Oggi in Cristo


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Serie complete su molti libri della Bibbia anche in formato audio
Autore: Omar Stroppiana
Ultimo episodio: 31/03/20 7:55
Aggiornamento: 02/04/20 1:10 (Aggiorna adesso)
Trionfo sulle tenebre
Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio. Fu messo a morte quanto alla carne, ma reso vivente quanto allo spirito. E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere, che una volta furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua. Quest'acqua era figura del battesimo (che non è eliminazione di sporcizia dal corpo, ma la richiesta di una buona coscienza verso Dio). Esso ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo, che, asceso al cielo, sta alla destra di Dio, dove angeli, principati e potenze gli sono sottoposti.
(1 Pietro 3,18-22 - La Bibbia)



Indice della serie sulle lettere di Pietro




I cristiani devono seguire le orme di Cristo.

Questo è il filo conduttore di gran parte della lettera che abbiamo già esaminato. Pietro, rivolgendosi a persone che erano perseguitate per la loro fede, li aveva esortati a resistere con pazienza di fronte alle autorità, di fronte ad un padrone difficile, di fronte ad un marito non credente. La sua conclusione era stata  "meglio che soffriate per aver fatto il bene, se tale è la volontà di Dio, che per aver fatto il male." (1 Pietro 3,17)

A questo punto egli ricorda ancora una volta, come aveva già fatto in 1 Pietro 2,21,  che anche Gesù ha sofferto ingiustamente e lo ha fatto proprio sulla croce, per portare su di sé la condanna per i peccati dell'umanità. Gesù lo ha fatto per amore nostro, per condurci a Dio, per darci la possibilità di essere riconciliati con Dio. I cristiani trovano quindi in Gesù il supremo esempio di sofferenze ingiuste.

Gesù fu messo a morte quanto alla carne, ma la morte non poteva trattenere il suo spirito! È chiaro il riferimento di Pietro alla risurrezione.

I versetti che seguono sono un po' difficili a prima vista perché Pietro utilizza ciò che accadde ai tempi di Noè come un "tipo" di ciò che stava accadendo dopo la risurrezione di Gesù.

Innanzitutto Pietro,  sembra fare riferimento ad una storia che non troviamo in altri libri della bibbia ma è narrata in un libro molto popolare tra gli Ebrei in quel periodo, il libro di 1 Enoch (in particolare 6-15),  non ispirato e quindi non facente parte del canone biblico, che si riferisce  ai guardiani o veglianti (vedi anche Daniele 4,13,17) , angeli che non avevano rispettato il proprio compito di sorveglianza ma, parallelamente al racconto di Genesi 6,1-4,  avevano assunto forma umana e fornicato con le figlie degli uomini. Tali angeli sarebbero stati confinati in attesa di giudizio. Pietro tra l'altro si riferisce ancora a questi angeli, che qui chiama "spiriti trattenuti in carcere"  anche in 2 Pietro 2,4 dove li chiama proprio "angeli che avevano peccato".

Quegli avvenimenti risalgono proprio ai tempi prima di Noè e, nel racconto della Genesi, fanno da preludio proprio alla decisione di Dio di condannare l'umanità con il diluvio (vedi Genesi 6,1-7).

Il libro di Enoch nel narrare quell'episodio si riferisce ad una richiesta di questi esseri ribelli per essere graziati da Dio e alla visita di Enoch presso di loro per confermare invece la condanna di Dio.

Pietro si riferisce quindi ad un racconto, per lo più sconosciuto a molti di noi, ma noto agli Ebrei del suo tempo, per fare un'analogia con quanto stava accadendo dopo la risurrezione di Gesù. Non deve stupirci il fatto che Pietro faccia riferimento a libri non ispirati. Sia nell'antico testamento che nel nuovo testamento ci sono riferimenti di questo tipo a sorgenti extra bibliche che, pur non essendo ispirate e non facendo parte del canone biblico, era ritenute attendibili dagli Ebrei o comunque utilizzabili per fare analogie. Si pensi ad esempio a Numeri 21,14 che cita il "libro delle guerre del Signore" o a Paolo che a volte cita anche poeti greci (vedi Tito 1,12).

In sostanza Pietro presenta Gesù che,
Meglio fare il bene
Infine, siate tutti concordi, compassionevoli, pieni di amore fraterno, misericordiosi e umili; non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione.
Infatti: «Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra dal dire il falso; fugga il male e faccia il bene; cerchi la pace e la persegua;  perché gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sono attenti alle loro preghiere; ma la faccia del Signore è contro quelli che fanno il male».
Chi vi farà del male, se siete zelanti nel bene?  Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi!
Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agitate; ma glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori.
Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni. Ma fatelo con mansuetudine e rispetto, e avendo la coscienza pulita; affinché quando sparlano di voi, rimangano svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo. Infatti è meglio che soffriate per aver fatto il bene, se tale è la volontà di Dio, che per aver fatto il male.
(1 Pietro 3:8,17 - La Bibbia)



Indice della serie sulle lettere di Pietro




Chi vi farà del male se cercate in ogni modo di fare il bene?

Nelle sezioni precedenti , l'apostolo Pietro aveva incoraggiato  i servi ,che potevano essere maltrattati dai padroni per la loro fede, e le donne che, allo stesso modo, potevano avere una vita difficile con i mariti increduli, invitandoli a non ribellarsi ma a cercare di conquistare la fiducia e il rispetto facendo il bene, in modo che l'altra parte potesse anche disporsi a riflettere sulla propria posizione davanti a Dio. Insomma, il credente doveva essere paziente e pronto a compiere un sacrificio pur di tentare di portare l'incredulo verso la salvezza.

Ora, in questa sezione, l'apostolo Pietro dà alcune indicazioni circa il comportamento che ogni cristiano doveva avere in un mondo ostile.

"Siate tutti concordi, compassionevoli, pieni di amore fraterno, misericordiosi e umili; non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione."

Le parole di Pietro sono coerenti con quelle di Paolo che in 1 Corinzi 4,12 scrisse: "ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo". Non è facile benedire qualcuno che ci sta maltrattando. La natura umana ci porterebbe a restituire male per male, a maledire chi ci perseguita, ma Cristo produce in noi, attraverso lo Spirito Santo, un carattere diverso, per certi versi sorprendente, che risponde al male con il bene. D’altra parte Dio ha fatto lo stesso con noi benedicendoci con una grande eredità che ci aspetta, anche se non non lo meritavamo affatto. I cristiani sono stati chiamati quindi a mostrare in ogni situazione un carattere umile, misericordioso, pieno di affetto fraterno, compassionevole ed incline alla concordia. Non è difficile realizzare queste qualità quando c'è una fede comune, ma è molto più difficile farlo in un contesto in cui si è perseguitati e maltrattati.

Si tenga presente che Pietro, così come Paolo, quando parla di affetto fraterno non si riferisce solo a quello verso i fratelli in fede, più immediato da comprendere per noi; infatti gli scrittori Ebrei del nuovo testamento si riferiscono spesso ai loro connazionali  Giudei, anche quelli increduli, chiamandoli fratelli (si veda ad esempio Romani 9,3).  Per i credenti del primo secolo, che spesso erano Giudei e venivano perseguitati proprio dai loro connazionali, comprendiamo quanto fosse sfidante continuare a mostrare affetto fraterno verso parenti e amici che voltavano loro le spalle e li maltrattavano. 

Pietro cita Il Salmo 34,13-17 che conferma le sue esortazioni:
"Trattieni la tua lingua dal male e le tue labbra da parole bugiarde.
Ornamento e onore
Anche voi, mogli, siate sottomesse ai vostri mariti perché, se anche ve ne sono che non ubbidiscono alla parola, siano guadagnati, senza parola, dalla condotta delle loro mogli,  quando avranno considerato la vostra condotta casta e rispettosa. Il vostro ornamento non sia quello esteriore, che consiste nell'intrecciarsi i capelli, nel mettersi addosso gioielli d'oro e nell'indossare belle vesti, ma quello che è intimo e nascosto nel cuore, la purezza incorruttibile di uno spirito dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore. Così infatti si ornavano una volta le sante donne che speravano in Dio, restando sottomesse ai loro mariti, come Sara che obbediva ad Abraamo, chiamandolo signore; della quale voi siete diventate figlie facendo il bene senza lasciarvi turbare da nessuna paura.
Anche voi, mariti, vivete insieme alle vostre mogli con il riguardo dovuto alla donna, come a un vaso più delicato. Onoratele, poiché anch'esse sono eredi con voi della grazia della vita, affinché le vostre preghiere non siano impedite.
(1 Pietro 3:1-7 - La Bibbia)



Indice della serie sulle lettere di Pietro




Ognuno di noi dovrebbe conquistare gli altri con l'amore. Questo è ancora più vero all'interno di una coppia.

L'apostolo Pietro aveva appena invitato i credenti appartenenti alle classi più umili a rimanere sottomessi ai loro padroni anche a quelli più difficili che potevano inasprirsi contro di loro anche a causa della loro fede (1 Pietro 2:18). L'idea era quella di conquistare la società con l'amore e non con la rivolta. Con la buona condotta c'era la possibilità di far riflettere anche i propri nemici predisponendoli a rispondere positivamente al Signore quando Egli avesse bussato alla porta del loro cuore (1 Pietro 2.12).

Ora in questa sezione  lo stesso principio viene applicato alle donne cristiane nei confronti dei propri mariti, soprattutto quelli non credenti che potevano anche ostacolarle nella loro fede. In un mondo fortemente patriarcale come quella in cui vivevano Pietro e i suoi destinatari,  in cui le donne, come purtroppo accade di frequente ancora oggi, non godevano di alcuna considerazione nella società,  poteva essere forte la voglia di rivendicazione delle donne cristiane, il loro desiderio di giustizia stimolato dalla buona notizia di Gesù.

Anche loro vengono esortate da Pietro ad accettare il loro ruolo difficile, senza ribellarsi.  Mentre, come si nota in seguito, Pietro si aspettava che il rapporto con un marito cristiano potesse essere decisamente più favorevole per la donna, la relazione con un marito incredulo poteva essere davvero complicata. Anche in questo caso il segreto era quello di accettare il proprio ruolo affidando a Dio la propria causa (vedi 1 Pietro 2.23). La speranza era che una  buona condotta, fedele e rispettosa, potesse conquistare il marito incredulo e portarlo al ravvedimento, più di tante prediche. Anche in questo caso il comportamento poteva parlare più di mille parole.

Allora come oggi, purtroppo, le donne venivano spesso apprezzate dagli uomini più per la loro bellezza esteriore che per il loro carattere. Dio però era, ed è, interessato a ciò che è intimo e nascosto nel cuore sia in uomo che in una donna. Ecco perché Pietro ricorda che una donna cristiana avrebbe dovuto privilegiare la bellezza interiore piuttosto che curare solo l'esteriore.  Pietro era convinto che in quel modo, attraverso uno spirito dolce e pacifico, esse avrebbero conquistato alla causa di Cristo i loro mariti non credenti! Esse dovevano ispirarsi alle "sante donne" del passato, come Sara, che avevano sperato in Dio, e avevano curato quindi l'ornamento interiore più di quello esteriore. Questo ornamento interiore le aveva aiutate ad accettare il loro ruolo nella società con intelligenza. Sara si riferiva ad Abraamo chiamandolo "mio signore" come si usava a quel tempo (vedi Genesi 18.12), ma questo non le impediva di svolgere un ruolo attivo e partecipativo nelle decisioni della famiglia (vedi ad esem...
Coraggio nell’esempio di Gesù
Domestici, siate con ogni timore sottomessi ai vostri padroni; non solo ai buoni e ragionevoli, ma anche a quelli che sono difficili. Perché è una grazia se qualcuno sopporta, per motivo di coscienza dinanzi a Dio, sofferenze che si subiscono ingiustamente. Infatti, che vanto c'è se voi sopportate pazientemente quando siete malmenati per le vostre mancanze? Ma se soffrite perché avete agito bene, e lo sopportate pazientemente, questa è una grazia davanti a Dio.  Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme.
Egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno.  Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente;  egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati guariti.  Poiché eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.
(1 Pietro 2:18-25- La Bibbia)



Indice della serie sulle lettere di Pietro




I cristiani sono chiamati a cambiare il mondo che li circonda attraverso una rivoluzione d'amore.

Nel primo secolo molti cristiani vivevano in misere condizioni; molti appartenevano alle classi sociali meno agiate, tantissimi di loro erano servi nelle case di padroni benestanti. Come emerge anche in altri brani, gli scrittori del nuovo testamento, ispirati da Dio, non hanno mai incitato i servi alla rivolta, ma hanno puntato a cambiare sia il cuore dei servi che il cuore dei padroni per ottenere una società in cui non ci fossero più padroni e servi ma solo fratelli che avevano ruoli diversi. Lo si percepisce molto bene, ad esempio,  leggendo la piccola  lettera di Paolo a Filemone.

Purtroppo non tutti i padroni erano buoni e ragionevoli, ma vi erano anche quelli  che si comportavano da despoti e maltrattavano i loro servi anche con punizioni immeritate. Se poi un servo manifestava la fede cristiana,  in una società che normalmente era idolatra, rischiava ancora di più di attirare su di sé la malevolenza del padrone.

Cosa dovevano fare i servi cristiani in tal caso? La risposta di Pietro era chiara: rimanere sottomessi e soffrire a causa della propria fede, nonostante l'ingiustizia.

Se ci riflettiamo bene, comprendiamo che non era una situazione facile da accettare. Molti, anche tra le classi sociali più deboli, si erano avvicinati alla fede cristiana attirati dalle meravigliose promesse che Gesù Cristo aveva fatto. Ma era davvero quello il costo da pagare? Bisognava subire anche dei maltrattamenti senza reagire?  Come poteva Dio permettere una cosa simile? Alcuni potevano cominciare a vacillare chiedendosi se essere diventati cristiani fosse stata una buona idea... Era quella la grazia che Dio aveva fatto loro? Dov'era la libertà che era stata promessa loro? Come poteva essere una grazia soffrire in modo ingiusto per motivi di coscienza?

Pietro, per incoraggiare i suoi fratelli a resistere, non poteva fare altro che ricordare loro il meraviglioso esempio di Gesù.  Gesù aveva fatto proprio quell'esperienza, infatti Egli non aveva fatto nulla di male eppure aveva sofferto pazientemente, e lo aveva fatto fino alla morte proprio per amor loro, per salvarli e dare loro vita eterna.  Gesù aveva quindi lasciato un esempio affinché i cristiani seguissero le sue orme.

Pietro fa notare che le sofferenze che si subiscono perché ci si è comportati male, non sono certamente degne di lode. Al contrario soffrire con pazienza pur comportandosi bene, proprio a causa della propria fede, era una grazia davanti a Dio ovvero avrebbe incontrato il favore di Dio.  Dio avrebbe infatti onorato coloro che avrebbero seguito le orme di Gesù, perché a questo essi erano chiamati.

Essi non dovevano quindi vivere la persecuzione come se fosse una punizione da parte di Dio, ma dovevano viverla come un percorso necessario per la m...
Stranieri e pellegrini
Carissimi, io vi esorto, come stranieri e pellegrini, ad astenervi dalle carnali concupiscenze che danno l'assalto contro l'anima,  avendo una buona condotta fra i pagani, affinché laddove sparlano di voi, chiamandovi malfattori, osservino le vostre opere buone e diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà. Siate sottomessi, per amor del Signore, a ogni umana istituzione: al re, come al sovrano; ai governatori, come mandati da lui per punire i malfattori e per dare lode a quelli che fanno il bene. Perché questa è la volontà di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca all'ignoranza degli uomini stolti. Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio. Onorate tutti. Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re.
(1 Pietro 2:11-17 - La Bibbia)



Indice della serie sulle lettere di Pietro




Stranieri e pellegrini:  i cristiani vivevano  in questo mondo in una condizione precaria. Essi erano gente di passaggio, cittadini del regno di Dio, estranei ai costumi della società che li circonda.

Infatti, i pagani, coloro che non conoscevano il Signore ma adoravano altri dèi, erano dediti a pratiche di ogni genere. Basti pensare a quanto fosse comune ad esempio il concetto di prostituzione sacra in molte religioni dell'epoca,  caratterizzate anche da cerimonie magiche  e da ogni sorta di pratiche che Dio detestava.

Pietro esorta quindi i suoi lettori ad astenersi da tutte quelle pratiche immorali che caratterizzavano la religione e la società intorno a loro e che avrebbero rovinato la loro vita. Infatti l'immoralità avrebbe minato la loro comunione con Dio e li avrebbe mantenuti in una misera condizione spirituale.

I credenti dovevano anche avere un comportamento ineccepibile dal punto di vista dell'obbedienza civile. Infatti  una buona condotta avrebbe anche avuto un effetto positivo proprio sui pagani che li circondavano. Pietro era infatti convinto che una buona condotta civile e rispettosa delle autorità avrebbe condotto alla riflessione anche i loro avversari, costringendoli a prendere seriamente in considerazione il messaggio del vangelo.

Quando le umane istituzioni mettono davvero in pratica la giustizia, sono certamente utili per mantenere l'ordine nella società e sono gradite a Dio perché puniscono i malfattori ed onorano chi agisce bene.  Purtroppo però la giustizia umana è imperfetta e molto lontana dalla giustizia di Dio,  e la persecuzione dei cristiani ne era la conferma.  Infatti i cristiani erano perseguitati, erano oggetto di scherno, erano considerati dei malfattori in molti luoghi dell'impero, anche perché proclamandosi seguaci di Gesù Cristo, stavano di fatto onorando un Re che non era Cesare (si veda ad esempio At 17:7).

I cristiani erano quindi visti con sospetto dalle autorità e, proprio per quel motivo, erano costretti ad avere un comportamento nella società ancora più irreprensibile degli altri, perché i loro avversari avrebbero cercato ogni piccola occasione per metterli in difficoltà. Essi dovevano quindi essere sottomessi a ogni umana istituzione, re, sovrani, governatori nella speranza che la loro obbedienza civile  potesse confondere i loro oppositori. Pietro era convinto che, se le autorità avessero fatto il loro dovere, di fronte alle loro opere buone avrebbero dovuto riflettere.  Come potevano considerare i cristiani dei malfattori se essi pagavano le tasse, rispettavano il prossimo, portavano rispetto al re, al sovrano, al governatore? Anche il giudice più iniquo avrebbe dovuto avere un minimo di coscienza e avrebbe dovuto desistere dal condannare persone che non avevano fatto nulla di male...

I cristiani dovevano quindi obbedire alle autorità, non tanto perché queste si comportavano in modo giusto, ma proprio per amore del Signore, per rendere buona testimonianza a Dio con il loro comportamento nel tentativo di convincere anche le autorità a temere Dio e ad assumere un atteggiamento meno iniquo nei loro confron...
Pietre viventi
Sbarazzandovi di ogni cattiveria, di ogni frode, dell'ipocrisia, delle invidie e di ogni maldicenza,  come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono.  Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Infatti si legge nella Scrittura:
«Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chiunque crede in essa non resterà confuso».
Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli increduli «la pietra che i costruttori hanno rigettata
è diventata la pietra angolare,  pietra d'inciampo e sasso di ostacolo».
Essi, essendo disubbidienti, inciampano nella parola; e a questo sono stati anche destinati. Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia.
(1 Pietro 2:1-8 - La Bibbia)



Indice della serie sulle lettere di Pietro




Gesù è la pietra angolare sulla quale tutto l'edificio di Dio è costruito.

Per pietra angolare si intende la prima pietra utilizzata nella costruzione di un edificio, quella che , idealmente, sorregge tutta la costruzione. Qui l'apostolo Pietro sta parlando ovviamente di una costruzione spirituale, il popolo di Dio, la comunità formata da tutti coloro che appartengono a Dio perché hanno riposto in Lui la loro fede e sono riconciliati con Lui attraverso il sacrificio di Gesù Cristo.

Non tutti gli uomini hanno riconosciuto che il Signore ha stabilito Gesù Cristo come pietra vivente, scelta e preziosa, per costruire il suo edificio spirituale, infatti molti in Israele l'avevano rifiutata e molti lo fanno ancora oggi in ogni parte del mondo, non comprendendo la grande salvezza che il Signore ha donato agli esseri umani per mezzo di Gesù Cristo. L'apostolo Pietro però osservò che Dio aveva già previsto  che molti avrebbero rifiutato Gesù,  infatti cita il Salmo 118:22 che dice così: "La pietra che i costruttori avevano disprezzata è divenuta la pietra angolare". Inoltre egli si riferisce anche a Isaia 8:14: "Egli sarà un santuario, ma anche una pietra d'intoppo, un sasso d'inciampo per le due case d'Israele, un laccio e una rete per gli abitanti di Gerusalemme."

I lettori di Pietro non dovevano quindi stupirsi se molti, anche tra gli Ebrei stessi, avevano rifiutato Gesù. Questo non era un concetto facile da accettare e non lo è ancora oggi per molti. Infatti molti affermano che sia impossibile che un Ebreo abbia rifiutato il suo Messia.  In questo brano invece, come abbiamo visto, Pietro sottolineò che la disubbidienza e l'incredulità di molti  era stata già prevista dal Signore nelle scritture dell'antico testamento, proprio in mezzo al popolo di Israele; in tal senso egli afferma che i disubbidienti erano già stati destinati a fare quella fine, erano destinati a inciampare nella parola, ovvero in Gesù.

Ma l'apostolo Pietro non può fare altro che gioire perché nella scrittura era anche previsto che altri avrebbero confidato in quella pietra angolare preziosa:
Perciò così parla il Signore, DIO: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra,
una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire. (Isaia 28:16)
Coloro che hanno riposto la loro fede in Gesù Cristo sono pietre viventi dell'edificio di Dio costruito a partire dalla pietra angolare per essere una casa spirituale! Che splendida notizia!
Si noti che l'apostolo Pietro paragona i discepoli, i figli di Dio,
Una parola vivente
Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore, perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.  Infatti,
«ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della Buona Notizia che vi è stata annunciata.
(1 Pietro 1:22-25 - La Bibbia)



Indice della serie sulle lettere di Pietro




La conversione di una persona produce effetti visibili?

Nella sezione precedente Pietro aveva stimolato i credenti ad avere un atteggiamento di riverenza e ubbidienza verso Dio  stimolati dalla riconoscenza per la grande salvezza ricevuta in Gesù Cristo, un atteggiamento che dovrebbe essere favorito dalla presenza dello Spirito Santo nella vita del cristiano.

D'altra parte, quando Dio purifica le nostre vite attraverso la rigenerazione, attraverso l'opera dello Spirito Santo nelle nostre vite, è logico aspettarsi che ci siano degli effetti concreti e visibili.

Uno dei primi effetti della presenza dell'unico vero Dio nella vita di una persona, è l'amore sincero verso i fratelli e le sorelle in fede: "Amatevi intensamente a vicenda di vero cuore". 

Si noti l'insistenza di Pietro sul ruolo della parola di Dio nel processo di conversione, simile ad un seme che penetra nel cuore, germoglia e porta un frutto. Pietro insistette su questo punto perché la divina origine della parola di Dio e il suo carattere permanente è una garanzia del fatto che la nuova vita nel cuore del credente non sia solo frutto di uno sforzo umano! Una vera conversione è frutto dell'opera di Dio e della sua parola nel cuore dell'uomo, non una semplice adesione formale e intellettuale ad una religione!  Come già visto in precedenza i cristiani possono essere dei figli obbedienti (1 Pietro 1:14) non tanto perché sono delle brave persone che si sforzano di compiere opere buone ma proprio perché in loro è stata seminata la parola di Dio, un seme incorruttibile, un seme che non è soggetto a degrado o cambiamento ma è permanente e produce buoni frutti.

La parola di Dio è quindi una parola vivente, non solo un insieme di precetti ma una parola che ha in sé la capacità di produrre  una nuova vita nel cuore dell'uomo. Proprio in virtù della nuova vita che procede da Dio, i credenti hanno ricevuto la dignità di essere chiamati "Figli di Dio" e possono rivolgersi a Dio come loro Padre! (vedi 1 Gv 3:1)

A sostegno delle proprie affermazioni, Pietro fece riferimento ad un concetto descritto in Isaia:
Una voce dice: «Grida!» E si risponde: «Che griderò?» «Grida che ogni carne è come l'erba
e che tutta la sua grazia è come il fiore del campo.  L'erba si secca, il fiore appassisce
quando il soffio del SIGNORE vi passa sopra; certo, il popolo è come l'erba.
L'erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre». (Isaia 40:6-8)
In questo modo Pietro applica  l'annuncio fatto ai tempi di Isaia ai suoi lettori. Tale annuncio era inserito in un contesto profetico in cui Israele doveva prepararsi ad incontrare il Messia (Is 40:3).  Queste parole parlano della fragilità e della temporaneità della vita umana in contrapposizione al carattere permanente della parola di Dio.  Ma Pietro evidenzia che ora quella parola vivente e permanente era stata seminata nel loro cuore attraverso  l'annuncio del vangelo, della buona notizia inerente Gesù Cristo. Di conseguenza ciò che era temporaneo lascia spazio a ciò che è eterno. Attraverso la rigenerazione, la nuova nascita, il Signore dona vita eterna all'uomo!

La comunità dei discepoli di Gesù è quindi formata da persone che hanno ricevuto vita eterna attraverso il seme della parola di Dio in loro e il primo effetto è proprio l'amore fraterno che si manifesta tra di loro. Come si manifesta questo amore fraterno?
Una salvezza preziosa
Perciò, dopo aver predisposto la vostra mente all'azione, state sobri, e abbiate piena speranza nella grazia che vi sarà recata al momento della rivelazione di Gesù Cristo. Come figli ubbidienti, non conformatevi alle passioni del tempo passato, quando eravate nell'ignoranza; ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta, poiché sta scritto: «Siate santi, perché io sono santo». E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;  sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri, ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.  Già designato prima della fondazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;  per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio.
(1 Pietro 1:13-21 - La Bibbia)



Indice della serie sulle lettere di Pietro




È normale essere riconoscenti verso qualcuno che ci ha fatto del bene.  A maggior ragione, se pensiamo alla grandezza di ciò che Gesù ha fatto per noi ci troviamo di fronte ad un gesto per il quale non saremo mai abbastanza riconoscenti.

