lettera fosse anche il lettore.. Da ciò non è un gran salto il pensare che gli ascoltatori le facessero domande: "Allora Febe, cosa vuole dire esattamente Paolo nel papiro 5 al punto dieci?", e ciò fa di una donna la prima esegeta di questo grande libro. 
In secondo luogo Paolo la chiama diaconessa della chiesa Cencrea, la città portuale di Corinto. Nel 2021 nessuno sa per certo cosa si intenda con questo termine; alcuni dicono significhi ministro, altri servo, e non è usato allo stesso modo in altre sue lettere. Ma sia la chiesa di Corinto che quella di Roma sapevano esattamente cosa significasse e Paolo non deve spiegarlo; è un dato di fatto, lei è una diaconessa e ciò porta con sé una certa autorità.
In terzo luogo usa la frase "vi raccomando" che letteralmente significa  di “riceverla come se stiate  ricevendo me.” Non è semplicemente la rappresentante di Paolo, è lui stesso. 
In quarto luogo si riferisce a lei come a una benefattrice, o sostenitrice (in italiano si chiamano “mecenati”) . Noi sappiamo dal racconto  che  era capace di viaggiare e l'uso di questo termine ci dice che Febe doveva essere ricca e di alto rango sociale. Il mecenatismo era come il mondo antico funzionava: in parole povere un sostenitore (mecenate) aiutava economicamente i suoi clienti con denaro nelle questioni legali, negli affari, sponsorizzando attività , sostenendo artisti, e anche organizzando matrimoni. Febe è una di queste persone, con una piccola differenza, lei è la benefattrice di molti credenti, compreso Paolo 
Il quinto e ultimo fatto interessante su Febe è il suo nome: è un nome da schiava. Era una “liberta” ovvero una schiava liberata.  Non pensi varrebbe la pena di conoscerla?
La mia seconda donna di Romani 16 è Prisca o Priscilla; in alcune traduzioni è chiamata così.
“Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù ,i quali hanno rischiato la vita per me; a loro non io soltanto sono grato, ma anche tutte le chiese delle nazioni.” (Romani 16:3-4)
Priscilla e Aquila sono una coppia sposata, di professione producono tende e sono ebrei convertiti originari di Roma. Dopo la persecuzione del popolo ebraico sotto l'imperatore Claudio, si diressero in Grecia, dove incontrarono Paolo; avevano fatto da tutori al dinamico evangelista Apollo. Insieme sono citati sette volte nel Nuovo Testamento in quattro libri diversi e, cosa più interessante, Priscilla 5 volte su 7 è nominata per prima. 
Non era l'abitudine di quei tempi e ciò significa che Priscilla ha avuto un ruolo da protagonista nella loro ministero congiunto. E che ministero è stato! Hanno dato rifugio e lavoro a Paolo quando è arrivato per la prima volta a Corinto; hanno viaggiato con lui mentre andava a Efeso per stabilire una  chiesa lì. 
E' là che hanno preso con se Apollo che anche se era “uomo dotto” e  parlava “accuratamente” e “con grande fervore”, la sua conoscenza della via di Dio era incompleta (Atti 18:24). Riconoscendo l'opportunità di investire in questo giovane capo, Priscilla e Aquila lo invitarono nella loro casa e gli fornirono istruzioni più approfondite.
Hanno rischiato le loro stesse vite per Paolo, in che modo non lo sappiamo esattamente, ma il linguaggio usato indica   fosse una seria minaccia per la vita. E infine Paolo dichiara che le chiese dei pagani convertiti (i gentili) del tempo devono ringraziare questa coppia sorprendente. Celeste ha parlato con forza la scorsa settimana della necessità che uomini e donne lavorino e collaborino nella chiesa;  Priscilla e Aquila dimostrano che quando questo è fatto senza preoccuparsi di chi dei tue  sia il capo,  allora questo può  cambiare il mondo.
“Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia, i quali si sono segnalati fra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me.” (Romani 16:7)
Per 1200 anni di storia della chiesa non c'è stato alcun dibattito sul fatto che Giunia fosse una donna;  qualcuno chiamato Giles di Roma  decise che questo non poteva assolutamente essere vero e così cambiò il suo nome in Giunias. Questo potrebbe non essere un problema tranne per il fatto che Giunias non esiste come nome. Lei è molto chiaramente Giunia e, che Dio  la benedica, è forse la donna più controversa in assoluto Bibbia; perché,  cosa significa quando si  dice " si sono segnalati fra gli apostoli”? 
Che cos'è un apostolo? Paolo, Barnaba (Atti 14:14), Sila e Timoteo (1Tess. 2:6b; cfr. 1 Tess. 1:1a), Apollo (1 Cor 1,12), Epafrodito (Fil. 2:25) sono tutti descritti come apostoli, quindi non può significare solo i discepoli originali
Un apostolo ( apostolos ) è letteralmente qualcuno che è "inviato" (verbo: apostell? ) in missione.
Alcune traduzioni inglesi, hanno una nota a piè di pagina dove si spiega che apostolo può significare messaggero. Tuttavia, io penso che possiamo essere tutti d'accordo sul fatto che Paolo, Pietro, Barnaba eccetera, erano molto più che messaggeri. Dalla descrizione che abbiamo di Andronico e Giunia, compreso il fatto che furono imprigionati con l'apostolo Paolo, sembra che entrambi fossero coinvolti in importanti ministeri. Paolo dice che Andronico e Giunia erano compagni di prigionia per onorarli, e questo significa  che furono tutti imprigionati per la loro opera missionaria. 
E poi c'è l'altra frase difficile. In molte traduzioni anglosassoni la frase “si sono segnalati tra gli apostoli”  (greco: epis?mos en tois apostolois)è tradotta come “erano noti agli apostoli”.
(Nella nuova Riveuita e Nuova Diodati è “si sono segnalati”. Nella TILC è “Sono molto stimati tra gli apostoli. Solo nella CEI viene detto: “ sono degli apostoli insigni”.)
Episemos è eccezionale, eppure ci sono un certo numero di traduzioni che usano la frase molto più mite "ben noto". “En” è una parola comune ed è usata circa 2830 volte nel Nuovo Testamento. Questa parola è sempre tradotta come "in" o "tra" in inglese. Non è mai "agli".  Non mi interessa molto se Giunia fosse o meno un'apostola, ma scommetto che lo era. Quello che mi interessa sono le traduzioni sciatte che cercano di cancellare le donne dalle Scritture o di ammorbidire l'importanza del loro ministero. Per lo meno è irrispettoso.
Queste tre donne hanno contribuito a plasmare la chiesa, a renderla stabile  e a farla crescere. Siamo qui grazie a loro.
C'è un ultimo punto che voglio sottolineare, e prometto che sarà uno veloce. Voglio tornare aii Vangeli e al modello di Gesù e in particolare l'episodio con Marta e Maria.
“Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ospitò in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.  Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: «Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria.  Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta».”. (Luca 10:38-42)
Dai un'occhiata più da vicino alla frase " Maria, la quale, sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.' È lo stessa frase usata da Paolo in Atti 22 quando descrive se stesso prima della conversione come incarnazione del fervente discepolo  ebreo seduto ai piedi di Gamaliele. 
Se sedevi ai piedi di un insegnante c'era l'implicito riconoscimento che eri un suo discepolo e che un giorno saresti diventato un insegnante.
Marta è arrabbiata perché è stata lasciata da sola a fare tutti i lavori domestici, ma anche perché Maria ha attraversato il confine culturale che dice che le donne non possono essere nella migliore stanza con l'insegnante per imparare ad essere un discepolo. E guarda la risposta di Gesù: "Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta ».
Torniamo da dove abbiamo iniziato tutta questa serie
“Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù.” (Galati 3:28)
Le donne della Bibbia  sono lì per noi da vedere, dobbiamo semplicemente essere pronti, essere pronte i a incontrare il loro sguardo e ad essere benedetti, essere benedette e sfidati, e sfidate da loro. Forse allora insieme come uomini e donne di fede possiamo, come diceva Celeste, celebrare, fare festa.
“Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione. V’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti.” (Efesini 4:4-6)GUARDA LE DIAPOSITIVE DEL MESSAGGIOGUARDA IL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU FACEBOOKGUARDA IL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU INSTAGRAM---GUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN HD







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Siamo eroi | 30 Maggio 2021|
Dio ci ha creati per essere degli eroi, per vivere la vita assieme supportandoci tra donne ed uomini, e per testimoniare del suo amore per noi, sapendo che non saremo mai da soli ad affrontare il mondo.
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Predicatrice: Celeste Allen
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Vogliamo tutti degli eroi. Fa  parte del nostro essere umani. Quando ero bambina, la mia eroina era Wonder Woman. 
Mi piaceva leggere le avventure di una donna forte e abile che era disposta e capace di lottare per il bene e la giustizia . Perciò non dovrebbe essere una  sorpresa che uno dei miei eroi biblici venga  dal libro di Giudici. 
Il libro di Giudici si svolge dopo che gli Israeliti erano entrati nella Terra Promessa e prima del primo re (Saul). In quel periodo il popolo d'Israele era guidato da dei giudici. (da qui il nome del libro). Non era un ruolo strettamente giudiziario, un po' come un primo ministro,  e tendevano ad essere capi militari.
Ed è qui che incontriamo Debora. Debora è l' unica donna leader di Israele che la Bibbia ci mostra. C'erano diverse donne profetesse, e ovviamente molte donne che hanno svolto ruoli molto significativi nel corso della storia di Israele, ma Debora fu l'unica che effettivamente guidò il paese. Non solo era la guida di Israele, ma Debora  era anche una profetessa, portavoce di Dio verso il popolo di Israele . Quindi Debora non aveva solo un ruolo importante, ma aveva davvero un ruolo cruciale.
"1 Morto Eud, i figli d’Israele continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore. 2 Il Signore li diede nelle mani di Iabin, re di Canaan, che regnava ad Asor. Il capo del suo esercito era Sisera, che abitava ad Aroset-Goim. 3 I figli d’Israele gridarono al Signore, perché Iabin aveva novecento carri di ferro e già da vent’anni opprimeva con violenza i figli d’Israele. 4 In quel tempo era giudice d’Israele una profetessa, Debora, moglie di Lappidot. 5 Lei sedeva sotto la palma di Debora, fra Rama e Betel, nella regione montuosa di Efraim, e i figli d’Israele salivano da lei per le controversie giudiziarie. 6 Debora mandò a chiamare Barac, figlio di Abinoam, da Chedes di Neftali, e gli disse: «Il Signore, Dio d’Israele, non ti ha forse dato quest’ordine: “Va’, raduna sul monte Tabor e prendi con te diecimila uomini dei figli di Neftali e dei figli di Zabulon. 7 Io attirerò verso di te, al torrente Chison, Sisera, capo dell’esercito di Iabin, con i suoi carri e la sua numerosa gente, e lo darò nelle tue mani”?» 8 Barac le rispose: «Se vieni con me, andrò; ma se non vieni con me, non andrò». 9 Debora disse: «Certamente, verrò con te; però, la via per cui cammini non ti porterà onori; perché il Signore darà Sisera in mano a una donna». E Debora si alzò e andò con Barac a Chedes. 10 Barac convocò Zabulon e Neftali a Chedes; diecimila uomini si misero al suo seguito e Debora salì con lui. 11 Ora Eber, il Cheneo, si era separato dai Chenei, discendenti di Obab, suocero di Mosè, e aveva piantato le sue tende fino al querceto di Saannaim, che è vicino a Chedes. 12 Fu riferito a Sisera che Barac, figlio di Abinoam, era salito sul monte Tabor. 13 Sisera adunò tutti i suoi carri, novecento carri di ferro, e tutta la gente che era con lui, da Aroset-Goim fino al torrente Chison. 14 Allora Debora disse a Barac: «Àlzati, poiché questo è il giorno in cui il Signore ha dato Sisera nelle tue mani. Il Signore non va forse davanti a te?» Allora Barac scese dal monte Tabor, seguito da diecimila uomini. 15 Il Signore mise in rotta, davanti a Barac, Sisera con tutti i suoi carri e con tutto il suo esercito, che fu passato a fil di spada; e Sisera, sceso dal carro, si diede alla fuga a piedi. 16 Ma Barac inseguì i carri e l’esercito fino ad Aroset-Goim; e tutto l’esercito di Sisera cadde sotto i colpi della spada e non scampò neppure un uomo. 17 Sisera fuggì a piedi verso la tenda di Iael, moglie di Eber, il Cheneo, perché vi era pace fra Iabin, re di Asor, e la casa di Eber, il Cheneo. 18 Iael uscì incontro a Sisera e gli disse: «Entra, mio signore, entra da me; non temere». Egli entrò da lei nella sua tenda e lei lo coprì con una coperta. 19 Egli le disse: «Ti prego, dammi un po’ d’acqua da bere perché ho sete». Quella, aperto l’otre del latte, gli diede da bere e lo coprì. 20 Egli le disse: «Stattene all’ingresso della tenda; forse qualcuno verrà a interrogarti e ti chiederà: “C’è qualcuno qui dentro?” Tu risponderai di no». 21 Allora Iael, moglie di Eber, prese un piuolo della tenda e un martello, andò pian piano da lui e gli piantò il piuolo nella tempia tanto che esso penetrò in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; e morì. 22 Mentre Barac inseguiva Sisera, Iael uscì a incontrarlo e gli disse: «Vieni, e ti mostrerò l’uomo che cerchi». Egli entrò da lei; ecco, Sisera era steso morto, con il piuolo nella tempia. 23 Quel giorno Dio umiliò Iabin, re di Canaan, davanti ai figli d’Israele. 24 La mano dei figli d’Israele si fece sempre più pesante su Iabin, re di Canaan, finché l’ebbero annientato. (Giudici 4:1-22)
Breve riassunto della storia: Debora manda a chiamare Barac e gli comunica che Dio gli dice: "Va 'in guerra con Sisera e io ti darò la vittoria". Barac risponde: "Si, va bene, ma solo se vieni con me." Debora replica: "Certamente, ma dato che hai esitato , una donna avrà l'onore di uccidere Sisera". Scendono  quindi in guerra. Dio sconfigge le truppe  di Sisera come promesso, e Sisera fugge a piedi;  si nasconde presso qualcuno che pensa sia un suo alleato, Jael, che gli dice: "Vieni dentro, prendi un po 'di latte e fai un pisolino!" E quando Sisera si addormenta , Jael lo uccide.
Ci si potrebbe fare  un buon film d'azione, ma cosa ci sta dicendo Dio attraverso questa storia? Quale relazione c'è tra Debora e noi che viviamo nel  21° secolo ?
Debora ha sentito la chiamata di Dio nella sua vita e l'ha adempiuta. Dio l'ha chiamata ad essere una giudice e una profetessa . Non c'erano precedenti in Israele per una leader donna, tanto meno per una leader militare donna. Eppure lei ha riconosciuto la chiamata di Dio e non ha permesso che nulla le impedisse di adempiervi
Dio ha dato a ciascuno dei Suoi figli e delle sue figlie una chiamata speciale e unica e ci chiede di adempiere a quella chiamata
Egli ci prepara per il ruolo che ha scelto per noi. Ci sono una miriade di doni elencati in vari passi della Bibbia. Uno di quei doni potrebbe far parte della tua chiamata. Parlando di doni spirituali, Paolo dice:
“...ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole. ” (1 Corinzi 12:1)
Oppure la tua chiamata potrebbe essere meno ovvia . Una mia amica vede come sua vocazione il far ridere la gente, e cerca di farlo ogni giorno. Ed è molto brava in questo; è naturalmente comica . Anche se il far ridere la gente non è qualcosa specificatamente indicato nella Bibbia, siamo tutti chiamati a benedire gli altri; e portare gioia alle persone è certamente una benedizione per il prossimo.
Che cos'è che Dio ti ha chiamato ad essere o a fare? Se non lo sai, pensa a cosa ti rende felice. Cos'è che ti fa sentire più "giusto", più “giusta” quando lo fai, che ti fa dire "Ecco ciò ciò per cui sono stato creato, sono stata creata!" È probabile che sia almeno una parte della tua chiamata. Quindi, ti chiedo ancora, Che cos'è che Dio ti ha chiamato ad essere o a fare? Come stai adempiendo alla tua chiamata? E cos'altro puoi fare per adempiere alla tua chiamata? 
Debora andò in guerra. Non sappiamo dal testo se prese una spada o una lancia e ci si fiondò proprio accanto a Barac, o se lei, come Mosè, si trovava su una collina a supervisionare la battaglia fisica e combatteva nel regno spirituale, ma sappiamo che Debora  era una guerriera.
"Quando Barac vide i 900 carri di ferro di Sisera e tutte le sue truppe, ebbe tutti i diritti e le ragioni per avere paura. “Allora Debora disse a Barac: «Àlzati, poiché questo è il giorno in cui il Signore ha dato Sisera nelle tue mani. Il Signore non va forse davanti a te?»" (Giudici 4:14a) 
In quel momento, prima che iniziasse il combattimento fisico, Debora stava combattendo contro la paura e lo scoraggiamento di Barac.
Dio ha chiamato anche ciascuno di noi ad  essere un guerriero o una guerriera .
Ricorda che la nostra battaglia non è contro le persone .Sfortunatamente noi siamo abituati a vedere le persone come nostri nemici; ma Efesini 6:12 dice
"...il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti.” (Efesini 6:12). 
Questo passo prosegue dicendo che Dio ci dà una completa armatura  spirituale per combattere le nostre battaglie. , e, nel caso foste preoccupati di vincere la battaglia Paolo ci dice in Romani che attraverso Cristo siamo più che vincitori. 
“Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati.” (Romani 8:37)
Dio ci ha creati e attrezzati per la guerra.
Forse la tua battaglia è contro lo scoraggiamento, contro la depressione, contro la delusione, contro le influenze negative delle persone intorno a te o anche contro i modelli di pensiero negativi dentro di te . Quale battaglia ti sta chiedendo Dio di combattere?  In che modo stai combattendo quelle battaglie? Quali armi devi affilare?
Nessuno di noi è chiamato a combattere da solo. Questo mi porta al punto successivo.
Debora e Barac  sperimentarono l' organizzazione originale  di Dio ante-caduta nella quale gli uomini e le donne lavoravano assieme;  Barac rispetta e onora la saggezza e l'autorità di Debora come capo; Debora rispetta l'abilità militare di Barac e la sua richiesta di combattere assieme a lui . Sia che si trattasse di  impugnare una spada oppure di  combattere in preghiera , quello che è certo è che in qualche modo Debora  è scesa in guerra al fianco di Barac come partner.
C'è da sottolineare che Debora e Barac non erano sposati. La collaborazione tra uomini e donne non riguarda esclusivamente quella all'interno di un matrimonio, anche se questo è certamente un requisito per un matrimonio sano. Ma l'immagine di donne e uomini che lavorano assieme per la gloria di Dio nel nostro mondo sessualmente complicato è qualcosa che abbiamo bisogno di vedere. Voi, donne, voi, uomini, in che modo state vivendo questa collaborazione? In che modo state lavorando assieme per adempiere ai propositi di Dio per questo mondo ?
Su vasta scala, noi come cristiani facciamo tutti parte del corpo di Cristo, destinato a lavorare assieme per il bene di tutti. In Efesini 4: 11-12 Paolo dice:
"È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell’opera del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo” (Efesini 4:11-12)
E prosegue al versetto 16 aggiungendo:
“Da lui (Cristo) tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell’amore.” (Efesini 4:16) 
Ogni parte del corpo, lavora per raggiungere un obiettivo comune. Come stai collaborando con gli altri credenti in generale? Con chi stai collaborando? Con chi puoi collaborare?
Debora ha celebrato; ha festeggiato sia ciò che hanno fatto gli israeliti che ciò che ha fatto Dio. Non abbiamo letto il capitolo 5 di Giudici, ma l'intero capitolo si chiama “Canto di  Debora” (a volte “Canto di Debora e Barac)”. In questo canto , Debora racconta come gli israeliti combatterono e come Dio liberò il suo popolo. Questa è una lode a Dio e un incoraggiamento al popolo di Israele.
Come Debora, siamo chiamati a celebrare, a festeggiare.
È una delle cose più naturali al mondo; quando un bambino muove i primi passi o pronuncia la sua prima parola, lo diciamo ai nostri amici e alla nostra famiglia. Quando la nostra squadra del cuore vince una partita, gioiamo e ne parliamo con tutti quelli a cui interessa quello sport . Siamo stati fatti per festeggiare.
La prima domanda del Catechismo Minore di Westminster (un documento sulla fede compilato negli anni 1640 da teologi riformati inglesi e scozzesi) chiede: "Qual è il fine principale dell'uomo?" La risposta è: "Il fine principale dell'uomo è glorificare Dio e goderne per sempre". 
Ciò significa che uno degli obiettivi principali dell'esistenza umana è celebrare Dio. Non si tratta solo di cantare la domenica mattina. Non si tratta proprio di solo cantare. Si tratta di glorificare Dio.
Qualsiasi cosa facciamo, ovunque andiamo, chiunque noi siamo, la cosa più importante delle nostre vite è portare gloria a Dio: non avere successo, non di trovare una qualche realizzazione personale. È glorificare Dio. Sì, certo, in Lui troveremo il successo più grande  (il  "Ben fatto , buono e fedele servitore " dal Padre ) , una soddisfazione molto più profonda di quanto potremmo mai trovare se seguissimo  i nostri obiettivi personali. Ma tutto questo è solo un effetto secondario; l'obiettivo è celebrare Dio.
Come celebri? Chi festeggi? Quando Dio fa qualcosa di grande nella tua vita, come lo fai sapere al mondo? Come lo fai sapere ai tuoi amici e alla tua famiglia? Come stai dando gloria a Dio nella tua vita ? 
Debora era una donna di azione. Come la mia eroina d'infanzia Wonder Woman, Debora era forte, abile , e disposta a lottare per ciò in cui credeva. Non esitò; si mosse nella forza di Dio per essere la persona che Dio l'aveva chiamata ad essere. Come Debora, siamo chiamati, siamo guerrieri, siamo partner e siamo celebratori. Siamo eroi.
Al pari di Debora, muoviamoci nella forza di Dio per essere l' eroe, l'eroina che Dio ci ha chiamati ad essere. GUARDA LE DIAPOSITIVE DEL MESSAGGIOGUARDA IL VIDEO IN BASSA RISOLUZIONE SU FACEBOOKGUARDA IL VIDEO IN BASSA RISOLUZIONE SU INSTAGRAM---GUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN HD








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Percepire Dio coi miei sensi - Udire Dio | 23 Maggio 2021 |
Dio è "digitale": il suo messaggio è sempre forte e chiaro. Noi siamo "analogici": la nostra ricevente è antica e poco efficiente, ed i messaggi arrivano a fatica. Ma possiamo imparare come ascoltare il Padre, non solo attraverso le nostre orecchie.
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Siamo sul terzo messaggio sui nostri cinque sensi, e su come questi siano un dono da Dio che dobbiamo sfruttare per avere un rapporto più intimo con lui.
Dopo aver parlato della vista e del tatto, oggi parleremo dell'udito.
L'udito è stato per millenni, prima della scoperta della scrittura, l'unico modo per avere interazione con l'altro; la memoria delle cose veniva trasmessa non attraverso i libri ma attraverso racconti.

Siamo stati creati come esseri visuali e tattili, ma se non avessimo avuto anche due orecchie, sarebbe stato ben difficile poter comunicare.
E invece, questa struttura semplice, una membrana, e tre ossicini, collegata ad una serie di terminazioni nervose fa arrivare all'interno del cervello degli impulsi elettrici che diventano suoni, e i suoni poi diventano parole, e le parole diventano concetti, idee, sentimenti,


Pensate se fossimo stati come i serpenti: nessuna membrana, nessun impulso elettrico, i serpenti sentono solo le “vibrazioni”, e per sentirle usano usano la “lingua”.  Ma, un attimo, la predicazione si intitola “udire Dio”; allora significa che Dio è udibile “solo” attraverso le orecchie?

Per fortuna nostra, Dio ci ha fatto con una capacità di “udire” che va ben al di là delle nostre due orecchie.
Il fondamento della fede in Cristo è che abbiamo un Dio che ha sempre parlato all'uomo, sin dalla creazione. Sapete, quale sia il primo libro della Bibbia, vero? No, non è Genesi; quello è il primo, nell'ordine cronologico con il quale sono state assemblati i vari libri per dare un filo “logico”, una sequenza temporale, una storia.
Il libro più antico della Bibbia è il libro di Giobbe: tutti conoscono la storia di questo uomo ricco e fortunato, che, a un certo punto della sua vita, perde tutto... e per 38 capitoli gli amici di Giobbe, la moglie di Giobbe, e Giobbe stesso cercano di darsi una spiegazione  del perché sia successo propri a lui.
E così, dopo trentotto capitoli, stanco di sentire stupidaggini e spiegazioni assurde, Dio compare sulla scena:
“Allora il Signore rispose a Giobbe dal seno della tempesta e disse...” (Giobbe 38:1)
Sin dal principio dell'avventura umana Dio ha voluto parlare con noi. Sono innumerevoli i passi della Bibbia dove è scritto “...e Dio disse”. 
Capitemi bene, io non sono uno di quelli che afferma di sentire costantemente la voce di Dio; ci sono occasioni in cui questo accade, e ci sono periodi dove rimango senza istruzioni, anche per molto tempo: ma questo non dipende da Dio,  ma dipenda da “io”, da me.
Lo spiega bene a Giobbe un suo amico, Eliu:
“Dio infatti parla in un modo o nell'altro, ma l'uomo non ci bada”  (Giobbe 33:14 ND)
Perché mi accade? Semplicemente perché sono ancora “analogico”, e invece dovrei essere “digitale”. Aspettate, non sono impazzito... Lasciate che vi spieghi.
Chi tra di voi ascolta ancora la radio? E, se la ascolti, con che cosa la ascolti? Se sei moderno, hai una o più “app” sul tuo smartphone che ti permettono di ascoltare in maniera “digitale” ovvero “perfetta” migliaia di radio nel mondo.
Se sei “antico” come me, la ascolti con una “radio” a transistor”, e la qualità dell'audio è completamente differente.
Trenta anni fa, quando andavo in Inghilterra con mia moglie, non c'erano gli smartphone, e neppure le app; il web era ai primordi.
L'unica maniera per poter ascoltare le notizie italiane, era una radio “ad onde corte” che diffondeva in modo “analogico” una sola stazione Rai; l'audio era pessimo,  talvolta passavo ore per riuscire ad “acchiappare” la trasmissione, che, tra l'atro, non trasmetteva tutta la giornata, ma solamente la sera.
Dio non è mai stato “analogico”, ma è stato da sempre “digitale”; il suo segnale è stato da sempre “forte e chiaro”... il problema è il ricevitore... io e te.
All'inizio, nel Giardino di Eden, il segnale era “forte e chiaro”, digitale. Ma col tempo, nei millenni, ci siamo allontanati dell'emittente e ci siamo “disabituati” ad utilizzare le nostre orecchie... che sono più di due.
Eliu diceva che Dio “parla in un modo o nell'altro”... ovvero, “Dio non parla solo attraverso la voce” e non lo puoi ascoltare solamente “attraverso le orecchie fisiche”.
Dio ci ha dotato di un bel po' di altre orecchie con cui ascoltarlo. Ecco un breve elenco di come Dio abbia parlato a suoi figli tratto dalle storie dell'Antico Testamento:  
attraverso un roveto ardente (Mosè),  attraverso una nuvola (che riempiva il Luogo Santissimo nel Tempio) attraverso degli angeli (ovvero messaggeri che intervenivano nella vita di credenti) attraverso una colonna di fuoco (che guidava il popolo nella notte) … e persino attraverso un'asina! (Numeri 22:30 – Balaam). 