Alla luce della grande salvezza ricevuta, di cui Pietro ha già parlato in precedenza, il credente dovrebbe essere sobrio, dovrebbe avere una mente lucida che gli permetta di apprezzare ciò che Dio ha fatto per lui attraverso Gesù e la grande speranza che Dio gli ha riservato e che sarà rivelata pienamente quando Gesù tornerà. La riconoscenza verso il Signore per ciò che Lui ha fatto nel passato e la grande speranza per ciò che lo attende in futuro dovrebbe rendere il credente pronto a vivere, nel presente, una vita consacrata a Dio.

Dio è santo e si aspetta santità dai suoi figli.  Purtroppo molti di noi hanno un concetto molto astratto di "santità" o comunque pensano che sia qualcosa che appartenga a pochi. Ma la parola "santo" ha a che vedere con l'essere dedicato, separato, messo a parte per uno scopo specifico ed è una esortazione rivolta a tutti coloro che ripongono la loro fede in Dio. Dio è il Santo per eccellenza, Colui che non conosce il male,  non conosce il peccato, colui che si distingue da ogni creatura nel cielo e sulla terra. Allo stesso modo,  tutti i figli di Dio, tutti  coloro che lo chiamano Padre, dovrebbero vivere per quanto è possibile una vita diversa da tutti gli altri, speciale, dedicata a Dio. Ovviamente un essere umano non potrà mai essere infallibile o senza peccato come Dio, ma può imitare il suo Padre celeste, comportandosi con il giusto timore, con la giusta riverenza nei suoi confronti, sapendo che Dio è il Giusto giudice che giudica senza favoritismi. Questo santo timore porta il credente ad ubbidire al Signore, ad onorarlo con la propria vita, cercando di riflettere il più possibile la vita di Cristo in lui. Questo è possibile proprio attraverso la presenza dello Spirito di Dio nel credente.

Secondo Pietro, il credente dovrebbe vivere una vita che onori il Signore proprio per riconoscenza e amore verso Gesù Cristo e per ciò che lui ha fatto! Infatti il credente deve ricordarsi che la salvezza, che gli è stata offerta gratuitamente, ha avuto comunque un prezzo elevato!

Tutto l’oro e l’argento di questo mondo non sarebbero bastati a pagare il nostro debito con Dio, ma Gesù ci ha riscattati offrendo il suo prezioso sangue, ovvero la sua vita come prezzo di riscatto.  Il piano di Dio per la salvezza dell'uomo non è un piano improvvisato, infatti Gesù è stato designato prima della creazione del mondo per svolgere questo compito per poi manifestarsi in un momento preciso della storia.

Ai tempi di Mosè, nella notte in cui morirono tutti i primogeniti in Egitto e gli Israeliti uscirono dal paese,
Esultiamo nella salvezza!
Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell'oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo. Benché non l'abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime.
Intorno a questa salvezza indagarono e fecero ricerche i profeti, che profetizzarono sulla grazia a voi destinata.  Essi cercavano di sapere l'epoca e le circostanze cui faceva riferimento lo Spirito di Cristo che era in loro, quando anticipatamente testimoniava delle sofferenze di Cristo e delle glorie che dovevano seguirle.  E fu loro rivelato che non per se stessi, ma per voi, amministravano quelle cose che ora vi sono state annunciate da coloro che vi hanno predicato il vangelo, mediante lo Spirito Santo inviato dal cielo: cose nelle quali gli angeli bramano penetrare con i loro sguardi.
(1 Pietro 1:6-12 - La Bibbia)



Indice della serie sulle lettere di Pietro




Colui che ha conosciuto la salvezza di Dio in Gesù Cristo ha buoni motivi per esultare anche nelle prove. Le prove non sono piacevoli eppure sono necessarie, così come è necessario che l'oro passi attraverso il fuoco per essere purificato dalle scorie.

Prima o poi affronteremo una malattia o sopporteremo la morte di un nostro caro o perderemo il posto di lavoro, o saremo perseguitati per la fede. Non è vero che essere cristiani ci mette al riparo dalla sofferenza, infatti c’è tanta sofferenza nel mondo, anche per i cristiani.

I credenti del primo secolo a cui si rivolge la prima epistola di Pietro, in particolare, erano perseguitati. Molti di loro avevano visto amici o parenti uccisi o torturati per la propria fede. Lo stesso accade oggi in molti paesi del mondo dove dire di essere un cristiano significa mettere a repentaglio la propria vita o comunque prepararsi a soffrire molto.

Pietro voleva che i suoi destinatari non si scoraggiassero ma, nonostante le prove, fossero confermati nella loro fede. Infatti i discepoli di Gesù potevano e possono esultare in virtù di ciò che Gesù ha fatto per loro  e in virtù dell'eredità che li aspetta, di cui Pietro aveva parlato nei primi versetti della lettera.

Essi dovevano affrontare le difficoltà sapendo che la sofferenza è spesso il mezzo con cui la fede viene messa alla prova per uscirne ancora più forte di prima, proprio come l’oro viene affinato quando passa attraverso il fuoco.  Secondo Pietro, attraverso le prove, la fede si affina in vista dell’incontro con il nostro salvatore Gesù Cristo. Anche nella lettera di Giacomo troviamo un pensiero analogo:

"Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate, sapendo che la prova della vostra fede produce costanza. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti." (Gc 1:2-4)

Si noti anche che le prove sono sempre limitate nel tempo, e per quanto possano essere estese sono sempre un "breve tempo" quando le si paragona all'eternità!

Quanto cambia la nostra prospettiva quando vediamo le prove in questo modo! Ovviamente nessuno cerca la sofferenza volontariamente, ma quando la sofferenza entra a far parte della nostra vita almeno possiamo essere consolati e gioiosi ricordando che, come l’oro, stiamo passando attraverso il fuoco per uscirne molto più affinati, sempre più costanti, più completi, più rafforzati nella fede, pronti ad incontrare il nostro Signore.

Anche se non lo vedono con i loro occhi, i credenti amano il Signore Gesù ed esultano di una gioia ineffabile e gloriosa, una gioia che non può essere compresa da coloro che non conoscono Dio. Essi infatti sanno che otterranno ciò che il Signore ha promesso loro, l'obiettivo della loro fede: la salvezza.

Una eredità incorruttibile
Pietro, apostolo di Gesù Cristo, agli eletti che vivono come forestieri dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell'Asia e nella Bitinia, eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, a ubbidire e a essere cosparsi del sangue di Gesù Cristo: grazia e pace vi siano moltiplicate. Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi.
(1 Pietro 1:1-6 - La Bibbia)



Indice della serie sulle lettere di Pietro




La prima lettera di Pietro è stata  scritta soprattutto per incoraggiare i credenti a perseverare nella fede anche nella sofferenza, in particolare quella causata dalla persecuzione.

La sofferenza poteva creare dei dubbi nei credenti. "Se abbiamo fede in Dio, perché ci succede questo? Dio non dovrebbe proteggerci?" Queste sono le tipiche domande che potrebbe farsi anche oggi un credente che soffre nonostante la sua fedeltà verso il Signore.

La lettera è indirizzata a persone che vivevano come stranieri in località che appartenevano all'Asia minore. Anche se la parola diàspora o dispersione è normalmente un termine associato ai Giudei che vivevano fuori da Israele, dai contenuti della lettera si pensa che essa sia indirizzata, non solo a giudei, ma a credenti di ogni nazionalità che vivevano come dispersi e come forestieri perché vivevano in mezzo a una popolazione di increduli e spesso venivano perseguitati e oppressi. Essi vivevano in questo mondo come stranieri e pellegrini (vedi 1 Pietro 2:11).

L'apostolo si rivolge ai suoi destinatari chiamandoli eletti, ovvero "scelti". È un'espressione che troviamo molte volte nel nuovo testamento per riferirsi ai credenti come coloro che sono stati scelti da Dio per appartenergli, per essere suo popolo. Essi sono coloro che hanno riposto la loro fede in Gesù. A questo proposito si noti che nel versetto 2  troviamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, coinvolti nella salvezza. Il Padre, nella sua prescienza, nella sua predeterminazione,  già prima della fondazione del mondo, come Pietro scrive in 1Pietro 1:20, aveva stabilito il modo in cui i suoi eletti sarebbero stati salvati. Essi sarebbero stati santificati, quindi messi da parte per appartenergli, attraverso lo Spirito Santo che avrebbe agito in loro trasformando le loro vite affinché essi potessero ubbidire a Dio. Inoltre essi sarebbero stati cosparsi del sangue del Figlio, ovvero avrebbero goduto dei benefici derivanti dal sacrificio di Gesù Cristo per loro.

L'apostolo salutò i suoi destinatari con la tipica espressione "Grazia e pace vi siano moltiplicate".  Ma quale pace? Quale grazia? Alcuni di loro stavano soffrendo proprio da quando erano diventati credenti. A maggior ragione l'apostolo voleva confermarli nella loro fede. Essi erano oggetto della grazia di Dio e avrebbero goduto della pace che solo lui può donare e, nonostante le difficoltà, nonostante la loro condizione di pellegrini in terra straniera, i cristiani potevano gioire perché essi, e non coloro che li perseguitavano, erano quelli che Dio aveva scelto. A dispetto delle apparenze, coloro che sembravano gli individui più deboli nella società erano invece proprio quelli che Dio approvava!

Pietro sapeva che, nella sofferenza e nella persecuzione, era bene ricordarsi ciò che Dio aveva fatto. Pertanto egli benedice  il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua misericordia aveva fatto grandi cose per tutti loro.

Innanzitutto, nella sua grande misericordia, li aveva fatti rinascere, dando loro nuova vita e una nuova speranza. Infatti gli uomini potevano anche far loro del male ma nessuno poteva privarli della loro eredità.
In missione
Or Gesù, essendo risuscitato la mattina del primo giorno della settimana, apparve prima a Maria Maddalena, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a coloro che erano stati con lui, i quali facevano cordoglio e piangevano. Essi, udito che egli viveva ed era stato visto da lei, non lo credettero.
Dopo questo, apparve in modo diverso a due di loro che erano in cammino verso i campi; e questi andarono ad annunciarlo agli altri; ma neppure a quelli credettero.
Poi apparve agli undici mentre erano a tavola e li rimproverò della loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che l'avevano visto risuscitato. E disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato. Questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel nome mio scacceranno i demòni; parleranno in lingue nuove; prenderanno in mano dei serpenti; anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male; imporranno le mani agli ammalati ed essi guariranno».
Il Signore Gesù dunque, dopo aver loro parlato, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. E quelli se ne andarono a predicare dappertutto e il Signore operava con loro confermando la Parola con i segni che l'accompagnavano.
(Marco 16:9-20 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco
Cosa accadde dopo la risurrezione di Gesù?

Mettendo insieme tutti e quattro i vangeli sappiamo che Gesù passò del tempo con i discepoli prima della sua ascensione e sappiamo che lasciò loro un incarico molto importante, quello di proseguire la predicazione del regno di Dio, confermando che il Re era venuto, era morto e risorto per i peccati dell'umanità e soprattutto un giorno sarebbe tornato!

È noto che questa parte finale del vangelo di Marco ha sempre suscitato perplessità tra gli studiosi perché non sembra inserirsi in modo coerente nel flusso del racconto. D'altra parte si tratta di un brano che manca nei più antichi e migliori manoscritti ed esiste in numerose varianti, quindi molti sospettano che la parte finale del vangelo sia andata persa e  poi conclusa con i versi 9-20 da qualche scriba.

Tuttavia, le informazioni che vi troviamo, se viste nella giusta luce,  sono una conferma di ciò che leggiamo negli altri vangeli e nel libro degli Atti.

Innanzitutto,  troviamo la conferma dell'incredulità dei discepoli quando Maria Maddalena, così come le altre donne, annunciarono loro la risurrezione (vedi Lc 24:11). Anche nella sua conclusione il vangelo ci ricorda l'incredulità che aveva sempre caratterizzato i discepoli mentre Gesù era con loro. Era davvero difficile per loro credere che Gesù fosse davvero risorto perché ciò esulava dalla loro comprensione delle scritture. Essi al più si aspettavano la risurrezione dei giusti alla fine dei tempi ma non avevano compreso che Gesù sarebbe risorto subito, anche se Egli lo aveva detto. Essi non credettero neppure quando due di loro, di ritorno dai campi, andarono ad annunciare loro che Gesù era apparso loro. Questo potrebbe essere un riferimento ai due discepoli sulla via di Emmaus narrato in Luca 23:13-33.

Gesù stigmatizzò proprio la loro incredulità quando apparve agli undici. Questo è confermato dal brano parallelo di Luca:
 Ora, mentre essi parlavano di queste cose, Gesù stesso comparve in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!»
Ma essi, sconvolti e atterriti, pensavano di vedere uno spirito. Ed egli disse loro:
«Perché siete turbati? E perché sorgono dubbi nel vostro cuore? (Luca 24:36-38)
Tuttavia, nonostante tutta l'incredulità dei discepoli, Gesù diede loro l'incarico importante di essere suoi ambasciatori in tutto il mondo.  Quanto amore egli ha avuto nei loro confronti! Egli conosceva le loro debolezze, e anche le nostre, ma sapeva che, potenziati dallo Spirito Santo, sarebbero comunque diventati dei formidabili testimoni del regno di Dio.
Egli è risorto!
Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù. La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole. E dicevano tra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall'apertura del sepolcro?» Ma, alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate. Ma egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l'avevano messo. Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto». Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura.
(Marco 16:1-8 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Le prime testimoni della risurrezione di Gesù furono delle donne.
L'evangelista aveva introdotto in precedenza Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome (Mc 15:40,47) per indicare che avevano seguito la crocifissione ma anche la sepoltura di Gesù, quindi erano certe di trovare il corpo di Gesù nella tomba quella mattina. Esse aspettarono fino al primo giorno della settimana, il primo giorno lavorativo dopo la festa, per andare alla tomba con lo scopo di ungere con aromi il corpo di Gesù, come si usava fare. Teniamo presente che, secondo il vangelo di Giovanni, Giuseppe d'Arimatea coadiuvato da Nicodemo, un altro discepolo fariseo e membro del sinedrio, avevano già unto il corpo di Gesù (Gv 19:40), ma evidentemente quelle donne sentivano ancora il bisogno di mostrare in quel modo il loro affetto verso il maestro ormai defunto.
Chiaramente esse sapevano che spostare la pietra di un sepolcro non era un lavoro semplice e speravano che qualcuno potesse farlo per loro. Esse non sapevano che il Signore stesso aveva già rotolato la pietra!

Dai loro discorsi ci rendiamo conto che esse non avevano nemmeno pensato di non poter trovare Gesù nella tomba. Questo ci conferma che i discepoli, nonostante ciò che Gesù aveva detto loro, non avevano mai compreso davvero la questione della risurrezione.

Quel giorno però la pietra era già stata rotolata da Dio stesso! E' comprensibile che esse fossero spaventate nel vedere un giovane con una veste bianca seduto dentro il sepolcro. Voi non vi sareste spaventati? Il testo non ci dice chi era il giovane che videro ma dagli altri vangeli abbiamo evidenza del fatto che si trattasse di un angelo.

Il messaggio dell'angelo era molto chiaro: Gesù è risorto! Non cercatelo qui perché come egli vi aveva detto presto vi precederà in Galilea dove lo incontrerete. Notiamo che, nel riferirsi ai discepoli a cui le donne avrebbero dovuto dare l'annuncio, l'angelo citò espressamente il nome di Pietro.  Il Signore sapeva infatti che Pietro era proprio, tra i discepoli, colui che aveva più bisogno di ricevere quella buona notizia, dopo il suo rinnegamento.  Chissà quanti rimorsi aveva avuto Pietro in quei giorni pensando a ciò che aveva fatto, ma ora il Signore attraverso l'angelo voleva rassicurarlo, infatti egli non doveva pensare di aver commesso un peccato imperdonabile perché la buona notizia della risurrezione era anche per lui!

Prima di andare ad avvisare i discepoli, dopo essere scappate, quelle donne si presero un po' di tempo per riprendersi dallo spavento e non dissero nulla a nessuno. D'altra parte è comprensibile che fossero titubanti... Chi avrebbe creduto loro? Esse sapevano che la loro testimonianza sarebbe stata tenuta in poco conto dagli altri. In effetti dal brano parallelo di Luca apprendiamo che inizialmente andò proprio così: "Quelle parole sembrarono loro un vaneggiare e non prestarono fede alle donne." (Lc 23:40)

All'epoca, nella società giudaica, una donna, sotto l'aspetto giuridico,
I discepoli che non se ne vanno
Vi erano pure delle donne che guardavano da lontano. Tra di loro vi erano anche Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e di Iose, e Salome, che lo seguivano e lo servivano da quando egli era in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. Essendo già sera (poiché era la Preparazione, cioè la vigilia del sabato), venne Giuseppe d'Arimatea, illustre membro del Consiglio, il quale aspettava anch'egli il regno di Dio; e, fattosi coraggio, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto; e dopo aver chiamato il centurione, gli domandò se Gesù era morto da molto tempo; avutane conferma dal centurione, diede il corpo a Giuseppe. Questi comprò un lenzuolo e, tratto Gesù giù dalla croce, lo avvolse nel panno, lo pose in una tomba scavata nella roccia; poi rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.  E Maria Maddalena e Maria, madre di Iose, stavano a guardare il luogo dov'era stato messo.
(Marco 15:40-47 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




In un momento in cui tutti avevano abbandonato Gesù, c'erano delle donne che avevano cercato di stare il più possibile vicino a lui fino al momento della sua morte. Come vedremo, le donne citate qui da Marco diventeranno addirittura protagoniste nella parte finale del vangelo come testimoni della risurrezione.

Adesso che Gesù era morto, Marco sottolinea che vicino a lui non ci sono più i suoi apostoli più amati ma quelle donne che guardano verso la croce. Inoltre colui che andrà a reclamare il suo corpo per seppellirlo è addirittura un  discepolo che non ti saresti mai aspettato: Giuseppe d'Arimatea, illustre membro del consiglio.

Così apprendiamo che in mezzo a tanti uomini di potere che avevano condannato Gesù a morte ce n'era anche qualcuno che invece aveva creduto in lui.  Giuseppe d'Arimatea viene descritto come uno che aspettava il regno di Dio e, evidentemente, aveva creduto che Gesù potesse davvero essere il Messia.  Se così non fosse stato, non si sarebbe certamente fatto avanti per reclamare il corpo di Gesù. Infatti Marco sottolinea che egli dovette farsi coraggio per presentarsi davanti a Pilato.

Se consideriamo le motivazioni politiche per cui Gesù era stato crocifisso come sedicente re dei Giudei, comprendiamo che Giuseppe d'Arimatea si stava esponendo al rischio di essere considerato ribelle verso Roma, inoltre si stava esponendo al disprezzo da parte degli altri membri del consiglio che avevano condannato Gesù. Giuseppe d'Arimatea come membro del consiglio aveva seguito il processo di Gesù e l'evangelista Luca ci dice che egli non aveva dato il suo voto a favore della condanna (Luca 23:51);  quindi egli era già noto agli altri membri del consiglio per essere stato in qualche modo dalla parte di Gesù e ora rischiava di aggravare la sua posizione perché sarebbe certamente stato identificato come suo discepolo.

Il coraggio di Giuseppe d'Arimatea diventa particolarmente evidente se consideriamo che, poche ore prima, lo stesso Pietro aveva addirittura negato di conoscere Gesù per paura di essere denunciato come ribelle.

Cosa spinse Giuseppe d'Arimatea ad agire in quel modo? Consideriamo anche che, seppellendo Gesù egli, secondo la legge ebraica, sarebbe stato ritualmente impuro fino alla sera e non avrebbe potuto partecipare pienamente alle attività previste per il sabato. Normalmente una persona avrebbe fatto un gesto simile solo per un proprio parente...

Evidentemente quell'uomo doveva davvero aver amato Gesù. Il sabato si avvicinava e Giuseppe d'Arimatea  voleva che Gesù  avesse una degna sepoltura. Era un modo per mostrare il suo affetto verso Gesù. Infatti se nessuno si fosse fatto avanti, Gesù sarebbe probabilmente stato gettato in una fossa comune, come accadeva ai condannati di cui nessuno reclamava il corpo.

Come sappiamo Gesù era morto verso le 15, dopo sei ore di agonia. A noi possono sembrare molte ma Pilato si meravigliò che fosse già morto per...
Era Figlio di Dio!
Venuta l'ora sesta, si fecero tenebre su tutto il paese, fino all'ora nona. All'ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì lamà sabactàni?» che, tradotto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Chiama Elia!» Uno di loro corse e, dopo aver inzuppato d'aceto una spugna, la pose in cima a una canna e gli diede da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere».
Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito.
E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo.
E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Veramente, quest'uomo era Figlio di Dio!»
(Marco 15:33-39 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Gesù era stato crocifisso verso le 9 di mattina (l'ora terza) e verso le 12 (ora sesta) si fecero tenebre su tutto il paese per le successive tre ore. Verso le 15 (ora nona) Gesù gridò: «Eloì, Eloì lamà sabactàni?» , ovvero «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

Un lettore distratto potrebbe pensare che Gesù gridò la prima cosa che gli venne in mente, quasi in preda alla disperazione.

Ma chi conosce le scritture si rende conto che Gesù sta evocando l'inizio del salmo 22.  Non si trattò certamente di una scelta casuale. 

Abbiamo già visto che diversi riferimenti al salmo 22 hanno caratterizzato quella giornata: la spartizione delle vesti di Gesù (salmo 22:18), il disprezzo e lo scherno di coloro che gli stavano intorno (salmo 22:7-8).

Ora Gesù stesso evoca l'inizio di quel salmo. Perché? Perché citando l'inizio del salmo egli stava rievocando l'intero testo del salmo, un testo che descrive non solo tutta la sofferenza  del Messia ma, soprattutto, la sua vittoria!

Infatti la prima parte di quel salmo (salmo 22:1-21), proprio a partire dalla frase "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" descrive una sofferenza spirituale, di un condannato a morte che chiede a aiuto a Dio ma non riceve risposta (salmo 22:1-5),  poi descrive il tormento dell'anima sua per il disprezzo delle persone intorno e l'abbandono da parte di tutti (salmo 22:6-11) , infine descrive la sofferenza fisica, le ossa slogate, il cuore che cede, la bocca asciutta con la lingua che si attacca al palato, le mani e i piedi forati, l'avvicinarsi della morte, la spartizione delle vesti (salmo 22:12-18). Poi verso la fine della prima parte c'è un ultima richiesta di aiuto rivolta al Signore (salmo 22:19-22).

Il contesto della prima parte del salmo sembra adattarsi molto bene alla situazione di Gesù sulla croce.  «Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere». La reazione dei presenti che lo scherniscono pensando che stesse chiamando Elia, senza che se ne rendano conto, contribuisce ulteriormente a richiamare il disprezzo della folla descritto nel salmo.

Il salmo però non finisce lì. C'è una seconda parte  completamente diversa in cui tutta la sofferenza descritta nella prima parte sembra improvvisamente scomparire e sostanzialmente c'è una preghiera di lode e ringraziamento a Dio che "non ha disprezzato né sdegnato l'afflizione del sofferente, non gli ha nascosto il suo volto; ma quando quello ha gridato a lui, egli l'ha esaudito." (Salmo 22:24).  Il salmista sente quindi il bisogno di condividere con gli altri la vittoria, la liberazione ottenuta, raccomandando a tutti di confidare in Dio, di ricordarsi del Signore, di continuare a raccontare alle generazioni seguenti come egli ha agito (Salmo 22:22-31).

Cosa accade tra la prima e la seconda parte del salmo? Come avviene la liberazione di colui che sembrava in punto di morte? Il salmo non risponde a questa domanda, ma noi oggi lo sappiamo, come vedremo.

"Tutto è compiuto" disse Gesù a quel punto secondo il brano parallelo di Gv 19:30, dopodiché egli rese lo spirito. Sì, quel giorno il condannato a morte morì, ma questo non significa che Dio non abbia risposto alla sua richiesta d'aiuto. Infatti,
Il Re che non ti aspetti
Allora i soldati lo condussero nel cortile interno, cioè dentro il pretorio, e radunarono tutta la coorte. Lo vestirono di porpora e, dopo aver intrecciata una corona di spine, gliela misero sul capo, e cominciarono a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!»  E gli percotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, mettendosi in ginocchio, si prostravano davanti a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora, lo rivestirono delle sue vesti e lo condussero fuori per crocifiggerlo. Costrinsero a portare la croce di lui un certo Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che passava di là, tornando dai campi.  E condussero Gesù al luogo detto Golgota che, tradotto, vuol dire «luogo del teschio». Gli diedero da bere del vino mescolato con mirra; ma non ne prese.  Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirandole a sorte per sapere quello che ciascuno dovesse prendere.  Era l'ora terza quando lo crocifissero.  L'iscrizione indicante il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero due ladroni, uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra.  [E si adempì la Scrittura che dice: «Egli è stato contato fra i malfattori».] Quelli che passavano lì vicino lo insultavano, scotendo il capo e dicendo: «Eh, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso e scendi giù dalla croce!» Allo stesso modo anche i capi dei sacerdoti con gli scribi, beffandosi, dicevano l'uno all'altro: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso.  Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!» Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
(Marco 15:16-32 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Il Re dei Giudei, il Messia, il discendente di Davide, che doveva regnare per sempre, era sempre stato nell'immaginario giudaico un uomo forte e vittorioso.