Quali altre “orecchie” dovrei allora attivare per sentire la voce di Dio? In quali modi ci parla Dio, al giorno d'oggi?
1) Dio ci parla attraverso la Bibbia
Paolo afferma a Timoteo:
“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3:16-17)
La frase “ispirata da Dio”:, in realtà nell'originale è una sola parola: ??????????? theopneustos; che significa “il soffio di Dio”.
La Bibbia non è un “buon libro” ma è il soffio del mio e del tuo Creatore;  è come un vento che porta ristoro, illuminazione, conoscenza.
Fatti conto che hai caldo, e in casa non hai l'aria condizionata: Cosa fai? Apri la finestra e la porta, e fai fare “corrente”.
Vale la stessa cosa per quando la vita “si fa calda”, stai soffocando e non respiri più.
Il soffio di Dio, il vento che rinfresca,  è presente nella sua Parola... ma la devi aprire per fare “corrente” con la finestra della tua vita.
Cinque minuti al giorno di “corrente” tra te e la Bibbia, e la temperatura della tua anima cambia.
2) Dio ci parla attraverso gli insegnanti
Ti è mai capitato di sentire una predica (da me o da altri) e di pensare: “ Ma Marco – o chi altro – ce l'aveva con me?”; oppure :” Ma Marco come faceva a sapere che erano queste le parole che mi servivano oggi?:
Non ero io, o qualche altro predicatore ad avercela con te, o a capire il tuo momento difficile per confortarti, ma  era Dio ti stava parlando!  Dio stava usando qualcuno con un dono di insegnamento  per parlare a te!
1 Tessalonicesi 2:13 dice:
“E mai ci stancheremo di ringraziare il Signore perché, quando avete sentito la nostra presentazione del Vangelo, voi non avete pensato che si trattasse di parole umane, ma l'avete preso per ciò che realmente è: la Parola di Dio che agisce in voi che credete.”  (1 Tessalonicesi 2:13 PV)
Se pensassi, anche per un solo istante di dover scegliere parole  che cambino la vita di chi ascolta sarei assalito dal terrore.
Ciò che faccio, che fa ognuno che predica, é predicare quello che Dio ha detto a me che devo cambiare di me o che vorrei che  nel mondo cambiasse.
Lo so che sembra assurdo. Per quanto possa sentirmi inadeguato,  piccolo, impreparato,  per quanto possa sentirmi indegno,  Dio USA la mia voce, come quella degli altri predicatori, per parlare al suo popolo;
con tutte le imperfezioni  e gli errori nella comunicazione, le parole di chi predica provengono da Dio.
E questo non lo dico io, ma Paolo:
“E noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali.” (1 Corinzi 2:13)
Ma, questo vale anche per te, se credi in Cristo!  Dio parla attraverso la tua voce,  attraverso i consigli che dai ai tuoi amici,  attraverso i versetti che citi o che scrivi sui segnalibri e che distribuisci a chi ami, attraverso i versetti che invii su Whatsapp.
3) Dio ci parla attraverso idee e sogni
Dio è il Creatore, ha una mente “creativa”. Quando Dio ti ha creato ha detto queste esatte parole.
“Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza “(Genesi 1:26)
Una parte di te sa creare, ma tu non sei Dio che può creare dal nulla, ci deve essere qualcuno che ti fornisce la “materia prima” per creare: le tue idee più brillanti, le “ispirazioni”” vengono da Dio. Per taluni (come me) arrivano attraverso i sogni.
Attenzione, perché le idee meno brillanti, quelle maligne, e distruttive, vengono dall'altro... sotto forma di “tentazioni”.
Quando Dio ti mette un'idea in testa si chiama ispirazione, quando Satana ti mette qualcosa in testa si chiame tentazione, quando tu ti metti qualcosa in testa si chiama suggestione!
Giovanni 14:26 dice:
“Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi farà ricordare  tutto quello che vi ho detto.” (Giovanni 14:26)
La frase tradotta con “vi farà ricordare”  nell'originale greco è ??????????? hypomimne?sko?  ovvero “metterà nella tua mente”. 
Tu ci metti le travi, la calce e la manodopera... ma il progetto non è tuo,  è di Dio!
Attenzione, però  a cadere nell'estremo del “misticismo”,  che significa pensare che: “Tutto quello che penso me lo dice Dio!” Le tue “ispirazioni” debbono SEMPRE  superare la “prova Bibbia”.
Quando hai un'intuizione, un'ispirazione, un sogno che senti non provenire da te, poniti queste semplici domande
E' in accordo con la Parola  di  Dio, la Bibbia?”Mi rende più simile a Cristo?E' in accordo con i miei  doni e i miei  talenti?E' qualcosa che riguarda le mie responsabilità?Serve a convincere di peccato o a condannare per il peccato?Mi fa provare la pace di Dio?

Attenzione, non deve superare la maggioranza delle domande, 4 su 6, ma deve superare TUTTE le domande per essere ragionevolmente sicuri che si tratti della voce di Dio.
4) Dio parla attraverso la sofferenza
Può sembrare un mezzo strano strano, eppure è così. Ci sono decine e decine di Salmi dove questo viene affermato Davide ha affermato più volte:
“Nella mia angoscia ho invocato il Signore, ed egli mi ha risposto.” (Salmo 120:1)
C.S. Lewis ha scritto: “Dio sussurra nelle nostre gioie, parla nella nostra coscienza; ma quando siamo nel dolore egli ci chiama a gran voce; il dolore è come il megafono per svegliare un mondo ormai sordo.” 
La realtà è che a nessuno di noi  piace il cambiamento; e anche Dio lo sa.  Sa che non cambiamo quando vediamo le fiamme  ma quando sentiamo il calore. 
Abbiamo paura di cambiare  e non cambiamo sino a che il dolore  non diventa più grande della nostra paura di cambiare.  Voglio leggervi quello che scrissi circa venti anni fa
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“A quell'epoca fa facevo parte della chiesa di Monterosi; predicavo una decina di volte l'anno, partecipavo attivamente alle riunioni e gestivo il giornalino della chiesa. Dopo cinque anni dal mio arrivo in quella comunità  ero uno dei suoi “responsabili”.
Avrei dovuto essere soddisfatto; stavo lavorando attivamente per il Signore... Ecco, il problema era proprio quello; era diventato un “lavoro”. Non c'era più gioia, sentivo quello che facevo come un peso; nessuno aveva scelto quel ritmo di lavoro se non io. In una parola, stavo avvicinandomi ad essere “cotto”. Non vedevo più il “fine” di quello che stavo facendo
Poi, in un incidente banale, mio padre morì; lui era per me il “consigliere saggio” a cui aggrapparsi nei momenti difficili. Non mi sono mai sentito così “solo” e bisognoso di affetto, spaventato dal non poter più contare sui suoi consigli.
Ma, proprio in quel momento doloroso, ho visto il “perché” stavo lavorando per la mia chiesa. In quei mesi vi furono persone che mi aiutarono in ogni cosa; dal confortare mia madre disperata al guardare Matteo piccolo, al chiamare mia moglie che aspettava Ben. Dall'accompagnarmi negli uffici per le varie carte da preparare, al telefonarmi quasi ogni giorno per confortami, venire al negozio per darmi una parola di conforto. Tutto ciò per farmi sentire amato, farmi sentire desiderato ed importante, non solo nel mio dolore.
Ecco perché stavo lavorando! Perché la chiesa è questo! A distanza di anni, se riguardo indietro, vedo che Dio aveva colto il mio sommo dolore per insegnarmi che quello per cui lavoravo non era “lavoro” ma il “SUO” lavoro, l'edificazione della SUA chiesa locale, quel corpo che ora mi stava stringendo a se, dandomi amore, affetto, sostegno.”
Non so se tu ha provato, o forse stai provando adesso momenti simili al mio, nelle varie gradazioni possibili, da un piccolo ad un grande dolore. Ma sappi che Dio sta cercando di parlarti PROPRIO in quel momento, di sfruttare quello che è un male per volgerlo al bene; Ricorda che Dio è colui  che è capace di trasformare una crocifissione  in una resurrezione.
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Conclusione
Dio ci ha creati e fatti per ascoltarlo, attraverso differenti mezzi: fisici (i nostri occhi che leggono e le nostre orecchie che ascoltano), mentali (i nostri pensieri e i nostri sogni), esistenziali (le nostre esperienze ed i nostri momenti difficili.
Tocca a me ed a te, come credenti, di ascoltare la Sua Parola, la brezza che porta ristoro,  conoscenza, illuminazione conforto, guarigione.
Non pensare che la tua fede sia troppo piccola, se oggi pensi che sia impossibile che Dio parli proprio a te. La fede che ti serve è quella che Dio stesso costruisce e fortifica in te, attraverso suo figlio:
“Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.” (Romani 10:17)
E non importa se è da tempo che non ascolti più la sua voce;  Cristo  è lì al tuo fianco,  e vuole portarti ad ascoltare la voce del Padre, e iniziare  o tornare a farsi una bella chiacchierata  col suo figlio, con la sua figlia amatissima. 
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Proverbi 31 e la donna di valore | 16 Maggio 2021 |
La Bibbia parla della donna in un passo di Proverbi, descrivendo le caratteristiche che la rendono "di valore". Ma il passo di Proverbi sta parlando di altro; parla della saggezza, ritratta come una donna saggia... e la saggezza non è solo per le donne!
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Predicatrice: Jean Guest
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Tempo di ascolto audio/ visione video: 29 minuti


La prima volta che abbiamo visitato i Musei Vaticani come famiglia, nostro figlio più giovane si mise davanti alla statua di Artemide (rappresentata con un arco in mano, una luna tra i capelli, ed un cane al fianco) e disse: “Che donna! Lei caccia, ha la luna come corona - e quel che contava di più  ai suoi occhi -  e  ha un cane!"  Suo padre e io, una volta  smesso di ridere,  gli dicemmo: "Buona fortuna per trovare una così figlio mio!"
Abbiamo tutti la nostra idea di perfezione. Se te lo stessi chiedendo, questa  è la mia: vestiti di bianco che giocano a cricket e lanciano la palla a 150 chilometri all'ora...  mi affascinano ogni volta! Poco importa se sia una sana idea di perfezione, visto che non ha alcun impatto su di voi in  modo sostanziale, quindi è di poca importanza. 
Purtroppo viviamo in un mondo dove, soprattutto per i nostri giovani, e in particolare ancor di più per le nostre giovani donne, i concetti di perfezione sono spacciati come obiettivi da raggiungere. Devi avere  capelli lisci, devi avere una taglia 34, devi avere una pelle perfetta, il tuo naso deve essere piccolo... Le riviste, la TV e i film ti dicono che  che devi, devi, devi… 
In Italia al giorno d'oggi 3 milioni di persone soffrono di disturbi alimentari, delle quali il 95,9%  sono donne. Nel Regno Unito è la metà di quel numero, ma un quarto di questi sono uomini. 
Dovremmo pregare per queste persone;, è una cosa terribile di cui soffrire. Sento dire: "Grazie al cielo nella chiesa,  siamo diversi, e non mettiamo tali pressioni sui nostri membri, in particolare sulle nostre donne!". Ma, ne siamo sicuri?
Leggiamo assieme Proverbi 31:
“Elogio della donna virtuosa 10 Una donna virtuosa chi la troverà? Il suo pregio sorpassa di molto quello delle perle. 11 Il cuore di suo marito confida in lei, ed egli non mancherà mai di provviste. 12 Lei gli fa del bene, e non del male, tutti i giorni della sua vita. 13 Si procura lana e lino e lavora gioiosa con le proprie mani. 14 È simile alle navi dei mercanti: fa venire il suo cibo da lontano. 15 Si alza quando ancora è notte, distribuisce il cibo alla famiglia e il compito alle sue serve. 16 Posa gli occhi sopra un campo e lo acquista; con il guadagno delle sue mani pianta una vigna. 17 Si cinge di forza i fianchi e fa robuste le sue braccia. 18 Sente che il suo lavoro rende bene; la sua lucerna non si spegne la notte. 19 Mette la mano alla rocca e le sue dita maneggiano il fuso. 20 Tende le palme al misero e porge le mani al bisognoso. 21 Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutta la sua famiglia è vestita di lana rossa. 22 Si fa dei tappeti, ha vesti di lino finissimo e di porpora. 23 Suo marito è rispettato alle porte della città, quando si siede tra gli anziani del paese. 24 Fa delle tuniche e le vende, e delle cinture che dà al mercante. 25 Forza e dignità sono il suo manto, e lei non teme l’avvenire. 26 Apre la bocca con saggezza e ha sulla lingua insegnamenti di bontà. 27 Sorveglia l’andamento della sua casa e non mangia il pane di pigrizia. 28 I suoi figli si alzano e la proclamano beata, e suo marito la loda, dicendo: 29 «Molte donne si sono comportate da virtuose, ma tu le superi tutte!» 30 La grazia è ingannevole e la bellezza è cosa vana; ma la donna che teme il Signore è quella che sarà lodata. 31 Datele del frutto delle sue mani, e le opere sue la lodino alle porte della città. (Proverbi 31:10-31)
Voglio prima di tutto parlare di cosa non è questo passo. Non si tratta di una moglie, del fatto che sia nobile o meno. Non sta parlando di una donna virtuosa. La frase “una donna virtuosa” nell'originale ebraico è "???????  ?????? -’ê·še?- ?a·yil” , e significa letteralmente “donna di forza”  oppure “donna di  valore”. 
Non è neppure un elenco con cui verificare se le donne siano o meno realizzate.  Non parla nemmeno di
una vera donna. Ma non  puoi immaginare cosa si trovi sul web"ecclesiastico" circa questo passo.
Se fai una ricerca, noterai  come Proverbi 31 sia inteso per le sole donne, con molto rosa, qualche lustrino, caratteri tipografici femminili e ovviamente  immagini di una donna sinuosa ed elegante. Ora se ti piacciono il rosa e i lustrini,  questo è assolutamente un tuo diritto e non intendo offenderti. 

Quello a cui mi oppongo è l'idea che le donne cristiane siano solo dolci e tenere e che questo particolare brano delle Scritture  sia  solo per le donne. E ci sono dozzine di libri  pubblicati con il titolo "Come diventare la donna di Proverbi 31". Il mio preferito è "Come diventare una donna di Proverbi 31 in 21 giorni."!
Cos'è che mi porta a dire che non ha senso avere questo punto di vista? Due sono le ragioni. 
Se leggi i primi nove versetti del capitolo 31 troverai la parole del re Lemuel  che ammonisce contro il bere e godere della compagnia di donne che tua madre disapproverebbe. Non è un vero re,  non si trova da nessuna parte nel resto delle Scritture  o della storia ebraica: è la metafora di qualcuno che ha perso la via e si sottrae alle sue responsabilità;  in altre parole, qualcuno che è tentato da una vita di pigrizia. 
La seconda ragione è che in tutto il libro di Proverbi la saggezza  è personificata come una donna;  i pronomi usati sono “lei e essa”. 
“La saggezza grida per le vie, fa udire la sua voce per le piazze; negli incroci affollati essa chiama, all’ingresso delle porte, in città, pronuncia i suoi discorsi...” (Proverbi 31:20-21)
Se lo scrittore di Proverbi ha speso i 30 precedenti capitoli riferendosi alla saggezza come a una donna, perché dovrebbe improvvisamente trasformarla  in un'individuo in carne ed ossa nell'ultimo capitolo? Sicuramente questo non farebbe che confondere il lettore.
Allora, di cosa parla veramente Proverbi 31? In primo luogo è una poesia in forma di acrostico, cioè ogni riga inizia con una lettera dell'alfabeto ebraico in successione. È un pezzo di letteratura scritta in modo tale da renderlo facile a ricordare, in modo che possa essere recitato.
Se è importante che sia  facile da ricordare questo implica che il messaggio della scrittura ha un significato reale ed è facilmente accessibile a tutti. A proposito, nella tradizione ebraica questo passaggio è spesso cantato dagli uomini in segno di gratitudine per le donne della loro vita, dalle quali sono stati benedetti . Le donne non hanno guadagnato queste lodi perché sanno cucire, ma quel canto è semplicemente un dono fatto a loro, e penso che questo sia davvero adorabile.
In secondo luogo lo scopo della poesia è di attrarre la nostra attenzione (e quella del re Lemuel) verso le glorie della quotidianità, spesso trascurate. Non è una descrizione del lavoro di  tutte le donne, ma una celebrazione della saggezza in azione che, se seguita da ciascuno,  reca benefici sia alla famiglia che alla società.
In terzo luogo, la poesia è scritta in uno stile eroico, rispecchiando così la forma di una poesia scritta in onore di un grande vittoria in battaglia. La poesia cattura tutti i temi della saggezza che sono state presentate nel resto del libro e li dispone in questo ritratto di “ ’ê·še?- ?a·yil”; come Anthony Billington scrive nel suo libro sui Proverbi: "La saggezza è eroicamente pratica".
Che cosa è la saggezza, dunque?
La saggezza è preziosa
E' difficile da trovare come qualsiasi gioiello. E l'inizio della saggezza è...
Il timore del Signore è il principio della scienza;  gli stolti disprezzano la saggezza e l’istruzione (Proverbi 1: 7)
Questo timore non è un  atto di sottomissione e di terrore, ma le parole più vicine che abbiamo sono “soggezione” e “riverenza”. Il timore del Signore si esprime nella sottomissione reverenziale alla sua volontà, la caratteristica della vera adorazione, che è ciò che  Paolo afferma  in Romani 12 dovrebbe essere l'intera nostra vita. 
La saggezza è diligente
Le persone sagge non si sottraggono alle responsabilità, ma cercano di essere buoni amministratori di tutto ciò di cui sono responsabili
v.13 ...lavora gioiosa con le proprie mani.
v 27a Sorveglia l’andamento della sua casa
v 27b non mangia il pane di pigrizia
La saggezza programma il futuro 
v. 21 Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutta la sua famiglia è vestita di lana rossa.
v.25b lei non teme l’avvenire.
Nel brano si parla di saggia amministrazione delle risorse, ma i principi sono ugualmente pertinenti la nostra vita. Dovremmo prenderci cura della nostra chiesa locale, finanziarla, pregare per essa; pregare per la nostra comunità e per il nostro paese (e, siamo corretti... paghiamo le tasse!) e come membri della razza umana dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per prenderci cura della terra e delle sue risorse.
La saggezza è generosa 
v. 20 Tende le palme al misero e porge le mani al bisognoso 
E si assicura che nessuno sia lasciato indietro
v. 15 Si alza quando ancora è notte, distribuisce il cibo alla famiglia e il compito alle sue serve
Quello che qui vedete tradotto con “”compito”, in realtà in ebraico è la parola ??? h?o?q , che significa “misura, porzione”. Per cui lo scrittore sta dicendo che non solo provvede cibo per la sua famiglia, ma anche per coloro che sono al servizio della famiglia.
La saggezza è talentuosa 
Siamo statti tutti benedetti con doni, talenti, cose in cui siamo bravi. La persona saggia gode di quei doni e li usa non solo per i propri piaceri, ma anche a beneficio degli altri.
vv. 18-19 Sente che il suo lavoro rende bene; la sua lucerna non si spegne la notte. Mette la mano alla rocca e le sue dita maneggiano il fuso.
Potresti anche avere talento nel mondo della politica o dell'amministrazione civica. La persona saggia non si tira indietro dall'essere coinvolta, al contrario c'è bisogno che il saggio lo sia.
v. 23 ... rispettato alle porte della città, quando si siede tra gli anziani del paese.
La saggezza ha una visione
Cerca modi per portare un nuove prospettive, si sforza non solo di portare per il nuovo, ma anche il meglio.
La saggezza è una benedizione 
v. 16 Posa gli occhi sopra un campo e lo acquista; con il guadagno delle sue mani pianta una vigna.
Ci sono una serie di  cose che dobbiamo capire circa questo versetto. La prima è la frase “posa gli occhi”; in ebraico è una sola parola, ?????  za?mam, che significa “considerare, ponderare, pesare”. In precedenza nel libro dei Proverbi questo è stato utilizzato per significare “concepire il male” ma qui il significato viene ribaltato e dice che la  saggezza concepisce le benedizioni. 
In secondo luogo, la donna prende quello che ha come un bene e lo investe, in modo che diventi una benedizione per tutti coloro che le stanno accanto (ti fa venite in mente la parabola dei talenti?). 
Potremmo essere sfidati ad  usare le risorse materiali come mezzo per benedire altri, ma quelli che tutti noi abbiamo sono i doni spirituali che dovrebbero essere usati per benedire gli altri. E questo è vero per  ogni dono; dall'amministrazione, all'ospitalità, alla profezia, alla guarigione.
La saggezza è "???????  ?????? -’ê·še?- ?a·yil”: una donna di valore, eroicamente pratica. Come ha detto Rachel Held Evans, “il valore non riguarda ciò che tu fai, ma come lo fai. " 
Qualunque cosa siamo, anche se siamo casalinghe, facciamo in modo di essere  casalinghe di  valore. Se siamo infermiere, infermiere di valore. Se abbiamo un'attività, o siamo  insegnanti, o  bariste, se siamo ricche o povere, single o sposate,  dovremmo fare tutto con valore. Questo è quello che ci rende persone sagge.
E, Proverbi 31, non vale solo per le donne! La saggezza è per tutti noi. Magari ci metteremo più di 21 giorni per ottenerla... ma questa è la gioia di vivere con Dio
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Percepire Dio coi miei sensi - Toccare Dio | 09 Maggio 2021 |
Dio è un dio che ama toccare ed essere toccato. Gesù è venuto per toccare ed essere toccato, ed attraverso quel tocco, confortare, incoraggiare, guarire. E vuole che tu tocchi gli altri che si trovano nel bisogno per mostrare il suo amore per loro.
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La settimana scorsa abbiamo iniziato a parlare di come i nostri cinque sensi - vista tatto, udito, gusto, olfatto - siano doni che Dio ci ha fatto, e che, come doni dal Padre, possono aiutarci a sperimentare e a crescere   nella nostra relazione con  il Signore.
Questa settimana vogliamo parlare del “tatto”. La prima cosa che possiamo dire, è una cosa ovvia: il tatto è tra tutti i sensi quello maggiormente esteso su di noi.
Mentre tutti gli altri sono posizionati in una porzione specifica del nostro corpo (occhi, orecchie, naso e lingua), il tatto è esteso a tutto il nostro corpo esterno e anche ad alcune parti interne.
Tra tutte le creature Dio ha deciso di donare proprio all'uomo la capacità di “sentire tattilmente” con tutto il corpo.  Non è una affermazione né scientifica né teologica, ma il mio parere è che Dio lo ha fatto perché voleva fossimo delle creature che potessero desiderare di avere contatto con quello che era il creato e con i propri simili.
Chi è tra noi che si ricorda la prima volta che abbiamo tenuto per mano la ragazzina o il ragazzino, il ragazzo o la ragazza che ci piaceva un sacco? Quali memorie vi fa sorgere in mente?
Personalmente non scorderò mai un viaggio in auto, fatto quando avevo 22 anni. Stavo tornando  dalle Terme di Saturnia, e sedevo nel sedile posteriore della BMW di mio fratello. A fianco avevo una ragazza di qualche anno più giovane (di cui non farò mai il nome!).
Non la conoscevo da molto, ma mi piaceva proprio tanto quella ragazza, e non sapevo se anche io piacevo a lei. Mi sembrava... ma non ne ero convito! Fu così che, pian piano, allungai prima un dito, poi due, poi tre, per sfiorare le sue dita... che mi risposero,  facendo esplodere di gioia il mio cuore!
Talvolta basta un tocco, piuttosto che mille parole, per esprimere un sentimento,  rispondere ad un richiamo, affermare un interesse: “Si, anche tu mi piaci.”
In un modo o nell'altro, tutti noi desideriamo il contatto; pensate ad un neonato che è appena uscito dal grembo come si attacchi alla madre per sentire pelle su pelle.
Gli italiani sono famosi per toccare ed abbracciare, a differenza di altri popoli che lo ritengono una intrusione nel proprio “spazio vitale”; ricordo che mia cognata Christine era terrorizzata dall'idea di avere per casa un italiano che avrebbe potuto abbracciarla in ogni momento! Mi voleva un mare di bene... ma a un metro di distanza... anche due!
Siamo stati progettati da Dio  per il tatto.  Siamo stati progettati per toccare e siamo stati progettati per essere toccati. Ma il fatto è che se vuoi ricevere il tocco  spesso devi correre dei rischi, e renderti vulnerabile, come avevo fatto io con la ragazza in auto.
L'abbraccio è il momento in cui tu esci dal tuo spazio, e invadi lo spazio di un altro, dove l'altro accetta che tu lo invada come dimostrazione di rispetto  (come quando si abbraccia un ospite) di vicinanza  (come quando abbracci qualcuno ad un funerale) o di amore  (come quando abbracci i tuoi figli, la tua sposa, il tuo sposo).
Ma in che modo Dio è un dio del tatto?
La scorsa settimana abbiamo visto che Gesù ha detto:
“Chi ha visto me ha visto il Padre" (Giovanni 14: 9)
Se vogliamo capire in che modo Dio è un dio del tatto,  dobbiamo perciò guardare a Gesù  e vedere come ha usato il tatto nel suo ministero per capire cosa sta facendo Dio con noi. Leggiamo Luca:
“Mentre egli si trovava in una di quelle città, ecco un uomo tutto coperto di lebbra, il quale, veduto Gesù, si gettò con la faccia a terra e lo pregò, dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi». Ed egli, stesa la mano, lo toccò, dicendo: «Lo voglio, sii purificato». E subito la lebbra sparì da lui.” (Luca 5: 12-13)
Cosa significava avere la lebbra  all'epoca di Gesù in Israele? Inventiamoci la storia di quest'uomo  che è andato da Gesù.
Trent'anni, moglie e quattro figli, una casa di proprietà, fa il falegname per mandare avanti la famiglia. Un giorno torna da lavoro e trova una macchiolina sul dorso della mano: non fa male, non prude, ma è lì. Il giorno seguente torna dal lavoro e mostra alla moglie una piaga sul palmo della mano: “Avrai usato troppo la pialla al lavoro, non ti preoccupare”  dice la moglie. Non gli fa male, va al lavoro, ma il giorno seguente le macchie sono sempre di più e anche le piaghe. La moglie li dice allora: “Vai da un esperto”.
Il quella società l'esperto non è un dottore, ma un sacerdote: alla fine del consulto il sacerdote sentenzia: “Hai la lebbra. Dovrai lasciare tua moglie e i tuoi figli, la tua terra, la tua casa, il tuo lavoro e andrai a vivere con gli altri lebbrosi  fuori dalle mura della città."
Non è una esagerazione; è quello che dice la legge di Mosè:
'Il lebbroso, affetto da questa piaga, porterà le vesti strappate e il capo scoperto; si coprirà la barba e griderà: “Impuro! Impuro!” Sarà impuro tutto il tempo che avrà la piaga; è impuro; se ne starà solo; abiterà fuori del campo.” (Levitico 13: 45-46)
Non solo avrebbe perso tutto; famiglia, lavoro, casa non solo avrebbe abitato tra altri lebbrosi, ma sarebbe stato scacciato da tutti. Un lebbroso era qualcuno a cui non avvicinarsi per nessun motivo, da tenere lontano persino dalla vista, un impuro.
Ma quello che c'era di peggio è che sarebbe stato additato come un “peccatore”; la lebbra, secondo gli ebrei, era un “segno” ed una “punizione” di Dio per qualche peccato che solo Dio sapeva e vedeva.
Solo, reietto, e giudicato.
Oggi sappiamo che la lebbra non fa “marcire” il corpo, ma è dovuta ad un batterio che manda in “tilt” i terminali nervosi deputati al tatto, e non ti fa sentire più nulla. Potresti tagliarti un dito preparando le zucchine e non sentiresti nulla. Potresti mettere i piedi  dentro il caminetto e bruciarli senza provare dolore. La lebbra in se non ti uccide,  è tutto ciò che ti circonda che diventa pericoloso.
Abbiamo detto che quando hai la lebbra tutti ti stanno distante. Quando hai la lebbra vieni giudicato peccatore. Quando hai la lebbra non senti nulla. Capisci adesso il coraggio e la disperazione dell'uomo nel chiedere a Gesù di avvicinarsi ad un impuro e ad un peccatore e l'estremo atto d'amore di Gesù nel farlo avvicinare?
Voglio che rivediate il versetto di Luca:
“Mentre egli si trovava in una di quelle città, ecco un uomo tutto coperto di lebbra, il quale, veduto Gesù, si gettò con la faccia a terra e lo pregò, dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi». Ed egli, stesa la mano, lo toccò, (??????? haptomai) dicendo: «Lo voglio, sii purificato». E subito la lebbra sparì da lui.” (Luca 5: 12-13)
Il verbo che la vostra Bibbia (e tutte le altre bibbie nel mondo) traduce con “toccò” è ???????- haptomai, che in realtà è molto di più di “toccare”, e significa “allacciarsi a”, “aderire a” qualcosa o qualcuno; è lo stesso verbo che si usa per descrivere in modo “garbato” e non volgare un rapporto sessuale tra marito e moglie.
Gesù non solo non si è fatto scrupolo di toccare un reietto, ma ci si è letteralmente “allacciato”, il suo corpo ha “aderito” a quello del lebbroso (che, ricordatevi, NON poteva sentire il corpo di Gesù con il tatto   per via della malattia).
Gesù lo ha abbracciato: ora vi chiedo: aveva bisogno il Creatore del mondo di toccare il lebbroso per guarirlo dalla sua malattia? In Matteo 8 il centurione che gli chiede di guarire il suo servo quando Gesù fa per andare a casa sua gli dice “
“Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.” (Matteo 8:8)
E Gesù gli risponde:
“Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande!” (Matteo 8: 10)
Perché invece con il lebbroso lo ha fatto? Perché quella volta ha voluto abbracciare il lebbroso?
Ricordatevi che Gesù oltre ad aver detto 
“Chi ha visto me ha visto il Padre" (Giovanni 14: 9) 
ma ha anche detto 
“Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io. (Giovanni 13:15)
Di questo versetto ne parliamo dopo.
Dio è un dio del tatto: un Dio che vuole toccare i suoi figli e le sue figlie per dire: “Sono qui con te. Ho compassione di te  quando nessun altro la ha. Io ti vedo peccare ma sto ancora cercando di raggiungerti. Porterò guarigione nella tua vita, sia nel fisico che nello spirito. Io diventerò impuro al posto tuo per il tuo bene , perché ti amo. "
Gesù è venuto in questo mondo per toccare e per essere toccato. Per coinvolgersi nella tua vita  e perché tu sia coinvolto o coinvolta nella sua. E  lo vediamo non solo in questo caso. Ci sono decine e decine di racconti nei Vangeli dove Gesù deliberatamente tocca la gente, anche quando non ne avrebbe avuto alcun bisogno per guarire, confortare, benedire.
Sarebbe bastata una sua sola parola, un pensiero, un batter di ciglio, a lui che è il Creatore del mondo. E invece no: ha voluto toccare:
“Ma vedendo il vento {forte} ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!» Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Matteo 14:31)
Gesù “tocca”, afferra Pietro i suoi dubbi e le sue paure.
«Se riesco a toccare almeno le sue vesti, sarò salva». In quell’istante la sua emorragia ristagnò; ed ella sentì nel suo corpo di essere guarita da quella malattia. Subito Gesù, conscio della potenza che era emanata da lui, voltatosi indietro verso la folla, disse: «Chi mi ha toccato le vesti?» … Ma la donna paurosa e tremante, ben sapendo quello che le era accaduto, venne, gli si gettò ai piedi e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figliola, la tua fede ti ha salvata; va’ in pace e sii guarita dal tuo male». (Marco 5:28-34)
Gesù si fa toccare dalla donna  ammalata da 12 anni  impura per la perdita di sangue e la rende sana e pura.
“E, presala per mano, le disse: «Talità cum!», che tradotto vuol dire: «Ragazza, ti dico: àlzati!» Subito la ragazza si alzò e camminava, perché aveva dodici anni.” (Marco 5:41-42)
Gesù tocca, prende la mano della figlia di Iairo, e porta nuova vita in lei e gioia immensa nella sua famiglia
“ «Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è di chi è come loro...».  E, presili in braccio, li benediceva ponendo le mani su di loro.” (Marco 10:14, 16)
Gesù “prende” i bambini,  li tiene sulle sue ginocchia, li TOCCA con le sue mani!  I bambini sono quelli a cui necessita di più  di sentire attraverso il tatto la presenza  e la potenza che li protegge.
“ «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente».  Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!» “ (Giovanni 20:27-28)
Ancora una volta, Gesù si lascia toccare, CHIEDE di essere toccato: “Toccami e sappi che sono realmente risorto!”
Ci sono quei momenti nella vita  in cui stiamo attraversando  angoscia,  dolore  lutto e difficoltà, e il nostro mondo è sottosopra. Dove cerchi l'aiuto, quando sei così? Nella tua famiglia? Negli amici? Talvolta funziona.
Ma può arrivare un certo punto dove ti senti come l'uomo con la lebbra: isolato-isolata, reietto-reietta, giudicato-giudicata.
All'inizio ti ho detto che per ricevere il tocco bisogna rendersi vulnerabili, rischiare, avere il coraggio di allungare la mano... Avere il coraggio di cercare Gesù, gettarsi ai suoi piedi e dirgli :”Aiutami! Guariscimi! Purificami!”.
Te la senti di farlo entrare nel tuo spazio vitale? Se lo fai, scoprirai un Gesù che è lì pronto ad “allacciarsi” a te, sposare le tue battaglie, asciugare le tue lacrime.
Abbiamo tutti bisogno del tocco di Gesù, nessuno escluso. Perché non abbiamo la lebbra,  ma abbiamo un batterio che ci isola dal mondo, non ci fa sentire più nulla della vita vera, quella che Dio vuole per te e per me: si chiama peccato. E il peccato ci rende indegni, isolati, separati, impuri.
Gesù è venuto per uccidere quel batterio mortale, per togliere la separazione, per restaurare la purezza davanti agli occhi del Padre.
Ma in che modo arriveranno le braccia di Gesù ad allacciarsi alla vita di coloro che lo cercano? Perché Cristo ora è presente, ma come Spirito Santo, e, in quanto spirito, è privo di braccia.
Vorrei ripetere un versetto lasciato in sospeso ed aggiungerne uno
“Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io... In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch’egli le opere che faccio io, e ne farà di maggiori, perché io me ne vado al Padre...” (Giovanni 12:15, 14:12)
Ho sbagliato (volutamente), nel dirvi che Cristo attualmente non ha braccia per allacciarsi a chi è nel bisogno.
“Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua.” (1 Corinzi 12:27)
Siamo noi, te ed io, le sue braccia;  la chiesa locale, fatta di membra che si muovono in mezzo a tante persone che hanno bisogno del tocco di Gesù
Siamo chiamati ad uscire e toccare il mondo  così  che le persone possano percepire il tocco di Dio attraverso il nostro tocco, per mostrare l'amore, la misericordia e l'abbraccio di Gesù.
Non sottovalutare mai il potere del tatto,  perché il Dio che si mostra attraverso Gesù è un Dio “tattile”. A volte abbracciare qualcuno che soffre è più efficace delle parole. A volte una mano sulla spalla o un caldo abbraccio  valgono più di mille messaggi con versetti della Bibbia.
Ti lascio con un ultimo versetto:
“Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione...” (2 Corinzi 1:3-4)
Toccare Dio si può,  perché  è un dio del sentire con la pelle. In Gesù troverai sempre l'abbraccio che ti consola, se accetti di rischiare, e di chiederglielo. Questo significa essere connesso ad una comunità locale, una chiesa dove altri possano fisicamente abbracciarti, toccarti... ed accettare quell'abbraccio e quella consolazione.
E con quel medesimo abbraccio che ti consola e ti purifica vuole che tu consoli gli altri che incontrerai nel cammino della tua vita.
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Percepire Dio coi miei sensi - Vedere Dio | 02 Maggio 2021 |
E' possibile vedere Dio? E se si, a cosa mi servirebbe come credente vederlo? Gesù ci mostra come sia possibile vedere il Padre attraverso il Figlio, e come questo sia importante per poter crescere assomigliando a Lui e per sapere che Lui mi vede attraverso suo Figlio.
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Questa settimana iniziamo un ciclo di messaggi legati ai nostri “sensi”.
Viviamo in un mondo multisensoriale e i cinque sensi  - vedere, toccare, gustare, udire, odorare -  ci sono stati dati come doni di Dio fin dalle origini della creazione.  Visto che sono un dono da Dio possono aiutarci a sperimentare e a crescere  nella nostra relazione con  il Signore,
E' possibile vedere Dio? 
Giovanni afferma due volte:
“Nessuno ha mai visto Dio; ”. (Giovanni 1:18 – 1 Giovanni 4:12)
E' su questa base che la gente afferma spesso di non credere: “Non posso vederlo, e le cose che non si possono vedere, o dimostrare anche se minuscole che ci sono, non esistono.”
Spesso noi credenti risolviamo tutto dicendo: “E' un problema di fede: io so che esiste anche se non lo vedo, perché ho fede.”
Stiamo rispondendo bene? Si.. e no!
Si, perché la fede è un dono di Dio, come la nostra vista, e no, perché non tutto quello che esiste si vede.
Urbain Le Verrier, un matematico francese nel 1800, scoprì attraverso i suoi calcoli che esisteva un altro pianeta dopo Urano,  anche se nessuno lo poteva vedere: ci vollero oltre 100 anni per avere una foto di Nettuno.
Per cui mi serve la fede per sapere che Dio esiste, ma posso anche VEDERE che Dio esiste... se smetto di volerlo vedere con il mio metodo “umano”.
Un Dio a forma di uomo
Il problema è che noi ci aspettiamo di vedere Dio come fosse “un uomo molto grosso”, un “omone con superpoteri”, e ne cerchiamo le tracce come si fa con quelle dei dinosauri: le misuriamo, vediamo la profondità e stabiliamo quanto era alto e quanto pesava il T-Rex!
Che sia un metodo sbagliato ce lo dice proprio Dio  nel Salmo 50:
“...tu che detesti la disciplina e ti getti dietro alle spalle le mie parole? Se vedi un ladro, ti diletti della sua compagnia e ti fai compagno degli adùlteri. Abbandoni la tua bocca al male, e la tua lingua trama inganni. Ti siedi e parli contro tuo fratello, diffami il figlio di tua madre. Hai fatto queste cose, io ho taciuto, e tu hai pensato che io fossi come te; ma io ti riprenderò e ti metterò tutto davanti agli occhi. (Salmo 50: 17-21)
Pensavi che fossi come te
Guardate il versetto 21:
“...tu hai pensato che io fossi come te; ma io ti riprenderò e ti metterò tutto davanti agli occhi...” (v 21)
Il problema è che noi pensiamo a Dio anche inconsciamente (ne sono prova tutti i dipinti sacri) più o meno con la nostra forma sia fisica che morale; e cominciamo a dire: “Io crederei se...” “...se facesse cessare tutte le guerre....  “....se facesse guarire tutti dal Covid...  ma il Covid c'è, per cui Dio non esiste.”
Siamo onesti, se Dio facesse cessare il Covid in questo preciso istante, ci sarebbero migliaia di ore in TV con migliaia di esperti che spiegherebbero per filo e per segno che il virus è cessato per un certo motivo biologico, o fisico, o di radiazioni, senza pensare che è Dio che ha inventato la biologia, la fisica e le radiazioni ed è lui che le domina e le fa agire.
Un miracolo così grande non avrebbe alcun impatto, perché le persone non vogliono vedere Dio. Paolo dice:
“L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio, né lo hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d’intelligenza si è ottenebrato.” (Romani 1: 18-21)
Eppure Dio è facile da vedere
In che modo, e, soprattutto, in che forma posso vedere Dio, allora?
“Tommaso gli disse: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo sapere la via?» Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche mio Padre; e fin da ora lo conoscete, e l’avete visto». Filippo gli disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gesù gli disse: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai tu dici: “Mostraci il Padre”?” (Giovanni 14: 5-9)
Nella Bibbia i miei eroi sono Pietro Tommaso, Filippo... perché sono come loro  nelle parti “brutte” del loro carattere.
Sono “focoso”, esplodo come Pietro, e sono pieno di dubbi, come Tommaso...  e sono “ottuso” come Filippo... ma so che Gesù li amava,  e ha fatto grandi cose attraverso loro... E da questo so che mi ama e vuole fare grandi cose attraverso me... e te!
Gesù ama Tommaso, e non gli dice  “sei un cretino, che pensi a una strada, ad una via, magari vuoi una mappa per seguirmi” . Ma gli dice che è lui la strada,  e anche molto di più: lui è l'immagine di Dio.
Allo stesso modo ama Filippo, e non gli dice  “sei un ebete che dopo tre anni vissuti assieme a me ancora non hai capito che io sono Dio”. Ma gli dice che non serve vedere il Padre, perché già lo hanno di fronte, e da tre anni.
IO sono come Tommaso, che voglio una mappa di cosa fare dove andare, dove svoltare per fare bene la strada che mi porta a Dio.
IO sono come Filippo, che ho brama, muoio di curiosità per VEDERE braccia piedi e barba di Dio mentre mette a posto le cose che non vanno nel mondo, fisicamente, tirandosi su le maniche...
E, invece, Gesù, mi dice: “Marco, non troverai la strada, e non vedrai Dio  finché non  avrai sperimentato  una relazione costante con me!”
Che significa non “ho sentito parlare di Cristo” MA “ho visto Cristo”. Non “leggo la Bibbia “,  non “vengo in chiesa” ...  MA “Ho guardato Cristo e imparato da Cristo e ho capito che lui  è Emmanuele, Dio con noi?”
Dio nella carne
Se Gesù è l'immagine di Dio nella carne, allora quale è l'immagine che vedo? Non quella di un “omone”, e neppure quella di un supereroe... Quelle sono le immagini umane che mi sono fatto io...
“Ed ecco un lebbroso, avvicinatosi, gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi».Gesù, tesa la mano, lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii purificato». E in quell’istante egli fu purificato dalla lebbra.” (Matteo 8:2-3)
“Più tardi, Gesù e i suoi discepoli andarono a pranzare in casa di Matteo e fra gli invitati c'erano molti truffatori, colleghi di Matteo, ed altra gente dalla cattiva reputazione.I Farisei erano indignati per questo fatto, e chiesero ai discepoli: "Perché il vostro maestro va a mangiare con tale gente?"» “ (Matteo 9:10-11)
L'immagine di Dio che mi restituisce guardare a Gesù, è quella di un Dio seduto tra i  “peccatori” che, invece di giudicarli, li ascolta, che conversa con loro, che “tocca gli ammalati” senza provarne schifo. Il cui programma principale  non è fermarsi e dimostrare che ha muscoli, ma orecchie per ascoltare,  e mani per toccare.
E' per quello che non è nato nel palazzo di un re, ma in una mangiatoia di una stalla, da una ragazza adolescente, e non da una principessa; da un artigiano, e non da un re.
Gesù sedeva tra persone ritenute indegne dalla società, ritenute “malate” e per quella malattia giudicate  come qualcuno che avesse fatto qualcosa  per il quale Dio li stava punendo.
Se davvero mi serve, se voglio un'immagine di Dio, eccola! Gesù che arriva tra gli ultimi e dà loro il valore  e si siede in mezzo a loro  e li incoraggia. 
Il Dio che ha fatto i cieli  che prova piacere a sedere con i peccatori. Il suo programma principale è ricordarci che vede ognuno di noi.  Ai suoi occhi siamo unici.  Noi siamo degni di attenzione e amore.  Ci ascolta quando andiamo a Lui in preghiera. 
L'immagine di Dio che vedo in Gesù è che quando pensiamo di non essere degni,  quando siamo trattati dagli altri come di seconda, terza, quarta classe,  ecco, lui è seduto esattamente al nostro fianco.
Sappiamo di essere importanti, amati e curati. Vediamo la grazia di Dio e l'amore di Dio in azione  quando vediamo Gesù.
Un Dio che prega per tutti
Tu potresti dirmi:  “Beh, è chiaro, lui si siede accanto a chi crede in lui, ed ama solo chi a lui si affida.”
“Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!” (Luca 13:34)
“Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». (Luca 23:33-34 a)
E invece, troviamo Gesù che prega per coloro che lo hanno rifiutato, per coloro che lo stanno inchiodando ad una croce.
Vedere Dio non basta.  Sedersi sulla spiaggia e guardare il sole sorgere e dire:  "Wow! Guarda quello che ha fatto Dio!" . Questo lo può dire anche un mussulmano, o un Buddhista, o un Sik, o uno della New Age.
Bisogna vedere Dio non come un “omone con i superpoteri”, un Dio di sola “azione”, ma soprattutto come un Dio di “relazione”.
E' per quello che Gesù ci dice che, se vuoi vedere Dio, devi guardare a lui: non è venuto con “effetti speciali” ma con “affetti speciali”  verso gli uomini e le donne,  i bambini e gli anziani, i ricchi e i nullatenenti... Tutti!
Come colui che parla di perdono e di grazia; che entra nelle nelle vite dei peccatori e porta redenzione, connessione, relazione. 
Attenzione però al pericolo di far diventare Gesù e l'immagine di Dio come colui che tutto perdona e sempre perdona qualsiasi cosa facciamo.
“Trovò nel tempio quelli che vendevano buoi, pecore, colombi, e i cambiavalute seduti. Fatta una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio, pecore e buoi; sparpagliò il denaro dei cambiavalute, rovesciò le tavole, e a quelli che vendevano i colombi disse: «Portate via di qui queste cose; smettete di fare della casa del Padre mio una casa di mercato».” (Giovanni 2:14:16)
“Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?” Allora dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!” (Matteo 7:22-23)
Se è vero che l'immagine di Dio, quella che vediamo attraverso Gesù, è amore, è anche vero che in essa c'è anche l'immagine della giustizia: e dove c'è giustizia,  ci deve essere anche giudizio. Se ti concentri solo sull'amore,  non hai un quadro completo di Dio. 
Il problema come uomini e donne è che vogliamo mettere Dio in una scatola, e tirarlo fuori quando ci fa comodo. Magari un paio di “Dio”: uno da tirare fuori quando ho sbagliato, ed ho bisogno di perdono e uno quando sbagliano gli altri e voglio vedere giustizia.
A cosa mi serve vedere Dio?
Perché dovrei voler vedere Dio? Cosa cambia nella mia vita di credente? Mi conforta per sapere  che Dio esiste davvero, o cos'altro? A cosa mi deve portare l'avere un'immagine spirituale  di come sia Dio?
Mi serve per almeno due motivi: il primo è questo.
1. Assomigliare a mio Padre
E' normale, se abbiamo avuto un buon genitore volergli assomigliare, fare quello che lui faceva, avere le stesse passioni; per rispetto, ma anche perché sappiamo per esperienza che quelle azioni e quelle passioni ci hanno fatto del bene forgiando la nostra mente.
Non vogliamo solo apparire come nostro padre o nostra madre, ma essere nel profondo come lui o lei. Non possiamo “clonarci” di fuori, e le persone vedranno che non siamo uguali ai nostri genitori, ma possiamo farlo “dentro”, avere la loro statura morale 
Lo stesso avviene come figli di Dio; non possiamo essere Dio (ed è una fortuna) ma possiamo cercare di riprodurre la sua immagine, quella che vediamo in Gesù, quella che tocca, si siede ed ascolta, perdona ed ama.
Che magari giudica in base a come giudica Cristo, ma che non odia nessuno ma anzi prega per chi ci fa del male.
Il secondo motivo è questo.
2. Dio mi vede attraverso Cristo
La settimana scorsa Jean ha citato questa frase: “Preoccupati più del tuo carattere che della tua reputazione. Il carattere è ciò che sei veramente, la reputazione è semplicemente ciò che gli altri pensano che tu sia. " 
Il mondo guarda a come appari di fuori, Dio guarda a chi sei di dentro.
Quante volte ci siamo augurati  per i nostri figli, o per gli amici, o per un coniuge, o per noi una posizione sociale “rilevante”, un posto da dirigente,  qualcosa che spicchi e sia sopra gli altri?
Ma quante volte abbiamo detto o pensato  "Non importa quello che farai, voglio solo che tu sia credente." "Voglio che tu ami Gesù Cristo"."Voglio che ti definisce è la tua relazione con il Cristo."
Non si tratta di fare,  si tratta di essere.  Siamo così tentati, anche come cristiani,  di definirci in base al successo, ai risultati,  alle azioni e alle prestazioni . La buona notizia è che Dio non ci definisce  in base a ciò che vede,  ci definisce in base a ciò che siamo.  Lo abbiamo visto la settimana scorsa con la stupenda storia di Raab, per il mondo una prostituta, per Dio una figlia amata.
Quando ti vedi debole, sconfitto o sconfitta,  distrutto o distrutta  a causa di tutto ciò che hai fatto...  ricorda: Dio ti vede attraverso Cristo!
In Cristo possiamo essere santi,  possiamo essere redenti,  possiamo essere restaurati.  Dio si avvicina a coloro i cui occhi sono chiusi alla realtà  e fa vedere che non ci serve un'auto nuova, un lavoro di prestigio, un conto in banca, ma ci serve nient'altro che Gesù.
Quando vediamo chi è Dio  attraverso Gesù  comprendendo la Sua natura …  allora vediamo chi siamo realmente.
Vediamo le nostre cadute? Certamente si. Vediamo i nostri errori? Certamente si.  Ci vediamo peccatori? Sì, facciamo anche quello.  Ma Dio ci vede attraverso Cristo  e ci abbraccia. 
E' per questo che è importante per chi crede vedere Dio;  e quando vediamo Dio in Cristo  siamo trasformati, perché vediamo noi stessi  come Dio ci vede. Santi . Irreprensibili.  Amati . Perdonati . Benedetti per tutta l'eternità.
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Raab: una donna di carattere | 25 Aprile 2021 |
Cosa è che definisce una persona agli occhi di Dio? La sua reputazione o il suo carattere? Raab non aveva reputazione degna di nessuna rilevanza... Ma Dio ha guardato il suo cuore ed il suo carattere. Ed è così che anche se donna in una società patriarcale, anche se pagana in mezzo a credenti, anche se prostituta, il Signore l'ha scelta per essere una progenitrice di Suo Figlio Gesù.
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Predicatrice: Jean Guest
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“Preoccupati più del tuo carattere che della tua reputazione. Il carattere è ciò che sei veramente, la reputazione è semplicemente ciò che gli altri pensano che tu sia. " 
Questa frase è stata detta da John Wooden: potresti non aver mai sentito parlare di lui, e per nessun motivo avresti dovuto. È stato uno degli allenatori di basket  di maggior successo negli Stati Uniti; la chiave del suo  successo era sì conoscere il suo sport, ma dello sport era anche un brillante psicologo. Sapeva cosa motivava le persone e sapeva come aiutarle a raggiungere il loro pieno potenziale, tanto da essere venerato anche nel mondo della politica e della leadership organizzativa; e lui ha “allenato” molti giocatori non di basket. Le sue concise citazioni sono passate alla storia.
Il carattere è ciò che sei veramente, la reputazione è, semplicemente,  cosa gli altri pensano che tu sia. Questa affermazione  non può essere più vera del caso della donna straordinaria che studieremo questa mattina: Raab.
Preghiamo: Padre, oggi veniamo a cercare con impazienza il tuo volto attraverso la tua parola. Aiutaci a sentire e rispondere secondo il tuo volere. Preghiamo per la tua benedizione in questo momento. Amen.
Prima di leggere il racconto, lasciatemi mettere  al loro posto  un po' di informazioni nel contesto della storia ebraica.
Mosè è morto e Giosuè è ora a capo degli ebrei che sono accampati nella  Valle del Giordano, di fronte alla città di Gerico. Come popolo sono in procinto di entrare nella Terra Promessa, ma ci stanno di  mezzo i Cananei 
Possiamo vedere da questa ricostruzione che aspetto avesse la città che avevano di fronte. La città principale è racchiusa da  mura interne,  con i membri socialmente meno desiderabili  tra quelle e le mura  esterne. È in di questa cerchia esterna che vive Raab e la sua famiglia. Leggiamo la prima parte della sua storia.
“Or Giosuè, figlio di Nun, mandò segretamente da Sittim due spie e disse loro: «Andate, esaminate il paese e Gerico».  Quelle andarono ed entrarono in casa di una prostituta di nome Raab, e vi alloggiarono. Ciò fu riferito al re di Gerico, e gli fu detto: «Ecco, alcuni uomini dei figli d’Israele sono venuti qui per esplorare il paese». Allora il re di Gerico mandò a dire a Raab: «Fa’ uscire quegli uomini che sono venuti da te e sono entrati in casa tua; perché sono venuti a esplorare tutto il paese». Ma la donna prese quei due uomini, li nascose e disse: «È vero, quegli uomini sono venuti in casa mia, ma io non sapevo di dove fossero; e quando si stava per chiudere la porta della città all’imbrunire, quegli uomini sono usciti; dove siano andati non so; rincorreteli senza perdere tempo, e li raggiungerete». Lei invece li aveva fatti salire sulla terrazza e li aveva nascosti sotto gli steli di lino che vi aveva ammucchiato. E la gente li rincorse per la via che porta ai guadi del Giordano; e, dopo che i loro inseguitori furono usciti, la porta della città fu chiusa. Prima che le spie si addormentassero, Raab salì da loro sulla terrazza, e disse a quegli uomini: «Io so che il Signore vi ha dato il paese, che il terrore del vostro nome ci ha invasi e che tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a voi. Poiché noi abbiamo udito come il Signore asciugò le acque del mar Rosso davanti a voi, quando usciste dall’Egitto, e quel che faceste ai due re degli Amorei, di là dal Giordano, Sicon e Og, che votaste allo sterminio. Appena lo abbiamo udito, il nostro cuore è venuto meno e non è più rimasto coraggio in alcuno per causa vostra; poiché il Signore,  il vostro Dio, è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra. Vi prego dunque, giuratemi per il Signore, poiché vi ho trattati con bontà, che anche voi tratterete con bontà la casa di mio padre; e datemi un segno sicuro che salverete la vita a mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle e a tutto quel che appartiene a loro, e che ci preserverete dalla morte». Quegli uomini risposero: «Siamo pronti a dare la nostra vita per voi, se non divulgate questo nostro affare; e quando il Signore ci avrà dato il paese,  noi ti tratteremo con bontà e lealtà». Allora lei li calò giù dalla finestra con una fune; infatti la sua casa era addossata alle mura della città, e lei stava di casa sulle mura. E disse loro: «Andate verso il monte, affinché non v’incontrino i vostri inseguitori,  e rimanetevi nascosti per tre giorni fino al ritorno di coloro che v’inseguono; poi andrete per la vostra strada». E quegli uomini le dissero: «Noi saremo sciolti dal giuramento che ci hai fatto fare, se tu non osservi quello che stiamo per dirti: quando entreremo nel paese, attaccherai alla finestra per la quale ci fai scendere, questa cordicella di filo rosso;  radunerai presso di te, in casa, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutta la famiglia di tuo padre. Se qualcuno di questi uscirà in strada dalla porta di casa tua, il suo sangue ricadrà sul suo capo, e noi non ne avremo colpa;  ma il sangue di chiunque sarà con te in casa ricadrà sul nostro capo, se uno gli metterà le mani addosso. Se tu divulghi questo nostro affare, saremo sciolti dal giuramento che ci hai fatto fare». E lei disse: «Sia come dite!» Poi li congedò, e quelli se ne andarono. E lei attaccò la cordicella rossa alla finestra. Quelli dunque partirono e se ne andarono al monte, dove rimasero tre giorni, fino al ritorno di quelli che li rincorrevano,  i quali li cercarono per tutta la strada, ma non li trovarono. E quei due uomini ritornarono, scesero dal monte, oltrepassarono il Giordano, andarono da Giosuè, figlio di Nun, e gli raccontarono tutto quello che era loro successo.  Essi dissero a Giosuè: «Certo, il Signore ha dato in nostra mano tutto il paese; e già tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a noi».’ (Giosuè 2:1-24)
È una sceneggiatura degna di colossal: dove potrebbero mai finire due spie inviate dal loro focoso leader in una missione pericolosa? E' ovvio,  nella casa di un prostituta. Le parole per descrivere la  casa di lei qui sono quelle di un luogo polifunzionale: è una casa, una locanda e un bordello. 
E' un luogo dove passano molte persone per bere e per fare altre cose, è il posto perfetto per delle spie dove raccogliere informazioni. Tuttavia, le informazioni possono andare in entrambi i sensi e vediamo che il re di Gerico non solo viene a sapere che le spie sono nella sua città, ma esattamente dove sono, ovvero a casa di Raab. Il re manda i suoi uomini e le chiede di consegnarglieli. Ma lei non lo fa, mente agli uomini del suo re e nasconde i due israeliti. 
Perché fa questo? Perché, siamo chiari, queste sono le azioni di un traditore della sua stessa gente. La storia suggerisce due ragioni:  la prima è la paura. 
“Prima che le spie si addormentassero, Raab salì da loro sulla terrazza,  e disse a quegli uomini: «Io so che il Signore vi ha dato il paese, che il terrore del vostro nome ci ha invasi e che tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a voi.” (Giosuè 2:8-9)
La Bibbia è un racconto molto onesto dell'umanità, e non  evita mai di mostrarci gli abissi in  cui le persone possono  cadere. Raab  ha una famiglia da proteggere e farà tutto il possibile per questo.
La seconda è forse più rassicurante per noi in quanto è uno squarcio profetico più profondo su chi sia il popolo ebreo e il Dio che essi seguono.
“…poiché il Signore, il vostro Dio, è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra.”  (Giosuè 2:11b)
E' una stupenda dichiarazione di fede circa l'universalità delle leggi di Dio.
Salva quindi le spie, ma prima di aiutarle a fuggire, da esperta donna di affari come è lei, tira fuori i termini dell'accordo;  non è disposta a rischiare la tortura e la morte sua e della sua famiglia qualora venisse scoperta senza una ricompensa. Quello che sta facendo ha un prezzo molto alto e lei cerca una ricompensa attraverso una promessa.
“Vi prego dunque, giuratemi per il Signore, poiché vi ho trattati con bontà, che anche voi tratterete con bontà la casa di mio padre; e datemi un segno sicuro che salverete la vita a mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle e a tutto quel che appartiene a loro, e che ci preserverete dalla morte». (Giosuè 2:12-13)
Le spie le promettono che si occuperanno personalmente  di salvare lei e la sua famiglia quando la città cadrà. La promessa è suggellata con un segno fisico,  com'era consuetudine nella loro cultura: lei avrebbe dovuto esporre una fune rossa alla sua finestra, Il colore è significativo: in quella cultura il rosso era il colore associato all'attività  di Raab, quindi nessuno avrebbe pensato che fosse strano se lo avesse visto, ma ancor di più  è il colore del sangue e  visto che le spie non potevano fare un patto di sangue con lei (dopotutto era una pagana): il colore simboleggiava la solennità con cui facevano la loro promessa.
Le spie fuggirono, gli israeliti iniziarono a marciare attorno alla la città...  e il resto,  come si suol dire, è storia.
Ma che ne fu di Raab? Gli israeliti mantennero la loro promessa:
“E Giosuè disse ai due uomini che avevano esplorato il paese: «Andate in casa di quella prostituta, fatela uscire con tutto ciò che le appartiene, come glielo avete giurato».  E quei giovani che avevano esplorato il paese entrarono nella casa, e ne fecero uscire Raab, suo padre, sua madre, i suoi fratelli e tutto quello che le apparteneva; ne fecero uscire anche tutte le famiglie dei suoi e li sistemarono fuori dell’accampamento d’Israele.” (Giosuè 6:22-23)
È questa la ?ne della sua storia? Certamente no, lei apparirà come una di solo cinque donne menzionate nella genealogia di Gesù in Matteo 1:
“Salmon generò Boaz da Raab; Boaz generò Obed da Rut; Obed generò Isai…” (Matteo 1:5)
e altre due volte nel  Nuovo Testamento che vedremo tra poco. 
Allora cosa dovremmo farcene di questa storia e di questa  donna? Quali lezioni possiamo imparare e  quale significato ha per noi nell'Italia del XXI secolo?
Diamo uno sguardo più da vicino alla donna in se e dimentichiamoci la vicenda  d'azione intorno a lei.
Innanzitutto il suo nome Raab è un soprannome, è un gioco di parole;  significa "ampia". Molti studiosi dicono che questo non denoti nulla più che insinuazioni sulla sua occupazione. 
Ma c'è un'altra scuola di pensiero che dice che il nome è significativamente incluso non per "dare un po' di pepe alla storia", ma per spingerci direttamente verso il concetto di liberazione che è al centro delle scritture ebraiche. 
Dio è un dio che libera ripetutamente gli afflitti portandoli in una terra più ampia e allarga anche i loro cuori attraverso la Torah, che significa “insegnamenti”.
“…poiché il Signore, il vostro Dio, è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra.” (Giosuè 2:11b)
Quando Raab dice questo alle spie, sta facendo eco a delle parole che i lettori ebrei avrebbero riconosciuto come quelle usate da Mosè per ricordare al popolo tutto  quello che  Dio aveva  fatto per loro. 
“Sappi dunque oggi e ritieni bene nel tuo cuore che il Signore è Dio, lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e che non ve n’è alcun altro.” (Deuteronomio 4:39)
Quella di Raab è una storia di liberazione. E lei appare nella genealogia di Gesù a sottolineare l''atto ultimo di liberazione e in particolare che è la  liberazione per tutte le genti.
Allora che dire della sua occupazione? Perché abbiamo bisogno di sapere questo dettaglio? Per gli israeliti è tre volte emarginata: è una cananea, è  una donna ed è una prostituta.  E' una s?da alla loro sensibilità.
Ricorda che il carattere è più importante della reputazione. Il suo carattere era quello di una persona che riconosceva Dio per chi fosse e su cosa stesse lavorando. Gli ebrei furono in in grado di entrare nella terra promessa grazie alla sua fede in azione. E' per questo che  deve essere onorata venendo accolta tra di loro. E lei è anche una s?da per noi.
Diamo un'occhiata a dove altro è menzionata nel Nuovo Testamento:
“Per fede Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, avendo accolto con benevolenza le spie.” (Ebrei 11:31)
“E così Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un’altra strada?” (Giacomo 2:25)
Uno la loda per la sua fede, l'altro per le sue azioni. Viene descritta senza giudizio:  non lo fanno con disgusto, non cercano di  appiopparle un'etichetta, ma semplicemente la lodano  per il suo carattere. 
Raab ci ricorda che Dio sceglie di salvare coloro che hanno un passato, come ho già detto, ed ecco perché è lì in Matteo; perché Dio può usare chiunque abbia un passato; come madre dà forma al carattere, alla fede e ad un carattere a misura di Dio di suo ?glio Boaz.
Dio  ridefinisce quelli con un passato; Raab  passò dall'essere  una donna perduta ad essere una donna prescelta, da una cattiva ragazza a una sposa, da un disastro a una madre e da una prostituta a una progenitrice del Messia .
Forse oggi ti identifichi con Raab, sai cosa significhi essere salvati e rinnovati e vuoi chiedere allo Spirito Santo di sviluppare il tuo carattere, per renderti più simile a Gesù. 
O forse ti senti di più come le spie, in missione per salvare e portare nel nostro accampamento gli oppressi, i perduti, gli affranti, gli inquieti, gli  emarginati.
Se stai, se stiamo  pensando questo,   allora dovremmo prestare attenzione a Giacomo e a Ebrei e farlo senza giudicare. 
Come si suol dire “È  difficile lanciare pietre quando stai lavando piedi ”.
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A che serve una nuova chiesa? | 18 Aprile 2021 |
La chiesa non è un edificio, ma una cosa vivente. E' una sposa, un gregge, una famiglia, un corpo... Qualcosa di unito e vivo che proclami la gloria di Gesù, e che non può essere un "optional" se realmente sei nato, se sei nata di nuovo in Cristo.
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Perché nasce una chiesa? E per  quale scopo nasce una chiesa? E, soprattutto, a che serve una nuova chiesa?