Anche per questo i soldati romani provarono particolare gusto nell'umiliare Gesù. Le corone di spine, gli sputi, le percosse, le frasi per schernirlo erano tutte connesse a quell'appelativo di "Re dei Giudei" che stuzzicava le loro fantasie.   Era un modo per sottolineare la forza di Roma ed evidenziare che fine facevano coloro che vi si opponevano. Quell'uomo così debole ai loro occhi era il re dei Giudei?   Allora Roma poteva dormire sogni tranquilli...

I romani lasciavano che i condannati a morte portassero la parte superiore della propria croce fino al luogo in cui sarebbero stati crocifissi.  Ma, dopo la notte insonne e il duro trattamento ricevuto, Gesù era in difficoltà nel sostenere uno sforzo simile. I soldati se ne accorsero e scelsero un passante, Simone di Cirene, per portare la croce di Gesù.

Così arrivarono al luogo chiamato "golgota", ovvero "teschio", un nome che potrebbe essere dovuto alla sua forma tondeggiante che ricorda un teschio ma anche all'utilizzo che i Romani ne facevano per le esecuzioni. Certamente il nome contribuiva a conferire a quel luogo un aspetto sinistro.

Il vino mescolato con mirra aveva un effetto stordente e poteva in qualche modo contribuire a mitigare le sofferenze ma Gesù lo rifiutò. Scelse invece di rimanere lucido. Egli aveva un altra bevanda da bere... Qualche ora prima aveva pregato il Padre di allontanare da lui quel calice, ma per fare la volontà del Padre ora era deciso a berlo fino in fondo (Gv 14:36).

Era la terza ora del giorno quando crocifissero Gesù, ovvero circa le 9 del mattino secondo il nostro modo di indicare l'orario. Nel momento della crocifissione di Gesù si realizzarono diversi eventi che trovavano riscontro nel salmo 22. Marco ce ne ricorda alcuni, mentre altri sono indicati negli altri vangeli. Quel salmo sembra proprio profetizzare la sofferenza del Messia  e il disprezzo di coloro che gli stavano intorno, seguiti dalla sua vittoria nella seconda parte del salmo. In particolare ad un certo punto del salmo è scritto:
spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tun...
Il re e il criminale
La mattina presto, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, tenuto consiglio, legarono Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato.
Pilato gli domandò: «Sei tu il re dei Giudei?» Gesù gli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose; e Pilato di nuovo lo interrogò dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!»  Ma Gesù non rispose più nulla; e Pilato se ne meravigliava. Ogni festa di Pasqua Pilato liberava loro un carcerato, quello che la folla domandava.  Vi era allora in prigione un tale, chiamato Barabba, insieme ad alcuni ribelli, i quali avevano commesso un omicidio durante una rivolta. La folla, dopo essere salita da Pilato, cominciò a chiedergli che facesse come sempre aveva loro fatto. E Pilato rispose loro: «Volete che io vi liberi il re dei Giudei?» Perché sapeva che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla a chiedere che piuttosto liberasse loro Barabba. Pilato si rivolse di nuovo a loro, dicendo: «Che farò dunque di colui che voi chiamate il re dei Giudei?»  Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!» Pilato disse loro: «Ma che male ha fatto?» Ma essi gridarono più forte che mai: «Crocifiggilo!» Pilato, volendo soddisfare la folla, liberò loro Barabba; e consegnò Gesù, dopo averlo flagellato, perché fosse crocifisso.
(Marco 15:1-15 - La Bibbia)


Indice della serie sul vangelo di Marco




Il Re dei Giudei: non è un caso che questo appellativo riferito a Gesù si ripeta molte volte in questo capitolo del vangelo di Marco.

Pilato non avrebbe applicato la pena di morte per questioni religiose di poco conto. Ma qui l'accusa era politica ed era particolarmente grave. Roma non vedeva bene chi se ne andava in giro a dire di essere un Re. Anche se non c'era evidenza che Gesù stesse organizzando una rivolta, si trattava comunque di un'accusa che Pilato, nella sua posizione, doveva prendere molto sul serio.

Per questo motivo la conversazione tra PIlato e Gesù ruotò intorno a questo concetto: «Sei tu il re dei Giudei?»

Di fronte a questa domanda diretta, come era accaduto di fronte al sommo sacerdote, Gesù non poteva fare altro che confermare: «Tu lo dici». Ma Gesù non era il Re che Pilato si sarebbe aspettato. Non aveva l'atteggiamento di un rivoltoso, non minacciava, non rispondeva alle numerose accuse, anzi rimaneva muto di fronte alle ulteriori domande di Pilato.

Gesù aveva scelto la strada tracciata in Isaia 53:
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l'agnello condotto al mattatoio,
come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca. (Is 53:7)
Pilato ne rimase meravigliato. Qualcosa non tornava... Quel Gesù tutto sembrava fuorché una minaccia politica per Roma. Pilato capì che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato più per invidia, probabilmente legata e questioni inerenti la religione, che per reali motivazioni politiche.

A quel punto Pilato avrebbe preferito liberarlo, ma non voleva farsi nemici coloro che glielo avevano consegnato. Da politico navigato qual era, pensò che avrebbe potuto liberarlo approfittando della consuetudine secondo cui ad ogni festa di Pasqua liberava un carcerato. Così nessuno avrebbe potuto accusarlo.  D'altra parte, pensava che la folla ne avrebbe gradito la liberazione, anche perché, facendo leva sul sentimento nazionalistico degli Israeliti,  lo stava presentando proprio come "il Re dei Giudei". Avrebbero forse permesso che il loro Re fosse condannato?

Ma, con sorpresa di Pilato,  i capi dei sacerdoti spinsero la folla a chiedere la liberazione di un altro carcerato, Barabba, un vero rivoltoso che aveva commesso un omicidio durante una rivolta. Fu una scelta che denota una linea precisa: un criminale come Barabba era più utile nella lotta contro l'invasore romano piuttosto che Gesù, uno che diceva di essere il Messia, il Re dei Giudei, eppure non stava facendo  apparentemente nulla di utile per libera...
Pianto amaro
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle serve del sommo sacerdote; e, veduto Pietro che si scaldava, lo guardò bene in viso e disse: «Anche tu eri con Gesù Nazareno». Ma egli negò dicendo: «Non so, né capisco quello che tu dici». Poi andò fuori nell'atrio e il gallo cantò. La serva, vedutolo, cominciò di nuovo a dire ai presenti: «Costui è uno di quelli». Ma lui lo negò di nuovo. E ancora, poco dopo, coloro che erano lì dicevano a Pietro: «Certamente tu sei uno di quelli, anche perché sei Galileo». Ma egli prese a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, il gallo cantò. Allora Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detta: «Prima che il gallo abbia cantato due volte, tu mi rinnegherai tre volte». E si abbandonò al pianto.
(Marco 14:66-72 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Mentre Gesù affrontava il sommo sacerdote e il sinedrio, Pietro si trovava nel cortile del sommo sacerdote, e si scaldava al fuoco in mezzo alle guardie (Marco 14:54).

Il fatto che Pietro si trovasse lì, dimostra sicuramente il grande affetto che aveva per il suo maestro. Mentre gli altri discepoli si erano già dispersi Pietro, pur tenendosi a distanza, aveva seguito Gesù per vedere come sarebbe andata a finire. Probabilmente sperava ancora che potessero rilasciarlo. Ma, mentre Gesù affrontava con coraggio i suoi accusatori, anche Pietro si trovò improvvisamente ad affrontare un interrogatorio, accusato da più persone di far parte della cerchia dei seguaci di Gesù.

Colto alla sprovvista Pietro cominciò a negare, prendendo le distanze dal proprio maestro.  Uscendo fuori nell'atrio forse sperava che l'argomento cadesse nel vuoto. Ma le accuse si fecero ancora più incalzanti ed egli continuò a negare: "Non conosco quell'uomo di cui parlate".

Poche ore prima Pietro aveva dichiarato di essere pronto a morire con Gesù (Mc 14:31) ma Gesù gli aveva detto che egli lo avrebbe rinnegato tre volte entro il secondo canto mattutino del gallo (Mc 14:30).

Quella notte erano successe tante cose e Pietro fino a quel momento non aveva neanche più pensato alle promesse che aveva fatto a Gesù e a ciò che il maestro gli aveva risposto. Ma quando udì il gallo cantare per la seconda volta, si ricordò delle parole di Gesù e cominciò a piangere.

Povero Pietro!  Lo immagino mentre si abbandonava a quel pianto amaro. Dovette sentirsi un vigliacco. Aveva fatto lo spaccone di fronte agli altri discepoli e poi aveva addirittura usato la spada per difendere Gesù poche ore prima. Ma ora il suo coraggio sembrava svanito.

Pietro amava Gesù e , proprio per questo,  quel pianto fu particolarmente amaro. Lui che credeva di essere più forte degli altri discepoli, realizzò quanto fosse debole.  Lui che si era sentito grande, improvvisamente scoprì quanto fosse piccolo. Lui che non aveva dubbi sul fatto che Gesù fosse il Cristo (vedi Mc 8:29) scoprì di non essere più tanto sicuro.

Forse, mentre si scaldava al fuoco, Pietro si era interrogato sugli ultimi anni della sua vita. Erano stati ben spesi? Ne era valsa la pena? Colui che egli aveva seguito credendolo il Messia si era lasciato arrestare senza combattere... Come era possibile?

Non sappiamo cosa passò davvero per la testa di Pietro in quelle ore ma sappiamo che, quando sentì che la sua vita poteva essere in pericolo, non esitò a mentire per salvarsi la pelle, mentre il suo maestro stava andando incontro ad una condanna a morte con consapevolezza e dignità.

Ma quel pianto amaro non fu inutile.  In quel fallimento Pietro avrebbe scoperto le sue debolezze e avrebbe imparato a confidare più sul Signore che su se stesso. Leggendo le sue lettere ci rendiamo conto del fatto che Pietro, anni dopo, sarebbe stata una persona diversa e che quell'esperienza aveva certamente contribuito a forgiare il suo carattere per renderlo più malleabile e più umile nelle mani di Dio. Quell'uomo che si era sentito tanto sicuro di s...
Vedrete chi sono!
Condussero Gesù davanti al sommo sacerdote; e si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro, che lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote, stava lì seduto con le guardie e si scaldava al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche testimonianza contro Gesù per farlo morire; ma non ne trovavano.  Molti deponevano il falso contro di lui; ma le testimonianze non erano concordi.  E alcuni si alzarono e testimoniarono falsamente contro di lui dicendo:  «Noi l'abbiamo udito mentre diceva: "Io distruggerò questo tempio fatto da mani d'uomo, e in tre giorni ne ricostruirò un altro, non fatto da mani d'uomo"».  Ma neppure così la loro testimonianza era concorde. Allora il sommo sacerdote, alzatosi in piedi nel mezzo, domandò a Gesù: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?» Ma egli tacque e non rispose nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò e gli disse: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?» Gesù disse: «Io sono; e vedrete il Figlio dell'uomo, seduto alla destra della Potenza, venire sulle nuvole del cielo». Il sommo sacerdote si stracciò le vesti e disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Voi avete udito la bestemmia. Che ve ne pare?» Tutti lo condannarono come reo di morte.  Alcuni cominciarono a sputargli addosso; poi gli coprirono la faccia e gli davano dei pugni dicendo: «Indovina, profeta!» E le guardie si misero a schiaffeggiarlo.
(Marco 14:53-65 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Finalmente i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi erano riusciti a portare Gesù davanti al sommo sacerdote per giudicarlo.

Pietro aveva seguito Gesù da lontano e si trovava nel cortile del sommo sacerdote dove si scaldava intorno al fuoco con altri. Stava probabilmente aspettando per capire cosa sarebbe successo a Gesù.

I membri del sinedrio volevano chiudere la questione nella notte in modo da poter consegnare Gesù ai Romani per essere giudicato già al sorgere del sole.

Ma non è facile accusare qualcuno quando non hai prove concrete contro di lui.  In fondo cosa aveva fatto di male Gesù? Aveva guarito delle persone, aveva parlato del regno di Dio, aveva condotto una vita esemplare. Non avevano prove che fosse un rivoltoso. Ma loro avevano già deciso di ucciderlo molto tempo prima quando Gesù aveva sfidato il loro potere mettendo in evidenza la loro ipocrisia (vedi Marco 3:1-6).

Quando si cerca di montare delle accuse in fretta contro qualcuno con l'utilizzo di falsi testimoni si corre però il rischio di testimonianze che non sono concordi tra loro. Fu proprio ciò che accadde quella notte.

L'accusa di aver dichiarato di voler distruggere il tempio per poi ricostruirlo si basava su parole effettivamente pronunciate da Gesù . Egli  però non aveva detto di voler distruggere il tempio ma aveva detto: "Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farà risorgere" e aveva pronunciato quelle parole in riferimento  a se stesso, al tempio del suo corpo (vedi Gv 2:19-22). E, tra l'altro, era proprio ciò che quegli uomini quella notte stavano per decretare. Insomma, anche queste accuse erano deboli e non trovavano una testimonianza concorde.

A quel punto, il sommo sacerdote cercò di provocare Gesù affinché rispondesse alle accuse, per fargli compiere un passo falso. Ma Gesù non aprì la bocca.

Così il sommo sacerdote cercò di farlo venire allo scoperto con una domanda diretta: "Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?". Insomma Gesù riteneva davvero di essere il Messia, il Figlio di Dio, il discendente di Davide che essi aspettavano?

Gesù, a quel punto dichiarò apertamente di essere il Messia. Ma non si limitò a rispondere "Sì, sono io".  Aggiunse invece dei particolari che il sommo sacerdote interpretò come blasfemia. Fece infatti riferimento al "Figlio dell'uomo, seduto alla destra della Potenza, che viene sulle nuvole del cielo".

Pronti a tutto
Gesù disse loro: «Voi tutti sarete scandalizzati perché è scritto: "Io percoterò il pastore e le pecore saranno disperse". Ma dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea». Allora Pietro gli disse: «Quand'anche tutti fossero scandalizzati, io però non lo sarò!»  Gesù gli disse: «In verità ti dico che tu, oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo abbia cantato due volte, mi rinnegherai tre volte».  Ma egli diceva più fermamente ancora: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri. Poi giunsero in un podere detto Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedete qui finché io abbia pregato». Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e cominciò a essere spaventato e angosciato. E disse loro: «L'anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate». Andato un po' più avanti, si gettò a terra; e pregava che, se fosse possibile, quell'ora passasse oltre da lui.  Diceva: «Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi». Poi venne, li trovò che dormivano e disse a Pietro: «Simone! Dormi? Non sei stato capace di vegliare un'ora sola? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole».  Di nuovo andò e pregò, dicendo le medesime parole. E, tornato di nuovo, li trovò che dormivano perché gli occhi loro erano appesantiti; e non sapevano che rispondergli. Venne la terza volta e disse loro: «Dormite pure, ormai, e riposatevi! Basta! L'ora è venuta: ecco, il Figlio dell'uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce è vicino». In quell'istante, mentre Gesù parlava ancora, arrivò Giuda, uno dei dodici, e insieme a lui una folla con spade e bastoni, inviata da parte dei capi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani. Colui che lo tradiva aveva dato loro un segnale, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; pigliatelo e portatelo via sicuramente».  Appena giunse, subito si accostò a lui e disse: «Rabbì!» e lo baciò. Allora quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Ma uno di quelli che erano lì presenti, tratta la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli recise l'orecchio.
Gesù, rivolto a loro, disse: «Siete usciti con spade e bastoni come per prendere un brigante. Ogni giorno ero in mezzo a voi insegnando nel tempio e voi non mi avete preso; ma questo è avvenuto affinché le Scritture fossero adempiute». Allora tutti, lasciatolo, se ne fuggirono. Un giovane lo seguiva, coperto soltanto con un lenzuolo; e lo afferrarono; ma egli, lasciando andare il lenzuolo, se ne fuggì nudo.
(Marco 14:27-52 - La Bibbia)



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Cosa succede alle pecore se il pastore è costretto, suo malgrado, ad abbandonarle?

Nel citare il brano di Zaccaria 13:7 Gesù si riferisce a se stesso come al pastore che sta per essere tolto di mezzo e ai suoi discepoli come alle pecore che improvvisamente si troveranno senza una guida.

Gesù avvertì i suoi discepoli perché sapeva che non sarebbe stato facile per loro affrontare ciò che stava per accadere da lì a poco. Fino a quel momento egli li aveva guidati, li aveva istruiti, li aveva protetti... Ma nelle ore seguenti essi si sarebbero trovati improvvisamente soli e questo sarebbe stato motivo di scandalo, ovvero di inciampo, di perplessità, di incertezza. Tuttavia Gesù sottolineò che non avrebbero dovuto perdersi d'animo perché egli sarebbe risuscitato e li avrebbe addirittura preceduti in Galilea.

Commuove il modo in cui Pietro e gli altri discepoli reagirono alle parole di Gesù dicendo di essere pronti a tutto. Essi non si sarebbero fatti impressionare e non si sarebbero scandalizzati in nessun caso! Si sentivano addirittura pronti a morire con Gesù! Non dobbiamo pensare che non fossero sinceri, infatti come abbiamo visto più tardi uno di loro  tirò fuori la spada nel tentativo di difendere Gesù.

Tuttavia,
Il sangue del patto
Mentre mangiavano, Gesù prese del pane; detta la benedizione, lo spezzò, lo diede loro e disse: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero. Poi Gesù disse: «Questo è il mio sangue, il sangue del patto, che è sparso per molti. In verità vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino al giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio». Dopo che ebbero cantato l'inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi.
(Marco 14:22-26 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




La pasqua era una festa molto importante in Israele.

Essa era stata infatti stabilita da Dio quando, ai tempi di Mosè, Egli liberò gli Israeliti dalla schiavitù in Egitto.  Nella notte in cui gli Israeliti avevano lasciato l'Egitto il Signore aveva fatto morire tutti i primogeniti degli uomini e del bestiame in Egitto, salvando la vita dei primogeniti delle famiglie in cui il sangue dell'agnello pasquale era stato messo sugli stipiti della porta per poi essere interamente consumato quella sera stessa prima di partire (Esodo 12:7-14).

Ogni anno da allora in poi gli Israeliti avrebbero dovuto ricordare quell'evento per trasmetterne l'importanza ai propri figli:

" Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre.  Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito.  Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: È il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò le nostre case». (Esodo 12:24-27).

Una delle caratteristiche importanti della festa era quindi l'insegnamento che durante la cena ogni capofamiglia dava ai propri figli per ricordare loro la grande liberazione che Dio aveva operato.

Se ci pensiamo bene, quella sera Gesù trattò i propri discepoli proprio come se fossero i suoi figli. Utilizzò simboli comuni ed utilizzati all'interno di una cena pasquale per trasmettere ai propri discepoli un significato nuovo che quei simboli dovevano avere.

Era piuttosto comune che il capofamiglia spezzasse il pane (che durante la cena di pasqua era azzimo) e pronunciasse una preghiera di benedizione verso il Signore per i cibi. Il pane azzimo consumato durante la pasqua era comunemente associato all'afflizione di Israele nel paese d'Egitto, ma Gesù reinterpretò quel simbolo applicandolo a sé stesso. Sarebbe stato infatti lui a soffrire, portando i peccati di tutti proprio come era stato profetizzato da Isaia:
Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità;
il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. (Isaia 53:5)
La piena redenzione non sarebbe più passata attraverso la vita di un agnello il cui sangue era stato messo sugli stipiti della porta, ma attraverso la vita stessa di Gesù. Quella notte in Egitto, gli Israeliti ebbero fede nelle parole di Dio quando misero il sangue dell'agnello sulla porta. Allo stesso modo tutti coloro che avrebbero creduto nel sacrificio di Gesù per i loro peccati,  avrebbero idealmente messo il sangue di Gesù sulla porta del proprio cuore e avrebbero avuto vita eterna.

Nel distribuire il vino, Gesù lo associò al suo sangue, facendo quindi un chiaro riferimento alla sua morte. La frase "il sangue del patto" richiama una frase pronunciata da Mosè proprio quando venne inaugurato il patto tra Dio e Israele dopo l'uscita dall'Egitto:
Allora Mosè prese il sangue, ne asperse il popolo e disse: «Ecco il sangue del patto che il SIGNORE ha fatto con voi sul fondamento di tutte queste parole». (Esodo 24:8)
Il brano parallelo di Luca 22:20 evidenzia: "Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi." Questo nuovo patto tra Dio e l'uomo sarebbe stato suggellato proprio dal sangue di Gesù stesso,
Dalla delusione al tradimento
Giuda Iscariot, uno dei dodici, andò dai capi dei sacerdoti con lo scopo di consegnare loro Gesù. Essi, dopo averlo ascoltato, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Perciò egli cercava il modo opportuno per consegnarlo.Il primo giorno degli Azzimi, quando si sacrificava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?» Egli mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate in città, e vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d'acqua; seguitelo; dove entrerà, dite al padrone di casa: "Il Maestro dice: 'Dov'è la stanza in cui mangerò la Pasqua con i miei discepoli?'". Egli vi mostrerà di sopra una grande sala ammobiliata e pronta; lì apparecchiate per noi». I discepoli andarono, giunsero nella città e trovarono come egli aveva detto loro; e prepararono per la Pasqua.
Quando fu sera, giunse Gesù con i dodici. Mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico che uno di voi, che mangia con me, mi tradirà». Essi cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l'altro: «Sono forse io?» Egli disse loro: «È uno dei dodici, che intinge con me nel piatto. Certo il Figlio dell'uomo se ne va, com'è scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Meglio sarebbe per quell'uomo se non fosse mai nato!»
(Marco 14:10-21 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




La delusione può portare a considerare un nemico quello che fino a poco tempo prima era stato un nostro amico.

Non possiamo saperlo con certezza, ma sembrerebbe proprio ciò che accadde a Giuda.

Quando Giuda sentì Gesù riferirsi ancora alla propria sepoltura, durante l'episodio precedente in cui una donna aveva versato su di lui dell'olio costosissimo, ne ebbe abbastanza. La sua delusione fu completa.

Probabilmente sentì di aver sprecato parte della propria vita andando dietro a Gesù. Lo aveva seguito per molto tempo, chiamandolo "maestro" e aveva sperato che Gesù fosse davvero il Messia, fosse davvero il liberatore di Israele. Quando, pochi giorni prima, erano entrati in Gerusalemme e Gesù era stato accolto come un Re (Marco 11:8-10), le speranze di Giuda, e degli altri discepoli, si erano probabilmente ravvivate di nuovo.

Ma ormai era chiaro che Gesù continuava esclusivamente a parlare della propria morte imminente e non aveva alcuna intenzione di guidare una rivolta armata contro i Romani. Il bicchiere della pazienza di Giuda era ormai colmo; se Gesù voleva proprio morire, gli avrebbe dato una mano a farlo e magari ci avrebbe guadagnato anche qualcosa...

I capi dei sacerdoti furono ovviamente ben contenti di pagare per l'occasione che Giuda stava offrendo loro.  Dal loro punto di vista le cose non potevano andare meglio, visto che stavano proprio aspettando l'occasione di mettere le mani addosso a Gesù lontano dagli sguardi delle folle...

La Pasqua  avrebbe offerto a Giuda l'occasione che aspettava. Egli sarebbe stato con Gesù e gli altri e, appena avesse saputo i programmi per la serata, sarebbe andato ad avvisare i capi dei sacerdoti affinché potessero prenderlo in un luogo abbastanza appartato. Era un piano piuttosto facile da realizzare.

Anche se i discepoli non lo avevano ancora capito, Gesù sapeva che quella sarebbe stata l'ultima Pasqua passata con i discepoli e sapeva che quella serata sarebbe stata l'ultima occasione per completare la preparazione dei discepoli prima di andare verso la croce. Su sua indicazione fu preparata una sala adatta per la serata che passerà alla storia come "l'ultima cena".

Era ovvio che il tema principale della serata sarebbe stata la sua imminente morte. La cornice della cena pasquale offriva a Gesù gli spunti giusti per far comprendere ai propri discepoli il significato della sua morte. Infatti, come vedremo, egli applicherà a se stesso la straordinaria storia della redenzione narrata nel libro dell'Esodo.

Ma ad un certo punto della cena Gesù fece una rivelazion...
Un gesto d’amore
Mancavano due giorni alla Pasqua e alla festa degli Azzimi; i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di prendere Gesù con inganno e ucciderlo;  infatti dicevano: «Non durante la festa, perché non vi sia qualche tumulto di popolo». Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d'olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l'alabastro, gli versò l'olio sul capo. Alcuni, indignatisi, dicevano tra di loro: «Perché si è fatto questo spreco d'olio? Si poteva vendere quest'olio per più di trecento denari, e darli ai poveri». Ed erano irritati contro di lei. Ma Gesù disse: «Lasciatela stare! Perché le date noia? Ha fatto un'azione buona verso di me. Poiché i poveri li avete sempre con voi; quando volete, potete far loro del bene; ma me non mi avete per sempre. Lei ha fatto ciò che poteva; ha anticipato l'unzione del mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei».
(Marco 14:1-9 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




La pasqua era ormai molto vicina e con la festa si avvicinava anche l'ora in cui Gesù avrebbe dato la sua vita per i peccati dell'umanità. Infatti l'autore del vangelo conferma che i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano solo aspettando il momento opportuno per prendere Gesù ed ucciderlo.  Nel periodo della Pasqua Gerusalemme era ovviamente piena di pellegrini in ogni angolo e, considerando che molti avevano una buona opinione su Gesù,  i capi dei sacerdoti e gli scribi dovevano essere molto prudenti per non scatenare una reazione tumultuosa, quindi dovevano cercare di attrarlo in un luogo appartato dove poterlo prendere lontano dalle folle.