Chi non conosce la storia della nostra chiesa, e che ci ascolta, ci guarda, o legge le note sul sito potrebbe giustamente chiedermi: “Ma Marco, a che serviva diciassette anni fa piantare una nuova chiesa a Montefiascone? Non ce ne erano già abbastanza?”
A cosa pensi, quando senti o pronunci la parola “chiesa”? A un edificio, qualsiasi esso sia, da quelli stupendi che abbiamo anche qua nella nostra cittadina, fino a queste stanze che rassomigliano ad una sala d'attesa, oppure a qualcosa di altro?
L'Antico Testamento non parla mai di chiesa, ma di Tempio, di un luogo “fisico” dove c'era presenza di Dio.
E' nel Nuovo Testamento che è nata la parola “chiesa”, che non ha nulla a che fare con un edificio: Nel Nuovo Testamento  chi descrive la chiesa ne parla come di un corpo, di una sposa, di un gregge e di una famiglia. Tutti termini che hanno zero a che fare  con la bellezza delle strutture architettoniche e tutto a che fare con  qualcosa di vitale, qualcosa che è unito, vive assieme, e assieme si muove.
Giovanni in Apocalisse parla della chiesa come di una sposa:
“Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata.” (Apocalisse 19:7)
Una sposa, è colei che si unisce,  e per sempre, al suo sposo, per vivere assieme. Una sposa è qualcosa di vivo, non un altare o una vetrata.
Paolo in Atti parla agli anziani di una chiesa descrivendola come un gregge:
"Badate a voi stessi e prendetevi cura di tutti i credenti: il gregge del Signore che egli ha comprato col proprio sangue. Lo Spirito Santo vi ha dato l'incarico di pastori per guidare la sua chiesa.” (Atti 20:28 PV)
Un gregge è qualcosa che si muove assieme, si nutre assieme, dorme assieme, che va vegliato e protetto.
Sempre Paolo parla in Galati  della chiesa come di una famiglia nella quale noi siamo stati adottati da Dio:
“Dio ha mandato suo Figlio, nato da una donna e sottoposto alla legge, per riscattare noi che eravamo soggetti alla legge e per adottarci come suoi figli.”(Galati 4:5 PV)
Dio non adotta monumenti, ma figli e figlie, uomini e donne.
Infine, sempre Paolo descrive la chiesa come un corpo:
"Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, così noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l’uno dell’altro.” (Romani 12:4-5)
Può un edificio, per quanto bello sia unirsi in matrimonio, vivere e nutrisi assieme, essere adottato, e essere anatomicamente dipendente dalle altre parti  che compongono un corpo?
Non nego che alcuni luoghi costruiti da persone che avevano una fede reale possano ispirare, favorire l'adorazione e parlare della grandezza di Dio e dell'amore di Cristo, ma Dio non voleva che il suo messaggio e la salvezza che c'è in Gesù potesse arrivare solo a chi visitava un edificio, per quanto bello fosse.
Abbiamo detto che nell'Antico Testamento se volevi incontrare Dio dovevi andare al Tempio a Gerusalemme. Ma il Tempio è stato distrutto nel 70 DC dall'imperatore Tito: dov'è il tempio adesso?  Ne è stato edificato uno nuovo?
“Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Corinzi 3:16)
La risposta è: si, Eccolo il luogo dove Dio adesso  incontra la gente che popola il mondo: la incontra attraverso un'altro uomo, e in un'altra donna.
Qualsiasi luogo, bello o brutto che sia è una chiesa, se all'interno ci sono donne e uomini disposti ad accettare di essere  templi della gloria di Dio.
Perché è nata diciassette anni fa la Chiesa della Vera Vite? Per essere un gregge che vive e si nutre assieme e  che è collegato solidamente  come in un corpo, l'uno all'altro, e presentarsi come una sposa a Cristo.
Quello di cui non solo Montefiascone, ma qualsiasi posto in Italia,  e tutto il mondo ha bisogno non era e non è una nuova chiesa, un locale, un involucro nuovo. Ma una chiesa nuova, che per essere nuova deve tornare all'antico, alle origini della fede.
Questo, 17 anni fa, qua non c'era. Una chiesa dove tutti fossero accolti, dove tutti potessero essere nutriti, crescere ed essere equipaggiati proprio come si fa in una buona famiglia  con i propri figli, per poter esprimere i propri doni, servire e contribuire.
Cosa serve per una chiesa nuova? Un locale bello? Un impianto audo dolby surround?
Per una chiesa nuova servono persone realmente nuove dentro, che abbiano il coraggio di rompere la tradizione della “chiesa edificio” e vogliano riscoprire la vera chiesa biblica, la sposa, il gregge, la famiglia ed il corpo.
Perché purtroppo molti, di qualsiasi denominazione facciano parte, hanno perso l'importanza della chiesa locale. Vogliono un cristianesimo “fai da te” fatto solo di podcast, predicazioni streaming, e al massimo una scappata in chiesa la domenica.. magari a domeniche alterne... magari una la mese... magari a Pasqua e a Natale... e feste comandate.
Questo significa vivere un cristianesimo “secondo me” scegliendo  in base alle proprie esigenze e preferenze umane, quelle che la Bibbia chiama “desideri della carne”. Ma Cristo ci chiama a morire ai nostri desideri.
Siamo chiari. La chiesa locale è l'espressione locale  del corpo universale di Cristo.  È il corpo di Cristo presente dove tu vivi.  Se non partecipi al corpo di Cristo,  cosa ti fa pensare di essere parte del corpo di Cristo?  Per la chiesa cristiana, locale  la partecipazione non è un'opzione; è dimostrazione se sei davvero una persona nuova dentro.
Questo non significa  che serve la chiesa per essere salvi, ma il far parte della chiesa, l'essere coinvolti, collegati, appartenere  alla chiesa locale,  coinvolgerti con essa  è la dimostrazione che sei una nuova creatura e ti è indispensabile come credente per almeno tre motivi.
1. La chiesa locale è dove trovi protezione
Rifletti sull'immagine del gregge:  una pecora fuori da suo gregge, un'antilope lontana dal suo branco, una sardina  fuori dal suo banco.  Cosa sono? Sono tutti e tre lo snack perfetto! La pecora per il lupo, l'antilope per il leone e la sardina per lo squalo.
Non lo dico io, Marco, ma l'apostolo Pietro:
“Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare.” (I Pietro 5: 8)
Quando arriverà l'attacco, dove troverai l'a forza del gregge, del branco, del banco, se non ne sei parte? Senza una chiesa locale sarai lo snack perfetto per satana!
2. La chiesa locale è la tua palestra 
Essere credenti richiede allenamento; si accetta Gesù e si è salvati, ma percorrere la via che Gesù indica
richiede allenamento costante. Sapete qual'è la frase che meglio identifica un credente? In greco è una sola parola, in italiano quattro: ??????? alle?lo?n = gli uni gli altri.
Gesù ha detto:
«Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua...» (Luca 10:27). 
Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti». (Matteo 22:38-40)
Essere cristiani significa certamente  amare Dio credere ed accettare Gesù come unico e solo Salvatore, ma anche amare il prossimo come noi ci amiamo  e trattarlo come se stessimo trattando con una parte del nostro medesimo corpo.
La chiesa locale è la palestra  dove chi crede si allena. a trattare l'altro con amore. Nel Nuovo Testamento
per 59 volte  ci viene rammentato che dobbiamo: amarci gli uni gli altri,  portare i pesi gli uni degli altri,  perdonarci gli uni gli altri,  servirci gli uni gli altri,  e così via.

La stessa parola "l'un l'altro” in il greco   identifica qualcosa che non è diviso, ma uno.  Per definizione richiede un solo corpo. 
È difficile amare qualcuno con cui non passi tempo.  La chiesa locale è necessaria  per adempiere efficacemente  ai comandamenti della Scrittura.
3. La chiesa locale è il mezzo con cui di Dio parla al mondo.
Quando Gesù ci ha lasciati, ci ha consegnato il Grande Mandato, ovvero di testimoniare di lui  fino alle estremità della terra. Cosa significa questo? Che dobbiamo diventare tutti missionari? Vendere tutto e trasferirci in Africa o in Amazzonia?
Per alcuni sarà così... ma sarà solo per pochissimi. Quel mandato allora è solo per quei pochissimi? Certamente no: la missione di testimoniare del suo amore è per tutti; ed il mezzo sarà questo:
“Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri.” (Giovanni 12:35)
Come potrai dimostrare al mondo che sei un suo discepolo se non fai parte di una chiesa locale che dimostra nei fatti  che vivi nel reciproco amore?
Gli stessi missionari, secondo il Nuovo Testamento ricevono “mandato” da una chiesa locale; sono parte di un corpo di Cristo locale che continua  supportarli in preghiera e in aiuti; non c'è spazio per i “lupi solitari”.
Dio non ha affidato il compito di diffondere il Vangelo di Cristo ad un nucleo di specialisti, ma ogni credente è in realtà in missione, nel luogo dove abita; è per questo che ha bisogno di vivere assiema ad altri, per dimostrare al mondo come è l'amore vero tra fratelli e sorelle.
Diciassette anni fa, la nostra chiesa è nata per questo: ed è nata con nove membri.

In diciassette anni  ha discepolato, nutrito, sostenuto, amato oltre 121 persone.
Ripeto ancora un concetto che ho già espresso tante altre volte: la chiesa non è un lago, ma un fiume.
Le prime chiese erano proprio così,   raramente diventavano dei grandi “serbatoi” di credenti,   dei laghi che man mano si ingrandivano  e diventavano enormi (solo qualcuna era cosi).
Ma piuttosto erano come degli approdi su un  fiume,   dove la corrente della vita li portava  ad attraccare per un breve periodo.   Dove venivano “nutriti”   per poi riprendere la corrente    e continuare  seguendo la corrente della propria vita,   portando il nome di Gesù più a valle.
Diciassette anni dopo, e dopo oltre 120 persone passate per questa sala (contando solo quelle che sono state con noi almeno tre mesi) l'obiettivo della Chiesa della Vera Vite rimane lo stesso: essere una sposa,  essere un gregge,  essere una famiglia ed essere un corpo che testimoni l'amore di Cristo attraverso l'amore che abbiamo gli uni per gli altri.
Voi che siete fisicamente presenti oggi in sala lo sapete, ma forse tu che mi vedi o mi ascolti, forse tu non fai parte di nessuna chiesa locale; non ne frequenti più nessuna, o forse non ne hai frequentato una.
Quello che ti dirò ora non lo devi prendere come un ammonimento, ma come un incoraggiamento a dimostrare che sei una nuova creatura in Cristo.
Sono felice che tu mi ascolti, oggi, o che magari ogni domenica ti colleghi o che vedi le registrazioni quando puoi.
Ma non voglio illuderti: le parole dei nostri video o dei podcast,  come quelle di qualsiasi altro predicatore potranno edificarti, ammaestrarti, ammonirti e confortarti... ma... ma non è quello che Cristo ti chiede!
Cristo ti chiama a far parte di un “corpo locale”; non ad entrare in un edificio di tanto in tanto, ma a coinvolgerti nella vita di altri uomini ed altre donne come te.
Per trovare protezione, per esercitare l'amore e per proclamarlo al mondo che sia questa o qualsiasi altra chiesa  di qualsiasi altra denominazione cristiana, devi far parte di una chiesa locale ed essere connesso, essere connessa al gregge, alla famiglia, al corpo di Cristo per essere parte della sua sposa; quella sposa per cui è morto... ed è morto anche per te.
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Cinque sorelle per cambiare la legge - Storie di donne nella Bibbia | 11 Aprile 2021 |
Dio ha creato uomini e donne con la medesima dignità ed importanza. E mentre all'epoca in cui è stata scritta la Bibbia nessuno scriveva storie di e sulle donne, la Parola di Dio ne è ricca; e da essa traiamo esempi di coraggio, intelligenza e impegno che sono di monito e guida per ciascun credente. Come quello di cinque sorelle coraggiose, tramite cui Dio ha cambiato una legge ingiusta.
--- Predicatrice: Jean Guest
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Oggi stiamo iniziando una nuova serie di messaggi che guarda alcune delle grandi storie di emancipazione delle donne in tutta la Bibbia. Sono grata a Marco per avermi dato questa opportunità di predicare a te e ai teologi NT Wright, Paula Gooder ed Elaine Storkey per aver modellato il mio pensiero.
Lasciatemi pregare per noi tutti: "Padre, prego che oggi  prenderai le mie parole e le userai per la tua gloria. Apri i nostri cuori e le nostre menti così da essere sfidati, cambiati e incoraggiati dalla tua parola, in modo che possiamo lasciare questo posto meglio attrezzati per essere testimoni della tua bontà, misericordia e grazia. Amen."
Prima di dare un'occhiata ad alcuni di queste donne degne di nota, voglio parlare un po' di genere e patriarcato. Ma quello che voglio dire per primo, più di tutto  e  sottolineato tre volte, è che credo assolutamente che la Bibbia è la parola di Dio ispirata da lui; ma comprendo anche che è stata scritta da esseri umani (principalmente uomini) e che è nata nel contesto di da una certa cultura.
Ogni volta che leggiamo la Bibbia ci sono tre domande che  dovremmo porci: la prima il primo è
1. Quale è il contesto storico in cui  gli autori stanno scrivendo, cosa fanno e perché?
La seconda è:
2. Cosa significa effettivamente quello che leggo?
Molto spesso ciò significa che dobbiamo esaminarne diverse traduzioni in modo da trovare ciò che la Bibbia sta veramente dicendo: ci sono molti casi in cui noi abbiamo traduzioni errate (parlerò di una brevemente tra poco). In inglese ci sono una quantità di differenti tradizioni da poter consultare; purtroppo questo non è  il caso della lingua italiana, ma alcune ci sono.
In terzo luogo dobbiamo chiederci:
3. Cosa posso prendere da  questo passaggio mentre lo leggo? 
Quali sono le mie aspettative, le mie speranze, le mie paure, i miei bagagli personali? Oppure:  in che modo influirà sul modo in cui leggo e capisco la Scrittura?
Torniamo subito all'inizio a Genesi capitolo 1:
"Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra»... Poi Dio disse: «Producano le acque in abbondanza esseri viventi, e volino degli uccelli sopra la terra … le acque produssero in abbondanza secondo la loro specie, e ogni volatile secondo la sua specie.... Poi Dio disse: «Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie». ... Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio;  li creò maschio e femmina.." (Genesi 1: 11, 20, 21, 24, 26-27)
Qui vediamo Dio che porta ordine fuori dal caos attraverso la Creazione. Per prima cosa crea luce, acqua e terra e poi inizia a popolare il mondo; prima con piante di cui alcune ci dice portatrici di semi. Guarda ciò che ha creato e lo dichiara essere buono.
Quindi riempie le acque di pesci e altre creature marine e di nuovo le benedice e dice loro di essere feconde. Poi vengono gli animali della terra; di nuovo sono creati e benedetti e viene detto loro di essere fecondi. 
Ogni pianta e animale finora è maschio e femmina, l'ordine creato ha un sesso. E infine nel versetto 27 arriviamo alla gloria della Creazione: così Dio ha creato l'umanità a sua immagine: “a immagine di Dio li creò maschio e femmina li creò.”
Ora ecco il punto: se il nostro essere creati a immagine di Dio non riguarda altro che la distinzione tra generi (maschio e femmina),  allora l'intera Creazione è stata fatta a sua immagine... ma qui, la Bibbia, non dice questo!
Solo gli esseri umani lo sono e quindi la nostra immagine  è qualcosa di diverso dal semplice genere. E vediamo pure che non c'è separazione i due, ma  perfetta uguaglianza.
Diamo una rapida occhiata a Galati 3:28
Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero;  non c’è né maschio né femmina;  perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù." (Galati 8:28)
Questo è l'errore di traduzione di cui io ti parlavo: in realtà, in originale, Paolo afferma (vediamo un'altra traduzione più accurata):
"Non siete più Ebrei, né pagani, schiavi o liberi  e neppure uomo o donna,  perché siete tutti uniti in Cristo. (Galati 8:28 PV)
Paolo sta scrivendo a una chiesa nel contesto di un dibattito sulla circoncisione maschile che deve essere classificata come parte integrante della chiesa e nel contesto culturale dove nella sinagoga avresti potuto udire gli uomini pregare così: “Dio, ti ringrazio di non essere stato creato un gentile, uno schiavo o una donna ”.
È disperato per questi giovani cristiani non si rendano conto che sono persone della risurrezione, persone della nuova Creazione, ciò che era una volta è stato capovolto.
Il cristianesimo non è il giudaismo con una etichetta che dice “fede in Cristo”.  Paolo sta citando il verso di Genesi 1che parla di genere; è così che era in Paradiso, e lo dice in termini di appartenenza alla famiglia di Dio. L'essere uomini  non ha più il privilegio che haha avuto nel corso dei millenni. Certamente questo era vero all'epoca, non credete?
Ovviamente, no (guardate la vignetta!).
Non significa che l'ideale sia senza genere, significa semplicemente che è irrilevante.Ma non significa neppure che all'interno del Regno siamo identici, o complementari.
Allora, perché abbiamo lottato con questo? Ciò è dovuto ad una struttura della società dell'epoca  chiamata patriarcato. Cosa intendo dire? Questa è una definizione:
"Il patriarcato è un sistema sociale in cui gli uomini detengono il potere in modo primario e predominano nei ruoli di leadership politica, autorità morale, privilegio sociale e controllo della proprietà."
E l'Antico Testamento è stato sicuramente scritto nel contesto di una società patriarcale. Sto dicendo che sia una cosa sbagliata? Certamente no; sto dicendo che è quello che è,  e dovremmo quindi leggerlo per quello che è . Se gli uomini erano più importanti e detenevano maggiore rilevanza  pubblica e le donne avevano valore esclusivamente tra le mura domestiche ovviamente troveremo  storie  di uomini che fanno cose da uomini.
Sto di nuovo dicendo che dovremmo leggerlo per quello che è e non per quello che non è. E prima inizi a urlarmi contro,   è proprio per questo motivo che ho nel mio cuore le Scritture; perché in un perido storico dove  tutte le altre narrazioni scritte negli altri stati, tipo quelle dei babilonesi, ignoravano completamente storie di donne, nelle pagine dell'Antico Testamento  ne troviamo alcune straordinarie e stimolanti;  Dio non lo ha permesso che fossero completamente cancellate. Più avanti nella serie incontreremo le donne del Nuovo Testamento che hanno cambiato il mondo.
Ma oggi lasciate che vi presenti le cinque figlie di Selofead, o per dare loro il proprio nome Mala, Noa, Cogla, Milca e Tirsa. Queste cinque giovani donne hanno cambiato la storia delle donne ebree. Leggiamo la loro storia:
"Allora si fecero avanti le figlie di Selofead, figlio di Chefer, figlio di Galaad, figlio di Machir, figlio di Manasse, delle famiglie di Manasse, figlio di Giuseppe,  che si chiamavano Mala, Noa, Cogla, Milca e Tirsa; esse si presentarono davanti a Mosè, davanti al sacerdote Eleazar,  davanti ai capi e a tutta la comunità all’ingresso della tenda di convegno, e dissero: «Nostro padre morì nel deserto, e non stava in mezzo a coloro che si adunarono contro il Signore, non era della gente di Core, ma morì a causa del suo peccato,  e non ebbe figli maschi. Perché il nome di nostro padre dovrebbe scomparire dalla sua famiglia? Infatti non ha avuto figli maschi. Dacci una proprietà in mezzo ai fratelli di nostro padre». Mosè portò la loro causa davanti al Signore. E il Signore disse a Mosè: «Le figlie di Selofead dicono bene. Sì, tu darai loro in eredità una proprietà in mezzo ai fratelli del loro padre, e farai passare ad esse l’eredità del loro padre. Parlerai pure ai figli d’Israele, e dirai: “Quando uno morirà senza lasciare figli maschi, farete passare la sua eredità a sua figlia." (Numeri 27:1-8)
Il popolo d'Israele aveva vagato nel deserto per 40 anni e ora erano nelle pianure di Moab e stavano per entrare nella Terra Promessa. Era importante sapere chi era ancora vivo dell'esodo originale e quanti fossero di seconda generazione, in modo che la terra potesse essere divisa  in base al numero di persone nel censimento (Numeri 26) con più terra data a tribù più grandi e meno terra a quelle più piccole.
Dio disse a Mosè di fare conta delle tribù, ma secondo l'usanza dell'epoca questo era solo per il nome degli avi e sul versante degli uomini. Era previsto che le donne sarebbero state incluse nella linea di eredità e successione dei maschi della loro famiglia.
Ma questo era un gran bel problema per le cinque sorelle. Il loro padre era morto, non aveva fratelli o altri parenti maschi;  sarebbero state lasciate senza terra e senza eredità.
Mi chiedo come donna cosa avremmo fatto al loro posto? Borbottare? Trovare un marito, qualsiasi fosse, e velocemente?
Questo è ciò che hanno fatto le sorelle. Sono andate al luogo di  riunione, un posto dove c'erano solo uomini di alto rango  e certamente le donne non avevano il permesso di entrare,  e si presentate davanti a Mosè e agli altri capi appellandosi contro la legge.
Notate che sono andate insieme. Hanno presentato le credenziali del padre, il quale era stato leale, non aveva fatto  parte dell'insurrezione ed era morto di mote naturale; sicuramente era degno di rispetto.
Se la legge fosse rimasta com'era, allora il nome e l'eredità del padre sarebbe stata dimenticata semplicemente perché non aveva figli maschi: ma ne ha cinque figlie: “Dacci delle proprietà tra quelle dei parenti d i nostro padre!” (versetto 4). 
Poiché la tradizione doveva collegare la proprietà della terra al  cognome maschile, era un valido argomento di discussione.
Dal modo in cui hanno plasmato la loro argomentazione vediamo che le sorelle  conoscevano la loro storia, la loro cultura, le  tradizioni e conoscevano la legge. 
Quello che volevano mettere in discussione non era la legge di Dio che era intrinsecamente giusta, ma come l'avevano interpretata gli uomini. Ecco perché erano pronte a confrontarsi con i loro leader e a sottolineare l'ingiustizia.
Debbono avere avuto anche fiducia che  Mosè le avrebbe ascoltate; non può essere sottovalutato il fatto che, quello che stavano facendo potrebbe avergli  causati enormi difficoltà.
Bisogna dar merito a Mosè, che non solo ascoltò, ma mostrò la sua vulnerabilità e intelligenza come  leader, ammettendo che aveva bisogno della saggezza di Dio, non volendo appoggiarsi semplicemente alla sua propria interpretazione della legge.
Dio stabilì a favore delle sorelle; dovevano essere date loro delle proprietà  tra quelle della loro tribù. Ancor di più,  la sentenza doveva essere universale: d'ora in poi, se un uomo fosse morto senza figli, le sue figlie dovevano riceverne l'eredità.
E in modo ancora più radicale vedremo nel capitolo 36 che le sorelle avrebbero potuto scegliere il proprio coniuge all'interno della tribù.
Sappiamo che Mosè non visse abbastanza da vedere le sorelle ereditare la loro terra.  Toccò a Giosuè  assicurarsi che la decisione di Dio fosse eseguita (possiamo leggerlo in Giosuè 17: 3-6).
Tutto ciò  ha cambiato il modo in cui le donne venivano trattate. Non lo sono non dovevano sposarsi più per avere riconosciuta la loro identità, ma le affermava come membri di valore nella tribù con diritti propri come donne non sposate.
Cosa possiamo imparare dalle sorelle?
1. È di fondamentale importanza vedere la nostra identità come donne davanti a Dio e non legata alle convenzioni umane.
2. La loro audacia si basava sulla loro conoscenza e comprensione, non ultima la loro conoscenza di Dio. Credevano che fosse giusto ed equo che  poteva essere invocato per venire in loro aiuto. Anche noi dovremmo conoscere  il nostro Dio in questo modo.
3. Hanno cercato giustizia, e noi dobbiamo essere in grado di  discernere ciò che è giusto e ciò che è ingiusto e avere la saggezza di saper rispondere. Come le sorelle non dovremmo esitare ad affrontare l'ingiustizia e sfidare le norme sociali, perché così facendo proprio come quelle sorelle, potremmo fare la differenza generazioni di ragazze.
4. Impariamo cosa sia essere delle guide. Le sorelle hanno mostrato di essere delle leader nella loro volontà di prendere una posizione.  Mosè mostrò di essere leader nell'essere disposto ad  ascoltare e a cambiare. Entrambi erano disposti a sottomettersi a Dio.
La leadership non è né solitaria né di genere, né autoritaria né roboante. La leadership è condivisa, percettiva e aperta. Se saremo disposti a vivere così assieme, allora il Regno di Dio potrà venire.
Amen.