In mezzo a tanto odio per Gesù,  l'evangelista ci descrive un episodio che mostra un gesto d'amore straordinario.

Quella donna era entrata in casa di Simone il Lebbroso portando con sé  quel vaso di alabastro pieno d'olio profumato, di nardo puro, di gran valore. Questo significa che non si trattò di un gesto improvvisato ma di un gesto premeditato. Ella era andata in quella casa con l'intenzione di ungere Gesù con quell'olio costosissimo.

Marco non ci fornisce troppi dettagli sull'identità della donna e sulle sue motivazioni, che si possono ricavare dai paralleli negli altri vangeli. Egli si concentrò invece sulle reazioni degli altri invitati e sulla risposta di Gesù.

Di una cosa possiamo essere certi: quella donna amava davvero Gesù al punto che volle mostrare la sua riconoscenza verso di lui in un modo davvero eclatante. Teniamo presente che il valore di quell'olio, trecento denari, era equivalente allo stipendio annuale di un operaio.

Comprendiamo quindi perché gli altri convitati rimasero stupiti di quel gesto. Lo stupore sfociò però nell'indignazione verso quella donna. Perché? Secondo loro si poteva vendere quell'olio e darlo ai poveri, così non sarebbe andato sprecato.

Non sembra un'osservazione sbagliata in un certo senso, infatti aiutare i poveri è certamente un gesto nobile. Tuttavia, Gesù non si fece impressionare da quel commento, ma prese le difese della donna.

Quelle persone si erano indignate verso quella donna per un gesto d'amore, mascherando la propria motivazione con una parvenza di interesse verso i poveri, ma se davvero avevano a cuore i poveri, essi avrebbero potuto utilizzare le proprie risorse in qualunque momento per far loro del bene. Gesù smascherò la loro ipocrisia, infatti cosa impediva loro di utilizzare trecento dei loro denari per sfamare i bisognosi? Avevano proprio bisogno di utilizzare i proventi derivanti dalla vendita dell'olio di quella donna? Ovviamente no.

Gesù sottolineò che quella donna aveva voluto semplicemente fare una buona azione verso di lui, mostrando così la propria riconoscenza. Ovviamente quella donna non poteva sapere che qualche giorno dopo Gesù s...
Vegliate!
In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore  e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria.  Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. Ora imparate dal fico questa similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l'estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte.  In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute.  Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma solo il Padre. State in guardia, vegliate, poiché non sapete quando sarà quel momento. È come un uomo che si è messo in viaggio, dopo aver lasciato la sua casa, dandone la responsabilità ai suoi servi, a ciascuno il proprio compito, e comandando al portinaio di vegliare. Vegliate dunque perché non sapete quando viene il padrone di casa; se a sera, o a mezzanotte, o al cantare del gallo, o la mattina; perché, venendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quel che dico a voi, lo dico a tutti: "Vegliate"».
(Marco 13:24-37- La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Generazioni di teologi e interpreti della bibbia si sono arrovellati nel corso dei secoli su questo capitolo del vangelo di Marco e sui paralleli nei vangeli di Matteo e Luca, arrivando spesso a conclusioni ben diverse. C'è chi in questo discorso di Gesù ha visto solo avvenimenti già realizzati nel primo secolo, chi ha visto solo avvenimenti futuri e chi ha assunto delle posizioni intermedie.

D'altra parte dobbiamo riconoscere che non si tratta di un brano semplice se lo si legge alla luce del resto della scrittura e anche io ho dovuto fare delle assunzioni. Non pretendo ovviamente che siano le migliori ma, come vedremo, sono convinto che la vera importanza di questo capitolo stia nelle conclusioni che Gesù stesso ne ha tratto, conclusioni valide per ogni cristiano che ami il Signore indipendentemente dalle sue convinzioni riguardanti gli avvenimenti legati alla fine dei tempi.

Riassumendo, nei due episodi precedenti abbiamo visto che Gesù aveva messo in guardia i suoi discepoli per prepararli ad affrontare la caduta del tempio che sarebbe poi avvenuta nel 70 d.c. ma li aveva avvertiti anche sul fatto che quella non sarebbe stata la fine dell'età presente, ma solo un principio di dolori. Come abbiamo visto, Gesù si riferì poi a ciò di cui aveva parlato il profeta Daniele (Da 11:31, 12:11) circa la profanazione del tempio che, come già era accaduto ai tempi di Antioco Epifane, era stato in effetti profanato dagli Zeloti negli anni che precedettero la sua distruzione da parte dei Romani.

Il popolo di Israele non si è mai davvero ripreso dalla distruzione del 70 d.c. come dimostra la persecuzione subita nei secoli e come dimostra anche la situazione attuale con il tempio che giace  distrutto in Gerusalemme in un'area dove la tensione è sempre ai massimi livelli. Molti si aspettano che le cose possano precipitare al punto da avere l'ultima grande tribolazione finale che porterà al ritorno di Gesù. Questo ha senso anche alla luce di Daniele 12:1-2, che parla della salvezza di Israele e di risurrezione che segue la grande tribolazione, e alla luce di Zaccaria 12-14 che descrive un periodo di angoscia, di ritorno al Signore che è stato trafitto (Zc 12:10) e di liberazione da parte del Signore stesso (Zc 14:2-4)

In effetti Gesù collegò il periodo di tribolazione finale a segni di distruzione che precederanno la sua venuta.  Il linguaggio usato, che si riferisce al sole e alla luna che vengono oscurati e agli astri che cadono dal cielo,
Giorni di tribolazione
Quando poi vedrete l'abominazione della desolazione posta là dove non deve stare (chi legge faccia attenzione!), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggano ai monti;  chi sarà sulla terrazza non scenda e non entri in casa sua per prendere qualcosa, e chi sarà nel campo non torni indietro a prendere la sua veste. Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Pregate che ciò non avvenga d'inverno! Perché quelli saranno giorni di tale tribolazione, che non ce n'è stata una uguale dal principio del mondo che Dio ha creato, fino ad ora, né mai più vi sarà. Se il Signore non avesse abbreviato quei giorni, nessuno scamperebbe; ma, a causa dei suoi eletti, egli ha abbreviato quei giorni. Allora, se qualcuno vi dice: "Il Cristo eccolo qui, eccolo là", non lo credete; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ma voi, state attenti; io vi ho predetto ogni cosa.
(Marco 13:14-23 - La Bibbia)



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I discepoli avevano interrogato Gesù sui segni che avrebbero accompagnato la distruzione del tempio (Mc 13:4), un evento che essi percepivano come direttamente connesso alla manifestazione del regno del Messia e alla fine del mondo come è evidente nel brano parallelo di Matteo: «Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo». (Mt 24:3). La risposta di Gesù fu quindi articolata tra eventi imminenti e eventi collocati in un futuro più distante.

Come abbiamo visto nella prima parte della sua risposta (Marco 13:5-13), essi non avrebbero dovuto farsi impressionare da guerre, terremoti e  carestie, eventi che per quanto terribili non avrebbero indicato la fine dell'età presente. Quelle cose infatti sarebbero stato solo il principio dei dolori, l'inizio di tempi difficili per Israele.  Essi non avrebbero neanche dovuto stupirsi della persecuzione a cui sarebbero stati sottoposti perché presto sarebbero stati odiati da tutti, perfino dai propri parenti, a causa di Gesù, tuttavia la loro perseveranza nella fede sarebbe stata premiata dal Signore, infatti nessuna persecuzione avrebbe potuto togliere loro la salvezza! (Mc 13:13).

Quelle indicazioni erano valide per i discepoli nel primo secolo e lo sarebbero state anche per tutte le generazioni di cristiani nei secoli successivi. Ma nella seconda parte del suo discorso, che abbiamo appena letto, Gesù si soffermò su alcuni segni specifici riguardanti la dissacrazione del tempio, la distruzione di Gerusalemme e la sua venuta. 

Come confermato da Matteo 24:15,  Gesù utilizzò l' espressione "abominazione della desolazione" per riferirsi intenzionalmente alla profezia di Daniele 11:31 e Daniele 12:11. Quell'espressione indica la collocazione di qualcosa di abominevole, qualcosa di estraneo che avrebbe contaminato il tempio di Gerusalemme, rendendolo inutilizzabile.  Il brano parallelo di Luca mette invece l'accento sulla distruzione della città: "Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina." (Lc 21:20)

Quindi i discepoli avrebbero dovuto tenere gli occhi ben aperti perché una dissacrazione del tempio sarebbe stata il  segno della fine imminente del tempio e della città stessa dalla quale avrebbero potuto scampare solo scappando il più in fretta possibile, senza fermarsi neanche a prendere dei vestiti di ricambio!  Come è ovvio, la fuga sarebbe stata difficile per chiunque avesse avuto impedimenti fisici, come una gravidanza in corso,  o se fosse dovuta avvenire in inverno, pertanto i discepoli avrebbero dovuto cominciare a pregare il Signore affinché li preservasse dal trovarsi ad affrontare la fuga in simili circostanze.

Quando si realizzarono le parole di Gesù? Leggendo con attenzione il libro di Daniele, in particolare il capitolo 11, non si può negare che molte profezie in esso contenute si erano già  verificat...
L’inizio della fine
Mentre egli usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che edifici!» Gesù gli disse: «Vedi questi grandi edifici? Non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata».
Poi, mentre era seduto sul monte degli Ulivi di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea gli domandarono in disparte:  «Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno del tempo in cui tutte queste cose staranno per compiersi?» Gesù cominciò a dir loro: «Guardate che nessuno v'inganni! Molti verranno nel mio nome, dicendo: "Sono io"; e ne inganneranno molti. Quando udrete guerre e rumori di guerre, non vi turbate; è necessario che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine. Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti in vari luoghi; vi saranno carestie. Queste cose saranno un principio di dolori. Badate a voi stessi! Vi consegneranno ai tribunali, sarete battuti nelle sinagoghe, sarete fatti comparire davanti a governatori e re, per causa mia, affinché ciò serva loro di testimonianza. E prima bisogna che il vangelo sia predicato fra tutte le genti. Quando vi condurranno per mettervi nelle loro mani, non preoccupatevi in anticipo di ciò che direte, ma dite quello che vi sarà dato in quell'ora; perché non siete voi che parlate, ma lo Spirito Santo. Il fratello darà il fratello alla morte, il padre darà il figlio; i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato sino alla fine, sarà salvato.
(Marco 13:1-13 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Gli Israeliti erano molto fieri del proprio tempio che aveva una struttura magnifica.  

Il secondo tempio di Gerusalemme,  ricostruito dopo l'esilio babilonese, fu ampliato per volere di Erode il grande a partire dal 19 a.c. con lavori che durarono fino al 64 d.c, molti anni dopo la sua morte. Era una di quelle opere che Erode aveva fatto per mettersi in evidenza con Roma ma anche per conquistare il favore dei suoi sudditi Giudei. Le parole di apprezzamento di quel discepolo dimostrano che Erode era riuscito in qualche modo nel suo intento.

La risposta di Gesù, però, non fu incoraggiante. «Vedi questi grandi edifici? Non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata».

Quella risposta aveva probabilmente gelato l'interlocutore di Gesù e non poteva passare inosservata ai suoi discepoli più intimi che vollero approfondire la questione.   Infatti, considerando la storia passata e le profezie,  essi percepivano la distruzione di Gerusalemme e del tempio come  eventi direttamente connessi alla fine dell'età presente  e all'inaugurazione del mondo a venire con il regno del Messia. La loro domanda sulla distruzione del tempio era quindi equivalente  a chiedere lumi anche sulla venuta del messia nel suo regno come emerge in modo chiaro nel brano parallelo di Matteo 24:3. Ecco perché Gesù rispose in modo così articolato riferendosi ad eventi imminenti come la distruzione del tempio ma anche ad eventi futuri che riguardavano la sua venuta per stabilire saldamente il regno di Dio.

La difficoltà di questo brano nel distinguere tra un futuro prossimo ed uno più lontano nel tempo è legata al fatto che Gesù non diede ai discepoli troppi dettagli perché non sarebbero stati in grado di comprenderli in quel momento. Ricordiamoci che non avevano ancora compreso neanche perché Gesù dovesse morire e risorgere... Come avrebbero potuto distinguere tra prima e seconda venuta di Gesù intervallata da un certo periodo di tempo? Gesù si riferì quindi agli aspetti principali che essi potevano comprendere lasciando poi agli apostoli il compito di colmare quelle lacune negli scritti neotestamentari quando, attraverso l'opera dello Spirito Santo, tutto sarebbe stato più chiaro anche per loro.

Gli Israeliti, basandosi su brani come Isaia 66:8 e Geremia 30:7, si riferivano alle "doglie di Giacobbe" come un periodo di soffe...
La vedova, gli scribi e il Figlio di Davide
Gesù, mentre insegnava nel tempio, disse: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è Figlio di Davide? Davide stesso disse per lo Spirito Santo: "Il SIGNORE ha detto al mio Signore: 'Siedi alla mia destra, finché io abbia messo i tuoi nemici sotto i tuoi piedi'".  Davide stesso lo chiama Signore; dunque come può essere suo figlio?» E una gran folla lo ascoltava con piacere. Nel suo insegnamento Gesù diceva: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ed essere salutati nelle piazze, e avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti; essi che divorano le case delle vedove e fanno lunghe preghiere per mettersi in mostra. Costoro riceveranno una maggior condanna». Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne mettevano assai. Venuta una povera vedova, vi mise due spiccioli che fanno un quarto di soldo. Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico che questa povera vedova ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri: poiché tutti vi hanno gettato del loro superfluo, ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che possedeva, tutto quanto aveva per vivere».
(Marco 12:35-44- La Bibbia)



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Non sempre le persone che sembrano essere le più in alto dal punto di vista religioso sono quelle che hanno il miglior rapporto con Dio e la capacità di riconoscere la Sua mano all'opera.

Ciò è dimostrato dal forte contrasto che emerge in questo brano tra gli scribi e la vedova.

Gesù mise in guardia la folla dagli scribi perché essi non erano il riferimento spirituale che avrebbero dovuto essere per il resto del popolo. Come spesso accade a chi occupa un posto importante nelle gerarchie di potere, anche religioso, essi erano ipocriti.

Il loro amore per la legge di Dio veniva infatti smentito dalla loro pratica. La frase di Gesù secondo cui quei tali “divoravano le case delle vedove” era un’accusa precisa che gettava cattiva luce sulla loro inosservanza della legge. Infatti tra i comandamenti più noti delle scritture ebraiche emerge proprio l’obbligo per l’Israelita fedele di tutelare le fasce più deboli della società, spesso indicate con la frase “lo straniero, l’orfano e la vedova” (es De 24:17). Ciò che Gesù denunciò con la sua frase è, in fondo, ciò che già i profeti avevano denunciato diversi secoli prima (es. Is 10:2, Ez 22:7) ovvero che le classi abbienti, compresi i capi religiosi, infrangevano questi comandamenti, opprimendo le classi più povere e deboli. 

Tuttavia essi amavano dare di sé un’impressione di elevata religiosità e amavano il riconoscimento degli altri. Così le loro preghiere erano lunghe proprio perché gli altri si potessero stupire della loro eloquenza. Alcuni facevano anche grandi offerte sperando di essere notati per questo (Mt 6:2). Essi mostravano quindi una pietà esteriore che spesso non aveva una corrispondenza interiore. Gesù fu molto duro affermando che tale ipocrisia li avrebbe destinati ad una condanna severa.

Al contrario la vedova che mise due spiccioli nella cassa delle offerte dimostrò grande fede in Dio. Infatti solo chi è sicuro che Dio si prenderà cura della sua vita è disposto a donare al Signore tutto ciò che ha. I ricchi probabilmente offrivano più di lei ma donavano ciò che era superfluo per loro, offerte che non costavano loro nessun sacrificio. Quella donna stava invece mettendo nella cassa delle offerte una cifra piccola che però costituiva tutto ciò che aveva.  Quel poco era il suo tutto. Stava mettendo la sua vita intera nelle mani del Signore.

Chi pensiamo che abbia avuto maggior facilità nel riconoscere Gesù come il Messia di Israele? La vedova o gli scribi? Chi era probabilmente più disposto a ricevere la verità se non colui che aveva riposto maggiormente la sua fede in Dio?

Non a caso gran parte degli scribi e degli altri gruppi politici e religiosi più importanti in Is...
Sulla buona strada
Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua".  Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi». Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all'infuori di lui non ce n'è alcun altro; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l'intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.
(Marco 12:28-34 - La Bibbia)



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In mezzo a tante persone che cercavano solo di prendersi gioco di Gesù o di coglierlo in fallo su temi politici o religiosi, c'era anche qualcuno che era davvero alla ricerca della verità.

Quello scriba era rimasto colpito dal modo in cui Gesù aveva utilizzato la scrittura in modo appropriato per rispondere ai sadducei che lo avevano interrogato sulla risurrezione, così aveva pensato che Gesù fosse la persona giusta a cui sottoporre quel quesito che gli stava a cuore.

Non era un quesito nuovo. Tra gli studiosi Giudei era tipico discutere su queste cose infatti, considerando la quantità di comandamenti inclusi nella legge, era lecito chiedersi quali fossero i comandamenti più importanti, ovvero quelli a cui un Ebreo non avrebbe mai dovuto rinunciare neanche nei momenti di crisi nazionale, neanche nei momenti in cui non fosse possibile accedere al tempio o rispettare tutte le leggi relative alla purità rituale. Si pensi ad esempio al periodo in cui i Giudei erano stati deportati in Babilonia... In una situazione come quella era impossibile rispettare molti dei comandamenti presenti nella legge; in tal caso cosa bisognava considerare fondamentale per mantenere la propria identità giudaica e distinguersi come popolo di Dio? La storia narrata nel libro di Daniele, ad esempio, ci dà un'idea del modo in cui Daniele e i suoi amici cercarono di mantenere la propria identità in una situazione estremamente difficile.

La risposta di Gesù non dovrebbe sorprenderci infatti ogni israelita devoto conosceva e pronunciava regolarmente ogni giorno la "shema" ("ascolta"), la preghiera  basata tra l'altro proprio sulle parole di De 6:4: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.  Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze."

Il riferimento di ogni Israelita, anche nei momenti più bui, doveva rimanere sempre l'adorazione dell'unico Dio, dell'unico Signore e Creatore dell'universo. A quell'unico Dio egli doveva rimanere devoto con tutta la sua persona (cuore, anima, mente e forza sono un modo di indicare tutto l'essere umano), cercando di onorare il Signore in ogni aspetto della propria vita.

Ma qual'è il modo migliore per mostrare amore verso Dio se non mostrare amore verso il nostro prossimo che egli ha creato? Ecco perché, anche se lo scriba non gli aveva chiesto quale fosse un eventuale secondo comandamento fondamentale, Gesù affianco al primo questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso".

Immaginiamo una società in cui ogni singolo individuo abbia la devozione all'unico vero Dio come centro della propria vita, immaginiamo una società in cui ognuno fosse guidato dal timore di Dio e dal desiderio di piacere a Lui.  Immaginiamo quindi una società in cui ognuno si comporta verso il prossimo come vorrebbe che il prossimo si comportasse verso di lui. Sarebbe un mondo molto diverso da quello in cui viviamo vero? Sarebbe un vero assaggio del futuro regno di Dio.
Il Dio dei viventi
Poi vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non vi è risurrezione, e gli domandarono:  «Maestro, Mosè ci lasciò scritto che se il fratello di uno muore e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie e dia una discendenza a suo fratello. C'erano sette fratelli. Il primo prese moglie; morì e non lasciò figli.  Il secondo la prese e morì senza lasciare discendenti. Così il terzo.  I sette non lasciarono discendenti. Infine, dopo tutti loro, morì anche la donna. Nella risurrezione, quando saranno risuscitati, di quale dei sette sarà ella moglie? Perché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». Gesù disse loro: «Non errate voi proprio perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio?  Infatti quando gli uomini risuscitano dai morti, né prendono né danno moglie, ma sono come angeli nel cielo.  Quanto poi ai morti e alla loro risurrezione, non avete letto nel libro di Mosè, nel passo del pruno, come Dio gli parlò dicendo: "Io sono il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe"? Egli non è Dio dei morti, ma dei viventi. Voi errate di molto».
(Marco 12:18-27 - La Bibbia)



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L'ultima visita di Gesù a Gerusalemme lo vide impegnato in confronti diretti con tutte le classi politiche principali in Israele.

I capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani del popolo avevano incalzato Gesù mettendo in dubbio la sua autorità e Gesù, nella parabola dei vignaiuoli, aveva fatto capire loro che essi non aveva alcuna autorità e presto sarebbero stati rimossi (Marco 11:27-12:12). Poi era stata la volta di farisei ed erodiani che avevano tentato di coglierlo in fallo con una domanda sulle tasse dovute a Cesare ma Gesù ne era uscito sminuendo il valore del denaro su cui c'era l'effigie di Cesare e invitandoli piuttosto a preoccuparsi del proprio rapporto con Dio (Marco 12:13-27).

Infine furono i sadducei a cercare di mettere in difficoltà Gesù.

I sadducei  costituivano un gruppo molto potente in Isarele ed esercitavano un'influenza politica molto importante nell'ambito delle relazioni con i Romani. Essi consideravano validi solo i primi cinque libri della bibbia attribuiti a Mosè e, dalla loro interpretazione di tali libri, non emergevano riferimenti alla risurrezione nella quale essi non  credevano. Gesù mostrerà loro che si sbagliavano di grosso.

Basandosi proprio sulla legge di Mosè essi dipinsero una situazione ipotetica in cui una donna prima di morire fosse stata sposa di sette fratelli senza avere figli. Quel quesito trovava le sue basi nella legge di levirato basata sul testo di deuteronomio 25:5-6 secondo cui nel caso in cui un uomo morisse senza lasciare figli, il fratello avrebbe dovuto sposare la cognata e il primo figlio di quell'unione sarebbe stato figlio del defunto, per mantenere il nome e la discendenza del defunto in Israele.

Se la vita oltre la vita fosse stata una realtà di chi sarebbe stata moglie quella donna dopo la risurrezione? Ovviamente la donna non poteva essere moglie di tutti quegli uomini contemporaneamente... Essi pensavano di prendersi gioco di Gesù con il loro quesito mettendolo in difficoltà. Volevano inoltre vedere se Gesù condivideva quella dottrina nella quale credevano i farisei dei quali essi non condividevano l'agenda politica.

La risposta di Gesù mise invece in evidenza le loro lacune. Infatti essi  dimostravano di non conoscere le scritture, non solo quelle profetiche che essi rifiutavano di riconoscere come ispirate da Dio, ma anche la stessa legge di Mosè!

Innanzitutto Gesù precisò che la risurrezione implicava una trasformazione dell'essere umano, quindi anche se i risorti avrebbero avuto comunque un corpo fisico, ciò non significava che la vita eterna sarebbe stata identica alla vita che avevano vissuto in precedenza.

Dopo la risurrezione non ci sarebbe stato alcun bisogno del matrimonio, probabilmente perché non ci sarebbe stato alcun bisogno di perpetuare ancora la  razza umana.
Tra Dio e Cesare
Gli mandarono alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo con una domanda. Essi andarono da lui e gli dissero: «Maestro, noi sappiamo che tu sei sincero, e che non hai riguardi per nessuno, perché non badi all'apparenza delle persone, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? Dobbiamo darlo o non darlo?» Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro, ché io lo veda». Essi glielo portarono ed egli disse loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» Essi gli dissero: «Di Cesare». Allora Gesù disse loro: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Ed essi si meravigliarono di lui.
(Marco 12:13-17 - La Bibbia)



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Gesù non aveva più tregua. I capi del popolo erano sempre a caccia di un pretesto per poterlo accusare.

Questa volta fu incaricata una delegazione di erodiani e farisei per tentare di coglierlo in fallo.  La trappola era particolarmente insidiosa, infatti  quella che a noi potrebbe sembrare una domanda di poco conto, era invece un tentativo di far uscire Gesù allo scoperto su un argomento politico cruciale che divideva le varie fazioni politico-religiose in Israele: bisognava sottomettersi ai romani oppure era giusto ribellarsi?

Era lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? Avrebbero dovuto pagarlo oppure rifiutarsi di farlo? Se Gesù avesse risposto affermativamente alla loro domanda, essi ne avrebbero approfittato per screditarlo agli occhi del popolo come uno che appoggiava il dominatore romano e questo lo avrebbe squalificato come Messia agli occhi di tutti. Gli israeliti infatti pagavano a malincuore il tributo a Cesare, simbolo del dominio di Roma. Essi aspettavano che il Messia li liberasse dai nemici, non che li invitasse a pagare loro un tributo!

Se invece Gesù avesse risposto negativamente, gli Erodiani sarebbero stati lì apposta, come rappresentanti di Erode e del potere romano, per arrestarlo con l'accusa di ribellione nei confronti di Roma.

Si noti l'astuzia con la quale si erano avvicinati a Gesù fingendo di lodarlo proprio perché egli non aveva riguardi per nessuno e quindi avrebbe risposto secondo verità. Sembrava proprio la rivincita perfetta per il modo in cui poco tempo prima Gesù aveva messo in difficoltà i capi del popolo invitandoli ad esporsi relativamente a Giovanni Battista (Mc 11:30-33). In quella occasione, essi erano riusciti a uscirne con un "Non lo sappiamo", ma sapevano che Gesù non avrebbe potuto uscire altrettanto facilmente dalla loro trappola.

Gesù conosceva il loro cuore, conosceva la loro ipocrisia, sapeva quanto si sentissero furbi in quel momento. Ma anche questa volta la sua risposta li lasciò a bocca aperta.

Gesù attirò la loro attenzione sul fatto che il denaro che loro dovevano pagare per le tasse era stato coniato dai romani ed apparteneva all’imperatore. Che a loro piacesse o no, i Romani li avevano soggiogati, avevano occupato la loro terra e imposto le proprie monete. Quel denaro apparteneva evidentemente a Cesare.

Il dominio romano era lì a testimoniare della maledizione che, secondo quanto indicato dalla legge (De 28),  era caduta sul popolo di Israele a partire dalla caduta di Gerusalemme nel 586 a.c. per essere venuti meno al patto con Dio. Anche se gli israeliti erano tornati nella terra di Israele ai tempi di Esdra e Neemia, e avevano ricostruito il tempio, il popolo non si risollevò mai completamente dal punto di vista spirituale. La storia di Israele nei secoli seguenti fu caratterizzata da una classe politica corrotta che ora stava andando a braccetto con i Romani traendo il massimo beneficio dal denaro dell'invasore. Basti pensare che a quel tempo persino il sommo sacerdote veniva nominato da Erode...

In sostanza quegli ipocriti stavano cercando di farlo venire allo scoperto contro i Romani ma essi stessi si erano venduti volentieri ai Romani per denaro.
La vigna e i vignaiuoli
Poi vennero di nuovo a Gerusalemme; mentre egli passeggiava nel tempio, i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani si avvicinarono a lui e gli dissero:  «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità di fare queste cose?»  Gesù disse loro: «Io vi farò una domanda; rispondetemi e vi dirò con quale autorità io faccio queste cose.  Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».  Essi ragionavano così tra di loro: «Se diciamo: "dal cielo", egli dirà: "Perché dunque non gli credeste?"  Diremo invece: "dagli uomini"?» Essi temevano il popolo, perché tutti pensavano che Giovanni fosse veramente profeta. Risposero a Gesù: «Non lo sappiamo». Perciò Gesù disse loro: «Neppure io vi dico con quale autorità faccio queste cose». Poi cominciò a parlare loro in parabole: «Un uomo piantò una vigna, le fece attorno una siepe, vi scavò una buca per pigiare l'uva e vi costruì una torre; l'affittò a dei vignaiuoli e se ne andò in viaggio. Al tempo della raccolta mandò a quei vignaiuoli un servo per ricevere da loro la sua parte dei frutti della vigna. Ma essi lo presero, lo picchiarono e lo rimandarono a mani vuote. Egli mandò loro un altro servo; e anche questo insultarono e ferirono alla testa. Egli ne mandò un altro, e quelli lo uccisero; poi molti altri che picchiarono o uccisero.  Aveva ancora un unico figlio diletto e quello glielo mandò per ultimo, dicendo: "Avranno rispetto per mio figlio". Ma quei vignaiuoli dissero tra di loro: "Costui è l'erede; venite, uccidiamolo e l'eredità sarà nostra". Così lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori dalla vigna. Che farà dunque il padrone della vigna? Egli verrà, farà perire quei vignaiuoli e darà la vigna ad altri.
Non avete neppure letto questa Scrittura: "La pietra che i costruttori hanno rifiutata è diventata pietra angolare; ciò è stato fatto dal Signore, ed è una cosa meravigliosa ai nostri occhi"?»
Essi cercavano di prenderlo, ma ebbero paura della folla; perché capirono che egli aveva detto quella parabola per loro. E, lasciatolo, se ne andarono.
(Marco 11:27-12:12  - La Bibbia)



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Il momento in cui Gesù sarebbe stato arrestato si stava avvicinando.

Dopo l'azione con cui Gesù aveva ostacolato un uso del tempio che Egli riteneva scorretto (Mr 11:17), Gesù era finito ancora una volta nel mirino dei capi dei sacerdoti e degli scribi che volevano farlo morire (Mc 11:18). Tuttavia Gesù era rimasto  lì a Gerusalemme perché, come aveva detto ai suoi discepoli,  si era recato lì apposta per portare a termine la sua missione che prevedeva la morte sulla croce seguita dalla risurrezione (Mr 10:33-34).

I capi dei sacerdoti,  gli scribi e gli anziani del popolo, appena lo videro, cercarono un confronto con lui sempre a caccia di un pretesto per poterlo accusare. Come si era permesso di agire in quel modo nel tempio? Chi credeva di essere? Chi gli aveva dato l'autorità di mettere in discussione ciò che loro avevano stabilito?

Gesù poteva semplicemente rispondere che la sua autorità veniva da Dio e che Lui era il Messia, tuttavia egli non ritenne opportuno rispondere in modo diretto perché non era ancora il momento di consegnarsi nelle loro mani. Non diede quindi loro l'opportunità di accusarlo ma fornì loro un ulteriore elemento di riflessione.

La risposta di Gesù fu infatti molto saggia perché attirò la loro attenzione su Giovanni Battista, una persona molto amata dal popolo, ma soprattutto colui che aveva annunciato la sua venuta, colui che lo aveva battezzato e che aveva visto lo Spirito Santo venire su di lui (Mc 1:10, Gv 1:32). Proprio quando Gesù era stato battezzato, una voce dal cielo aveva confermato che Gesù era proprio il Messia, il Figlio di Dio (Mc 1:11).

Chiedendo loro cosa ne pensassero di Giovanni Battista, Gesù stava in fondo offrendo loro l'opportunità di riflettere anche sulla sua persona. Se avessero ritenuto Giovanni un profeta,
Fichi secchi
Il giorno seguente, quando furono usciti da Betania, egli ebbe fame. Veduto di lontano un fico, che aveva delle foglie, andò a vedere se vi trovasse qualche cosa; ma, avvicinatosi al fico, non vi trovò niente altro che foglie; perché non era la stagione dei fichi. Gesù, rivolgendosi al fico, gli disse: «Nessuno mangi mai più frutto da te!» E i suoi discepoli udirono.  Vennero a Gerusalemme e Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare coloro che vendevano e compravano nel tempio; rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombi; e non permetteva a nessuno di portare oggetti attraverso il tempio. E insegnava, dicendo loro: «Non è scritto: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti"? Ma voi ne avete fatto un covo di ladroni».  I capi dei sacerdoti e gli scribi udirono queste cose e cercavano il modo di farlo morire. Infatti avevano paura di lui, perché tutta la folla era piena d'ammirazione per il suo insegnamento.
Quando fu sera, uscirono dalla città. La mattina, passando, videro il fico seccato fin dalle radici.  Pietro, ricordatosi, gli disse: «Rabbì, vedi, il fico che tu maledicesti è seccato».  Gesù rispose e disse loro: «Abbiate fede in Dio!  In verità io vi dico che chi dirà a questo monte: "Togliti di là e gettati nel mare", se non dubita in cuor suo, ma crede che quel che dice avverrà, gli sarà fatto. Perciò vi dico: tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete ricevute, e voi le otterrete.  Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli, vi perdoni le vostre colpe. [Ma se voi non perdonate, neppure il Padre vostro che è nei cieli perdonerà le vostre colpe.]»
(Marco 11:12-26  - La Bibbia)



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Un fico e un tempio: due cose molto diverse tra loro, vero? Eppure in questo brano hanno parecchi aspetti in comune...

Può sembrare incomprensibile il comportamento di Gesù nei confronti del fico perché dovrebbe essere normale trovare solo foglie se si cercano dei frutti fuori stagione, tuttavia occorre tenere conto del fatto che, come si può osservare anche oggi, sui fichi in primavera oltre alle foglie si trovano già dei germogli commestibili, detti anche ficucci o fichi acerbi (se ne parla ad esempio in Cantico dei Cantici 2:13), che costituivano un cibo comune per i contadini. L'assenza di tali germogli indica che anche nella stagione estiva non ci saranno frutti. Questo ci spiega perché Gesù cercò dei frutti fuori stagione, ma non chiarisce perché Gesù maledisse il fico.  Infatti la reazione di Gesù sembra sproporzionata se non si considera che aveva uno scopo illustrativo...

L'episodio centrale in questo brano dimostra che anche i frutti della religione giudaica legata al tempio non promettevano bene.

Era piuttosto normale la presenza nei pressi del tempio di cambiavalute e venditori di animali destinati ai sacrifici, infatti i pellegrini provenienti da lontano in occasione delle feste principali, come la pasqua, non potevano portare con loro gli animali necessari per i sacrifici che dovevano rispondere anche a certi requisiti, pertanto li acquistavano sul posto e spesso era necessario cambiare il loro denaro nella valuta locale.

Ciò che Gesù denunciò  non era quindi l'esistenza di quelle attività che erano necessarie al funzionamento del tempio ma il fatto che la religione giudaica era diventata insensibile alla sua vera vocazione, quella di coinvolgere tutte le genti nell'adorazione dell'unico vero Dio. Il cortile esterno del tempio poteva infatti essere frequentato dai gentili, ma di fatto, le autorità giudaiche ne avevano sminuito l'importanza spirituale per relegarlo ad attività commerciali e a zona di passaggio da una parte della città all'altra.

Israele era stato chiamato da Dio ad essere luce delle altre nazioni ma le autorità giudaiche ai tempi di Gesù mostravano un disprezzo verso i gentili animato da una vision...
Benvenuto al Re!
 Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledro d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: "Perché fate questo?" rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua"». Essi andarono e trovarono un puledro legato a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: «Che fate? Perché sciogliete il puledro?» Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare. Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. Molti stendevano sulla via i loro mantelli; e altri, delle fronde che avevano tagliate nei campi. Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!»
Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.
(Marco 11:1-11  - La Bibbia)



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L'accoglienza riservata a Gesù al suo arrivo a Gerusalemme è piuttosto inaspettata per chi ha seguito gli sviluppi della storia fino a questo punto. Infatti Gesù aveva annunciato ai suoi discepoli che questo viaggio verso Gerusalemme lo avrebbe condotto alla morte per volere della classe dirigente giudaica (Mc 10:33-34), anche se il terzo giorno sarebbe risuscitato. Quei discorsi avevano turbato non poco i discepoli, al punto che, al solo pensiero di andare a Gerusalemme, molti di loro erano davvero preoccupati (Mc 10:32).

L'entrata di Gesù a Gerusalemme, così come si stava realizzando, poteva però far pensare a sviluppi diversi della vicenda. Chissà cosa pensarono i discepoli mentre vedevano Gesù accolto come un Re al suo ingresso a Gerusalemme. Forse alcuni di loro ricominciarono  a sperare che le cose potessero andare diversamente da ciò che Gesù aveva annunciato loro. Forse Gesù non sarebbe morto ma avrebbe instaurato il regno e loro avrebbero regnato con Lui?

Il comportamento di Gesù in questo brano dimostra che lui agì consapevolmente nel chiedere un puledro d'asino per entrare in città. Infatti quel gesto richiamava una profezia di Zaccaria 9:9, come viene sottolineato nel brano parallelo di Matteo:
Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta:
Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un'asina,
con un puledro figlio di bestia da soma. (Mt 21:4-5)
I discepoli in seguito, nel ripensare agli avvenimenti di quel giorno, non poterono fare a meno di ripensare a quella profezia e al modo in cui essa si era realizzata, come sottolinea ancora il brano parallelo di Giovanni:
Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose;
ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui
e questo gli avevano fatto. (Gv 12:16)
Con quel gesto Gesù  ribadì quindi la sua regalità ma al tempo stesso ricordò ai discepoli la sua umiltà. Solo un Re umile avrebbe potuto fare ciò che Gesù si apprestava a fare nei giorni seguenti.

La reazione della gente a Gerusalemme dimostra che molti tra il popolo erano davvero convinti che Gesù fosse il Messia. Essi lo accolsero proprio come il loro Re, richiamando nelle loro parole il ristabilimento del regno di Davide.

La parola "Osanna" è una parola ebraica che esprime lode verso Dio e la certezza che Dio salverà il suo popolo. Ciò che la gente gridava a Gesù,  inconsapevolmente, assumeva quindi un significato particolare anche alla luce di ciò che Gesù avrebbe fatto in seguito. Dio stava in effetti per salvare il suo popolo attraverso il Messia ma lo avrebbe fatto in un modo che essi...
Che cosa vuoi che io ti faccia?
Poi giunsero a Gerico. E come Gesù usciva da Gerico con i suoi discepoli e con una gran folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco mendicante, sedeva presso la strada. Udito che chi passava era Gesù il Nazareno, si mise a gridare e a dire: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!» E molti lo sgridavano perché tacesse, ma quello gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!» Gesù, fermatosi, disse: «Chiamatelo!» E chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio, àlzati! Egli ti chiama». Allora il cieco, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.  E Gesù, rivolgendosi a lui, gli disse: «Che cosa vuoi che ti faccia?» Il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io ricuperi la vista». Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». In quell'istante egli ricuperò la vista e seguiva Gesù per la via.
(Marco 10:46-52  - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Quel giorno a Gerico c'era molta confusione. Doveva esserci qualcuno di importante in città. Anche un cieco come Bartimeo se ne era accorto e si era probabilmente informato.

Bartimeo era cieco e faceva il mendicante per sopravvivere. Come facevano molti mendicanti egli stendeva un mantello sulla strada e vi si sedeva sopra nella speranza che i passanti gli dessero qualcosa. Ma quel giorno a Gerico, tra i passanti, c'era una persona speciale, c'era Gesù il Nazareno.  Ma Bartimeo aveva capito che quell'uomo non era semplicemente Gesù di Nazaret, ma era il Re dei Re, il Messia promesso ad Israele. Lo comprendiamo dal fatto che egli si rivolgesse a Gesù chiamandolo figlio di Davide, un termine che si riferiva proprio al Messia!

Quell'uomo non aveva la vista e aveva solo sentito parlare delle opere che Gesù aveva fatte, eppure lo aveva riconosciuto come il Messia di Israele, qualcosa che molti suoi contemporanei non erano riusciti a vedere nonostante avessero visto con i propri occhi i miracoli di Gesù!

Le persone intorno a lui addirittura lo sgridavano perché tacesse. Ma Bartimeo aveva capito che quella era un'occasione unica, un'occasione da prendere al volo per dare una svolta alla sua vita. Egli sapeva dentro di sé che Gesù poteva davvero aiutarlo, in sostanza egli aveva fede in Gesù! Così gridò ancora più forte per farsi notare e Gesù non fu indifferente a quel grido.

"Chiamatelo!". Gesù voleva incontrare quell'uomo la cui voce si era fatta sentire tra la folla. Chissà quante persone c'erano e quante voci si alzavano intorno a Gesù, eppure il Signore non poté fare a meno di udire quella precisa richiesta di aiuto: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!".

Bartimeo era riuscito nell'intento di farsi notare e per la gioia balzò in piedi liberandosi del mantello che fino a quel momento aveva utilizzato per chiedere l'elemosina. Gesù non aveva ancora fatto nulla per lui, eppure qualcosa nel cuore di quell'uomo gli diceva che quel mantello non gli sarebbe servito più. Ho la sensazione che in quel momento Bartimeo sapesse già che la sua vita da mendicante stava per finire. Che grande fede aveva quell'uomo!

"Che cosa vuoi che io ti faccia?" Ecco la domanda che avrebbe messo in luce la fede di Bartimeo. Altri mendicanti al suo posto avrebbero potuto accontentarsi di chiedere l'elemosina a quell'uomo che diceva di essere il Re d'Israele, poi sarebero tornati al loro mantello lungo la strada e avrebbero continuato a mendicare per tutto il resto della loro vita. Ma Bartimeo aveva le idee chiare e si rivolse a Gesù chiamandolo questa volta, Rabbunì, una parola che si potrebbe tradurre con "maestro". "Fa che io ricuperi la vista". Sì, Bartimeo stava chiedendo una cosa che normalmente nessun cieco chiederebbe. Ma Bartimeo aveva fede in Gesù e aveva capito che , se c'era qualcuno che poteva aiutarlo a ricuperare la vista, quello era proprio Gesù di Nazaret.

«Va', la tua fede ti ha salvato». In un istante quell'uomo ricuperò la vista come aveva chiesto.  Gesù aveva apprezzato la fede di quell'uomo e aveva risposto positivamente alla...
Il re venuto per servire
Mentre erano in cammino salendo a Gerusalemme, Gesù andava davanti a loro; essi erano turbati; quelli che seguivano erano pieni di timore. Egli prese di nuovo da parte i dodici, e cominciò a dir loro le cose che stavano per accadergli: «Noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e degli scribi. Essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, i quali lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e l'uccideranno; ma, dopo tre giorni, egli risusciterà».  Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l'altro alla tua sinistra nella tua gloria». Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» Essi gli dissero: «Sì, lo possiamo».  E Gesù disse loro: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; ma quanto al sedersi alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma è per quelli a cui è stato preparato». I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».
(Marco 10:32-45  - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Il momento culminante del ministero di Gesù si stava avvicinando. Egli aveva già annunciato ai suoi discepoli ciò che gli sarebbe accaduto, ma fino a questo momento i discepoli avevano evitato di affrontare il problema e probabilmente speravano ancora che Gesù si sbagliasse. 

Ma quando Gesù si era nuovamente incamminato verso Gerusalemme, i discepoli  avevano percepito che le cose potevano mettersi male. Essi erano turbati e pieni di timore perché sapevano che a Gerusalemme avevano già tentato di ucciderlo in precedenza. Nel brano parallelo di Giovanni tale timore è espresso molto bene nelle parole di Tommaso, detto Didimo, che rivolgendosi agli altri disse:"«Andiamo anche noi, per morire con lui!» (Giovanni 11:16). Infatti Giovanni riporta la preoccupazione dei discepoli quando Gesù aveva affermato di voler tornare in Giudea: "«Maestro, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» (Giovanni 11:8).

Gesù non cercò di tranquillizzarli, anzi ribadì che quello era il suo ultimo viaggio verso Gerusalemme. Nel giro di pochi giorni egli sarebbe stato dato nelle mani della classe dirigente giudaica che lo avrebbe condannato e lo avrebbe consegnato ai pagani, ovvero ai Romani, i quali lo avrebbero ucciso dopo averlo schernito e flagellato. Ma quella non sarebbe stata la fine, infatti dopo tre giorni sarebbe risuscitato.

Gesù non avrebbe potuto essere più chiaro di così con i suoi discepoli. Con queste parole egli dimostrò loro di avere ogni cosa sotto controllo , infatti le cose sarebbero andate esattamente come egli aveva detto loro.  Era piuttosto chiaro che Gesù stava andando a Gerusalemme nella piena consapevolezza degli eventi che lo attendevano, anzi stava andando lì proprio volontariamente per affrontare quegli eventi.

Doveva essere sconvolgente per i discepoli ciò che Gesù stava ribadendo loro.  Perché, se egli era il Messia, il Re dei Giudei promesso attraverso i profeti, doveva passare attraverso la morte? Che senso aveva tutto ciò?

La richiesta di Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo,
I bambini, i ricchi e noi…
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse; ma i discepoli sgridavano coloro che glieli presentavano. Gesù, veduto ciò, si indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro.  In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto». E, presili in braccio, li benediceva ponendo le mani su di loro. Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù».  Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!  È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».  Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio». Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito». Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna. Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».
(Marco 10:13-31  - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Nessuno di noi andrebbe da un bambino a chiedere un consiglio. D'altra parte si pensa che una persona adulta abbia  più saggezza di un bambino. Cosa avrà mai da insegnarci un bambino?

In questo episodio molte persone si avvicinavano a Gesù portando dei bambini perché li toccasse, probabilmente perché apprezzavano Gesù e si aspettavano che il Signore potesse portare benedizione nelle vite di quei piccoli fanciulli. Non sembrava esserci nulla di male in quel gesto, eppure i discepoli sgridavano coloro che presentavano i bambini a Gesù. Probabilmente sembrava loro che il maestro non dovesse perdere tempo con dei bambini, d'altra parte egli aveva cose importanti da fare e da insegnare agli adulti...

Gesù, veduto ciò si indignò. Credo che si possa affermare che Gesù si indignerebbe ancora oggi vedendo l'atteggiamento che gli adulti hanno nei confronti dei bambini. Anche nella nostra società i bambini sono l'ultima ruota del carro, un carro che gli adulti guidano a loro piacimento senza preoccuparsi degli effetti che il loro comportamento può provocare nella vita di un bambino. Gli adulti hanno cose importanti da fare e  non hanno tempo da perdere con i bambini... Gli adulti litigano e parlano male di altri di fronte ai bambini,..  Gli adulti prendono le proprie decisioni senza tenere conto di quale sia il vero bene dei bambini... Talvolta gli adulti approfittano dei bambini e li maltrattano.

È vero, Gesù aveva cose urgenti da fare, eppure mise da parte ogni cosa per passare un po' di tempo con i bambini, prendendoli in braccio e benedicendoli,  perché, a dispetto delle apparenze, i bambini avevano qualcosa da insegnare agli adulti: "il regno di Dio è per c...
Ciò che Dio ha unito
Poi Gesù partì di là e se ne andò nei territori della Giudea e oltre il Giordano. Di nuovo si radunarono presso di lui delle folle; e di nuovo egli insegnava loro come era solito fare. Dei farisei si avvicinarono a lui per metterlo alla prova, dicendo: «È lecito a un marito mandare via la moglie?» Egli rispose loro: «Che cosa vi ha comandato Mosè?» Essi dissero: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla via». Gesù disse loro: «È per la durezza del vostro cuore che Mosè scrisse per voi quella norma; ma al principio della creazione Dio li creò maschio e femmina. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne. L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito».. In casa i discepoli lo interrogarono di nuovo sullo stesso argomento. Egli disse loro: «Chiunque manda via sua moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se la moglie ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio».
(Marco 10:1-12 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Gli esseri umani sono sempre a caccia della regola che li possa accusare o scagionare a seconda della convenienza. I farisei avevano questa tendenza e molti, leggendo la bibbia oggi, hanno il medesimo approccio, dimenticando che la bibbia non è stata scritta come un manuale di regole ma racconta la storia del rapporto tra il Dio Creatore dei cieli e della terra e l'essere umano, un rapporto che non può e non deve essere ridotto ad un insieme di regolette.

Gesù si trovava di nuovo nei territori della Giudea e oltre il Giordano. Come ormai accadeva continuamente, le folle lo circondavano e Gesù con amore insegnava loro.

Come già era accaduto altre volte anche alcuni appartenenti alla setta dei Farisei si avvicinarono a Lui e gli ponevano delle domande.  Però Il loro scopo, e Gesù lo sapeva,  non era quello di imparare da Gesù, ma quello di metterlo alla prova. I Farisei erano esperti conoscitori della legge e conoscevano bene quanto la legge prescriveva a riguardo, ma volevano comunque che Gesù si esprimesse su quel tema perché lo avrebbe esposto anche politicamente.

Infatti in quella zona tutti sapevano che Erode Antipa aveva arrestato e, in seguito, aveva fatto uccidere Giovanni Battista proprio perché Giovanni aveva denunciato la sua relazione illecita con Erodiade (Vedi Marco 6:17-29). Erode Antipa aveva intrecciato una relazione con Erodiade moglie di suo fratello Erode Filippo, durante una sua visita a Roma; Erode Antipa era già sposato con un'altra donna eppure l'aveva portata con sé in Galilea e l'aveva sposata. Oltre ad essere sua cognata, Erodiade era anche sua nipote, così come era nipote di Erode Filippo. La legge mosaica proibiva tali unioni e i Farisei lo sapevano bene, ma si guardavano bene dall'esporsi come aveva fatto Giovanni Battista. Chiaramente essi preferivano che fosse Gesù ad esporsi come aveva fatto Giovanni, e probabilmente si auguravano che facesse la stessa fine. A partire dalla domanda generica «È lecito a un marito mandare via la moglie?», sulla quale avevano già le loro opinioni basate sulla legge, volevano probabilmente  portare Gesù a misurarsi con il caso particolare di loro interesse.

Gesù non cadde nel loro tranello, infatti come spesso capitava rispose alla loro domanda con un'altra domanda: «Che cosa vi ha comandato Mosè?». Si noti che essi avevano una risposta pronta a tale domanda: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla via». La loro pronta risposta dimostra che la loro richiesta non nasceva da una sincero desiderio di imparare qualcosa sull'argomento. Essi, che praticavano il divorzio come permesso dalla legge di Mosè, mandando via le mogli dopo aver scritto loro una lettera di ripudio, prima di prendersene un'altra si sentivano infatti coperti dalla legge nel loro modo di comportarsi. Dal loro punto di vista erano altri quelli che invece non rispettavano la legge...
Sale insipido?
«E chiunque avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli fosse messa al collo una macina da mulino e fosse gettato in mare. Se la tua mano ti fa cadere in peccato, tagliala; meglio è per te entrare monco nella vita, che avere due mani e andartene nella geenna, nel fuoco inestinguibile,  (dove il verme loro non muore e il fuoco non si spegne). Se il tuo piede ti fa cadere in peccato, taglialo; meglio è per te entrare zoppo nella vita, che avere due piedi ed essere gettato nella geenna, (dove il verme loro non muore e il fuoco non si spegne).  Se l'occhio tuo ti fa cadere in peccato, cavalo; meglio è per te entrare con un occhio solo nel regno di Dio, che avere due occhi ed essere gettato nella geenna, dove il verme loro non muore e il fuoco non si spegne. Poiché ognuno sarà salato con il fuoco.  Il sale è buono; ma se il sale diventa insipido, con che gli darete sapore? Abbiate del sale in voi stessi e state in pace gli uni con gli altri».
(Marco 9:42-50 - La Bibbia)




Indice della serie sul vangelo di Marco




"E chiunque avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli fosse messa al collo una macina da mulino e fosse gettato in mare". Gesù aveva ancora in braccio il bambino di cui avevamo letto al versetto 36 quando pronunciò questa frase.