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“Quanto sono profonde le tue radici?” Pasqua | 4 Aprile 2021|
Dove trovi il nutrimento per continuare a vivere quando tutto attorno è desolato ed arido? Quanto sono profonde le tue radici? Lo sono abbastanza da poter trarre nutrimento dall'unica fonte di acqua pura che è il Cristo che celebriamo a Pasqua?
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Tempo di lettura: 8 minuti 
Tempo di ascolto audio/ visione video: 25 minuti


Oggi è un giorno speciale per tutti i credenti in Cristo: in qualsiasi luogo essi si trovino, ricordano l'evento che ha cambiato la loro storia personale.
In Italia siamo abituati a pensare alla Pasqua un po' come un “secondo Natale”, dove tutti siamo più buoni, e ci sentiamo in dovere di fare auguri a tutti.
Anche la Pasqua è stata “inglobata” nella cultura italiana, assieme a Natale, Capodanno,   la Festa della Mamma, quella del Papà,  Ferragosto,  e, oramai (anche da noi) Halloween... Pian piano è divenuto un altro giorno per fare festa, un altro giorno per fare regali e pranzi.
Hai mai riflettuto cosa stai dicendo quando auguri a qualcuno “Buona Pasqua”? Forse già sai che viene dalla parola greca ????? – pascha-  che è il modo con cui nei vangeli (scritti in greco) viene tradotta la parola ebraica  ??????  p?esah?, ovvero passaggio, in ricordo dell'angelo della morte che “passò oltre” le case degli ebrei in Egitto che erano state segnate col sangue di un agnello sacrificato.
Sappi che, quando dici a qualcuno “Buona Pasqua”, stai augurando un “buon passaggio”... di cosa? Di quell'angelo presso la casa sua!
Ovviamente, scherzo! Se vuoi, fai pure gli auguri... ma ti voglio far riflettere che in origine la Pasqua non era qualcosa da festeggiare, ma da celebrare, e da annunziare; e non potevi augurare  “Buona Pasqua" a qualcuno se non eri convinto che avesse creduto in Cristo!
Sapete, ogni credente delle prime chiese salutava il giorno di Pasqua dicendo “Cristo è risorto”; e se l'altro rispondeva “E' veramente risorto” allora sapeva che stava parlando con un altro credente.... e forse gli diceva “Buona Pasqua”! Questa tradizione è rimasta nella chiesa Ortodossa. La Pasqua non era una celebrazione “inclusiva”, per tutti, ma una celebrazione “esclusiva” per pochi.
Perché questo? Perché celebrare la Pasqua  ti rendeva eleggibile per il martirio.  I cristiani non erano amati molto dal mondo, perché dicevano cose “politicamente scorrette”; parlavano di un unico Signore, Dio e Creatore, parlavano di un unica salvezza in Cristo.
In molti luoghi nel mondo, è ancora così;  se dici che Cristo è veramente risorto, se testimoni della salvezza attraverso la croce, la tua vita (e quella della tua famiglia) è in pericolo.
Afganistan, Pakistan, Iran, Iraq, Siria, Nigeria, Corea, India, Eritrea Libia, Yemen, Cina, Colombia... e in molti altri posti ancora nel mondo, oggi persone celebrano la Pasqua rischiando la propria vita.
Incontrare Gesù, da sempre, è stato rischioso: lo era anche prima che fosse messo in croce  e che fosse risorto. Vi ricordate la storia di Nicodemo? Era un “fariseo”, uno studioso della Bibbia, aveva visto e sentito ciò che Gesù faceva e diceva... Ma era rischioso per lui “andare contro” tutta la tradizione, i sacerdoti, i suoi colleghi farisei che attendevano un messia condottiero, che mettesse al loro posto i Romani,  e gli restituisse ricchezza e potere.
E così, una notte, senza farsi vedere da nessuno, come farebbe un ladro, andò a bussare alla porta di Gesù:
C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni miracolosi che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. (Giovanni 3:1-5)
Nicodemo era cresciuto leggendo la Bibbia, le sue radici affondavano nella parola di Dio... e per quello vedeva, e capiva che Gesù era stato mandato da Dio. Ma non se la sentiva di esporsi, aveva paura delle conseguenze, di essere giudicato, di non essere “politicamente corretto”.
Molti oggi sono come Nicodemo, festeggiano pure la Pasqua, ma se si tratta di“esporsi” oltre, di prendere posizione, di chiamare le cose che il mondo ama tanto e dice essere giuste col loro nome e cognome, peccato; adulterio, peccati sessuali, aborto, eutanasia, omosessualità, avarizia... Nessuno di questi maggiore o minore di altri come l'essere bugiardi o il bestemmiare, perché per Dio ogni peccato vale uno, ogni peccato è un mancare l'obiettivo che Dio ha stabilito per noi, e non c'è classifica tra il più grave e quello meno.  Per moti è difficile dire che Cristo è l'unica via... beh, allora … ”...preferisco farlo di notte, quando nessuno vede e sente non, si sa mai.” La Pasqua non fa una gran differenza per loro, una festa vale l'altra, e la vita rimane uguale a prima.
Non per Nicodemo; aveva iniziato con timore... ma l'incontro con Gesù avrebbe dato i suoi frutti:
“Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno»... Le guardie dunque tornarono dai capi dei sacerdoti e dai farisei, i quali dissero loro: «Perché non lo avete portato?»... Le guardie risposero: «Mai un uomo ha parlato così!»Perciò i farisei replicarono loro: «Siete stati sedotti anche voi? Ha qualcuno dei capi o dei farisei creduto in lui? Ma questo popolino, che non conosce la legge, è maledetto!» Nicodemo (uno di loro, quello che prima era andato da lui) disse loro: «La nostra legge giudica forse un uomo prima che sia stato udito e che si sappia quello che ha fatto?» “ (Giovanni 7:37-38, 45-51)
Gesù aveva parlato alla folla in un giorno di festa (la festa di Tabernacoli o Capanne) quando una moltitudine di gente lo ascoltava, affermando cose  che non erano piaciute ai sacerdoti.
Nicodemo, dice Giovanni, era “uno di loro”, un fariseo, uno che pensava e diceva le cose “politicamente corrette”, e proprio per quello Gesù li aveva chiamati, ipocriti, vipere, sepolcri imbiancati. Ma stavolta Nicodemo non cerca Gesù nel buio; stavolta si “espone”, prende le parti di Gesù. Le sue radici superficiali che trovavano nutrimento dalla conoscenza della Legge vanno un po' più un giù, e iniziano a attingerne dagli insegnamenti di Cristo.
Non tutti credono, e diventano subito super eroi, pronti a sfidare tutto e tutti per Gesù. Le radici di Nicodemo hanno iniziato a affondare nel terreno fertile che sono gli insegnamenti di Cristo, cominciando a dare dei frutti, ma non sono ancora maturi. Alcuni  si fermano a questo livello:  sono attratti da Gesù, gli piace quello che dice, ma sono titubanti nell'accettare di seguirlo.
La loro radice non va abbastanza a fondo, Gesù c'è, si... ma non fa la differenza... Per loro la Pasqua diventa quasi un”problema da gestire”: “Non posso far vedere troppo agli altri che ci tengo... magari, non vado in chiesa, ma faccio gli auguri a tutti!”
Nicodemo, invece, aveva continuato ad estendere in profondità la sua radice, ad affondare negli insegnamenti di Gesù; e a non aver più paura di esporsi come suo seguace.
“Dopo queste cose, Giuseppe d’Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter prendere il corpo di Gesù, e Pilato glielo permise. Egli dunque venne e prese il corpo di Gesù. Nicodemo, quello che in precedenza era andato da Gesù di notte, venne anch’egli, portando una mistura di mirra e d’aloe di circa cento libbre.” (Giovanni 19:38-39) 
Giuseppe era un membro del Sinedrio, il tribunale speciale che aveva condannato Gesù... e anche lui seguiva Gesù "di notte", di nascosto.
Le radici di Nicodemo erano radici profonde: non si vergognava più di dimostrare che seguiva Gesù. Non aveva più timore per la sua carriera, né per la sua vita: anzi, metteva a disposizione i suoi beni per coprire di profumi il corpo di Cristo, con quasi 36 chili di costosissima mirra ed aole (circa 360 denari romani, un anno di stipendio di un operaio ebreo).
La Bibbia non dice se Nicodemo abbia avuto timore che fosse tutto finito quel venerdì; ma di sicuro avrà gioito, come noi gioiamo oggi, per la tomba vuota.
La sorsa settimana  ho iniziato facendovi vedere una foto (questa) (FOTO) e citando una frase  dello scrittore americano Marthy Rubin: “The deep roots never doubt spring will come” che tradotto suona: “Le radici profonde non dubitano mai che la primavera arriverà”.
Ti ho chiesto quali tra i due alberi fosse il più vivo. L'albero che fiorisce al primo tepore in inverno, e il
gelo lo può danneggiare, o quello che attende che arrivi la primavera. Questa settimana ti chiedo: quanto sono profonde le tue radici?

Nella mia foto ci sono due alberi: quello fiorito è una mimosa. La mimosa ha delle radici estese ma superficiali, che non vanno in profondità; è per questo che ha necessità di stare vicino all'acqua. Se l'acqua si allontana, se il lago si abbassa, la mimosa può morire di sete.
L'altro albero, invece, è un fico. Le radici del fico sono molto profonde, e riesce a trovare nutrimento anche quando tutto attorno  è secco, bruciato, sterile. Anche se viene tagliato, il fico si rigenera, dando un nuovo albero, perché la parte importante non è il tronco, ma le radici che attingono in profondità il nutrimento e possono generare nuova vita.
Quanto sono profonde le tue radici in Cristo? Abbastanza da trarre da lui nutrimento anche nei momenti aridi, quando la vita sembra sterile, quando la stagione è torrida e secca? Sono abbastanza profonde da non aver paura di ciò che ti accade attorno o che accadrà a te, o ai tuoi cari in questa epoca di pandemia? Riesci a trarre nutrimento anche quando non c'è pioggia?
Hai letto le parole che Gesù ha pronunciato alle folle durante quella festa di Tabernacoli?
«Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Giovanni 7:37-38)
Se tu hai accettato il sacrificio di Gesù al venerdì come l'unico che può lavare i tuoi peccati, allora la potenza di Dio che trasforma una crocifissione in una resurrezione ti appartiene.
Se tu credi che Gesù è realmente risorto per vincere la morte al posto tuo allora le tue radici possono attingere a quel fiume profondo di cui parla il Salvatore, anche in questo periodo, il più arido dei nostri tempi.
Non festeggiare la Pasqua come una festa tra le altre; celebra la Pasqua, perché, se hai creduto che Gesù è realmente risorto, allora la tua è davvero una buona Pasqua.
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Quel venerdì che cambia la mia storia | 2 Aprile 2021 |
 Riflessioni del Venerdì Santo 
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CLICCA SUL TITOLO PER ASCOLTARE IL MESSAGGIOTempo di lettura: 9 minuti 
Tempo di ascolto audio: 19 minuti
Il processo -  Matteo 27:11-14

Gesù comparve davanti al governatore e il governatore lo interrogò, dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?» Gesù gli disse: «Tu lo dici». E, accusato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla.Allora Pilato gli disse: «Non senti quante cose testimoniano contro di te?»  Ma egli non gli rispose neppure una parola; e il governatore se ne meravigliava molto. …
Gesù, Pilato, i sacerdoti, le guardie. E' un tribunale atipico... ma è un tribunale. Ma Gesù non parla. Perché? Non è forse il Figlio di Dio? Non potrebbe chiamare angeli a liberarlo? 
Ma forse è perché aspetta che siano i lebbrosi, i ciechi, gli storpi guariti a proclamare chi lui sia...
Lasciamo siano loro a dire a Pilato chi è e cosa fa. Lasciamo che Pilato mostri Gesù dalla terrazza del suo appartamento a popolo: chi ha tanto ricevuto, saprà dire da chi lo ha ricevuto!
Gesù è condannato - Matteo 27:22-26
 E Pilato a loro: «Che farò dunque di Gesù detto Cristo?» Tutti risposero: «Sia crocifisso».  Ma egli riprese: «Che male ha fatto?» Ma quelli sempre più gridavano: «Sia crocifisso!»  Pilato, vedendo che non otteneva nulla ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente di questo sangue; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Ma come? Nessuno lo difende? Nessuno prova a spiegare tutto il bene che ha fatto?  Dove sono i lebbrosi che furono guariti? Dove i ciechi che ora possono vedere? Dove  tutte le persone che hanno mangiato il pane e il pesce sulla collina? Dove sono quelli che hanno seguito Gesù così facilmente quando  pensavano che sarebbe diventato il re degli ebrei? Eppure nessuno parla. Nessuna voce nella folla viene in difesa di Gesù. Gesù è solo.
Dove sarei stato io? Averi avuto il coraggio di parlare del bene che mi ha fatto? Avrei taciuto? O averi gridato “Crocifiggilo”?
Gesù è coronato di spine e deriso - Matteo 27:27-31
Allora i soldati del governatore portarono Gesù nel pretorio e radunarono attorno a lui tutta la coorte.  E, spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto; intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra e, inginocchiandosi davanti a lui, lo schernivano, dicendo: «Salve, re dei Giudei!» E gli sputavano addosso, prendevano la canna e gli percuotevano il capo. E, dopo averlo schernito, lo spogliarono del manto e lo rivestirono dei suoi abiti; poi lo condussero via per crocifiggerlo.
Ed eccolo, il figlio di Dio, coronato di spine, percosso, sputato. Quale sia stato per Gesù più grande tra il dolore fisico e quello spirituale non saprei. Chi lo sta maltrattando potrebbe aver ricevuti da lui salvezza eterna:  Isaia aveva detto:
“Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca.” (Isaia 53:7)
Gesù ha “lasciato”; ha permesso che lo umiliassero... Era nei piani. Era disposto sin dall'inizio a sopportare qualsiasi cosa, senza nessuna lamentela, per raggiungere uno scopo maggiore, più alto, eterno.  Questo è il “servire sino in fondo”. 
Io sono abituato a servire “fino a quando non fa male”, fintanto che so che c'è una via di ritorno, un'uscita... e tutto tornerà a come era prima.  Ma sarei disposto a fare un passo più in là,  a servire gli altri, anche anche se potrebbe non essere sempre facile o conveniente? Anche se potrebbe essere il mio ultimo atto?
La mia risposta fa la differenza tra un buon lavoratore, e un servitore: tra chi adempie ad un lavoro, e chi adempie ad una missione. 
Là nel cortile di Pilato vediamo un vero servitore.
Simone porta la croce - Luca 23:26
Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù.
Simone non era un discepolo: passava solo lì, era uno spettatore, e si trova a portare un peso non suo. Cosa avrei fatto io? Avrei tirato dritto, fatto finta di non capire i soldati, oppure avrei aiutato un uomo distrutto, a portare il suo peso?
È facile fingere di non vedere i bisogni, il dolore e la sofferenza intorno a me ogni giorno. È facile fingere di non sentire le grida di aiuto che provengono in molte forme da coloro tra i quali cammino ogni giorno.
È facile convincermi che sono troppo occupato, o troppo stanco, o ne ho già troppe nel piatto per essere coinvolti nella vita degli altri.
Gesù ha servito molti nella sua vita terrena... Simone è l'unico che serve Gesù nel momento del bisogno... anche senza essere un campione della fede.
Cosa farò io? Aspetterò di essere perfetto, o metterò a disposizione il mio tempo, la mia mente, i mie muscoli, quando sentirò un grido d'aiuto, quando vedrò un peso troppo grande da portare?
Gesù è inchiodato sulla croce - Marco 15:25-32
Era l’ora terza (le nove del mattino) quando lo crocifissero. L’iscrizione indicante il motivo della condanna diceva: «Il re dei Giudei».  Con lui crocifissero due ladroni, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra.  E si adempì la Scrittura che dice: «Egli è stato contato fra i malfattori». Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Eh, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso e scendi giù dalla croce!». Allo stesso modo anche i capi dei sacerdoti con gli scribi, beffandosi, dicevano l’uno all’altro: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso. Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!» Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
La croce non serviva solo a punire il colpevole; per quanto atroce fosse, i Romani avevano altri modi per finirla in più breve tempo. 
Ma serviva a scoraggiare chi guardava la morte in croce. Non c'era solo il dolore, ma anche lo scherno di chi passava e guardava. Tu morivi lentamente, mentre altri ti ridevano attorno.
Eppure quella croce era differente. Pian piano che Gesù moriva al mondo, io cominciavo a vivere! Quell'unica morte avrebbe generato miliardi di nuove vite per chi avrebbe scelto la croce come simbolo della propria vita.
Isaia aveva detto :
“Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.” (Isaia 53:5)
Gesù muore - Marco 15:33-34, 37-39
All’ora nona (le tre del pomeriggio)Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lamà sabactàni?», che, tradotto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»...Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito. E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!»
All'improvviso la notte, il terremoto, la cortina del Tempio che si squarcia in due... 
Cosa significa?
Significa che nell'ora più buia della terra, Dio è di nuovo accessibile. C'è persino un romano che riconosce in Gesù qualcosa di molto più alto di un uomo: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!»
Il peccato sembra trionfare per sempre.... e invece è sconfitto per sempre. L'ultima parola non spetterà più a satana, ma a Dio. Quando guarderò la croce, quando capirò che su di essa non ci sono io, ma Suo figlio al mio posto, allora Egli si ricorderà del nuovo patto... ed io sarò salvo.
Sono vivo, a motivo dell'obbedienza di Gesù al Padre.
Paolo dice: “...trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.” (Filip. 2: 8b)
Gesù è sepolto - Matteo 27:57-60
Fattosi sera, venne un uomo ricco di Arimatea, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. Questi, presentatosi a Pilato, chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato comandò che gli fosse dato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nella propria tomba nuova, che aveva fatto scavare nella roccia. Poi, dopo aver rotolato una grande pietra contro l’apertura del sepolcro, se ne andò.
Cosa sta trasportando Giuseppe nella sua tomba? Il simbolo di una sconfitta, o quello di una vittoria? Gesù è solo un corpo martoriato da seppellire, oppure uno spirito libero che produrrà benedizioni su benedizioni da allora in poi?
Giuseppe non comprende che quel corpo straziato rappresenta il trionfo sulla morte. 
“Tetelestai .Tutto è compiuto Tutto è pagato” . Gesù non ha più bisogno di quell'involucro mortale; può tornare a Padre e sedere alla Sua destra ed intercedere per Giuseppe, per Simone, per le pie donne che stavano ai piedi della croce...  Per l'umanità intera che guarderà d'ora innanzi alla croce come simbolo non di morte, ma di vita eterna.
“Perciò il mio cuore si rallegra e l’anima mia esulta; anche la mia carne dimorerà al sicuro; poiché tu non abbandonerai l’anima mia in potere della morte, né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione.” (Salmo 16:9-10)
Fate questo in memoria di me – Luca 22:19-20
 Poi prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi.
Tutto questo è accaduto per firmare un patto, un nuovo accordo con Dio che nessun uomo avrebbe mai potuto firmare; un corpo spezzato ed un sangue versato che diventano ricordo indelebile di quel venerdì che ha trasformato la storia del mondo.
Accostiamoci agli elementi con riverenza, ricordando che Gesù è morto per sconfiggere la morte al posto nostro.
La gioia che verrà – Giovanni 16:19-22
Per tre giorni il mondo fu senza Gesù. Furono le pie donne a scoprire che Gesù non era più là. A loro fu riservato l'onore di essere le prime testimoni della potenza della resurrezione. Attendiamo questi tre giorni che ci dividono dalla Pasqua avendo fede nelle parole che Gesù ci ha consegnato prima di lasciarci:
“Gesù comprese che volevano interrogarlo e disse loro: «Voi vi domandate l’un l’altro che cosa significano quelle mie parole: “Tra poco non mi vedrete più” e: “Tra un altro poco mi vedrete”? In verità, in verità vi dico che voi piangerete e farete cordoglio, e il mondo si rallegrerà. Sarete rattristati, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia. La donna, quando partorisce, prova dolore perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’angoscia, per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana. Così anche voi siete ora nel dolore; ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi toglierà la vostra gioia...».”



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“Quale re stai acclamando”? Domenica delle Palme | 28 Marzo 2021 |
Quale re stai acclamando? Stai acclamando un re per il qui e l' adesso, o il re di un regno che ci sarà, ma non ora? Sei come l'albero che fiorisce al primo tepore, e soffre poi il gelo, o come quello che attende, e non dubita che la primavera verrà? Se conosci Gesù, e aspetti ancora la primavera nella tua vita, sappi che arriverà; abbi fede.  Abbi la fede dell'albero che sa attendere, perché il Re è al lavoro.
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Una delle cose che amo di più nel mio tempo libero, (davvero troppo poco, tra chiesa e lavoro secolare) quando i vari lockdown, zone rosse ed alto me lo permettono, è di camminare assieme a mia moglie  lungo la costa del lago di Bolsena.
C'è un tratto che mi piace particolarmente, perché è lontano dai rumori del mondo. Mi piace camminare lì verso il tramonto, così da poter prendere foto che siano ancora più suggestive.