Il bambino era paragonabile al minimo nella società.  L'espressione di Gesù, secondo cui la terribile morte per annegamento con una macina da mulino attaccata al collo era da considerarsi un destino migliore rispetto all'essere causa di scandalo, era ovviamente iperbolica, ovvero volutamente esagerata. Gesù utilizzò quell'espressione perché voleva che i discepoli comprendessero quanto fosse importante rispettare ed amare anche il minimo nella società e quanto fosse importante mettere ogni cura per non essere causa di scandalo, ovvero di inciampo, per coloro che si avvicinavano a Gesù e credevano in Lui.

Gesù continuò ad usare un linguaggio iperbolico anche nelle frasi seguenti. Infatti egli ovviamente non si aspettava che i discepoli lo prendessero alla lettera tagliandosi mani e piedi o cavandosi gli occhi quando questi erano causa di peccato! D'altra parte leggendo il resto del nuovo testamento non troviamo certamente esempi di pratiche così estreme! L'espressione esagerata serviva ad evidenziare la gravità del peccato in modo che i discepoli non lo prendessero alla leggera. In sostanza essi dovevano vigilare, individuando ed eliminando qualunque cosa potesse distoglierli dal proprio rapporto con Dio e dalla propria dedizione al regno di Dio.

Entrare nella vita, ovvero nel regno di Dio, doveva essere l'obiettivo dei discepoli e di fronte a questo obiettivo ogni cosa doveva passare in secondo piano. Coloro che non sarebbero stati pronti a rinunciare al peccato per seguire Gesù, coloro che non avrebbero considerato importante il regno di Dio nella loro vita, non potevano essere discepoli di Gesù e avrebbero fatto la fine della spazzatura! Infatti la parola "geenna" indicava la valle di Innom, la località a sud di Gerusalemme che veniva usata come raccolta dei rifiuti e nella  quale c'erano fuochi che bruciavano continuamente l'immondizia infestata dai vermi.  Gesù utilizzò quindi un luogo noto ai suoi contemporanei per indicare che gli empi sarebbero stati trattati nello stesso modo in cui  si trattava l'immondizia! L'espressione "dove il verme loro non muore e il fuoco non si spegne"  era anche un riferimento a  Isaia:
«Quando gli adoratori usciranno, vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati a me;
poiché il loro verme non morirà, e il loro fuoco non si estinguerà; e saranno in orrore a ogni carne». (Isaia 66:24)
Questo versetto, con cui si conclude il libro di Isaia, si riferiva ad un tempo futuro in cui Dio avrebbe punito i suoi nemici e coloro che ne avrebbero visto i cadaveri nel luogo dove venivano posti, fuori dalla città,
Chi vuole essere il primo?
Poi, partiti di là, attraversarono la Galilea; e Gesù non voleva che si sapesse. Infatti egli istruiva i suoi discepoli, dicendo loro: «Il Figlio dell'uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini ed essi l'uccideranno; ma tre giorni dopo essere stato ucciso, risusciterà». Ma essi non capivano le sue parole e temevano d'interrogarlo. Giunsero a Capernaum; quando fu in casa, domandò loro: «Di che discorrevate per strada?» Essi tacevano, perché per via avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i dodici e disse loro: «Se qualcuno vuol essere il primo, sarà l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». E preso un bambino, lo mise in mezzo a loro; poi lo prese in braccio e disse loro: «Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me; e chiunque riceve me, non riceve me, ma colui che mi ha mandato». Giovanni gli disse: «Maestro, noi abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo vietate, perché non c'è nessuno che faccia qualche opera potente nel mio nome, e subito dopo possa parlar male di me. Chi non è contro di noi, è per noi. Chiunque vi avrà dato da bere un bicchier d'acqua nel nome mio, perché siete di Cristo, in verità vi dico che non perderà la sua ricompensa.
(Marco 9:30-41 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Quando una persona sa di avere poco tempo, dedica questo tempo alle cose che ritiene più importanti.

In questa seconda parte del vangelo di Marco è evidente che il pensiero di Gesù fosse interamente rivolto alla sua morte e alla sua risurrezione. Egli cercava sempre di più di appartarsi con i suoi discepoli per completare la loro preparazione in vista di quel grande evento.

I discepoli avevano però priorità diverse. Essi continuavano a non capire le sue parole e, al tempo stesso, temevano di interrogarlo. Insomma, essi preferivano  andare avanti insieme al loro maestro convinti che fosse il Messia che vivrà per sempre e cercavano di ignorare quegli strani discorsi, sperando che si sbagliasse. Meglio non chiedere, meglio non approfondire e concentrarsi sulle cose che essi ritenevano importanti, cose ben diverse da quelle di cui parlava Gesù.

E quali erano le cose importanti per i discepoli? Essi pensavano al posto che sarebbe spettato ad ognuno di loro nel regno di Dio. Essi si domandavano chi sarebbe stato considerato il più grande tra loro.  A chi sarebbe stato permesso di stare alla destra di Gesù nel suo regno? Insomma i loro pensieri erano ripiegati su se stessi e questo contribuiva ad impedire loro di vedere il quadro più generale dell'opera di Dio.

Gesù conosceva i loro pensieri, anche se essi si vergognavano di rivelargli l'argomento della loro discussione.  Gesù non li rimproverò, non li trattò male, ma ebbe compassione di loro e, chiamatili a sé, ne approfittò per impartire loro un'ulteriore lezione.

Chi vuole essere il primo? Gesù sapeva che tutti loro aspiravano ad una posizione di preminenza. Immagino i discepoli attenti mentre si accingevano ad ascoltare Gesù che rivelava loro come ottenere quel privilegio.

Dovette essere una vera sorpresa quando Gesù svelò loro che per essere primi, dovevano essere ultimi, ovvero dovevano mettersi al servizio di tutti gli altri. Per seguire Gesù essi avrebbero dovuto imparare a non preoccuparsi troppo del proprio vantaggio personale e della propria posizione nel regno, ma avrebbero dovuto preoccuparsi di mettersi al servizio della collettività. D'altra parte era proprio ciò che Gesù, il Re dei Re, stava facendo in mezzo a loro. Come essi avrebbero compreso in seguito, Gesù sarebbe morto proprio per il bene della collettività, per i peccati dell'umanità.

Per completare la sua lezione Gesù prese in braccio un bambino. Chi era, nella società, meno importante di un bambino? Chi sarebbe andato da un bambino a chiedere un consiglio? Quale prestigio poteva avere un bambino?
Vieni in aiuto alla mia incredulità
Giunti presso i discepoli, videro intorno a loro una gran folla e degli scribi che discutevano con loro. Subito tutta la gente, come vide Gesù, fu sorpresa e accorse a salutarlo. Egli domandò: «Di che cosa discutete con loro?» Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto».  Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell'acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». E Gesù: «Dici: "Se puoi!" Ogni cosa è possibile per chi crede». Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi. Quando Gesù fu entrato in casa, i suoi discepoli gli domandarono in privato: «Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?» Egli disse loro: «Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera».
(Marco 9:14-29 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Dopo un'esperienza particolarmente esaltante può essere difficile tornare alla dura realtà di tutti i giorni. Pietro, Giacomo e Giovanni avevano appena assistito ad un evento straordinario, quando avevano visto Gesù circondato di gloria che parlava insieme a Mosè ed Elia, ma non fecero in tempo a raggiungere gli altri discepoli che subito si trovarono ad affrontare un problema inaspettato. Infatti gli altri discepoli erano circondati da una folla che discuteva con loro.

Alla domanda di Gesù, un uomo spiegò cosa stava accadendo. Egli aveva un figlio tormentato da un demone e lo aveva portato dai discepoli affinché lo guarissero, ma essi non erano stati in grado di aiutarlo. Questo probabilmente aveva risvegliato gli scettici in mezzo alla folla che si stavano prendendo gioco dei discepoli ed era nata quindi una discussione. D'altra parte se qualcuno afferma di essere in grado di compiere un'azione e poi, nel momento in cui è chiamato ad operare, fallisce miseramente, è normale che ci sia una reazione negativa nei suoi confronti ed è normale che qualcuno inizi anche ad accusarlo di essere un millantatore.

Come mai i discepoli non erano stati in grado di operare? Non aveva Gesù dato loro potere sugli spiriti immondi, come abbiamo letto in precedenza in Marco 6:7?  Il problema era proprio questo. Essi non avevano in loro stessi alcun potere di fare cose di quel genere, ma potevano farlo solo perché Gesù, che ha potere anche sul mondo invisibile, aveva dato loro quella possibilità. Era Gesù che aveva in sé il potere di operare in quel modo, loro potevano farlo solo riponendo la loro fede in Lui. Ecco perché Gesù afferma che quegli spiriti potevano essere cacciati solo attraverso la preghiera, ovvero confidando nell'azione di Dio e rivolgendosi a Lui affinché operasse.

Probabilmente i discepoli, avendo già scacciato demoni con l'autorità che il Signore aveva dato loro, avevano avuto un approccio superficiale, pensando ormai di essere in grado  di fare ciò con molta facilità.

"O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò?" La superficialità dei discepoli aveva evidenziato la loro arroganza e mancanza di fede; perlopiù quel fallimento a...
Il Re che deve soffrire
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù. Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento.  Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo».  E a un tratto, guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo. Poi, mentre scendevano dal monte, egli ordinò loro di non raccontare a nessuno le cose che avevano viste, se non quando il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Essi tennero per sé la cosa, domandandosi tra di loro che significasse quel risuscitare dai morti. Poi gli chiesero: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?» Egli disse loro: «Elia deve venire prima e ristabilire ogni cosa; e come mai sta scritto del Figlio dell'uomo che egli deve patire molte cose ed esser disprezzato? Ma io vi dico che Elia è già venuto e, come è scritto di lui, gli hanno anche fatto quello che hanno voluto».
(Marco 9:2-13 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Gesù stava completando l'istruzione dei suoi discepoli. Dopo la dichiarazione di Pietro ("Tu sei il Cristo"), Gesù aveva cominciato a prepararli alla sua morte e alla sua risurrezione ma i discepoli facevano fatica a comprendere. In questo episodio viene aggiunto un tassello per rinforzare la loro fede in vista proprio di quegli eventi futuri.

Gesù portò con sé Pietro, Giacomo e Giovanni come rappresentanti dell'intero gruppo di discepoli affinché fossero testimoni di uno straordinario evento che avrebbe consolidato la loro fede in Lui.

Improvvisamente gli occhi di quei tre discepoli si aprirono su una dimensione nuova, come se l'invisibile diventasse per un momento visibile ai loro occhi. Non videro quindi Gesù come erano abituati a vederlo normalmente, ma lo videro in un modo glorioso mai sperimentato prima. Infatti Gesù mutò aspetto sotto i loro occhi, mostrandosi con uno splendore particolare. Inoltre i discepoli videro apparire addirittura Mosè ed Elia, due personaggi chiave della storia di Israele, ma scomparsi da molti secoli, che parlavano con Gesù! L'immagine è molto bella perché dà l'idea della continuità tra i profeti come Mosè ed Elia e Gesù stesso.  Ciò che i profeti avevano annunciato e preparato ora stava diventando realtà.

Ai discepoli dovette sembrare di aver aperto una porta sull'eternità, dove Elia, Mosè e Gesù appartenenti a tre epoche completamente diverse potevano coesistere contemporaneamente. Non stupisce quindi che fossero sconvolti e non stupisce che pensassero di essere stati proiettati direttamente alla fine dei tempi, nell'era messianica quando i morti risorgeranno, d'altra parte Mosè ed Elia erano proprio lì di fronte ai loro occhi! Questo pensiero emerge dalle parole di Pietro che propose di dare il via alla festa dei tabernacoli in cui si usava appunto dimorare nelle tende, una festa che guardava indietro al tempo in cui Israele aveva dimorato in tende nei 40 anni passati nel deserto, ma anche una festa che guardava al futuro quando, secondo Zaccaria 14:16-17, persone provenienti da tutte le nazioni sarebbero andate  a Gerusalemme a prostrarsi di fronte al Signore e a celebrare proprio la festa dei tabernacoli.

Insomma Pietro pensava che Gesù il Messia avrebbe finalmente stabilito il suo regno in Israele e che Mosè ed Elia ritornati in vita rimanessero lì con Lui. Come apprendiamo dalla conversazione che seguì, la presenza di Elia, secondo le profezie, aveva in particolare acceso nei discepoli la speranza di essere finalmente arrivati alla fine dei tempi e alla manifestazio...
Chi dite che io sia?
Giunsero a Betsaida; fu condotto a Gesù un cieco, e lo pregarono che lo toccasse. Egli, preso il cieco per la mano, lo condusse fuori dal villaggio; gli sputò sugli occhi, pose le mani su di lui, e gli domandò: «Vedi qualche cosa?» Egli aprì gli occhi e disse: «Scorgo gli uomini, perché li vedo come alberi che camminano». Poi Gesù gli mise di nuovo le mani sugli occhi; ed egli guardò e fu guarito e vedeva ogni cosa chiaramente. Gesù lo rimandò a casa sua e gli disse: «Non entrare neppure nel villaggio».Poi Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo; strada facendo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» Essi risposero: «Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti». Egli domandò loro: «E voi, chi dite che io sia?» E Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo».
Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno. Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».
Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. E che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua? Infatti, che darebbe l'uomo in cambio della sua anima? Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli». Diceva loro: «In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio venuto con potenza».
(Marco 8:22-9:1 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




La cecità è un problema molto grave, ma anche la mancanza di una buona vista in senso spirituale può essere un grosso problema.

A Betsaida Gesù guarì un cieco. Gesù cercava di evitare pubblicità per non essere assalito dalla folla e per non attirare l'attenzione delle autorità. Così, come era accaduto già in altre occasioni, Gesù esortò quell'uomo a non parlarne con nessuno. Si noti che proprio per evitare di compiere quel miracolo in mezzo alla folla, Gesù lo aveva condotto fuori dal villaggio e poi lo aveva esortato a non rientrare  in Betsaida. Evidentemente l'uomo abitava fuori dal villaggio.

Occorrevano diverse ore per percorrere la strada che portava da Betsaida a Cesarea di Filippo, così Gesù ne approfittò per introdurre un argomento importante. Possiamo ben dire che questo episodio è centrale nel vangelo di Marco e segna proprio il passaggio verso l'ultima parte del ministero di Gesù per andare verso la croce.

Era giunto il momento di verificare se i discepoli avevano davvero capito chi lui fosse e, al tempo stesso, di rivelare loro il piano per il futuro, un piano che si rivelerà sorprendente per loro.

"Chi dice la gente che io sia?". C'erano ovviamente diverse ipotesi che circolavano tra la gente, dal redivivo Giovanni Battista ad Elia o ad uno dei profeti, ma tutte queste ipotesi erano sbagliate. Gesù, però, era soprattutto interessato all'opinione dei suoi discepoli. "E voi, chi dite che io sia?"

"Tu sei il Cristo". La risposta di Pietro, che probabilmente fu condivisa anche dagli altri discepoli, era senz'altro la risposta corretta.  Ma cosa significava per Pietro e gli altri quell'espressione? Il Cristo, il Messia, era il Re discendente di Davide che doveva ristabilire la giustizia in Gerusalemme, ripristinare il funzionamento corretto del tempio,
Non capite ancora?
In quei giorni c'era di nuovo una folla grandissima, e poiché non avevano da mangiare, Gesù, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «Io ho pietà di questa gente; poiché da tre giorni sta con me e non ha da mangiare. Se li rimando a casa digiuni, verranno meno per strada; perché alcuni di loro sono venuti da lontano». I suoi discepoli gli risposero: «Come si potrebbe mai saziarli di pane qui, in un deserto?» Egli domandò loro: «Quanti pani avete?» Essi dissero: «Sette». Egli ordinò alla folla di accomodarsi per terra; e presi i sette pani, dopo aver reso grazie, li spezzò e diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla; ed essi li distribuirono.  Avevano anche pochi pesciolini; ed egli, dopo aver detto la benedizione, comandò di distribuire anche quelli. Tutti mangiarono e furono saziati; e dei pezzi avanzati si raccolsero sette panieri. Erano circa quattromila persone. Poi Gesù li congedò.E, subito, salito sulla barca con i suoi discepoli, andò dalle parti di Dalmanuta.
Allora vennero i farisei e si misero a discutere con lui, chiedendogli, per metterlo alla prova, un segno dal cielo. Ma egli, dopo aver sospirato nel suo spirito, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: nessun segno sarà dato a questa generazione». E, lasciatili, salì di nuovo sulla barca e passò all'altra riva. I discepoli avevano nella barca solo un pane, perché avevano dimenticato di prenderne degli altri. Egli li ammoniva dicendo: «Guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!» Ed essi si dicevano gli uni agli altri: «È perché non abbiamo pane». Gesù se ne accorse e disse loro: «Perché state a discutere del non aver pane? Non riflettete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate?  Quando io spezzai i cinque pani per i cinquemila, quante ceste piene di pezzi raccoglieste?» Essi dissero: «Dodici». «Quando spezzai i sette pani per i quattromila, quanti panieri pieni di pezzi raccoglieste?» Essi risposero: «Sette».  E diceva loro: «Non capite ancora?»
(Marco 8:1-21 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Quando si vuole che i propri studenti acquisiscano bene una lezione, talvolta è necessario ripetere alcuni concetti.

Gesù tra le sue priorità aveva certamente quella di preparare i suoi discepoli  attraverso i quali il vangelo si espanderà dopo la sua morte e la sua risurrezione, e questi episodi avevano una grande importanza per la loro preparazione. 

Ancora una volta Gesù si era trovato in mezzo ad una folla che lo ascoltava volentieri. Addirittura questa volta molte persone erano rimaste tre giorni con Gesù senza avere cibo da consumare. Come già era accaduto in precedenza Gesù mostrò la sua sensibilità verso di loro... poteva forse mandarli a casa a stomaco vuoto con il rischio che venissero meno per strada?

A questo punto i discepoli avrebbero dovuto ricordarsi quanto era avvenuto in precedenza e si sarebbero dovuti aspettare un miracolo da parte di Gesù, invece la loro risposta dimostrò che non avevano assimilato bene la lezione: "Come si potrebbe mai saziarli di pane qui, in un deserto"?

Gesù non si arrese e si preparò a ripetere la lezione. "Quanti pani avete?"  Con questa sua domanda Gesù mise ancora una volta in evidenza il fatto che, anche se si trovavano in mezzo al deserto, anche se avevano poco pane, comunque poteva essere utile e poteva essere utilizzato. Anche poco, messo nelle sue mani, poteva bastare per fare del bene a tutte quelle persone. E ancora una volta Gesù moltiplicò quei pani e quei pesci per saziare quella folla.

Questa volta i discepoli avevano imparato la lezione?  L'occasione per scoprirlo ce lo fornisce l'episodio successivo.

Alcuni farisei chiesero a Gesù un segno dal cielo per dimostrare che Lui era il Messia. Gesù sospirò nel suo spirito. Ma come? Chiedevano ancora un segno nonostante tutto ciò che Gesù aveva già compiuto in mezzo a loro?
Le briciole dei figli
Poi Gesù partì di là e se ne andò verso la regione di Tiro. Entrò in una casa e non voleva farlo sapere a nessuno; ma non poté restare nascosto, anzi subito, una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi. Quella donna era pagana, sirofenicia di nascita; e lo pregava di scacciare il demonio da sua figlia. Gesù le disse: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». «Sì, Signore», ella rispose, «ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli». E Gesù le disse: «Per questa parola, va', il demonio è uscito da tua figlia». La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei. Gesù partì di nuovo dalla regione di Tiro e, passando per Sidone, tornò verso il mare di Galilea attraversando il territorio della Decapoli. Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!» che vuol dire: «Apriti!» E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; ed erano pieni di stupore e dicevano: «Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare».
(Marco 7:24-37 - La Bibbia)



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Leggendo questo brano molti rimangono stupiti del modo duro in cui Gesù si rivolse alla donna sirofenicia. Per comprendere questo strano scambio di battute dobbiamo comprendere bene la situazione nel suo contesto.

Gesù si trovava in quel momento nella regione di Tiro, in una città con una popolazione per lo più gentile, ovvero non giudaica. Ma Gesù si era recato lì per avere un momento di riposo insieme ai propri discepoli, non per cominciare ad operare miracoli e guarigioni in quella zona. Abbiamo infatti letto che era entrato in una casa e non voleva che si spargesse la voce della sua presenza.

D'altra parte  in quel momento storico Gesù aveva urgenza di predicare tra i Giudei, non tra i gentili. Sarebbero poi stati i suoi discepoli Giudei ad espandere la buona notizia nel resto del mondo in una fase successiva. Infatti dobbiamo tenere presente che il Messia, ovvero il Cristo,  l'Unto Re,  è venuto  per il popolo di Israele. A loro era stato infatti promesso un Re che avrebbe governato con giustizia e li avrebbe liberati, quindi la buona notizia dell'arrivo di Gesù nel mondo è in primo luogo per i Giudei, per la loro redenzione.  Poi, leggendo i profeti, sappiamo che Israele con il suo Messia sarebbero anche stati luce per tutte le nazioni (Vedi Isaia 49:6, 60:3).

Gesù mise in evidenza questo concetto quando disse alla donna: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». Ovviamente i figli a cui si riferisce sono proprio i Giudei e i cagnolini sono i gentili. Gesù non aveva intenzione di cominciare un ministero in quella zona che lo avrebbe distratto dal suo compito principale. Gesù non intendeva affermare che i gentili non avessero diritto alla misericordia di Dio, infatti sarebbe certamente venuto il tempo in cui il vangelo si sarebbe diffuso in tutto il mondo, ma il suo compito come Re dei Giudei era quello di inaugurare il regno di Dio a partire da Israele, non semplicemente quello di fare miracoli e guarigioni ovunque. 

Tuttavia, Gesù non fu insensibile di fronte all'insistenza della donna che diede una risposta saggia e mostrò di avere fiducia in Lui. Ella si sarebbe accontentata anche delle briciole dei figli.

Gesù quindi esaudì la richiesta della donna guarendo sua figlia. Questo episodio dovette colpire i discepoli al punto che in seguito fu registrato nei vangeli che stiamo leggendo...
Ciò che contamina l’uomo
Allora si radunarono vicino a lui i farisei e alcuni scribi venuti da Gerusalemme. Essi videro che alcuni dei suoi discepoli prendevano i pasti con mani impure, cioè non lavate. (Poiché i farisei e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani con grande cura, seguendo la tradizione degli antichi; e quando tornano dalla piazza non mangiano senza essersi lavati. Vi sono molte altre cose che osservano per tradizione: abluzioni di calici, di boccali e di vasi di bronzo e di letti). I farisei e gli scribi gli domandarono: «Perché i tuoi discepoli non seguono la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» E Gesù disse loro: «Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, com'è scritto:
"Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini".
Avendo tralasciato il comandamento di Dio vi attenete alla tradizione degli uomini». Diceva loro ancora: «Come sapete bene annullare il comandamento di Dio per osservare la tradizione vostra! Mosè infatti ha detto: "Onora tuo padre e tua madre"; e: "Chi maledice padre o madre sia condannato a morte". Voi, invece, se uno dice a suo padre o a sua madre: "Quello con cui potrei assisterti è Corbàn" (vale a dire, un'offerta a Dio), non gli lasciate più far niente per suo padre o sua madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata. Di cose simili ne fate molte».Poi, chiamata la folla a sé, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete: non c'è nulla fuori dell'uomo che entrando in lui possa contaminarlo; sono le cose che escono dall'uomo quelle che contaminano l'uomo. [Se uno ha orecchi per udire oda.]» Quando lasciò la folla ed entrò in casa, i suoi discepoli gli chiesero di spiegare quella parabola. Egli disse loro: «Neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che dal di fuori entra nell'uomo non lo può contaminare, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?» Così dicendo, dichiarava puri tutti i cibi. Diceva inoltre: «È quello che esce dall'uomo che contamina l'uomo; perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo maligno, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono dal di dentro e contaminano l'uomo».
(Marco 7:1-23- La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Tutte le culture del mondo hanno le proprie tradizioni. In linea di principio non c'è nulla di male a seguire delle tradizioni. Il problema nasce quando pensiamo che la nostra tradizione, in ambito religioso, sia normativa per tutti, come se fosse qualcosa che Dio stesso ha ordinato.

In questo caso, ad esempio, la tradizione di lavarsi le mani prima di mangiare era tutto sommato positiva in sé.  Gesù non era certamente contrario a lavarsi le mani prima di mangiare!  Si tratta di un'azione che, per motivi di igiene e non per motivi religiosi,  molti di noi praticano regolarmente anche nella nostra cultura moderna.

Il problema di fondo di questa discussione tra Gesù e i Farisei è molto delicato e va ben oltre la questione se sia buono o no lavarsi le mani prima di mangiare. Infatti il principio che sta dietro questa diatriba è: a chi spetta  l'autorità di stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato? Potevano i Farisei imporre delle norme che si affiancano alla legge e che diventano obbligatorie per tutti i Giudei? 

Ai tempi di Gesù i Giudei erano molto influenzati dalla tradizione farisaica che aveva stabilito delle norme che, pur non essendo parte della legge mosaica, erano di fatto considerate da tutti sullo stesso piano della legge stessa. Anzi, come Gesù fece notare, in alcuni casi le tradizioni dei Farisei erano diventate più importanti della legge stessa! La legge stabiliva delle regole per la purità rituale ma la tradizione orale dei Farisei andava oltre la legge stessa.