Qualche settimana fa (era metà febbraio) ero assieme a mia moglie e a mio figlio Matteo e ci siamo fermati a fotografare una mimosa fiorita: era l'unica pianta fiorita tra tutte piante ancora spoglie: ve la faccio vedere:

Se conoscete un minimo di “tecnica fotografica” già sapete cosa è che mi ha colpito di più della scena.
Ovviamente la mimosa era stupenda, ma quello che mi ha colpito maggiormente era il contrasto tra l'albero completamente in fiore e l'altro completamente spoglio.
Era come se un albero avesse la smania di anticipare la primavera, di immaginarsi la bella stagione che era ancora di là da venire, mentre l'altro attendeva.
Generalmente pubblico i miei scatti migliori su Instagram e li accompagno con una frase, un motto, o un versetto che spieghi perché ho fatto quella foto.
Riflettendo sulla foto, mi è sembrato giusto di citare una frase di uno scrittore americano, Marthy Rubin, che dice così: “The deep roots never doubt spring will come” che tradotto suona: “Le radici profonde non dubitano mai che la primavera arriverà”. 
Tu potresti chiedermi: “Marco, ma che c'entra questo con la domenica delle Palme?
C'entra, in quanto stiamo parlando di “attesa”. Le cinque domeniche di Quaresima, la Domenica delle Palme, e anche il Venerdì Santo ci parlano di “attesa”.
Così come l'Avvento ci parla dell'attesa di un Dio che si fa uomo  per venirci a trovare a Natale, la Quaresima ci parla dell'attesa che quel Dio in forma d'uomo manifesti la sua potenza per poterci salvare a Pasqua.
La potenza che trasforma una crocifissione in una resurrezione quella potenza che esploderà il giorno di Pasqua, aprendo la tomba,  accecando le guardie, ed aprendo per noi i Cieli.
Noi, che abbiamo creduto in Cristo, aspettiamo la Pasqua per ricordarci di quell'evento che ci ha affrancati, ci ha liberati dal peccato.
Ma 1988 anni fa (2021 – 33, gli anni di Gesù, anno più anno meno) sette giorni prima della Pasqua ebraica c'erano altri che attendevano e facevano festa. Chi , o cosa stavano festeggiando?
Vediamo la storia assieme di quella domenica:
1 Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, 2 dicendo loro: «Andate nella borgata che è di fronte a voi; subito troverete un’asina legata e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. 3 Se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno, e subito li manderà». 4 Questo avvenne affinché si adempisse la parola del profeta: 5 «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un’asina, sopra un asinello, puledro d’asina”». 6 I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; 7 condussero l’asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere.  8 La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. 9 Le folle che lo precedevano e quelle che seguivano gridavano: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!» 10 Quando fu entrato in Gerusalemme, tutta la città fu scossa, e si diceva: «Chi è costui?» 11 E le folle dicevano: «Questi è Gesù, il profeta che viene da Nazaret di Galilea». (Matteo 21:1-11)
Anche all'epoca stavano attendendo un Salvatore;  un Salvatore, si... ma più a misura d'uomo.
Siamo quasi all'ultimo atto  della storia di Gesù sulla terra durante la sua prima venuta. Gerusalemme è stracolma di gente, in quel periodo la popolazione passa da 30.000 a 150.000 di lì a sette giorni si festeggia la ??????  p?esah? (pron. 'p'asàch), la Pasqua ebraica, e ogni buon ebreo vuole essere presente al sacrificio nel tempio che avrebbe lavato per un anno i peccati del popolo.
Gesù arriva,  e tutti lo acclamano, agitando rami di palma così come era tradizione all'epoca quando si accoglieva un re  al ritorno da una battaglia vittoriosa.
Viene accolto al grido di “Osanna”, che in ebraico suona “jesciùa hannach” e sono due parole, non una :  ??????- “yasha”(pron. jesciùa) = libera   e ?????? – “anna” (pron. hannàch) - ti prego. Ognuno nella folla grida “Liberami ti prego!”
Da cosa doveva liberarli Gesù? Dio aveva promesso che avrebbe mandato   il ???????? - ma?s?iyah? (pron. mascìach), il messia, l'unto: Isaia, settecento anni prima, lo aveva annunciato così:
“Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha unto per recare una buona notizia agli umili; mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato, per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi, l’apertura del carcere ai prigionieri, per proclamare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio...” (Isaia 61:1-2)
Loro stavano attendendo un re; un re che avrebbe spazzato via  gli invasori Romani e riportato Israele ai fasti dell'epoca di Salomone.
Stavano “mettendo fuori fiori” come la mimosa della mia foto, credendo che la primavera fosse arrivata, che il peggio fosse passato, che di lì a poco avrebbero visto i frutti. La profezia invece volava più alto di quello che stavano aspettando quegli ebrei.
Gesù aveva letto quel brano di Isaia nella sinagoga a Nazareth ma l'aveva letto così:
“Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha inviato per annunciare la liberazione ai prigionieri e il recupero della vista ai ciechi; per rimettere in libertà gli oppressi, per proclamare l’anno accettevole del Signore.” (Luca 4:18-19)
Una riga: Gesù, è venuto per saltare una riga. Le persone che lo acclamavano non avevano capito, il perché Gesù fosse venuto.
Non per dare ricchezza, né per scacciare i nemici; di certo è venuto anche per proteggere i suoi, per dargli, se possibile buone cose durante questa vita; di curarli nel fisico e nell'animo, di ascoltarli e soccorrerli quando lo pregano... ma non certo per dargli un regno terreno.
E' venuto per qualcosa di diverso, di più duraturo, di più importante nel tempo. Per mettere unf rego, un casso, una linea che cancella sopra al termine “vendetta”, perché non ci fosse più la necessità  di sacrificare ogni anno,  nel tempio, e a Dio, per lavare i peccati, per invocare perdono, per fermare la mano dalla giusta vendetta verso coloro che disobbediscono  al volere di Dio, Padre e Creatore.
Gesù fu acclamato  come re di questo mondo quella domenica; ma lui non vuole esserlo: non lo voleva allora,  e così rispose a Pilato che gli chiedeva dove fosse il suo regno:
“Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi consegnato ai Giudei; ma ora il mio regno non è di qui!” (Giovanni 18:36)
Quale re stai acclamando?
Oggi sei qui in questa chiesa, o forse davanti ad uno schermo di un pc,  di uno smartphone, o di un tablet,
oppure ascolti il podcast, o anche leggi queste righe e lo fai con devozione, perché è la Domenica delle Palme... ma quale re stai acclamando?
Stai acclamando un re per il qui e l' adesso, o il re di un regno che ci sarà, ma non ora?
Non vedi l'ora di fiorire a primavera, di vedere la bella stagione a te favorevole, e se la primavera tarda a venire ti preoccupi, dubiti, e, nel peggiore dei casi, rinneghi Cristo?
Paolo afferma che.
“Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.” (1 Corinzi 15:19)
Quali radici avevano quelle persone che gli gridavano “jesciùa hannach, ti prego, salvami"  la domenica e il venerdì successivo avrebbero gridato “crocifiggilo”?
Gesù aveva parlato di loro, qualche tempo prima:
“E così quelli che ricevono il seme in luoghi rocciosi sono coloro che, quando odono la parola, la ricevono subito con gioia;  ma non hanno in sé radice e sono di corta durata; poi, quando vengono tribolazione o persecuzione a causa della parola, sono subito sviati.” (Marco 4:16-17)
La Domenica delle Palme  è un momento di gioia, perché Gesù è acclamato come Re e Salvatore, ma anche un momento di riflessione  per ciascuno di noi che ha creduto in lui.
“Le radici profonde non dubitano mai che la primavera arriverà”. Chi è più vivo dei due alberi in questa foto? L'albero che fiorisce, e il gelo lo può danneggiare, o quello che attende?
Se conosci Gesù, e aspetti ancora la primavera nella tua vita, sappi che arriverà; abbi fede.  Abbi la fede dell'albero che sa attendere, perché il Re è al lavoro: L'arcangelo disse a Maria di Gesù:
“Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà mai fine”. (Luca 1:33)
Se invece non lo conosci oggi è il giorno di gridare “jesciùa hannach”, ti prego, salvami... Lui è venuto per risponderti.
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"...ma il giusto per la sua fede vivrà." Il libro di Abacuc | 21 Marzo 2021 |
Spesso, quando preghiamo, e le risposte non arrivano, possiamo pensare che Dio non sia in controllo. Spesso crediamo che Dio non veda, o che il suo piano non vada come dovrebbe. Ma Dio ha un piano: il SUO piano. E non importa se ci vorrà un giorno, un anno, un secolo. Ma la sua volontà è quella che prevale. A noi spetta di avere fiducia nei suoi piani... anche quando non li vediamo.
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Predicatore: Mario Forieri
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“Il Caldeo li tira tutti su con l'amo, li piglia nella sua rete, li raccoglie nel suo giacchio; perciò si rallegra ed esulta.  Per questo fa sacrifici alla sua rete e offre profumi al suo giacchio; perché gli provvedono una ricca porzione e un cibo succulento.” (Abacuc 1:15)
“Il SIGNORE mi rispose e disse: "Scrivi la visione, incidila su tavole, perché si possa leggere con facilità...” (Abacuc 2:2)
“Nell'ira, ricòrdati d'aver pietà”!” (Abacuc 3:2  ).
“Non è forse volere del SIGNORE che i popoli si affatichino per il fuoco e le nazioni si stanchino per nulla?  Poiché la conoscenza della gloria del SIGNORE riempirà la terra come le acque coprono il fondo del mare.” (Abacuc 2:13 -14) GUARDA LE DIAPOSITIVE DEL MESSAGGIO
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All in: punta tutto sull'amore per Dio - 5° Parte: amare il prossimo tuo come te stesso | 14 Marzo 2021 |
Gesù ti chiede di amare il tuo prossimo anche quando è difficile farlo, senza distinguere tra quelli che gradisci o meno, perché lui ti ha affidato il compito di essere colui o colei che porta l'olio della Parola che lenisce il dolore, il vino che disinfetta le ferite del mondo, le braccia che curano  e il sostegno pratico per chi soffre  assieme a te lungo la via della vita.
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Siamo all'ultimo passo della nostra partita  per dare tutto a Dio,  “all in”; abbiamo messo sul piatto  “tutto il cuore”, il ragionamento, i pensieri, la logica, tutta l'anima, il corpo, la vita,  la mente attiva e le azioni e  ci siamo ripromessi di fare tutto ciò con una maggiore intensità, un livello di qualità superiore, e un'abbondanza superiore.
A molti può venire pensato: “ E beh, adesso si che sono un vero discepolo!” Ma per Gesù non basta.
La scorsa settimana, parlando della forza, vi avevo detto che tutta quella potenza, la potenza che trasforma una crocifissione in una resurrezione che ha aperto la tomba e fatto risorgere Cristo, non mi occorre per la MIA resurrezione; se ho creduto in Cristo io sono già salvo e quella resurrezione mi appartiene.
Ma mi serve per testimoniare di Cristo agli altri, affinché  credano e partecipino insieme a me alla stessa resurrezione di gloria. Gesù vuole che lo faccia per tramutare la teoria nella pratica, il pensiero in un gesto, l'amore in una azione.
Gesù ci conosce,  e sa che abbiamo bisogno di ordini esatti,  dettagliati e precisi... e che anche in presenza di quelli, cercheremo delle “scappatoie”.
Che cosa è una “scappatoia?
Il vocabolario Treccani la definisce così:
Scappatóia s. f. [der. di scappare]. – Espediente, sistema astuto o ingegnoso, o anche solo provvisorio, per sottrarsi a un pericolo, per uscire da una situazione difficile o per non eseguire ordini o compiti sgraditi o gravosi.
Noi italiani siamo maestri nell'arte di trovare scappatoie, soprattutto quando si tratta di pagare le tasse: società con sede operativa a Lubriano ma sede legale in Lussemburgo; pagamento di consulenze fatte da un conto alle isole Kaiman verso un altro conto a San Marino; pranzi natalizi al ristorante con tutta la famiglia fatturati alla ditta come pranzo di rappresentanza... e così via.
Guardate la parte della definizione evidenziata: per non eseguire ordini o compiti sgraditi o gravosi.
Vi ricordate che Gesù stava rispondendo ad un dottore della legge che gli aveva chiesto quale fosse il più grande comandamento, vero?
Gesù gli aveva risposto non con uno, ma con due comandamenti:
“«Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua.  Il secondo è questo: Ama il tuo prossimo come te stesso. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi»...” (Marco 12:30-31).
Quali compiti  ci da Gesù? Il primo è quello di avere un rapporto verticale,  da basso verso l'alto; da creatura a creatore;  amare Dio;  e quello, per quanto possiamo  provare non prevede scappatoie possibili.
Non posso  inventarmi qualcosa tipo : ”Posso sostituire Dio con la mia macchina? O col mio lavoro? O con la mia squadra di calcio?” Qualcuno ci prova, a optare per queste “fedi alternative” ma se sono credente, non c'è nulla che possa sostituire Dio.
Il secondo è quello di avere un rapporto orizzontale, da uomo ad altro uomo.  Ma su questo posso trovare un bel po' di “scappatoie”: la prima che viene in mente, la più semplice quella che venne in mente anche al dottore della legge è la seguente: “OK. Ma chi è il mio prossimo lo stabilisco io! Tutti quelli simpatici, tutti quelli amabili, tutti quelli della mia chiesa, tutti quelli della mia squadra, tutti quelli che votano come me... Ecco, quelli sono il mio prossimo... Va bene Gesù?”
Mi spiace per il dottore, ma la risposta, ovviamente, è NO! Vediamo perché.
Anche questa volta Gesù stava citando  un passo della Torah, la Legge mosaica, e precisamente Levitico:
“Non andrai qua e là facendo il diffamatore in mezzo al tuo popolo, né ti presenterai ad attestare il falso a danno della vita del tuo prossimo. Io sono il Signore. Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a causa sua.  Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il Signore.” (Levitico 19: 16-18)
Qui Dio fa usare a Mosè (che ha scritto Levitico)  vari termini  per indicare le persone che ciascun ebreo doveva rispettare ed amare: popolo, fratello, figli e prossimo.
La parola “prossimo” in ebraico è ????? reya‘ che deriva dal verbo ????? ra?‘a? ed era una parola a cui gli ebrei (popolo di allevatori) erano familiari  perché significa “avere cura di un gregge”.
Dio stava dicendo a ciascuno nel suo popolo che avrebbero dovuto avere cura di coloro  che incontravano lungo la strada  della vita esattamente come avrebbero avuto cura di un gregge che gli era stato dato  da portare al pascolo.
E, in un gregge, non puoi scegliere quale pecora proteggere, quale amare e quale prendere a bastonate: il gregge ti è stato affidato, devi proteggerle tutte. Nella mente degli ebrei quel versetto doveva suonare un po' così: “Amerai colui che ti è stato affidato in cura come un gregge come te stesso”.
Questo era quello che Dio aveva detto al suo popolo nei quaranta anni passati nel deserto. Ma, dall'epoca, erano passati diversi secoli, il popolo si era stabilito nella terra di Canaan, e dopo alti e bassi, regni divisi, ed altro, gli ebrei erano da secoli un popolo  dominato da altre nazioni; prima dai Babilonesi, poi dai Persiani, poi dai Greci; all'epoca di Gesù dai Romani.
Quale era la “scappatoia” studiata dagli ebrei? Decidere QUALE fosse il loro prossimo; se fossimo entrati in una sinagoga dell'epoca avremmo potuto forse ascoltare  qualche rabbino, o fariseo, o scriba dare un insegnamento tipo questo:
“La Parola di Dio dice: ama il tuo prossimo. Ma chi è il tuo prossimo? Levitico 19 ci dice di non diffondere calunnie in mezzo al tuo popolo … ma  non dice niente sul diffondere calunnie dei gentili. La Torah dice di non odiare i tuoi fratelli israeliti ... ma niente sul non odiare i Romani. La Scrittura è chiara: non puoi portare rancore contro il tuo popolo ... ma puoi portare  rancore quanto vuoi contro i Samaritani. Per cui, se il tuo prossimo è il tuo popolo, e devi amare il tuo prossimo per obbedire alla Legge, allora puoi benissimo odiare (anzi DEVI) chi non è del tuo popolo. Chiunque non sia ebreo può essere considerato un nemico”. 
Gesù conosceva bene questi insegnamenti, ed è per quello che aveva detto in Matteo:
“Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano...” (Matteo 5: 43-44)
Ecco trovata la scappatoia: aggiungere alla legge di Dio (ama il tuo prossimo) la legge di “io” (odia il tuo nemico)  che non era scritta nella Torah, ma era stata aggiunta dal cuore del popolo (e dai Sacerdoti).
Amare si, ma chi dico io: infatti, se leggiamo l'episodio nel vangelo di Luca vediamo che il dottore della legge, per mettere in difficoltà Gesù gli fa una domanda “trabocchetto”:
“Ma egli (il dottore della legge), volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?» (Luca 10: 29)
Perché è un “trabocchetto”? Il dottore voleva che Gesù dicesse o che i rabbini avevano ragione e si poteva odiare il proprio nemico e così avrebbe smentito in pubblico un comandamento della Legge  (era una bestemmia, punita con la morte per lapidazione), oppure voleva che dicesse di amare i Romani  mettendosi contro tutto il popolo.
Vi ricordate la definizione di “scappatoia”? “Espediente per non eseguire ordini o compiti sgraditi o gravosi”; è quello che tenta il dottore della legge. Gesù sa leggere nel cuore e nella mente, e sapeva perché il dottore faceva quella domanda; come reagisce alla  provocazione, al tentativo di “scappatoia” del dottore della legge?
Avrebbe potuto dirgli: “Il tuo cuore è duro, pentiti!” “Vattene da me, tu sei qui non per capire ma per giudicare” o qualcosa del genere.
E, invece, come sempre,  Gesù sceglie un'altra strada: una strada che è la meno scontata, la strade di non rispondere lui al dottore, ma di far scoprire, e far dire al dottore della legge la risposta. Vediamo come:
“Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e s’imbatté nei briganti, che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada, ma quando lo vide, passò oltre dal lato opposto. Così pure un Levita, quando giunse in quel luogo e lo vide, passò oltre dal lato opposto. Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui.  Il giorno dopo, presi due denari, li diede all’oste e gli disse: “Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno”. Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’imbatté nei ladroni?» Quegli rispose: «Colui che gli usò misericordia». Gesù gli disse: «Va’, e fa’ anche tu la stessa cosa».” (Luca 10:32-37)
Avete visto cosa ha fatto Gesù? Ha “ribaltato” la situazione: abbiamo detto che per gli ebrei il “prossimo” erano quelli del proprio popolo, per cui “altri ebrei”. Gli “stranieri”, invece, erano tutti gli altri popoli, Romani, Gentili, Samaritani, e potevano essere odiati (secondo la legge di “io”).
Se fossi stato io ad inventare la storia, avrei preso come protagonista buono un ebreo che aiuta un samaritano nonostante sia uno straniero, e avrei detto al dottore: “ E' così che ti devi comportare come ebreo”.
E, invece, Gesù fa l'esatto contrario,  creando un esempio devastante per un ebreo, ma che spiega come sia il cuore del Padre, Inventa una storia dove c'è un “uomo”:  non dice se è ebreo, o no, è semplicemente un UOMO, un essere umano bisognoso. Dove ci sono dei cattivi, e dove c'è un eroe (con il dovuto rispetto sembra quasi un western!).
L'eroe della storia non è il sacerdote, e neppure il levita; non è ebreo l'eroe,  che  invece sono i cattivi, quelli che non dimostrano di amare il prossimo secondo il comandamento della Torah. Ma l'eroe è il samaritano, lo straniero, quello che gli ebrei odiano, scacciano, discriminano; è lui che obbedisce al comandamento di Dio!
Una storia dove il samaritano ha tutto da perdere, pur di aiutare il suo prossimo  che non conosce nemmeno:
perde il suo pranzo:  olio e vino diventano balsamo e disinfettante; perde la sua giornata di lavoro,  rimanendo il giorno e la notte a curarlo; perde il suo danaro, pagando la stanza e gli extra al suo prossimo.
Cosa sta comunicando Gesù al dottore? Gesù gli sta dicendo: “
“Esiste una umanità, fatta di uomini e donne in disperato bisogno di aiuto, non importa se del tuo popolo o meno;  tu che passi per strada  sei tenuto ad essere  “reya”, custode di un gregge non tuo, verso chi sta nel bisogno. Sarai giusto davanti al Padre mio, non se sei ebreo, ma se obbedisci al comandamento del Padre di amare il prossimo tuo come te stesso. Allora sarai il mio popolo.”
Amare il prossimo, tutto il prossimo, qualsiasi prossimo,  non solo quello che mi piace, che è amabile, ma anche quello che non mi piace, che mi ha fatto male. E'un compito sgradito,  un compito gravoso.
Gesù lo sa,  e ce lo dice chiaramente:
“Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani?E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto?”  (Matteo 5: 46-47)
Gesù ti chiede di essere  ????? reya , di essere custode di un gregge non tuo, ma che il tuo Signore ti ha affidato.
Gesù ti dice che non puoi scegliere  la pecora da amare e quella da odiare, ma che le devi amare tutte,
nessuna esclusa, anche quelle che ti hanno fatto male, anche quelle che non rispondono, anche quelle che fuggono  e ti fanno faticare per riprenderle, perché il gregge non è tuo, ma appartiene al Tuo Signore!
Nel vangelo di Matteo è riportata una frase che Gesù ha detto nell'incontro con il dottore della legge:
“Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».” (Matteo 22: 39-40)
Gesù dice:
“Prendi qualsiasi  parte dell'Antico Testamento;  puoi appendere ogni comandamento pronunciato nella Legge su uno di questi due comandamenti. Qualsiasi cosa che riguardi il tuo carattere, la tua vita, la tua adorazione,il tuo rapporto con Dio e ul tuo rapporto con gli altri debbono ricadere sotto questi due comandamenti. Se ne pratichi uno solo: “Amo Dio”, ma non l'alto “Amo il mio prossimo come me stesso”, non stai obbedendo  né a mio Padre né a me!”
Paolo lo dirà in questo modo in Romani:
“Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso»L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge.” (Romani 13:8-10)
Gesù ti chiede di essere ????? reya, custode del suo gregge.
La Bibbia afferma che, se credi in Gesù, sei straniero alla terra; il Salmo 119 dice :”Io sono straniero sulla terra” (Salmo 119;19 a) Non appartieni a questo mondo; Paolo dice in Filippesi:  “Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli” (Filippesi 3:20 a) La tua cittadinanza è nei Cieli; e da cittadino dei cieli devi agire.
Gesù ti chiede di essere lo straniero al mondo, il samaritano che tutti guardano con sospetto, che talvolta odiano, ma che porta l'olio della Parola che lenisce il dolore, il vino che disinfetta le ferite del mondo, le braccia che curano  e il sostegno pratico per chi soffre  assieme a te lungo la via della vita.
«Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso... fa’ questo e vivrai». (Luca 10:27-28)
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All in: punta tutto sull'amore per Dio - 4° Parte: tutta la forza | 7 Marzo 2021 |
La nostra forza deriva dall'essere collegati alla forza di Dio. Amare Dio con tutte le nostre forze significa assicurarci di indossare la piena armatura di Dio in modo da poterlo amare con una maggiore intensità e un livello di qualità e abbondanza incommensurabili.
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Siamo al quarto passo della nostra puntata “all in”,quella dove noi mettiamo sul piatto delle vita tutto ciò che abbiamo per donarlo al Padre così come ci ha chiesto Gesù.
Fino ad ora abbiamo visto che dobbiamo puntare “tutto il cuore”, il ragionamento, i pensieri, la logica, tutta l'anima, il corpo, la vita, la mente attiva e le azioni e  metterle a disposizione di Dio.
Ma in che modo dobbiamo farlo? Lo dobbiamo fare come un obbligo, qualcosa che è un dovere perché siamo credenti e salvati, un pegno di riconoscenza per aver mandato Gesù?
Gesù ci spiega il “come” dobbiamo fare tutto ciò:
«Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua”..» (Marco 12:30).
Oggi parleremo  del fatto che dobbiamo fare tutto ciò con “forza”.
Sappiamo ormai che Gesù stava citando un versetto da Deuteronomio, vero?
“Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze.” (Deuteronomio 6:5)
La parola ebraica utilizzata in Deuteronomio per “forza è ????? – me‘o?d? ( pron: m'hòd) può essere usata sia come sostantivo ovvero un nome, un oggetto o un'azione, per esempio: “la forza”, oppure come un aggettivo ovvero qualcosa che aggiunge, definisce, spiega il nome, l'oggetto o l'azione che che viene prima: per esempio: "un rumore (sostantivo) forte (aggettivo)".
In tutto l'Antico Testamento me‘o?d?  è usato per 265 volte come aggettivo e solo 2 volte come sostantivo. Vediamo alcune delle volte in cui è usato come aggettivo:
“Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto (me‘o?d?) buono.” (Genesi 1:31)
“In una visione divina mi trasportò là e mi posò sopra un monte altissimo (me‘o?d?) sul quale stava, dal lato di mezzogiorno, come la costruzione di una città.” (Ezechiele 40:2)
“Salomone lasciò tutti questi utensili senza verificare il peso del bronzo, perché erano in grandissima (me‘o?d? me‘o?d?) quantità.” (1 Re 7:47)
Per cui me‘o?d? è qualcosa che “aumenta di molto” la cosa che lo precede: non solo buono ... ma molto buono. Non solo alto ... ma altissimo. Non solo una quantità… ma una grandissima quantità.
Quindi me‘o?d? non ci dice che una cosa è buona che una montagna è alta, che una quantità è grande, ma ci dice quanto la bontà, l'altezza o la quantità sia enormemente più grande di qualsiasi altra che si è mai vista.
Me‘o?d?  si concentra sull'intensi?cazione;  sul livello di qualità più elevato;  sull'andare oltre.
Questo per 265 volte nella Bibbia... tranne 2 volte, quando me‘o?d? è usato come sostantivo.
La prima volta è nel versetto di Deuteronomio che Gesù stava citando, la seconda volta in 2 Re:
“Prima di Giosia non c’è stato re che come lui si sia convertito al Signore con tutto il suo cuore, con tutta l’anima sua e con tutta la sua forza (me‘o?d?), seguendo in tutto la legge di Mosè; e, dopo di lui, non ne è sorto uno simile.” (2 Re 23:25)
Cosa aveva fatto Giosia per meritarsi un apprezzamento tale da parte di Dio che stava ispirando lo scrittore di 2 Re? Leggiamo 2 Re 22:
“Allora il sommo sacerdote Chilchia disse a Safan, il segretario: «Ho trovato nella casa del Signore il libro della legge». E Chilchia diede il libro a Safan, che lo lesse.... E Safan lo lesse in presenza del re. Quando il re udì le parole del libro della legge, si stracciò le vesti...Poi il re diede quest’ordine...«Andate a consultare il Signore per me, per il popolo e per tutto il regno di Giuda, riguardo alle parole di questo libro che si è trovato; poiché grande è l’ira del Signore che si è accesa contro di noi, perché i nostri padri non hanno ubbidito alle parole di questo libro e non hanno messo in pratica tutto quello che in esso ci è prescritto».” (2 Re 22:8-13)
Giosia aveva abbattuto gli altari dedicati ad altri dei, aveva scacciato i falsi sacerdoti, aveva restaurato il tempio del vero Dio, e aveva fatto un patto con Lui di rispettare le Sue leggi!
Da cosa era venuto tutto questo? Dall'aver ascoltato la Parola di Dio, dall'aver letto la Legge, ovvero la parte della Bibbia che in quel momento era a disposizione!
L'amore di Giosia per Dio aveva un'intensità  e un livello me‘o?d? , di qualità superiore e  un'abbondanza tale  che Dio dice non ve furono  e non ve ne saranno mai di uguali... neppure Davide!
Ecco cosa stava chiedendo Gesù: di amare Dio con tutto il cuore, il ragionamento, i pensieri, la logica, tutta l'anima, il corpo, la vita,  la  mente attiva e le azioni in una maniera incommensurabilmente più grande; così grande che è difficile da misurare.
Amarlo con tutti noi stessi fino ad andare oltre  la quantità di amore che abbiamo.
Ma... l'evangelista Marco non scriveva in ebraico,  ma in greco... Che parola avrà usato per tradurre  me‘o?d? ?
Mi avete sentito più volte predicare sulla parola greca “dunamys”= forza, vero? Ecco, questa volta non lo farò... perché Luca non usa quella parola là!
Luca usa una parola greca poco usata in greco, e che troviamo nella Bibbia solo 7 volte: ????? ischys .
Per capire meglio cosa voglia Gesù da noi, di quale forza stia parlando, voglio vedere  assieme un brano di Efesini dove Paolo usa  quasi tutte le parole che si traducono in italiano con “potenza” compresi  dunamys ed ischis:
“... egli illumini gli occhi del {vostro} cuore, affinché sappiate a quale speranza vi ha chiamati, qual è la ricchezza della gloria della sua eredità che vi riserva tra i santi, e qual è verso di noi che crediamo l’immensità della sua potenza (ischis). Questa potente (kratos) efficacia della sua forza (energeo?) egli l’ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nei luoghi celesti, al di sopra di ogni principato, autorità, potenza (dunamys)  , signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro.” (Efesini 1:18-21)
La forza ischis, dice Paolo è la medesima che  ha Gesù risuscitato dalla tomba... e non è una forza che può avere nessun uomo, ma (dice sempre Paolo), è “sua”, proviene da Dio.
Esattamente come per Giosia la forza era provenuta non da lui stesso, ma dalla riscoperta della Parola di Dio, la forza per poter dare  tutto il cuore, tutta l'anima e tutta la mente a Dio non la posso in me stesso, ma deve provenire da colui che mi chiede di affidargli tutto me stesso.
E, attenzione, qui non sto parlando di ottenere la potenza per la mia risurrezione; quella oramai è sicura, è scritta nei Cieli e nel Libro della Vita.
Ma quella potenza mi occorre per testimoniare di Cristo agli altri affinché altri credano e partecipino insieme a noi alla stessa resurrezione di gloria. (Lo vedremo la prossima settimana quando parleremo dell'altro “gran Comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso)
Dio è pronto a darci questa potenza... e in realtà ce la da,  se noi gliela chiediamo... ma sta a noi saperla conservare.
Come fare per ottenerla?
C'è un altro brano dove Paolo  parla di “forza”, e dove spiega come riceverla e soprattutto come “tenerla dentro”: si trova sempre nel libro di Efesini:
“Del resto, fortificatevi (endynamoo?) nel Signore e nella forza della sua potenza (ischis).” (Efesini 6:10)
Stiamo parlando sempre della stessa forza, quella capace di trasformare una crocifissione  in una resurrezione. Paolo ci sta dicendo: “La potenza, se la chiedi a Dio,  è lì, dentro di te: usala!”
Tu potresti dirmi:  “ Ma Marco, io sono credente, cerco di dare a Dio tutto il mio cuore, la mia anima, la mia mente, chiedo continuamente quella forza... ma non la ricevo! Come mai? Sto sbagliando qualcosa? L'indirizzo del sito che sto tentando di aprire da dove scaricare la potenza è sbagliato? Perché non riesco ad accenderla in me? Sto sbagliando? E dove?”
La risposta è: no. Non stai sbagliando sito: il tuo non è un problema di indirizzo, ma sia di connessione, sia di istruzione.
Qualche tempo fa abbiamo venduto al negozio due caricabatterie identici a due diversi clienti.
Dopo qualche giorno il secondo cliente è venuto apposta al negozio per ringraziarci del prodotto dicendo: “Grazie al vostro caricabatterie sono stato in grado di utilizzare di nuovo  almeno tre batterie che credevo fossero rotte!”
Del primo nessuna notizia. Qualche giorno fa un altro cliente ci ha chiesto un caricabatterie: forti di quello che ci aveva detto il secondo cliente gli abbiamo consigliato quel modello specifico.
“No, quello non lo voglio – ha replicato il cliente- perché Tizio (il primo cliente a cui lo avevamo venduto) mi ha detto che non è riuscito a caricarci nemmeno la batteria dello scooter. Non gli si accende nemmeno la spia dell'interruttore!”
Il caricabatterie in questione è elettronico, in pratica è un piccolo computer, e, dopo averlo ”connesso” alla rete elettrica”  bisogna seguire una procedura esatta per poterlo accendere e farlo funzionare... se non è connesso alla rete elettrica  e non fai quella procedura... non funziona!
Per molti credenti vale la stessa cosa: hanno lo strumento (il caricabatterie della loro anima) hanno tutta la potenza disponibile (la rete di energia fornita da Dio) ma non connettono alla rete e non sanno “accendere” lo strumento!
Sapete quale è la differenza tra il primo e il secondo cliente? Che il secondo cliente ha letto le istruzioni!
Sei convinto di aver connesso alla rete “  ed acceso” lo strumento che Dio ti ha fornito? Hai letto le istruzioni per ricevere  la potenza incommensurabile ( me‘o?d?) presente nella  resurrezione (ischis) che Dio vuole darti?
Queste sono le istruzioni che, attraverso Paolo tuo Padre ti ha dato:
“Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate stare saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi...”(Efesini 6:11-14 a)
E qui Paolo ci dà la precisa sequenza con cui dobbiamo connettere ed accendere il caricabatterie per poter caricare la nostra anima della potenza di Dio:
“...prendete la verità per cintura dei vostri fianchi...” (Efesini 6:14 b)
Gesù è la verità (“Io sono la Via la Verità e la Vita” Giovanni14:6) e la verità ci rende liberi ( “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” Giovanni 8:32); permettere alla verità di convincerti ogni giorno  che vale la pena obbedire a Cristo è il modo in cui ti metti la cintura.  
Questo significa mettere in pratica  non solamente le parti facili della verità,  ma anche quelle parti che richiedono una trasformazione  e un pentimento serio. 
“...rivestitevi della corazza della giustizia...”(Efesini 6:14 c)
Il centurione disse di Gesù «Veramente quest’uomo era giusto». (Luca 23:47): l'unico giusto al mondo.  Se lo indossi ogni giorno,  se fai quello che lui ti chiede se lui ti copre con la sua giustizia sarai giusto, sarai giusta anche tu. 
 “... mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace...”  (Efesini 6:15)
La pace di cui parla Paolo è "shalom" la pace di Dio. Non è l'assenza di guerra, ma una pace che arriva in tutte le circostanze e in ogni momento,  indipendentemente da ciò che sta accadendo intorno a te, anche fosse una guerra.
Una pace che sgorga dalla realtà  che Dio ha un piano  e che realizzerà i suoi propositi. 
"...prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno.”  (Efesini 6:16)
La fede è il cuore della nostra relazione con Gesù.  Attraverso fede crediamo a tutte le promesse di Dio.  Quando il mondo cerca di farci dubitare, la fede blocca i dubbi, e li spegne,  rendendoli innocui.
 “Prendete anche l’elmo della salvezza...” (Efesini 6:17 a)
La salvezza arriva nel momento in cui riponiamo la nostra fiducia nella morte e risurrezione di Gesù.  E' qualcosa che non puoi perdere, ma è  anche il viaggio che dura tutta la vita.  Il più grande campo di battaglia in questo viaggio  è la tua mente.  È quello il luogo che devi proteggere, perché cercheranno di farti pensate che non sei salvo, che non sei salva.
 “...  e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio...” (Efesini 6:17 b)
Gesù nel deserto ha usato la Parola di Dio per respingere la tentazione di Satana. Gesù nel suo ministero ha usato la Parola di Dio per difendersi da scribi e farisei che lo volevano sminuire attaccare, ridicolizzare.
Può sembrare al mondo un'arma innocua, ma è una spada tagliente, una spada a tue tagli (come dice Apocalisse 1:16 b: "...dalla sua bocca usciva una spada a due tagli, affilata.." ) che separa il bene dal male,  il giusto dallo sbagliato il vero dal falso.
Ami Dio con tutte le tue forze? 
Il tuo amore per Dio ha un'intensità  e un livello me‘o?d? , una qualità superiore e  un'abbondanza non misurabile?
Il tuo amore per Cristo ha una potenza ischis, una potenza che risuscita i morti?
Ti sei assicurato di aver connesso la tua vita all'energia di Dio e di aver letto le istruzioni, la Bibbia per saper accendere il “caricabatterie” della tua anima, e accumulare quella potenza? 
Hai messo l'armatura? Non solo per mera obbedienza,   ma perché ti impegni a vivere  una vita d'amore per Dio che abbia  una maggiore intensità, un livello di qualità superiore, e un'abbondanza superiore? Un amore che non è solo mera forza ?sica…  ma è “oltre la forza”.
Gesù ti chiede di farlo, di puntare tutto su Dio, di dargli il tuo cuore, la tua anima la tua mente non come un obbligo, non come un pegno di riconoscenza, ma come un'atto d'amore.
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Il dono di operare miracoli | 28 Febbraio 2021 |
I miracoli sono eventi che vanno oltre le leggi naturali, sovvertendole.  La Bibbia ci dice chiaramente che i miracoli accadono... ma che non tutti provengono da Dio. Solo quelli che portano testimonianza a Cristo e che spingono ad affidarsi a lui per essere salvi lo sono.
---Predicatore: Mario Forieri
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“Quando sorgerà in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti annunzia un segno o un prodigio,  e il segno o il prodigio di cui ti avrà parlato si compie, ed egli ti dice: "Andiamo dietro a dèi stranieri, che tu non hai mai conosciuto, e serviamoli",   tu non darai retta alle parole di quel profeta o di quel sognatore, perché il SIGNORE, il vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate il SIGNORE, il vostro Dio, con tutto il vostro cuore e con tutta l'anima vostra.” (Deuteronomio 13:1-3) 
“Allora, se qualcuno vi dice: "Il Cristo è qui", oppure: "È là", non lo credete;  perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti.” (Matteo 24:23.24)
“La venuta di quell'empio avrà luogo, per l'azione efficace di Satana, con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi,  con ogni tipo d'inganno e d'iniquità a danno di quelli che periscono perché non hanno aperto il cuore all'amore della verità per essere salvati. Perciò Dio manda loro una potenza d'errore perché credano alla menzogna...” (2Timoteo 2:9 -11)
“E operava grandi prodigi sino a far scendere fuoco dal cielo sulla terra in presenza degli uomini.   E seduceva gli abitanti della terra con i prodigi che le fu concesso di fare in presenza della bestia, dicendo agli abitanti della terra di erigere un'immagine della bestia che aveva ricevuto la ferita della spada ed era tornata in vita.” (Apocalisse 13:13-15)GUARDA LE DIAPOSITIVE DEL MESSAGGIOGUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU FACEBOOK---GUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN HD






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All in: punta tutto sull'amore per Dio - 3° Parte: tutta la mente | 21 Febbraio 2021 |
Gesù non ti chiede solo di dare a Dio cuore ed anima, ma anche quello che cuore ed anima controlla: la tua mente.
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Siamo alla terza parte della nostra puntata “all in”, dove Gesù ci dice che  il primo e più grande comandamento, è mettere sul piatto tutto per Dio.

Abbiamo visto come Dio chieda  di puntare “tutto il cuore”, nel senso ebraico del termine ovvero l'intelligenza, il ragionamento, i pensieri, la logica, tutta l'anima, sempre nel senso ebraico ovvero corpo, vita ed anima e di metterle a disposizione di Dio.
Oggi vediamo la terza puntata “all in”  che ci chiede di fare Gesù.
«Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua”..» (Marco 12:30).
Parliamo oggi della mente.
Non so se vi ricordate, nella prima predicazione  vi avevo fatto vedere questa diapositiva:
“Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze.” (Deuteronomio 6:5)
«Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua”..» (Marco 12:30).
Gesù stava citando un passo di Deuteronomio e avevamo visto che tra l'originale e la versione riportata da Marco, Matteo e Luca sembra che Gesù abbia “aggiunto” una cosa, “mente”.
Premetto che Gesù può fare quello che gli pare e piace, visto che è lui che ha scritto la Bibbia, e può permettersi di aggiungere o togliere ciò che vuole anche stavolta dobbiamo parlare  delle parole che ha usato Gesù in origine.
Su questo versetto gli studiosi della Bibbia sono divisi cercando di interpretare cosa volesse davvero significare Gesù. 
Alcuni dicono che Gesù non abbia aggiunto “mente” ma che sia stato aggiunto da Matteo, Marco e Luca per meglio spiegare “cuore” che, come abbiamo visto nel primo messaggio ha poco a che fare col sentimento ma ha tutto a che fare col ragionamento.
Altri invece dicono che Gesù ha deliberatamente aggiunto “mente”; io sono di questo avviso per due motivi.
Il primo è perché TUTTI e tre gli evangelisti Matteo, Marco e Luca lo hanno messo; pare strano che tutti e tre abbiano deciso  di “spiegare di più” di quello che voleva dire Gesù.
Il secondo è perché tutti e tre mettono “mente” lontano da “cuore”: se avessero voluto “spiegare meglio” li avrebbero messi vicini : “tutto il tuo cuore e tutta la tua mente”.
Allora, perché Gesù ha “aggiunto “mente”? Vediamo le prime due cose che ha elencato Gesù: il cuore, ma anche la comprensione, la capacità di agire, la strategia ed il coraggio; e poi l'anima, ma anche il corpo e la vita.
La parola “mente” nel testo in greco è   ??????? – dianoia, è una parola composta da “noia”, che non significa annoiarsi davanti alla TV, ma “intelletto- ragionamento” e “dia” che è una preposizione usata  per indicare qualcosa che compie una azione.
Mi spiego meglio, “noia” l'intelletto, è qualcosa che rimane confinato nella nostra scatola cranica (per gli ebrei era nel cuore); “dianoia” è quando l'intelletto mette in moto una azione. Possiamo definirla “mente attiva”.
Anche stavolta vorrei spiegarvelo  banalizzando il concetto con un esempio.
Io ho un martello e un tavolo;  chiedo ad uno di voi di fare da “cavia”. Quello che farò è chiedergli di mettere la mano sulla tavola e poi io tirerò una martellata sulla tavola, ma prima di farlo dirò “SPOSTA!!!”. Pronti? (Tira una martellata sul tavolo, e appena prima grida “sposta”)
Questo è “dianoia”: se la cavia avesse avuto solo “noia – mente” avrebbe capito che stava per arrivare una martellata sulla sua mano, avrebbe capito che gli chiedevo di spostarla, ma l'avrebbe lasciata lì.
Ma visto che ha “dianoia”, la sua “mente attiva” ha capito il pericolo, ha capito l'istruzione “SPOSTA!!!” è ha tramutato il pensiero in una azione.
Quello che Gesù ti sta chiedendo non è solamente quello di mettere sul piatto della tua vita, di dare a Dio tutto il cuore/ strategia/ coraggio e tutta la tua anima/ corpo/ vita/ , ma anche tutta la tua mente attiva, quella che trasforma il pensiero in azione.
La mente attiva è quella che fa la differenza tra un buon proposito e una buona azione.
Però, attenzione, la mente attiva non è che ci consiglia  sempre le cose buone: Paolo scrive in Efesini:
“...non comportatevi più come si comportano i pagani nella vanità dei loro pensieri, con l’intelligenza (dianoia) ottenebrata, estranei alla vita di Dio...” (Efesini 4:17-18 a)
Per cui, la mente attiva, quella che mi fa agire, può spingermi a fare sia cose buone sia cattive. Perché?
Paolo usa una parola specifica “ottenebrata”: è una parola molto bella in italiano, ma un po' difficile, poco usata. In greco è ?????? – skotos , che significa molto semplicemente “mettere nell'ombra”.
Quello che sta dicendo Paolo è che la mente  deve essere illuminata da Dio, ma c'è qualcosa che si mette di mezzo e crea un'ombra, un alone oscuro. La volontà di Dio è chiara: fa dire a Geremia:
“...ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo.” (Geremia 31:33)
La parola che è usata per cuore già la abbiamo vista nel primo messaggio: è ??? le?b? , che significa si cuore,  ma nel senso ebraico della parola, ovvero anche volontà/ intelletto... E' la “mente attiva” di cui stiamo parlando, una mente che non solo capisce, non solo analizza,  ma che agisce di conseguenza.
Dio dice che vuole scrivere le sue leggi “nel nostro cuore/ volontà/ intelletto”; vuole che esse siano una “lampada”  che guidi la “mente attiva”.
“La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero.” (Salmo 119:105)
...dice Davide. Le leggi di Dio sono scritte a chiare lettere nella Parola di Dio, nella Bibbia: seguile e la tua mente attiva avrà la luce per agire.
Perché Gesù ha aggiunto “la mente”? Perché la mente attiva controlla le due cose che abbiamo letto prima nel versetto di Deuteronomio; ha detto che dobbiamo offrire a Dio cuore/ strategia/ coraggio/ anima/ corpo/ vita.
La mente attiva da una giustificazione alle azioni: nel caso della martellata la giustificazione per spostare la mano è la necessità di evitare una frattura del metacarpo!
Nel XVI secolo Thomas Crammer,  l'arcivescovo Canterbury , che fu uno dei leader della Riforma inglese, scrisse:
"Ciò che il cuore ama, la volontà sceglie e la mente giustifica.
Il cuore ama la verità. La volontà cerca la verità. La mente giustifica la verità.
Il cuore ama i pettegolezzi. La volontà incoraggia i pettegolezzi. La mente giustifica i pettegolezzi.
Il cuore ama servire. La volontà cerca modi per servire. La mente giustifica una vita di  servizio..
Il cuore ama essere egoista. La volontà vive egoisticamente. La mente giustifica una vita egoistica.”
Gesù ha aggiunto la mente perché vuole che tu dia autorità a Dio di decidere quale azione far fare a cuore ed anima.
Tu potresti dirmi: “Ma Marco, tu mi stai dicendo che Dio vuole essere “in controllo” di tutto me stesso?” la risposta è: si! Il grande re Salomone afferma:
“Confida nel Signore con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento.” (Proverbi 3:5)
Se non dai ANCHE la tua mente attiva a Dio la mente attiva non troverà giustificazioni per dare a Dio cuore, anima, corpo, vita, e non ti spingerà ad AGIRE secondo la volontà di Dio.
Così avrai soltanto la conoscenza delle leggi di Dio ma non le praticherai; e, come dice Paolo, la conoscenza non salva, ma “gonfia” (1 Corinzi 8:1)
Se Dio non ha anche la tua mente, essa continuerà a sussurrarti: “Ma chi te lo fa fare? Ma fai come tutti gli altri! Vivi e godi senza regole! Si campa una volta sola!” Eccetera.
Come?
Come faccio, allora,  a dare a Dio la mia mente? Ci soni cinque passi da fare.  
1. Chiedi al Signore di proteggere la tua mente.
La prima cosa, è anche la più ovvia: chiedi. Chiedi a Dio di proteggere la tua mente. Hai mai pregato il Signore di proteggerti da una malattia? Sai che puoi farlo anche per la tua mente?
2. Riconosci le ombre
Paolo parlava di menti “ottenebrate”, menti nell'ombra. Quali sono i pensieri che ti disturbano? Quelli che ti fanno salire la pressione e girare lo stomaco?
Uno dei sistemi più semplici è: “ Se non mi recano pace, non vengono da Dio” Meglio evitali.
3. Vigila sulla tua mente
Tutto ciò che vedi, senti e guardi, ha un impatto sulla tua mente; vigilare può voler dire cambiare canale,  cambiare discorso, cambiare amicizie. Ma ne vale la pena  per preservare la tua mente per Dio
Paolo afferma:
“Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio.” (Colossesi 1:2-3)
4. Riposa in Cristo
Più la tua mente sta nell'ombra, più ti verrà in mente di “non essere giusto/ giusta”. Quella è la voce di uno che  si chiama “l'accusatore dei fratelli”, satana.
Riposa nella certezza che:
“Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù, perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte.” (Romani 8:1-2)
5. Ripeti i passi da 1 a 4 ogni giorno
Dare la tua mente a Dio non è come il battesimo o accettare il Signore che si fa una volta nella vita e basta quella; è un'azione costante nel tempo, che va rinnovata ogni giorno.
Conclusione
Il terzo passo per adempiere al Grande Comandamento è di affidare tutti i tuoi pensieri a Dio, e lasciare che sia lui ad illuminarli, guidarli, orientarli e deciderli.
La differenza che c'è tra un buon proposito di vita e una buona vita in Cristo sta nel dare il controllo dei tuoi pensieri a Dio.
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All in: punta tutto sull'amore per Dio - 2° Parte: tutta l'anima | 14 Febbraio 2021 |
Dare tutta la tua anima a Dio significa mettere a disposizione il tuo corpo, la tua vita e la tua anima come cittadino dei Cieli, straniero ai quei desideri malvagi del mondo che vorrebbero controllare la tua vita.
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Tempo di lettura: 9 minuti 
Tempo di ascolto audio/ visione video: 30 minuti
La scorsa settimana abbiamo iniziato parlando delle puntata “all in”, quella dove mi gioco tutto quello che ho.  Gesù ci dice che quello è il primo e più grande comandamento, se voglio obbedire al Padre; mettere sul piatto tutto per Dio.
Abbiamo visto come Dio chieda  di puntare “tutto il cuore”, nel senso ebraico del termine, ovvero tutta l'intelligenza, il ragionamento,  i pensieri, la logica, e di metterle a disposizione di Dio attraverso delle azioni che lo dimostrino.
Oggi vediamo la seconda “puntata all in”  che ci chiede di fare Gesù.
«Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua...» (Luca 10:27).
La seconda cosa che Gesù mi chiede di mettere sul piatto è la mia anima.
Vi siete mai chiesti  cosa intenda dire Gesù? Perché  è una affermazione un po' strana: io devo mettere a disposizione di Dio la parte immortale di me, l'anima, quando in Ezechiele lui stesso afferma che...
“Ecco, tutte le anime sono mie; tanto l'anima del padre come l'anima del figlio sono mie.” (Ezechiele 18:4a)
Come posso dargli qualcosa che Dio afferma  essere già sua?
La parola “anima” nel vangelo di Luca, che è scritto in greco, è ???? – psyche?. Ma ovviamente Gesù non parlava in greco, ma in aramaico. Non stupitevi che non parlasse in ebraico; quella era la lingua parlata dai sacerdoti, ma parlava la lingua  che tutto il popolo usava all'epoca.
Anche stavolta dobbiamo vedere la differenza tra la cultura greca, dalla quale deriva  la nostra cultura occidentale, e quella ebraica. Lo farò aiutandomi con dei bicchieri colorati.
Luca usa la parola psyche?.;  nelle nostre copie del Nuovo Testamento  psyche? viene tradotto sia con “anima” sia con “vita”.
Nella cultura greca gli esseri umani erano composti da due diverse entità una dentro l'altra (tipo matriosca).
Una era ???? – so?ma, (bicchiere rosso) ovvero la parte fisica, il corpo l'altra ???? – psyche?, (bicchiere azzurro) ovvero la parte metafisica (che va oltre il fisico),  lo spirito vitale, l'anima.
Per i greci so?ma, la parte fisica, il corpo, era la parte ignobile, quella che non valeva niente perché sottoposta agli eventi del mondo alla fame, alla sete, al caldo, al freddo, all'invecchiamento, alla morte, ed era da disprezzare.

Psyche? invece, la parte metafisica, lo spirito vitale, l'anima,  era la parte importante, quella nobile,
(bicchiere azzurro) quella che valeva tutto perché era fuori dal tempo ed era immortale.
La questione si complica ulteriormente con la cultura tardo latina (quella da cui proveniamo noi).
Per i latini gli esseri umani erano composti da “corp?s”, il corpo (bicchiere rosso) “v?ta”,  l'energia vitale, (bicchiere verde)... e molti si fermavano qua; già all'epoca c'era chi non credeva più agli dei,  e “?n?ma”, l'anima (bicchiere azzurro).
La parte importante per il latini era il corpo, (bicchiere rosso) per cui l'importante nella vita era godere,
l'anima non era così importante  (e forse nemmeno c'era per molti).

Lunga premessa per capire  a cosa si stia riferendo Gesù. Visto che non parlava in greco, ma in aramaico; che parola avrà usato?
La parola che quasi sicuramente ha usato Gesù in aramaico  è ????- nepesh (pronuncia "now-sha") che è identica alla parola ebraica  ??????  - nep?es? .(pronuncia “nefesh”).
Perché è importante tutto questo? Perché in ebraico la parola “anima/ psyche?  si traduce con  nep?es? e la parola corpo/ so?ma si traduce con  nep?es?.
Per gli ebrei corpo, vita ed anima  erano un tutt'uno indivisibile, (bicchiere giallo) il corpo senza vita ed anima non poteva esistere, e l'anima senza corpo e vita non potevano sussistere.

Per cui nep?es? racchiudeva sia il corpo, sia la vita, sia l'anima. Erano parti inscindibili, non divisibili di ogni essere umano.
Tu potresti però dirmi: “Beh, Marco, aspetta un attimo, il corpo è mortale, mentre l'anima è immortale:
come possono essere una sola cosa? Prima o poi una delle due si separerà dall'altra!”
Spero di non “scandalizzarvi”; ma nell'Antico Testamento non si parla mai di immortalità dell'anima. Infatti, se leggiamo tutto il versetto di Ezechiele 18, non solo la prima parte, Dio dice:
“Ecco, tutte le anime sono mie; tanto l'anima del padre come l'anima del figlio sono mie. L'anima (nep?es?) che pecca morirà.” (Ezechiele 18:4)
Gesù stesso dirà:
“E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima (psyche?); temete piuttosto colui che può far perire l’anima (psyche?) e il corpo nella geenna.” (Matteo 10:28)
Ma nell'Antico Testamento si parla di resurrezione; Daniele parla di resurrezione del corpo:
“Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno, gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e per un’eterna infamia.” (Daniele 12:2)
e Davide parla di resurrezione dell'anima:
“Ma Dio riscatterà l’anima mia (nep?es?) dal potere del soggiorno dei morti, perché mi prenderà con sé.” (Salmo 49:15)
Poiché corpo ed anima erano indivisibili, per gli ebrei il corpo moriva e con esso moriva anche l'anima.
Il concetto di morte per gli ebrei, e per Dio è differente da quello che abbiamo noi occidentali: la morte non è la fine di tutto; il corpo tornava ad essere polvere come era stato all'inizio in Genesi 2, e l'anima finiva in un posto chiamato (lo dice Davide)  ??????? , Shoel, (Ades in greco) “soggiorno dei morti” in attesa della risurrezione (dice Daniele) di vita eterna per chi avrà creduto nel Figlio di eterna vergogna per chi non avrà creduto in lui.
Vi faccio un esempio banale: è come spengere la tv con il telecomando: la tv sembra spenta, ma è in attesa che ci sia un nuovo segnale per riaccendersi. Non dobbiamo comperare una nuova TV per vedere i programmi, basta riattivare i circuiti di quella che abbiamo spento.
Ritorniamo al nostro quesito da risolvere: cosa intende dire Gesù quando afferma che devo mettere sul piatto tutta la mia anima?
Da quello che abbiamo visto, non posso “staccare” l'anima dal mio corpo e dalla mia vita per darla a Dio; devo dargli l'intero pacchetto, ovvero:
“Ama il Signore Dio tuo ... con tutto il tuo corpo, con tutta la tua vita, con tutta l’anima tua...” (Parafrasi)
Come faccio?
La domanda è: come? Come faccio a mettere sul piatto corpo, vita e anima? Pietro ci da un suggerimento:
“Fratelli miei, qui siete soltanto forestieri. Dato che la vostra vera casa è in cielo, vi prego di non aver nulla a che fare con i desideri malvagi di questo mondo, che sono sempre in lotta contro la vostra anima (psyche?).” (1 Pietro 2:11 BDG)
L'obiettivo principale del mondo  è fare guerra per avere la tua anima, far si che  il tuo corpo e la tua vita obbediscano a tutt'altro che Dio. Il mondo vuole essere l'autorità ultima  che fornisce le fondamenta alla totalità del tuo essere. Questo è ciò che noi dobbiamo affrontare tutti i giorni.
Cosa suggerisce Pietro, allora? Di non aver nulla a che fare con il mondo? Isolarsi in un monastero, e aspettare che passi la vita?
Assolutamente no! Pietro ci chiede di non aver nulla a che fare coi i DESIDERI MALVAGI del mondo!  E Pietro ce ne fornisce anche una lista:
v. 12 “Comportatevi bene fra i non credenti...” (1 Pietro 2:12 PV)
Il desiderio di “essere buoni” solo con quelli che credono in Cristo... Agli altri, giù mazzate!
v. 13 “Per amore del Signore, siate sottomessi ad ogni autorità umana... (1 Pietro 2:13 PV) v. 17 … e onorate chi vi governa...” (1 Pietro 2:17 PV)
Il desiderio di “farsi le proprie leggi”: passo col rosso, viaggio senza biglietto, lavoro a nero, evado le tasse.
v. 18 “Voi servi rispettate i vostri padroni...” (1 Pietro 2:18 PV)
Il desiderio di restare a casa e far timbrare il cartellino a qualcun altro, il desiderio di stare in ufficio davanti al pc e navigare su Amazon per fare compere.
v. 22 “Egli (Gesù) non peccò mai, né disse mai la minima bugia...” (1 Pietro 2:22 PV)
Il desiderio di crearsi una verità “parallela” diversa da quella vera.
v. 23 “Quando (Gesù) fu insultato, non rispose mai per le rime, e mentre soffriva non minacciava... (1 Pietro 2:23 PV)
Il desiderio di ferire l'altro insultandolo, il desiderio di farla pagare a chi ci fa del male...
Sono questi quelli che Pietro chiama  “desideri malvagi di questo mondo”,  con i quali non dobbiamo aver nulla a che fare.
Si, ma come?
Pietro ci dice che qui, in questo mondo, siamo “soltanto forestieri”, stranieri, immigrati.
Come si comporta uno straniero che sa che prima o poi tornerà a casa?
1. Conserva la lingua 
La prima cosa che accade ad uno straniero è che pian piano perde la sua lingua madre; smette di pensare nella sua lingua, smette di conoscere le parole nuove della sua lingua perde l'accento della sua lingua.
Quando mia moglie si è trasferita in Italia non esisteva la possibilità di vedere le TV  o ascoltare le radio britanniche attraverso il web.
Per non perdere la sua lingua avevamo comperato una radio ad onde corte tramite cui poteva ascoltare tutti i giorni una emittente che si chiama BBC World Service. Era l'unico modo per non far morire il suo inglese.
Allo stesso modo,  dobbiamo come figli e figlie di Dio continuare ad ascoltare la nostra lingua madre, quella con cui siamo nati di nuovo; questo significa, semplicemente, leggere la Bibbia ogni giorno.
2. Conserva le tradizioni
L'altra cosa che, venendo in Italia, Janet rischiava di perdere, erano quelle tradizioni tipiche della sua vera patria. Ad esempio, in Inghilterra la sera di Martedì Grasso, si mangiano i pankakes... e si mangiano anche a casa nostra.
E' importante mantenere le tradizioni, perché ci ricordano che nella nostra vera patria si fanno cose differenti da quelle che si fanno dove viviamo.
Allo stesso modo, dobbiamo come figli e figlie di Dio mantenere le tradizioni che Dio ci ha indicato: questo significa, semplicemente, venire in chiesa la domenica FISICAMENTE: le dirette in streaming sono una ottima cosa per chi è impossibilitato a venire, ma sono quello che si chiama un “succedaneo” qualcosa che assomiglia costa di meno, ma non c'è paragone con l'originale.
3. Chiama a casa 
Quando Janet si è trasferita in Italia, ventotto anni fa, non esisteva Whatsapp, e l'unica maniera  di essere in contatto, era telefonare... e le telefonate costavano una enormità.
Ma le faceva lo stesso, perché in questo modo poteva ascoltare  la voce dei suoi genitori, raccontargli quello che era accaduto qua in Italia, e magari chiedere consiglio su qualcosa.
Dio ha da sempre avuto un Whatsapp, una linea completamente gratuita con la quale lo puoi chiamare  ad ogni ora del giorno e della notte... tanto per lui fa lo stesso.
Si chiama “preghiera”, quella chiamata ad un Padre che è sempre disponibile che è desideroso di sapere come stai, cosa ti accade, ed è pronto a parlarti  per darti i suoi suggerimenti.
Conclusione
Per adempiere al Gran comandamento la seconda parte della mia puntata “all in” è amare Dio con tutto me stesso: corpo, vita, anima, perché sono un tutt'uno, capire che la mia patria non è questa, ma la mia cittadinanza è nei Cieli, e comportarmi come uno straniero, vivendo dove sono, ma obbedendo alle leggi del Padre.
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Il dono della fede speciale | 7 Febbraio 2021 |
Talvolta avere fede in Dio non basta: davanti ad eventi o prove particolari, c'è bisogno di una fede che vada oltre ciò che sappiamo possibile a Dio.
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Predicatore: Mario Forieri
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Tempo di ascolto audio/ visione video: 31 minuti
“Il Signore disse a Mosè: "Vedi, io ti ho stabilito come Dio per il faraone e tuo fratello Aaronne sarà il tuo profeta. Tu dirai tutto quello che ti ordinerò e tuo fratello Aaronne parlerà al faraone, perché lasci partire i figli d'Israele dal suo paese. Ma io indurerò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d'Egitto." (Esodo 7:1-3)
“Sadrac, Mesac e Abed-Nego risposero al re: "O Nabucodonosor, noi non abbiamo bisogno di darti risposta su questo punto.  Ma il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re. Anche se questo non accadesse, sappi, o re, che comunque noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d'oro che tu hai fatto erigere".(Daniele 3:16-18)
“Or senza fede è impossibile piacergli; poiché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che ricompensa tutti quelli che lo cercano.” (Ebrei 11:6)GUARDA LE DIAPOSITIVE DEL MESSAGGIOGUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU FACEBOOKGUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU INSTAGRAM---GUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN HD