Un miracolo inutile?
Subito dopo Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, verso Betsaida, mentre egli avrebbe congedato la folla. Preso commiato, se ne andò sul monte a pregare. Fattosi sera, la barca era in mezzo al mare ed egli era solo a terra. Vedendo i discepoli che si affannavano a remare perché il vento era loro contrario, verso la quarta vigilia della notte, andò incontro a loro, camminando sul mare; e voleva oltrepassarli, ma essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono che fosse un fantasma e gridarono; perché tutti lo videro e ne furono sconvolti. Ma subito egli parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!» Salì sulla barca con loro e il vento si calmò; ed essi più che mai rimasero sgomenti, perché non avevano capito il fatto dei pani, anzi il loro cuore era indurito. Passati all'altra riva, vennero a Gennesaret e scesero a terra. Come furono sbarcati, subito la gente, riconosciutolo, corse per tutto il paese e cominciarono a portare qua e là i malati sui loro lettucci, dovunque si sentiva dire che egli si trovasse. Dovunque egli giungeva, nei villaggi, nelle città e nelle campagne, portavano gli infermi nelle piazze e lo pregavano che li lasciasse toccare almeno il lembo della sua veste. E tutti quelli che lo toccavano erano guariti.
(Marco 6:45-56 - La Bibbia)



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Era stata una giornata piuttosto impegnativa e Gesù volle risparmiare ai discepoli l'ultima parte in cui si doveva congedare la folla. Così essi partirono per andare ad aspettare Gesù in un luogo più tranquillo.

Da parte sua Gesù, quando la folla lo lasciò, si ritirò in disparte per pregare. Anche una giornata piena come quella, per Gesù, doveva chiudersi con un tranquillo tempo di preghiera. Anzi, come si nota anche in altre occasioni, più la giornata era impegnativa e più il Signore Gesù sentiva questa esigenza.

Pregò fino a notte inoltrata visto che raggiunse i suoi discepoli solo alla quarta vigilia della notte (tra le tre e le sei del mattino secondo la misurazione romana del tempo).

A quel punto ci si sarebbe potuti aspettare che Gesù prendesse una barca per raggiungere i discepoli sull'altra riva ma, visto il vento contrario, e vista la difficoltà che i discepoli stavano trovando nel remare, Gesù comprese che avrebbe fatto prima ad andare a piedi! Infatti raggiunse velocemente la barca dei discepoli e si accingeva ad oltrepassarla...

Naturalmente Gesù si aspettava una reazione da parte dei discepoli e la reazione non tardò ad arrivare. Essi si spaventarono pensando che si trattasse di un fantasma!

Poveri discepoli! Per noi è facile giudicarli e dire: "Ma come?!? Non sapevano che Gesù era Dio e poteva fare ciò che voleva, incluso camminare sulle acque?"

Certamente per noi non è difficile credere una cosa del genere alla luce di ciò che sappiamo oggi di Gesù, alla luce di tutto il nuovo testamento, così come non è difficile credere che poche ore prima Egli avesse sfamato cinquemila persone con cinque pani e due pesci. Ma proviamo a metterci nei loro panni: non ci saremmo spaventati se avessimo visto una figura umana che cammina sul mare, sfidando le leggi della fisica, sapendo che nessun essere umano lo aveva mai fatto fino a quel momento?

Come il testo ci dice, i discepoli non avevano ancora capito come decifrare l'evento della moltiplicazione dei pani e dei pesci a cui avevano assistito quel giorno.  Essi certamente conoscevano miracoli analoghi descritti nell'antico testamento, ad esempio il miracolo che il Signore aveva fatto attraverso Eliseo descritto in 2Re 4:1-7 in cui l'olio presente in un vasetto si era moltiplicato fino a riempire un grande numero di vasetti. Pertanto ciò che Gesù aveva fatto li aveva certamente sorpresi ma non aveva necessariamente fatto scattare in loro una riflessione più approfondita sulla natura divina di Gesù.  Ma ora, a distanza di poche ore, Gesù stava addirittura passeggiando sull'acqua!
Compassione e potenza
Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: «Venitevene ora in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco». Difatti, era tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure il tempo di mangiare. Partirono dunque con la barca per andare in un luogo solitario in disparte. Molti li videro partire e li riconobbero; e da tutte le città accorsero a piedi e giunsero là prima di loro. Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose. Essendo già tardi, i discepoli gli si accostarono e gli dissero: «Questo luogo è deserto ed è già tardi;  lasciali andare, affinché vadano per le campagne e per i villaggi dei dintorni e si comprino qualcosa da mangiare». Ma egli rispose: «Date loro voi da mangiare». Ed essi a lui: «Andremo noi a comprare del pane per duecento denari e daremo loro da mangiare?» Egli domandò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Essi si accertarono e risposero: «Cinque, e due pesci». Allora egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull'erba verde; e si sedettero per gruppi di cento e di cinquanta. Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani, e li dava ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e furono sazi, e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane, ed anche i resti dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.
(Marco 6:30-44 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Gesù aveva un grande amore e una grande compassione per gli esseri umani e in questo brano lo vediamo in modo particolare.

In quel momento Lui e i suoi apostoli avrebbero avuto bisogno di riposo, infatti gli apostoli erano appena tornati dalla missione nella regione circostante (Marco 6:7-12) e Gesù propose loro di recarsi in barca in un luogo in disparte così potevano anche parlare con un po’ di tranquillità.  Infatti erano talmente pressati dalla folla da non riuscire a trovare nemmeno il tempo di mangiare!

Ma la folla era giunta prima di loro in quel luogo e li stava già aspettando. A quel punto Gesù, come farebbe qualunque personaggio pubblico, avrebbe potuto dire: “Abbiate pazienza! Anche io e i miei discepoli abbiamo diritto ad un po’ di tranquillità e di riposo. Ora lasciateci in pace!”.

Ma Gesù era diverso. Egli era pronto a rinunciare al suo riposo per continuare ad insegnare a quelle persone perché avevano bisogno di ascoltare le sue parole!  La sua compassione per loro aveva prevalso sulla sua stanchezza.

Infatti guardando quelle persone egli le vedeva come pecore che non hanno pastore, ovvero come un popolo senza un capo, senza una guida. D’altra parte il loro capo Erode Antipa, come abbiamo letto, colui che si presentava come il Re dei Giudei, era occupato nelle sue festicciole durante le quali aveva anche perso la vita Giovanni il Battista. Poteva quel tale essere una vera guida per il popolo?

No. Gesù sapeva bene che essi avevano bisogno di essere guidati dal vero Re dei Giudei, dal Messia che era proprio lì  in mezzo a loro per salvarli! E il vero Re dei Giudei non si tirava indietro ma era pronto a rinunciare alla sua privacy pur di recare parole di grazia al suo popolo.
Gli apostoli però cominciavano a spazientirsi. Le ore passavano e probabilmente cominciavano ad avere fame oltre a sentire la stanchezza. Così invitarono Gesù a congedarsi dalla folla in modo che anche la folla potesse rientrare nei villaggi circostanti per comprare del cibo. Sembrava una proposta ragionevole, vero?
Ma Gesù, nella sua compassione, decise di rendere memorabile quella giornata per tutte quelle persone. Il Re avrebbe provveduto cibo per il suo popolo, come una vera guida avrebbe dovuto fare.
“Date loro voi da mangiare” disse Gesù ai suoi discepoli.
Il regno contrastato
Il re Erode udì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato ben conosciuto. Alcuni dicevano: «Giovanni il battista è risuscitato dai morti; è per questo che agiscono in lui le potenze miracolose». Altri invece dicevano: «È Elia!» Ed altri: «È un profeta come quelli di una volta». Ma Erode, udito ciò, diceva: «Giovanni, che io ho fatto decapitare, lui è risuscitato!» Poiché Erode aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva fatto incatenare in prigione a motivo di Erodiade, moglie di Filippo suo fratello, che egli, Erode, aveva sposata. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello!» Perciò Erodiade gli serbava rancore e voleva farlo morire, ma non poteva. Infatti Erode aveva soggezione di Giovanni, sapendo che era uomo giusto e santo, e lo proteggeva; dopo averlo udito era molto perplesso, e l'ascoltava volentieri. Ma venne un giorno opportuno quando Erode, al suo compleanno, fece un convito ai grandi della sua corte, agli ufficiali e ai notabili della Galilea. La figlia della stessa Erodiade entrò e ballò, e piacque a Erode e ai commensali. Il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e te lo darò». E le giurò: «Ti darò quel che mi chiederai; fino alla metà del mio regno». Costei, uscita, domandò a sua madre: «Che chiederò?» La madre disse: «La testa di Giovanni il battista». E, ritornata in fretta dal re, gli fece questa richiesta: «Voglio che sul momento tu mi dia, su un piatto, la testa di Giovanni il battista». Il re ne fu molto rattristato; ma, a motivo dei giuramenti fatti e dei commensali, non volle dirle di no; e mandò subito una guardia con l'ordine di portargli la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò nella prigione e portò la testa su un piatto; la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, udito questo, andarono a prendere il suo corpo e lo deposero in un sepolcro.
(Marco 6:14-29 - La Bibbia)



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Era inevitabile che la gente parlasse di Gesù, considerando i numerosi miracoli che aveva fatto. C'erano molte opinioni diverse sul  suo conto; chi lo considerava un profeta, chi addirittura lo considerava Elia che era tornato, basandosi sulla profezia di Malachia 4:5. Ma l'opinione più bizzarra era senz'altro quella secondo cui Gesù non era altri se non Giovanni il battista risuscitato dai morti...

Anche Erode Antipa aveva sentito parlare di Gesù e aveva sposato l'ipotesi secondo cui  si trattava di Giovanni il Battista risuscitato morti.  Evidentemente la sua coscienza non lo lasciava tranquillo e sapeva di meritare una punizione visto il modo in cui aveva trattato Giovanni.

In Marco 1:14 avevamo appreso dell'arresto di Giovanni ma l'evangelista non era entrato nei dettagli. Ora apprendiamo che Erode aveva fatto arrestare Giovanni perché era infastidito dalle accuse di Giovanni sulla sua relazione con Erodiada.

Erode Antipa era figlio di Erode il Grande e ambiva a completare il disegno del padre, terminando l'espansione del  tempio e facendosi apprezzare dal popolo come Re dei Giudei.  Aveva intrecciato una relazione con Erodiada, moglie di suo fratello Erode Filippo, durante un suo soggiorno a Roma, l'aveva portata in Galilea e l'aveva sposata. Naturalmente questo fatto era noto ed aveva destato scandalo tra i Giudei. Non era un bel biglietto da visita per qualcuno che aspirava ad essere riconosciuto come Re dei Giudei. Non stupisce quindi che Giovanni il Battista avesse messo in evidenza questa situazione, infatti un'autorità come Erode Antipa doveva essere un buon esempio per il popolo,  mentre invece era motivo di scandalo.

Abusando del proprio potere Erode aveva quindi fatto arrestare Giovanni anche perché , dal suo punto di vista, costui stava riscuotendo successo tra il popolo, avendo numerosi seguaci, e annunciava un regno che poteva essere in contrapposizione con il suo. Erodiada serbava rancore verso Giovanni e voleva che morisse, ma Erode,
Un messaggio urgente
Poi partì di là e andò nel suo paese e i suoi discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga; molti, udendolo, si stupivano e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? Che sapienza è questa che gli è data? E che cosa sono queste opere potenti fatte per mano sua? Non è questi il falegname, il figlio di Maria, e il fratello di Giacomo e di Iose, di Giuda e di Simone? Le sue sorelle non stanno qui da noi?» E si scandalizzavano a causa di lui. Ma Gesù diceva loro: «Nessun profeta è disprezzato se non nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua». E non vi poté fare alcuna opera potente, ad eccezione di pochi malati a cui impose le mani e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi circostanti, insegnando. Poi chiamò a sé i dodici e cominciò a mandarli a due a due; e diede loro potere sugli spiriti immondi. Comandò loro di non prendere niente per il viaggio; né pane, né sacca, né denaro nella cintura, ma soltanto un bastone; di calzare i sandali e di non portare tunica di ricambio. Diceva loro: «Dovunque sarete entrati in una casa, trattenetevi lì, finché non ve ne andiate da quel villaggio; e se in qualche luogo non vi ricevono né vi ascoltano, andando via, scotetevi la polvere dai piedi come testimonianza contro di loro». E, partiti, predicavano alla gente di ravvedersi; scacciavano molti demòni, ungevano d'olio molti infermi e li guarivano.
(Marco 6:1-13 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco



Nessun profeta è disprezzato se non nella sua patria. Ancora oggi questa espressione  di Gesù viene usata da coloro che vedono il proprio operato non apprezzato da coloro che stanno più vicino: familiari, amici, concittadini...
Gli abitanti di Nazaret conoscevano le origini umili di Gesù dal punto di vista umano e conoscevano tutta la sua famiglia. Dai vangeli di Matteo e Luca sappiamo che Maria, la madre di Gesù, era rimasta incinta per opera dello Spirito Santo, ma ovviamente tutti conoscevano Gesù come figlio di Giuseppe (Lc 3:23). Sapevano che suo padre era un falegname, o più probabilmente quello che oggi definiremmo "carpentiere", e Gesù aveva evidentemente lavorato con il padre e portato avanti l'attività anche dopo la sua morte. Che Giuseppe fosse già morto lo deduciamo dal fatto che non si parla più di lui dal momento in cui Gesù comincia il suo ministero pubblico.

Fino ad un certo punto della sua vita Gesù visse in un modo piuttosto comune in mezzo ai suoi contemporanei.

Gli abitanti di Nazaret avevano sentito parlare delle opere potenti che Gesù aveva fatte e stavano ascoltando il suo modo di predicare nella sinagoga. Essi sapevano che Gesù non aveva fatto studi teologici approfonditi con un rabbino e si chiedevano da dove gli venisse questa sapienza. Ma come spesso accade, invece di riflettere su ciò che Gesù aveva fatto e sulla sapienza che comunque stava dimostrando, essi erano accecati dal pregiudizio.  Invece di partire dall'evidenza e interrogarsi sul fatto che Gesù potesse davvero essere un concittadino speciale, essi sminuivano le sue opere e le sue parole basandosi su ciò che essi pensavano di sapere su di lui.

Gesù, essendo il Messia, il Re che essi stavano aspettando,  parlava con autorità del regno di Dio che stava venendo in mezzo a loro, ma essi vedevano davanti a loro solo quello che conoscevano come il carpentiere di Nazaret e non prendevano sul serio le sue parole.

Probabilmente i suoi concittadini lo avevano sfidato a compiere opere potenti in mezzo a loro come aveva fatto altrove,  con un atteggiamento di scherno e incredulità. Gesù non era un buffone o un uomo di spettacolo e certamente non faceva miracoli per soddisfare la curiosità di chi lo sfidava con scetticismo. Come accadde in altre occasioni (vedi Marco 8:11-12) Gesù nega un segno quando questo viene richiesto con incredulità.

Così a Nazaret, di fronte al rifiuto dei suoi concittadini, non operò come aveva fatto altrove.
Continua ad avere fede
Gesù passò di nuovo in barca all'altra riva, e una gran folla si radunò attorno a lui; ed egli stava presso il mare. Ecco venire uno dei capi della sinagoga, chiamato Iairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregò con insistenza, dicendo: «La mia bambina sta morendo. Vieni a posare le mani su di lei, affinché sia salva e viva». Gesù andò con lui, e molta gente lo seguiva e lo stringeva da ogni parte. Una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, e che molto aveva sofferto da molti medici e aveva speso tutto ciò che possedeva senza nessun giovamento, anzi era piuttosto peggiorata, avendo udito parlare di Gesù, venne dietro tra la folla e gli toccò la veste, perché diceva: «Se riesco a toccare almeno le sue vesti, sarò salva». In quell'istante la sua emorragia ristagnò; ed ella sentì nel suo corpo di essere guarita da quella malattia. Subito Gesù, conscio della potenza che era emanata da lui, voltatosi indietro verso quella folla, disse: «Chi mi ha toccato le vesti?» I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi come la folla ti si stringe attorno e dici: "Chi mi ha toccato?"» Ed egli guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo. Ma la donna paurosa e tremante, ben sapendo quello che era avvenuto in lei, venne, gli si gettò ai piedi e gli disse tutta la verità. Ma Gesù le disse: «Figliola, la tua fede ti ha salvata; va' in pace e sii guarita dal tuo male». Mentre egli parlava ancora, vennero dalla casa del capo della sinagoga, dicendo: «Tua figlia è morta; perché incomodare ancora il Maestro?» Ma Gesù, udito quel che si diceva, disse al capo della sinagoga: «Non temere; soltanto continua ad aver fede!» E non permise a nessuno di accompagnarlo, tranne che a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero a casa del capo della sinagoga; ed egli vide una gran confusione e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Ed essi ridevano di lui. Ma egli li mise tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui, ed entrò là dove era la bambina. E, presala per mano, le disse: «Talità cum!» che tradotto vuol dire: «Ragazza, ti dico: àlzati!» Subito la ragazza si alzò e camminava, perché aveva dodici anni. E furono subito presi da grande stupore; ed egli comandò loro con insistenza che nessuno lo venisse a sapere; e disse che le fosse dato da mangiare.
(Marco 5:21-43 - La Bibbia)



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Non dobbiamo pensare che tutti i religiosi più in vista ai tempi di Gesù fossero persone che non erano aperte al regno di Dio.

Qui ci troviamo di fronte a un uomo, di nome Ietro, che aveva una posizione importante, quella di capo della sinagoga. Anch’egli come altri aveva sentito parlare di Gesù e non sappiamo se in precedenza fosse stato uno scettico. Sappiamo però che quando si trovò alle strette, magari dopo aver tentato invano altre strade, Ietro comprese che la figlia sarebbe morta. A quel punto aveva deciso di giocarsi un ultima carta recandosi da Gesù, quell’uomo che stava riscuotendo grande successo tra il popolo.

Egli mostrò di avere fede, aspettandosi che Gesù ponesse le sue mani sulla bambina per guarirla.

Ma Gesù quel giorno aveva in mente qualcosa di ancora più grande per Iairo, per la sua famiglia e per tutti i suoi conoscenti. Gesù aveva già operato molte guarigioni ma molti erano rimasti ugualmente scettici nei suoi confronti affermando che scacciava i demoni per opera di Satana. Ma cosa avrebbero pensato di fronte ad una risurrezione dai morti?

Così nonostante l'urgenza, Gesù si fermò a parlare con una donna. Chissà quante persone avevano toccato Gesù, come prontamente gli fecero osservare i discepoli, e chissà quante erano state guarite attraverso quel contatto, eppure Gesù volontariamente si fermò di fronte al tocco particolare di quella donna che aveva sofferto di emorragia. Non si trattava di una malattia letale,
Vai via Gesù!
Giunsero all'altra riva del mare, nel paese dei Geraseni. Appena Gesù fu smontato dalla barca, gli venne subito incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo,  il quale aveva nei sepolcri la sua dimora; nessuno poteva più tenerlo legato neppure con una catena. Poiché spesso era stato legato con ceppi e con catene, ma le catene erano state da lui rotte, e i ceppi spezzati, e nessuno aveva la forza di domarlo. Di continuo, notte e giorno, andava tra i sepolcri e su per i monti, urlando e percotendosi con delle pietre. Quando vide Gesù da lontano, corse, gli si prostrò davanti  e a gran voce disse: «Che c'è fra me e te, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi». Gesù, infatti, gli diceva: «Spirito immondo, esci da quest'uomo!» Gesù gli domandò: «Qual è il tuo nome?» Egli rispose: «Il mio nome è Legione perché siamo molti». E lo pregava con insistenza che non li mandasse via dal paese. C'era là un gran branco di porci che pascolava sul monte. I demòni lo pregarono dicendo: «Mandaci nei porci, perché entriamo in essi». Egli lo permise loro. Gli spiriti immondi, usciti, entrarono nei porci, e il branco si gettò giù a precipizio nel mare. Erano circa duemila e affogarono nel mare. E quelli che li custodivano fuggirono e portarono la notizia in città e per la campagna; la gente andò a vedere ciò che era avvenuto. Vennero da Gesù e videro l'indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che aveva avuto la legione; e s'impaurirono. Quelli che avevano visto raccontarono loro ciò che era avvenuto all'indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi cominciarono a pregare Gesù che se ne andasse via dai loro confini. Com'egli saliva sulla barca, l'uomo che era stato indemoniato lo pregava di poter stare con lui. Gesù non glielo permise, ma gli disse: «Va' a casa tua dai tuoi, e racconta loro le grandi cose che il Signore ti ha fatte, e come ha avuto pietà di te». Ed egli se ne andò e cominciò a proclamare nella Decapoli le grandi cose che Gesù aveva fatte per lui. E tutti si meravigliavano.
(Marco 5:1-20 - La Bibbia)



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Il ministero di Gesù aveva già incontrato una certa opposizione tra i Giudei. Come sarebbero andate le cose in una regione in cui invece prevaleva una popolazione pagana?

Lo scopriamo in questo brano, infatti Gesù si trovava nel paese dei Geraseni nella regione della Decapoli. La Decapoli era infatti un insieme di dieci città ad est del Giordano fondate durante il periodo ellenistico, collocate presso la frontiera orientale dell'impero romano, fra le attuali Giordania, Siria ed Israele. Tali città erano state fondate da colonizzatori greci che si erano mescolati alla popolazione semita ed erano diventate nel tempo centri per la diffusione della cultura greco-romana in quelle zone.

Che la religione ebraica non prevalesse in quella zona è confermato anche dall'allevamento di porci, animali che gli Ebrei non allevavano perché erano considerati impuri e quindi non commestibili per la legge che Dio aveva dato loro attraverso Mosè.

Leggendo questo brano si rimane colpiti dalla quantità di demoni che abitavano in quel pover'uomo e dalla triste condizione in cui egli viveva. Il nome "Legione", con i quali i demoni presenti nell'uomo si identificano, derivava dalla legione romana,  l'unità militare di base dell'esercito romano formata da alcune migliaia di elementi.

Come già era accaduto in altre occasioni, i demoni riconobbero Gesù riferendosi a lui come il figlio del Dio altissimo. Essi sapevano che egli aveva il potere di cacciarli ma questa volta accadde qualcosa che non abbiamo visto in altre occasioni, infatti essi chiesero a Gesù di non essere mandati via dal paese ma di poter restare in quella zona andando nel branco di porci che si trovava lì vicino. Gesù lo permise loro. Apprendiamo quindi che i demoni possono prendere possesso anche di animali.

Ma come mai Gesù assecondò questa richiesta? Non lo sappiamo.
Chi è dunque costui?
In quello stesso giorno, alla sera, Gesù disse loro: «Passiamo all'altra riva». E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano delle altre barche con lui. Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. Essi lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che noi moriamo?» Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» Ed essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?»
(Marco 4:35-41 - La Bibbia)



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Chi è dunque costui? Questa è la domanda che i discepoli si fecero quel giorno ed è la domanda che ognuno di noi dovrebbe farsi ancora oggi. Infatti la nostra stessa vita dipende dalla risposta che daremo a questa domanda.

I discepoli avevano già visto Gesù operare guarigioni e miracoli straordinari ma Gesù colse quell'occasione per sorprenderli ancora , proprio perché voleva che si ponessero quella domanda e che in seguito fossero in grado di darsi la giusta risposta.

"Passiamo all'altra riva" aveva detto Gesù ai discepoli, ma a un certo punto durante la navigazione le cose si erano messe male al punto che la barca si riempiva d'acqua.

Era una situazione drammatica e certamente i discepoli stavano temendo per la propria vita. Eppure Gesù dormiva.

Come poteva Gesù dormire in quella situazione? Non gli importava nulla di ciò che stava accadendo? Il comportamento di Gesù si spiega in un modo solo: egli aveva il completo controllo in ogni situazione. E, in effetti, ciò che accadde lo dimostrò in modo inequivocabile.

"Perché te ne stai lì senza far nulla? Non ti importa che noi moriamo?". C’è un grandissimo contrasto tra l’atteggiamento di Gesù e ciò che succede intorno a Lui.  D'altra parte gli uomini di fronte a certi eventi si sentono impotenti perché sanno che nessun essere umano può opporsi alla forza della natura. Quella era stata l'esperienza dei discepoli fino a quel momento e quella è la stessa esperienza che facciamo ancora noi oggi. Conoscete qualcuno che possa impedire una tempesta o un terremoto? Ogni giorno nel mondo accadono eventi di fronte ai quali gli uomini sono impotenti e ogni giorno ascoltiamo notizie di uomini e donne che perdono la vita a causa di fenomeni naturali.

Ma quel giorno su quella barca c'era qualcuno in grado di controllare anche i fenomeni naturali. I discepoli lo avevano svegliato ma probabilmente non sapevano neanche cosa aspettarsi. Forse si aspettavano che Gesù proponesse delle soluzioni per arginare il problema ma ciò che accadde andava oltre le loro aspettative.

Ciò che accadde in quell’occasione offrì loro l'opportunità per riflettere sulla natura di Gesù. Probabilmente loro lo stavano seguendo convinti che fosse il Messia, ma  per quanto le  loro aspettative riguardanti il Messia potessero essere elevate, quel giorno era accaduto qualcosa che li aveva addirittura spaventati. “Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?” Anche per il Cristo, anche per il Re dei Re, il prescelto da Dio unto della casa di Davide che doveva stabilire un regno di pace e giustizia, quello che era accaduto sembrava davvero troppo. Chi è dunque costui?