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All in: punta tutto sull'amore per Dio - 1° Parte: tutto il cuore | 31 Gennaio 2020 |
Se hai creduto in Cristo, Dio ti chiede di puntare tutto sul suo amore per te, a partire dal tuo cuore.
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Tempo di lettura: 10 minuti 
Tempo di ascolto audio/ visione video: 30 minuti
Sapete cosa significhi la frase “all in”?  Se non la conoscete,  è perché non avete mai giocato a poker o a qualche altro gioco d'azzardo.
Quando stai giocando a poker e fai una puntata “all in” significa che metti sul piatto tutto quello che hai, senza lasciarti nulla.
Oggi cominciamo una serie di messaggi dove studieremo un passo che richiede a chi crede in Cristo di fare una puntata “all in”, puntando la propria vita tutta su qualcuno senza risparmiare nulla di se stessi.
Sto parlando di quello che  in gergo “tecnico” viene chiamato il “Gran Comandamento”.
La storia di questo brano è quella di un Gesù  che ha iniziato il suo ministero di predicazione, ha con se i dodici apostoli, ha mandato settanta discepoli per tutta la Galilea dandogli il potere di scacciare gli spiriti, guarire gli ammalati e predicare la Salvezza.
E' chiaro che qualche “nemico” se lo era già fatto, soprattutto tra i sacerdoti, i farisei ed i dottori della legge; ed è per questo che questi ultimi avevano preso a seguirlo costantemente e ad interrompere la sua predicazione con delle domande “trabocchetto” per farlo cadere in contraddizione o fargli negare qualche passo dell'Antico Testamento che sarebbe equivalso a bestemmiare, con la conseguenza di essere messo a morte.
E proprio grazie ad una di queste “provocazioni” Gesù ci consegna una perla per la nostra fede, che in appena due frasi racchiude tutto l'evangelo, spiegandoci cosa dobbiamo fare per essere graditi a Dio e cosa si aspetta da noi come suoi discepoli.
Il brano è contenuto in tre dei quattro Vangeli, e leggendo le tre versioni che ne fanno Matteo, Luca e Marco abbiamo una informazione completa di quello che è accaduto.
Ciò che ho fatto io è di mettere assieme i tre racconti per poi trarne delle informazioni per le nostre vite di credenti.
“I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono e uno di loro, {dottore della legge,} gli fece una domanda per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» (Matteo 22:34-36) Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua...» (Luca 10:27). Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti». (Matteo 22:38-40) Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto, secondo verità, che egli è l’unico e che non v’è alcun altro all’infuori di lui; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». (Marco 12: 32-33) Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa’ questo e vivrai». Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?»  (Luca 10:28-29)
I comandamenti  sono due; ma ci sono 5 azioni da fare. Nelle prossime settimane  vedremo come si applicano alla nostra vita quotidiana quelle cinque parole che ho evidenziato: cuore, anima, forza, mente e prossimo, perché Gesù afferma che se facciamo questo vivremo.
Tutti e tre gli evangelisti sono concordi nell'affermare che il dottore della legge non era lì a caso e che la sua domanda non era una richiesta di chiarimento a Gesù, ma un “guanto di sfida”, una sorta di esame sulla Torah, i primi 5 libri dell'Antico Testamento fatta per mettere in difficoltà colui che radunava folle oceaniche.
Gesù risponde alla domanda, infatti, citando un versetto di Deuteronomio, questo:
“Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze.” (Deuteronomio 6:5)
Avete notato qualche differenza tra il versetto di Deuteronomio e come lo racconta Gesù? Se non lo avete notato, ve lo faccio vedere io:
"Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze.” (Deuteronomio 6:5)
«Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua...» (Matteo 22:38)
Quando arriveremo al messaggio sulla mente,  vedremo perché c'è una differenza.  Oggi vediamo cosa intende Gesù per amare Dio con tutto il cuore.
Come posso amare Dio con tutto il mio cuore?
Ho detto più volte che, quando noi occidentali parliamo del cuore, pensiamo subito al sentimento, all'amore, alla parte irrazionale di noi che ci fa compiere cose folli e senza senso.
Questo è perché veniamo dalla cultura greca, che metteva le emozioni nel cuore e i pensieri nella testa. Nella cultura greca  le emozioni  erano la parte irrazionale di noi e quella meno nobile, e i pensieri erano la parte razionale di noi ed era quella più nobile.
Per gli ebrei non era così: il ragionamento, i pensieri, la logica, erano contenuti nel cuore, le emozioni nella pancia.
E non c'era distinzione tra le due: emozioni e ragionamento andavano di pari passo, entrambi erano parti “nobili”: non bisognava reprimere le emozioni a favore della ragione, ma erano tutte e due  da seguire.
Nel cuore c'era la comprensione, la capacità di agire, la strategia ed il coraggio.
Qui Gesù non sta chiedendo un atto di fede irrazionale, ma un atto di fede ponderato, riflettuto. Sta chiedendo non di amare e basta... perché amare non è un sentimento,  ma un'azione.
Chiede di amare con delle azioni delle strategie, ed avendo il coraggio di farle.
Se il cuore è la sede di tutto questo (facciamo finta lo sia, come credevano gli ebrei, anche se sappiamo che è un muscolo pieno di vasi sanguigni) come dovremmo trattarlo?
Proverbi dice:
“Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita.”  (Proverbi 4:23)
Ho aggiunto sotto anche la versione delle Bibbia TILC, che “spiega” che dobbiamo “vigliare”,  dobbiamo mettere una guardia che controlli i nostri pensieri, perché da essi dipende quello che siamo, facciamo e viviamo.
“Vigila sui tuoi pensieri: la tua vita dipende da come pensi.” (Proverbi 4:23 TILC)
La vita (e la morte) per un credente si svolgono all'interno del “cuore”, sono in funzione di ciò che pensiamo; Gesù (non io, Marco) lo afferma:
“L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore tira fuori il bene, e l’uomo malvagio dal malvagio tesoro del suo cuore tira fuori il male; perché dall’abbondanza del cuore parla la sua bocca. (Luca 6:45)
Gesù dice che il tuo cuore può contenere due diversi prodotti: il bene e il male.  Ti suona familiare? Ti ricorda di una storia tanto vecchia, messa nelle prime pagine della Bibbia? Leggiamo Genesi:
“Dio il Signore ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». (Genesi 2:16-17)
Ti sei mai chiesto, mai chiesta perché? Perché Adamo (e poi Eva, che ancora non c'era) non dovevano avere conoscenza del bene e del male? Sembra una contraddizione per delle creature libere!
Nei piani di Dio egli non aveva creato degli “automi”, degli essere programmati per fare SOLO il suo volere, il bene, ma degli esseri puri dal male, che si sarebbero volontariamente affidati a lui, e che  avrebbero amato con tutto il loro cuore, colui che E' amore.
Sappiamo tutti  come è andata a finire la storia; abbiamo fatto di testa nostra, abbiamo voluto avere conoscenza ANCHE del male, e abbiamo infranto un patto con il Padre, scegliendo il “male”... perché è più divertente!
Ma, c'è una maniera di “resettare” tutto, di eliminare il “bug”, la falla, l'errore di sistema: amare Dio con TUTTO il nostro cuore, capire che LUI solo è in controllo, che le SUE scelte sono le migliori possibili per me, anche se le altre sembrano a breve più divertenti.
Gesù dice che se il tuo cuore non ama Dio,  allora quella mancanza d'amore  è ciò che uscirà fuori,  ciò che si vedrà nelle tue azioni quotidiane.
Mirare al cuore
La tattica, ora come allora, è rimasta la stessa:
“Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto;  ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male».” (Genesi 2:4-5)
Secondo voi, se io volessi rendere “inattivo”, inutile un credente, a cosa mirerei per primo? Ma certamente! Al cuore! Fargli credere che ci sono più possibilità di quelle che ci mostra Dio! Minare la certezza che dica la verità! Mirare al cuore!
Ecco perché il comandamento di amare Dio "con tutto il cuore"   è il primo della lista. Se il tuo cuore non ama Dio,  se non ti fidi e non ti affidi, se lui non è al controllo di ciò che pensi se non c'è azione, strategia e coraggio, allora Gesù non farà differenza  nella tua vita.
Mirare al cuore! Come? Basta sostituire Dio con cose che controllino la tua vita e il gioco è fatto.
Possono essere cose “cattive”, come quelle che Dio vedeva in Genesi 6 prima di mandare il Diluvio:
“Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo.” (Genesi 6: 5)
Oppure possono essere cose “buone”;  puoi metterti una maschera e fingere. Puoi provare a imitare l'amore che non c'è in te. Puoi andare in chiesa, leggere tutte le Scritture  pregare , cantare salmi, inni e canti spirituali.
Puoi fare beneficenza, aprire missioni in Africa, costruire ospedali... tutto buono, ma...
“Poiché io desidero bontà, non sacrifici, e la conoscenza di Dio più degli olocausti.” (Osea 6:6)
Gesù citerà proprio questo brano in Matteo dicendo:
“Se sapeste che cosa significa: “Voglio misericordia e non sacrificio”, non avreste condannato gli innocenti...” (Matteo  12:7)
Puoi fare tutte le migliori azioni,  ma... ma senza un vero amore per Dio è tutto sterile.
Paolo dice:
“...infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati.” (Romani 10:10)
Il cuore serve ad ottenere la giustizia di Dio: tutti parte da lì. La bocca, senza che sia comandata dal cuore, è solo “aria”, finzione,  “fake”, come ormai va di moda dire.
Per rendere “inutile” un credente non mi serve far altro che riempire il suo cuore di “altre cose” piuttosto che Dio.
Come posso proteggere il mio cuore?
Esiste allora un modo per proteggere il mio cuore? Per impedire a satana di attaccarlo, riempiendolo di altro che non sia Dio?
La risposta è: no... con le risorse umane., con la forza di volontà.  Il versetto di Genesi 6: 5 (quello prima del Diluvio che abbiamo visto all'inizio), è il primo della Bibbia dove compare la parola “cuore” riferita alla volontà umana; e la prima volta non se ne parla come una cosa positiva.
Dio racconta a Geremia che:
“Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?” (Geremia 17: 9)
Ed è per questo che ha provveduto una barriera che possa preservarlo: ce la spiega Paolo:
“...ed ha impresso su di noi il suo sigillo. Ha messo nel nostro cuore lo Spirito Santo come garanzia che apparteniamo a lui e come anticipo di tutto ciò che ci darà.” (2 Corinzi 1: 21-22 PV)
L'unico modo per amare Dio con tutto il nostro cuore è quello di lasciare che lo Spirito Santo lo riempia quotidianamente, affinché non ci sia spazio per altro.
Non ci sia Dio e... il mio lavoro Dio e... la mia famiglia, Dio e... le mie amicizie... Dio è... la mia preghiera.
Ma Dio NEL mio lavoro, nella mia famiglia, nelle mie amicizie, nella mia preghiera.
Se lo autorizzi a riempire il tuo cuore lui troverà la via per parlarti; attraverso sogni, attraverso la lettura della Bibbia, attraverso la sua voce quando preghi, attraverso fratelli e sorelle in Cristo  che spesso inconsapevolmente ti parleranno di cose  che solo tu pensi di conoscere, e che ti spingono a cambiare.
Conclusione
Per adempiere al Gran comandamento la prima parte della mia puntata “all in” è riempire il mio cuore di Spirito Santo, chiedere il suo intervento, seguire ciò che mi chiede di fare per svuotarlo dalle cose cattive del mondo e riempirlo della presenza di Cristo, per amare Dio con tutto il mio cuore.
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Discernere gli spiriti per il bene della chiesa | 24 Gennaio 2021 |
Ad alcuni Dio da il dono di capire cose che non sono state dette o viste, non per il proprio interesse, ma per il bene delle persone che credono in Cristo.
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Predicatore: Mario Forieri
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"Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. Infatti a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro, parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito;  a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, doni di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito; a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l’interpretazione delle lingue; ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole." (1 Corinzi 12:7-11)
"Ma se non fate così, voi avrete peccato contro il SIGNORE; e sappiate che il vostro peccato vi ritroverà."(Numeri 32:23)
“Ma Pietro disse: "Anania, perché Satana ha così riempito il tuo cuore da farti mentire allo Spirito Santo e trattenere parte del prezzo del podere?  Se questo non si vendeva, non restava tuo? E una volta venduto, il ricavato non era a tua disposizione? Perché ti sei messo in cuore questa cosa? Tu non hai mentito agli uomini ma a Dio".” (Atti 5:3 -4)
“ "O uomo pieno d'ogni frode e d'ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, non cesserai mai di pervertire le rette vie del Signore? Ecco, ora la mano del Signore è su di te, e sarai cieco per un certo tempo, senza vedere il sole". In quell'istante, oscurità e tenebre piombarono su di lui; e andando qua e là cercava chi lo conducesse per la mano. Allora il proconsole, visto quello che era accaduto, credette, colpito dalla dottrina del Signore." (Atti 13:10-12)
“ "Ravvediti dunque di questa tua malvagità; e prega il Signore affinché, se è possibile, ti perdoni il pensiero del tuo cuore. Vedo infatti che tu sei pieno d'amarezza e prigioniero d'iniquità".” (Atti 8:22-23)GUARDA LE DIAPOSITIVE DEL MESSAGGIOGUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU FACEBOOKGUARDA IL VIDEO DEL MESSAGGIO IN BASSA RISOLUZIONE SU INSTAGRAM
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Far parte del progetto di Cristo | 17 Gennaio 2021 |
Quale era il progetto di Gesù per le persone che, credendo in lui, venivano salvate? Era quello di trasformare gente comune in degli ambasciatori del suo messaggio di salvezza. Il progetto non è cambiato: sei pronto, sei pronta a far parte di quel progetto?
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Oggi vorrei parlarvi di lockdown.... “Ancora?” dirai. Aspettate un attimo, non voglio parlarvi di quello per via del Covid. Voglio parlarvi di quello che c'è nella Bibbia.
Chi conosce l'esatta tradizione della parola inglese, tanto abusata dai media? La traduzione esatta è “confinamento”, ovvero, dice il vocabolario Treccani, “relegare in un dato luogo o spazio chiuso”.
Vi viene in mente qualche episodio nel quale dei credenti stavano rinchiusi in un posto? Si? No? Vediamo qualche brano.
“Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell’Uliveto, che è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato (un km circa). Quando furono entrati, salirono nella sala di sopra dove di consueto si trattenevano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d’Alfeo e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.” (Atti 1:12-13)
Perché erano tutti assieme? Ve lo ricordate?
“Trovandosi con essi, (Gesù)  ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre, «la quale», egli disse, «avete udita da me.” (Atti 1:4)
Perché Gesù aveva fatto un DPCM...  anzi un DFUD (Decreto Figlio Unigenito di Dio) e li aveva messi in “zona rossa”.
Quale era lo scopo di Gesù per metterli in “zona rossa”, di obbligarli a stare tutti a Gerusalemme, tutti assieme? Di evitargli il contagio? Leggiamo ancora:
“Perché Giovanni battezzò, sì con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni.” (Atti 1:5)
Perché tutti assieme?
Vi siete mai chiesti “perché”? Perché li voleva tutti assieme? Perché li voleva tutti a Gerusalemme? Ve lo siete mai chiesto? Avreste dovuto!
Tu potresti rispondermi: “Ma è chiaro! Lo dice Gesù! Per ricevere lo Spirito Santo!”
E' vero... ma questo non risponde alla mia domanda: perché tutti assieme in uno stesso posto?
Per quale motivo dovevano essere in lockdown per poter ricevere lo Spirito Santo? Forse perché lo Spirito Santo è come il tampone? Devi andare al “drive in” dell'ospedale per poterlo avere? O forse perché lo Spirito Santo sotto a 12 persone per volta non agisce?
Questa serie di messaggi parla del nostro “piano” per il 2021, come credenti e come chiesa. Quale era il “piano” di Gesù, allora? Leggiamolo sempre in Atti:
“Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra.” (Atti 1:8)
Il progetto di Gesù era quello di trasformare una massa di artigiani, contadini, pescatori, esattori corrotti, massaie, ex prostitute, in soldati d'un'armata di conquista... prima a Gerusalemme, poi nella regione (Giudea) poi in quella a fianco (Samaria) poi nel resto del mondo...
E qui entra in gioco il “lockdown”. Vi siete fatti la domanda  “perché dovevano stare tutti assieme,  tutti nello stesso posto”? Leggiamolo perché:
"Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.” (Atti 2:2-4)
Avete capito perché dovevano essere tutti assieme? Lo Spirito Santo sino a quel momento non aveva mai agito sulla terra. E' una parte della Trinità, ha operato nella Creazione: Genesi dice:   “...lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.” (Genesi 1:2) ma non aveva ma agito  sino a quel momento negli uomini.  (E' un argomento controverso, ma questa è la mia opinione.)
Le persone non avevano mai visto la manifestazione dello Spirito Santo in un uomo o in una donna: dovevano essere tutti lì  ciascuno per VEDERE l'altro.
Dio poi ha aggiunto anche gli “effetti speciali” per quella prima volta, con le “fiammelle” che si dividono  e si posano sulla testa di ciascuno; non servivano na niente, se non a far vedere  ciò che è invisibile, ma che arde.
Dovevano essere tutti lì, per sentire l'altro che a malapena parlava ebraico tirare giù tutta la 5° declinazione in latino: “R?s, R??, R??, R?m, R?s, R?” “Giuà, ma che stai a dì?” “E che ne so Mattè? Me viene da parlà così!”
Dovevano vedere, per credere che quello che Gesù aveva promesso era vero,  funzionava,  ed era incredibilmente potente!
Quanti erano e chi erano?
Quanti erano quel giorno? Tendenzialmente (anche perché in tutti i film la Pentecoste è stata ritratta così) saremmo portati a dire: 12, gli Apostoli.  Infatti Giuda era stato rimpiazzato da Mattia:” (Atti 1:26) Ma, se leggiamo bene, vedremo che erano molti di più:
“Tutti questi (gli apostoli) perseveravano concordi nella preghiera, con le donne e con Maria, madre di Gesù, e con i fratelli di lui.” (Atti 1: 14)
Per cui c'erano anche le donne: non sappiamo di preciso chi fossero, ma di sicuro comprendevano: le mogli, le sorelle convertire,  le donne che erano andate al sepolcro descritte in Luca 16:1 (Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Salome).
Ma in realtà erano molti di più: infatti, quando decisero che dovevano rimpiazzare Giuda, in Atti è scritto:
“In quei giorni Pietro, alzatosi in mezzo ai fratelli (il numero delle persone riunite era di circa centoventi), disse...” (Atti 1:16)
Tenete conto che, nella società ebraica, le donne non contavano nulla, e, pertanto, non venivano neppure contate come presenze in una folla: si contavano solo gli uomini.
E' probabile che il giorno di Pentecoste nella “sala di sopra” ci fossero più di duecento persone, tutte appartenenti al popolo, alle caste più umili, scacciate, schifate...
 Perché proprio quelli?
E qui, arriviamo ad una seconda domanda: perché proprio quelli?
Immagina che tu sia un imprenditore, e che voglia pubblicizzare il tuo nuovo prodotto: tra quali persone,  sceglieresti i tuoi “rappresentanti”?
Posso anticiparti che cercheresti  persone con una cultura medio/ alta, fedina penale integra, ben vestite, che parlino almeno un paio di lingue... non certo quelle riunite in quella sala a Gerusalemme.
Ti sei chiesto, allora,  perché Gesù non ha scelto “quelli meglio”? Quelli istruiti, quelli sapienti, magari i sacerdoti o i governanti? Vediamo perché in Atti:
“Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.E si stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa?” (Atti 2:6-8)
All'epoca nelle scuole non si insegnavano le “lingue”; solo se tu eri di una famiglia ricchissima avevi la possibilità di pagare insegnanti che venivano a casa ad insegnarti un'altra lingua.
La folla non si sarebbe stupita se dalla sala alta fossero scesi dieci nobili in vestiti damascati e avessero iniziato a parlargli nelle loro lingue.
Ma vedere duecento e più “straccioni” parlare in tutte le lingue possibili, beh, doveva fare un certo effetto.
E Pietro, ispirato dallo Spirito, era lì, pronto a spiegare alla folla cosa stesse succedendo:
“...questo è quanto fu annunciato per mezzo del profeta Gioele:“Avverrà negli ultimi giorni”, dice Dio, “che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. Anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, spanderò il mio Spirito e profetizzeranno.” (Atti 2:16-18)
Erano passati 53 giorni dalla crocifissione, da quando tutti i discepoli erano scappati, da quando Gesù era stato rinnegato da quel Pietro che ora lo proclamava come unico Salvatore... Voi ci avreste creduto che poteva accadere questo?
“Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.” (Atti 2:41)
Cosa c'entra questo con me?
A questo punto tu potresti dirmi: “Va bene, Marco, ma tutto questo, cosa c'entra con me? Cosa c'entra con noi? Cosa c'entra con i progetti personali e di chiesa del 2021?”
Ti rileggo una frase che ho detto poco fa: Il progetto di Gesù era quello di trasformare una massa di artigiani, contadini, pescatori, esattori corrotti, massaie, ex prostitute, in soldati d'un'armata di conquista...
Pensi che il progetto di Gesù sia cambiato? Pensi che, oramai, il compito di portare altri a Cristo spetti solo ai pastori, ai predicatori, agli anziani? Gente “adatta” ben vestita, che parla tre lingue a conosce l'etimologia, legge la bibbia in ebraico e in greco, che ha fatto la “scuola biblica”?
“Poiché io, il Signore, non cambio...” (Malachia 3:6 a)
“Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno.” (Ebrei 13:8)
Il piano, è rimasto il medesimo; gli attori, anche. Gesù come suoi rappresentanti non cerca professionisti, ma continua a cercare  artigiani, contadini pescatori, massaie, impiegati, liberi professionisti, dottori, disoccupati, pensionati, studenti, … tutti!
Questo lockdown reale può essere il momento in cui tu accetti la sfida di diventare  non solo un/ una credente “seduto/ a” in chiesa o a casa davanti ad uno smartphone o un pc che segue il culto della sua chiesa virtuale, ma un soldato nell'armata di conquista di Cristo.
Come fare?
La base di tutto è:
1. Ricevi lo Spirito Santo
Tutto parte da qui. Se non c'è questo, tutto il resto non funziona. Non vedrai più la fiammella sulla tua testa, non ti serve più di vedere “fisicamente” che lo Spirito Santo è in te, perché lo vedrai dall'effetto che ha sulla tua vita.
E non devi neppure essere assieme ad altre 200 persone; perché puoi vedere l'effetto dello Spirito Santo nei tuoi fratelli e nelle tue sorelle in Cristo; basta che ti guardi attorno.
Ma solo questo non basta a spiegare l'esplosione esponenziale della chiesa primitiva. Cos'altro c'era?
“Ed erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere...E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio...” (Atti 2:42,46)
Mentre lo Spirito Santo lo puoi chiedere, ci sono altre cose che devi fare:
2. Leggi la Bibbia
Atti dice:  "Ed erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli".  Gli Apostoli insegnavano quello che Dio aveva scritto nell'Antico Testamento e quello che lo Spirito Santo gli metteva nel cuore, che forma il Nuovo Testamento. Sono la Bibbia.
3. Interessati agli altri credenti 
Atti dice che  erano: "perseveranti... nella comunione fraterna".  Non erano “isole”, ma erano informati di come stavano gli altri fratelli e le altre sorelle, giovano assieme a loro,  piangevano assieme a loro,  aiutavano quando c'era bisogno.
4. Ricordati del sacrificio di Gesù
Atti dice che  erano: " perseveranti ... nel rompere il pane". Ovvero ricordavano su base quotidiana il sacrificio di Gesù attraverso il pane e il vino.
Più di una volta vi ho incoraggiato a farlo quando vi riunite assieme (quando sarà possibile) oppure durante lo studio del giovedì: non è una prerogativa del pastore.
5. Prega
Atti dice che erano: "perseveranti ... nel pregare".  Più di una volta mi avete sentito dire: “tanta preghiera, tanta potenza, poca preghiera, poca potenza, niente preghiera, niente potenza.
Tutto questo a pro di che?
Perché dovresti fare tutto questo come piano per il 2021? Ti rispondo facendoti vedere il frutto di tutto quello che faceva la chiesa di Gerusalemme:
“...lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva al loro numero ogni giorno quelli che venivano salvati.” (Atti 2:47)
Il frutto di tutto questo: la comunità vedeva qiello che quest'armata di straccioni era capace di fare: amore, aiuto, supporto, amicizia... e tutti li lodavano! Ed il Signore (attenzione, non loro!) aggiungeva altri, perché vedeva che loro erano stati capaci di creare quella comunione fraterna, ed in virtù di quello, mandava le persone!
Il frutto era, ed è, la conquista di anime per Cristo.
“... e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra.” (Atti 1:8)
Era, ed è, adempiere al Grande Mandato a cui il Signore ti ha chiamato quando lo hai accettato nella tua vita.
Non prendere scuse, sono tutte attività che puoi fare, nonostante il lockdown; ma ti chiedo:  vuoi essere parte del progetto di Cristo?
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