Basandosi sulle scritture, quelle che oggi noi conosciamo come "antico testamento", essi si aspettavano certamente un grande uomo e un grande condottiero, e avevano probabilmente cominciato a digerire il fatto che Dio gli avesse dato la capacità di guarire e di cacciare i demoni, ma quale uomo avrebbe potuto avere un controllo totale anche sugli eventi atmosferici e sull’ambiente?  Dalla loro esperienza solo Dio poteva avere un controllo sul creato di quel tipo.  Solo Dio aveva potuto aprire le acque di fronte agli Israeliti,
Grande privilegio, grande responsabilità
Poi diceva ancora: «Si prende forse la lampada per metterla sotto il vaso o sotto il letto? Non la si prende invece per metterla sul candeliere? Poiché non vi è nulla che sia nascosto se non per essere manifestato; e nulla è stato tenuto segreto, se non per essere messo in luce. Se uno ha orecchi per udire oda». Diceva loro ancora: «Badate a ciò che udite. Con la misura con la quale misurate sarete misurati pure voi; e a voi sarà dato anche di più; poiché a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Diceva ancora: «Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme nel terreno, e dorma e si alzi, la notte e il giorno; il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come. La terra da se stessa porta frutto: prima l'erba, poi la spiga, poi nella spiga il grano ben formato. Quando il frutto è maturo, subito il mietitore vi mette la falce perché l'ora della mietitura è venuta».Diceva ancora: «A che paragoneremo il regno di Dio, o con quale parabola lo rappresenteremo? Esso è simile a un granello di senape, il quale, quando lo si è seminato in terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma quando è seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi; e fa dei rami tanto grandi, che all'ombra loro possono ripararsi gli uccelli del cielo».
Con molte parabole di questo genere esponeva loro la parola, secondo quello che potevano intendere. Non parlava loro senza parabola; ma in privato ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
(Marco 4:21-34 - La Bibbia)



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Gesù parlava in parabole perché esse si basavano su un linguaggio comprensibile agli uditori che poteva quindi permettere loro di farsi un’idea della realtà spirituale che Gesù voleva illustrare senza affrontare in modo diretto argomenti che potevano suscitare contrasti immediati nella folla. In tal modo Gesù selezionava  coloro che erano interessati al suo messaggio, i quali avrebbero potuto approfondire ponendogli delle domande.

In particolare i discepoli di Gesù avevano  un grande privilegio perché passavano con Gesù molto tempo e in privato egli spiegava loro ogni cosa. Era però importante che i discepoli comprendessero che le lezioni private di Gesù non erano fini a se stesse perché  quel grande privilegio implicava anche una grande responsabilità.

Infatti, il desiderio di Gesù era che la verità sul regno di Dio si espandesse sempre di più e sarebbero stati proprio i suoi discepoli ad avere la responsabilità di portare quel messaggio fino alle estremità del mondo.  Essi non erano stati scelti da Gesù per costituire una società segreta che doveva custodire il mistero del regno di Dio ma erano stati istruiti da Gesù affinché  potessero portare quel messaggio a tutti anche quando lui non fosse più stato fisicamente con loro. Essi avrebbero dovuto rendere manifeste le cose che Gesù stava insegnando loro in privato, diventando proprio come una lampada che viene messa su un candeliere per fare luce!

Quindi i discepoli di Gesù dovevano essere i primi ad avere orecchie per udire. "Con la misura con la quale misurate sarete misurati pure voi; e a voi sarà dato anche di più" disse loro Gesù, perché essi, per primi, dovevano prestare attenzione per comprendere bene le parole di Gesù in modo da poterle poi spiegare agli altri. Era quindi necessario che non sottovalutassero l'importanza di ciò che Gesù stava condividendo con loro perché dal modo in cui udivano sarebbero dipese la loro relazione con Dio, il loro ministero, il loro coinvolgimento nel regno di Dio, la loro stessa vita.  A chi ha sarà dato, ovvero essi dovevano fare tesoro delle parole di Gesù e avrebbero ricevuto grandi benedizioni nella loro vita, più di quanto essi potessero a quel punto immaginare. Al contrario, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha, ovvero chi aveva un approccio superficiale con le parole di Gesù, dando scarsa importanza ai suoi insegnamenti, come gran parte delle folle che ascoltavano,
Parole incomprensibili?
Gesù si mise di nuovo a insegnare presso il mare. Una gran folla si radunò intorno a lui. Perciò egli, montato su una barca, vi sedette stando in mare, mentre tutta la folla era a terra sulla riva. Egli insegnava loro molte cose in parabole, e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate: il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; e gli uccelli vennero e lo mangiarono. Un'altra cadde in un suolo roccioso dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma quando il sole si levò, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un'altra cadde fra le spine; le spine crebbero e la soffocarono, ed essa non fece frutto. Altre parti caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno». Poi disse: «Chi ha orecchi per udire oda». Quando egli fu solo, quelli che gli stavano intorno con i dodici lo interrogarono sulle parabole. Egli disse loro: «A voi è dato di conoscere il mistero del regno di Dio; ma a quelli che sono di fuori, tutto viene esposto in parabole, affinché: "Vedendo, vedano sì, ma non discernano; udendo, odano sì, ma non comprendano; affinché non si convertano, e i peccati non siano loro perdonati"». Poi disse loro: «Non capite questa parabola? Come comprenderete tutte le altre parabole? Il seminatore semina la parola. Quelli che sono lungo la strada sono coloro nei quali è seminata la parola; e quando l'hanno udita, subito viene Satana e porta via la parola seminata in loro. E così quelli che ricevono il seme in luoghi rocciosi sono coloro che, quando odono la parola, la ricevono subito con gioia; ma non hanno in sé radice e sono di corta durata; poi, quando vengono tribolazione e persecuzione a causa della parola, sono subito sviati. E altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine; cioè coloro che hanno udito la parola; poi gli impegni mondani, l'inganno delle ricchezze, l'avidità delle altre cose, penetrati in loro, soffocano la parola, che così riesce infruttuosa. Quelli poi che hanno ricevuto il seme in buona terra sono coloro che odono la parola e l'accolgono e fruttano il trenta, il sessanta e il cento per uno».
(Marco 4:1-20 - La Bibbia)



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Gesù voleva essere capito dalla gente oppure no? Parlava forse in parabole per trarli in inganno? Voleva che udissero ma non comprendessero? Voleva che vedessero ma non discernessero? Voleva che non si convertissero così non sarebbero stati perdonati? Le sue parole erano davvero incomprensibili?

Cerchiamo di capire queste dure affermazioni di Gesù alla luce del contesto in cui sono inserite.

Ricordiamoci che Gesù stava continuando a predicare il regno di Dio in Israele ma, come abbiamo visto, il suo modo di intendere il regno di Dio non era il medesimo che la maggioranza degli Israeliti stava attendendo.  Gesù, come Giovanni Battista prima di lui, stava infatti insistendo sulla necessità di ravvedersi per accogliere il regno di Dio, mentre la maggioranza degli Israeliti influenzati da una classe politica spiritualmente compromessa attendeva un Messia che li avrebbe liberati dai nemici , ma non si rendeva conto del bisogno di cambiamento interiore necessario per relazionarsi con Dio.

Come abbiamo visto, Gesù aveva già ricevuto molte critiche sul suo modo di operare, sul suo modo di intendere il sabato, e addirittura era già stato accusato di essere indemoniato (3:30). Ci rendiamo quindi conto di quante difficoltà stava incontrando la proclamazione del regno di Dio. Non era facile parlare direttamente alla folla di questi temi senza causare una reazione immediata.

Comprendiamo quindi l'utilità delle parabole. Esse erano storie tratte dalla vita di tutti i giorni che avevano lo scopo di illustrare una realtà spirituale senza parlarne apertamente. Era un modo per stimolare gli ascoltatori a riflettere senza entrare subito in inutili polemiche con la maggioranza....
Pazzo, indemoniato o salvatore?
Poi entrò in una casa e la folla si radunò di nuovo, così che egli e i suoi non potevano neppure mangiare. I suoi parenti, udito ciò, vennero per prenderlo, perché dicevano: «È fuori di sé». Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Egli ha Belzebù, e scaccia i demòni con l'aiuto del principe dei demòni». Ma egli, chiamatili a sé, diceva loro in parabole: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in parti contrarie, quel regno non può durare. Se una casa è divisa in parti contrarie, quella casa non potrà reggere. Se dunque Satana insorge contro se stesso ed è diviso, non può reggere, ma deve finire. D'altronde nessuno può entrare nella casa dell'uomo forte e rubargli le sue masserizie, se prima non avrà legato l'uomo forte; soltanto allora gli saccheggerà la casa. In verità vi dico: ai figli degli uomini saranno perdonati tutti i peccati e qualunque bestemmia avranno proferita; ma chiunque avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non ha perdono in eterno, ma è reo di un peccato eterno». Egli parlava così perché dicevano: «Ha uno spirito immondo». Giunsero sua madre e i suoi fratelli; e, fermatisi fuori, lo mandarono a chiamare. Una folla gli stava seduta intorno, quando gli fu detto: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle là fuori che ti cercano». Egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» Girando lo sguardo su coloro che gli sedevano intorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre».
(Marco 3:20-35 - La Bibbia)



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La fama di Gesù  cresceva sempre di più. Se Egli avesse dato retta a tutti coloro che lo cercavano, non sarebbe neanche riuscito a mangiare.

La sua famiglia cominciava ad essere preoccupata per lui. Dobbiamo considerare che molti suoi famigliari non credevano in lui (vedi Gv 7:5) e ciò che stava accadendo non sembrava loro normale, infatti lo zelo di Gesù ai loro occhi doveva sembrare fanatismo e alcuni parenti cominciavano a credere che tutta quella pressione potesse mettere in pericolo la sua sanità mentale al punto che alcuni dicevano: «È fuori di sé», così volevano portarlo via dalla casa in cui si trovava.

Nel frattempo, Gesù si trovò davanti alcuni scribi che apertamente lo consideravano influenzato da Belzebù, nome di un'antica divinità cananea, quindi sostanzialmente credevano che fosse posseduto anche lui da un demonio (v.30).  Inoltre credevano che scacciasse i demoni con l'aiuto del principe dei demoni, quindi Satana stesso.

Ma Gesù nella lucidità del suo ragionamento dimostrò di non essere fuori di sé come sospettavano i parenti, anzi sapeva esattamente cosa stava facendo. La sua lotta contro il regno di Satana era in corso ed egli stava proprio affermando il regno di Dio che sconfiggeva le potenze delle tenebre. Se egli avesse avuto uno spirito immondo, come avrebbe potuto cacciare gli spiriti immondi? Satana combatterebbe contro sé stesso?  Quanta tristezza doveva avere il Signore Gesù per queste accuse che denotavano incredulità anche di fronte all'evidenza. Era ovvio che per sconfiggere i demoni sarebbe stato necessario qualcuno  che fosse in grado anche di rendere il principe dei demoni inoffensivo, d'altra parte solo chi è in grado di legare un uomo forte è in grado di derubarlo... Quindi era chiaro che non solo Gesù non era posseduto da un demone, ma aveva autorità anche sul principe dei demoni! 

I suoi miracoli di guarigione e le sue liberazioni dai demòni dovevano portare le persone a riconoscere che era proprio Lui quello che avrebbe stabilito il Regno di Dio, il Re dei Re, il signore dei Signori, di fronte al quale Satana e tutti i suoi avversari si sarebbero inchinati! Invece i suoi interlocutori esibivano ragionamenti fallaci proprio perché erano influenzati da quelle potenze spirituali e non si lasciavano persuadere dallo Spirito Santo che era venuto su Gesù in forma di colomba al suo battesi...
Araldi del Regno
Poi Gesù si ritirò con i suoi discepoli verso il mare; e dalla Galilea una gran folla lo seguì; e dalla Giudea, da Gerusalemme, dalla Idumea e da oltre il Giordano e dai dintorni di Tiro e di Sidone una gran folla, udendo quante cose egli faceva, andò da lui. Egli disse ai suoi discepoli che gli tenessero sempre pronta una barchetta, per non farsi pigiare dalla folla. Perché, avendone guariti molti, tutti quelli che avevano qualche malattia gli si precipitavano addosso per toccarlo. E gli spiriti immondi, quando lo vedevano, si gettavano davanti a lui e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!» Ed egli ordinava loro con insistenza di non rivelare la sua identità. Poi Gesù salì sul monte e chiamò a sé quelli che egli volle, ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici per tenerli con sé e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i dodici, cioè: Simone, al quale mise nome Pietro; Giacomo, figlio di Zebedeo e Giovanni, fratello di Giacomo, ai quali pose nome Boanerges, che vuol dire figli del tuono; Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariot, quello che poi lo tradì.
(Marco 3:7-19 - La Bibbia)



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La presenza delle malattie è una delle testimonianze più tangibili degli effetti del peccato sulla razza umana. Spesso infatti sono proprio le malattie a condurre gli esseri umani verso la morte.

Prima o poi ogni famiglia si trova ad affrontare una malattia difficile che improvvisamente ci sbatte in faccia la realtà della fragilità umana. Alcune malattie, anche nel nostro tempo, nonostante la medicina abbia fatto passi a da gigante negli ultimi decenni, quando vengono diagnosticate hanno il sapore della condanna a morte.

Dovremmo renderci conto del fatto che, ai tempi di Gesù, con le conoscenze mediche di allora, alcune malattie che oggi sono facilmente curabili potevano invece portare rapidamente alla morte.

Comprendiamo quindi perché la folla pressasse così tanto Gesù, al punto da rendere necessario che egli salisse su una barca per non essere sopraffatto dalla gran quantità di persone che cercavano di toccarlo nella speranza di essere guariti. Evidentemente tanta gente soffriva e sperava in un miracolo.

Gesu era ben contento di alleviare le sofferenze della gente come parte della sua missione, ma non dobbiamo dimenticare che oltre alla salute fisica egli era preoccupato della salute spirituale delle persone in vista del regno di Dio.

Inoltre c’era un mondo invisibile colmo di creature ribelli a Dio che non solo influenzavano dall’esterno l’umanità nella vita di tutti i giorni, ma a volte prendevano possesso degli uomini e rendevano la loro vita impossibile. Ed era proprio il mondo spirituale dei nemici di Dio quello che Gesù voleva colpire maggiormente per stabilire il suo regno.

I demoni temono Gesù e dalla loro reazione comprendiamo la loro capacità di percepire la natura particolare di Gesù, appellandolo come “Figlio di Dio”. Si noti che essi sono sottoposti all’autorità di Gesù. Gesù ordinò loro di non rivelare la sua identità sia perché comunque essi potevano rivelare informazioni del mondo invisibile che le persone potevano fraintendere non essendo in grado di comprenderle pienamente, sia perché comunque informazioni provenienti da demoni non sarebbero state considerate attendibili e sarebbero state viste con sospetto dagli avversari di Gesù, come in effetti accadrà nell'episodio narrato in Marco 3:20-30 dove Gesù sarà accusato proprio di essere addirittura complice del regno delle tenebre.

Nella scelta dei cosiddetti dodici apostoli di cui abbiamo letto l’elenco in questo brano, si noti il fatto che il loro incarico principale in aggiunta alla predicazione fosse proprio quello di cacciare i demoni.  In quella fase era essenziale che la predicazione del regno di Dio fosse accompagnata da una dimostrazione di superiorità del regno di Dio rispetto al ...
Ciò che è lecito
In un giorno di sabato egli passava per i campi, e i suoi discepoli, strada facendo, si misero a strappare delle spighe. I farisei gli dissero: «Vedi! Perché fanno di sabato quel che non è lecito?» Ed egli disse loro: «Non avete mai letto quel che fece Davide, quando fu nel bisogno ed ebbe fame, egli e coloro che erano con lui? Com'egli, al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani di presentazione, che a nessuno è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche a quelli che erano con lui?» Poi disse loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato; perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato». Poi entrò di nuovo nella sinagoga; là stava un uomo che aveva la mano paralizzata. E l'osservavano per vedere se lo avrebbe guarito in giorno di sabato, per poterlo accusare. Egli disse all'uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati là nel mezzo!» Poi domandò loro: «È permesso, in un giorno di sabato, fare del bene o fare del male? Salvare una persona o ucciderla?» Ma quelli tacevano. Allora Gesù, guardatili tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore, disse all'uomo: «Stendi la mano!» Egli la stese, e la sua mano tornò sana. I farisei, usciti, tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui, per farlo morire.
(Marco 2:23-3:6 - La Bibbia)



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Gli Ebrei avevano ricevuto un grande dono da parte di Dio nella legge che Dio  aveva dato loro tramite Mosè.

Il Signore aveva infatti previsto per loro un giorno bellissimo che avrebbe distinto Israele da tutti i popoli circostanti i quali non avevano nulla del genere. Sarebbe infatti stato un giorno a Lui dedicato, un giorno in cui si sarebbero potuti riposare dal proprio lavoro e si sarebbero potuti concentrare sul loro rapporto con Dio insieme ai propri famigliari e a tutti coloro che vivevano con loro ( si legga Esodo 20:8-10).

Non possiamo pensare che Gesù ignorasse o disprezzasse un comandamento così importante per il popolo di Israele. La risposta di Gesù infatti non va vista come un rifiuto della legge inerente il sabato per Israele, ma piuttosto come la sua interpretazione autorevole di tale legge che invitava alla flessibilità e alla misericordia quando la situazione lo richiedeva.

I Farisei erano rigidi nell’applicazione della legge e avevano stabilito molte regole da osservare in giorno di sabato affinché il sabato fosse rispettato, ma Gesù voleva invitarli a considerare che nelle stesse scritture c’erano esempi di persone che non avevano osservato rigidamente la legge in alcune situazioni di estrema necessità , senza che ciò avesse attirato una condanna su di loro.

Gesù citò quindi il brano di  1 Samuele 21:1-7 in cui il Re Davide per salvare la propria vita e quella di coloro che erano con Lui, mentre scappava da Saul, mangiò i pani di presentazione che invece erano riservati per legge ai sacerdoti. In quel caso, viste le circostanze,  il sacerdote Achimelech (padre del sommo sacerdote Abiatar qui citato) aveva assecondato la richiesta di Davide affinché lui e i suoi compagni potessero riprendere le forze.

Gesù citò questo episodio per fare comprendere ai suoi interlocutori che la legge andava rispettata considerando però che si possono fare delle eccezioni quando ci sono casi di estrema necessità. Lui era ben più importante del re Davide e insieme ai suoi collaboratori stava svolgendo un ministero urgente per la salvezza di Israele. Era sensato che i discepoli di Gesù, nel loro ministero itinerante, prendessero un po’ di spighe da rosicchiare per sostentarsi in giorno di sabato, lo stretto necessario per sopravvivere e per proseguire nel loro ministero.  Essi non stavano neanche infrangendo la legge perché non si poteva considerare un gesto salvavita come quello come se fosse un lavoro. I Farisei credevano davvero che Dio li avrebbe biasimati per quello?

Gesù non disprezza il sabato ma critica il modo in c...
Dal vecchio al nuovo
I discepoli di Giovanni e i farisei erano soliti digiunare. Alcuni andarono da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano e i tuoi discepoli non digiunano?» Gesù disse loro: «Possono gli amici dello sposo digiunare, mentre lo sposo è con loro? Finché hanno con sé lo sposo, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; e allora, in quei giorni, digiuneranno. Nessuno cuce un pezzo di stoffa nuova sopra un vestito vecchio; altrimenti la toppa nuova porta via il vecchio, e lo strappo si fa peggiore. Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino fa scoppiare gli otri, e il vino si perde insieme con gli otri; ma il vino nuovo va messo in otri nuovi».
(Marco 2:18-22 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Non è mai facile cambiare il proprio modo di pensare. Sono davvero poche le persone in grado di mettersi in discussione quando la situazione lo richiede.

La presenza del Messia in mezzo al suo popolo era certamente un’occasione che richiedeva di riconsiderare il proprio modo di pensare e di agire.

Molte usanze in voga presso i Giudei non erano state istituite da Dio ma avevano comunque radici antiche ed avevano una certa  utilità . Nelle civiltà più antiche il digiuno era associato al lutto e all’afflizione. I digiuni a cui si fa riferimento in questo brano, ad esempio, erano associati al ricordo di momenti particolarmente difficili nella storia di Israele come la caduta del tempio nel 587 a.c.  ad opera del popolo babilonese. Erano momenti originariamente concepiti per favorire la riflessione astenendosi dal cibo e dedicandosi alla preghiera.

Un Giudeo devoto come Gesù conosceva quelle usanze e di certo non le disprezzava se erano svolte con lo spirito giusto da chi vi si sottoponeva volontariamente. Pertanto sembrava strano agli interlocutori di Gesù che egli e i suoi discepoli non le rispettassero.  Non stupisce quindi che alcuni volessero conoscerne il motivo.

La risposta di Gesù è molto illuminante. Infatti poteva ancora avere senso vivere nel triste ricordo di momenti di giudizio come la distruzione del tempio, quando in mezzo a loro era presente il Messia che avrebbe stabilito il Regno di Dio? Era il momento di digiunare o sarebbe stato più opportuno festeggiare?

Per farli riflettere Gesù si paragona proprio ad uno sposo e paragona i suoi discepoli agli amici dello sposo. Mentre lo sposo è presente, gli amici gioiscono della sua presenza e fanno festa con lui; non avrebbe senso digiunare in sua presenza come se ci fosse un lutto, anzi sarebbe stato un atteggiamento davvero inopportuno!

In sostanza egli voleva fare capire che la sua presenza in Israele era un evento che avrebbe dovuto portare gioia in Israele facendo dimenticare i tristi eventi del passato. Con il Messia presente in mezzo al popolo era il momento di pensare alla gloria futura, non il momento di ripensare agli errori del passato!

Gesù, alludendo probabilmente alla sua morte, sapeva che ci sarebbe stato un tempo in cui anche i suoi discepoli avrebbero affrontato momenti difficili, in cui avrebbero sentito la necessità di digiunare cercando Dio in preghiera. Ma quello era invece il momento di gioire insieme per la presenza del Figlio di Dio in mezzo a loro!

Gesù stava introducendo il regno di Dio che avrebbe trovato il suo culmine nella nuova creazione, nei nuovi cieli e nuova terra che il Signore avrebbe fatto! Quindi coloro che avevano posto la domanda avrebbero dovuto piuttosto unirsi al movimento festoso dei discepoli di Gesù per gioire in vista del rinnovamento che li attendeva.  C'è un tempo per ogni cosa, ma quello non era certamente  il momento più opportuno per digiunare...

Essi dovevano aprire la loro mente per discernere i tempi e riconoscere in Gesù  il Messia. Se invece la loro mente rimaneva ancorata al passato essi avrebbero perso l’occasione di riconoscere il Messia e di pregustare l’anticipo del reg...
Giusti o peccatori?
Gesù uscì di nuovo verso il mare; e tutta la gente andava da lui, ed egli insegnava loro. E, passando, vide Levi, figlio d'Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì. Mentre Gesù era a tavola in casa di lui, molti pubblicani e peccatori erano anch'essi a tavola con lui e con i suoi discepoli; poiché ce n'erano molti che lo seguivano. Gli scribi che erano tra i farisei, vedutolo mangiare con i pubblicani e con i peccatori, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangia con i pubblicani e i peccatori?» Gesù, udito questo, disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori».
(Marco 2:13-17 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




Ci sono persone rassegnate ad essere disprezzate da tutti a causa del proprio passato. Levi, detto anche Matteo come si legge in Mt 9:9-10, era certamente uno di questi.

Egli era infatti un pubblicano, una sorta di appaltatore di tributi che riscuoteva imposte dalla gente e dava poi il dovuto ai Romani. Queste persone erano disprezzate sia perché collaboratori dell’invasore romano, sia perché erano noti per la loro disonestà che li portava a trarre grossi guadagni imponendo imposte che andavano ben oltre il necessario richiesto dai Romani. 

Quel mestiere rappresentava il passato e il presente di Levi ma Gesù aveva altri programmi per il suo futuro.

Abituato al disprezzo, Levi dovette rimanere davvero colpito dalla chiamata di Gesù. Invece di insultarlo come gli altri connazionali, quel maestro che stava riscuotendo tanto successo con le sue opere potenti, lo stava invitando a seguirlo. Stava indicando proprio lui come un possibile discepolo. Ed egli, alzatosi lo seguì.

La gioia di Levi doveva essere davvero grande nel vedere che Gesù lo stava considerando un possibile discepolo, nonostante il suo mestiere e la sua fama. Invece di rimanere scandalizzato dal suo passato, Gesù gli stava dando la possibilità di avere un futuro diverso, coinvolgendolo nella sua missione. Levi non poté fare a meno di invitare Gesù a casa sua per mangiare insieme e gli sembrò evidentemente l’occasione giusta per festeggiare  con parenti e amici questa svolta nella sua vita.

Ma non tutti erano contenti quel giorno. Alcuni scribi appartenenti alla fazione farisaica erano rimasti perplessi nel vedere Gesù e i suoi discepoli a tavola con categorie di persone così poco raccomandabili. Ai loro occhi, la casa di Levi era piena di “peccatori”, di persone che a loro modo di vedere non erano tanto diverse dagli stranieri idolatri, persone che non eccellevano certamente nel rispetto della legge di Mosè e non erano esempi di dirittura morale.

Non c’è da stupirsi di questo atteggiamento infatti i Farisei avevano avuto il merito di conservare le tradizioni giudaiche basate sulla legge di Mosè in un’epoca in cui l’ellenizzazione crescente rischiava di spazzarle via, ma allo stesso tempo avevano elaborato molte regole che dovevano essere seguite scrupolosamente, regole che avrebbero dovuto aiutare le persone ad ubbidire alla legge ma in diversi casi, denunciati anche da Gesù, finivano per prendere il sopravvento sulla legge stessa. I Farisei (una parola che deriva da un termine che significa "separati")  non frequentavano i gentili, considerati “peccatori” per eccellenza, e prendevano le distanze da  tutti coloro che in qualche modo non aderivano strettamente alla loro tradizione. Purtroppo, come emerge chiaramente dalle loro parole, essi avevano sviluppato un atteggiamento che li portava a sentirsi migliori degli altri.

Gesù, come fece in altre occasioni, avrebbe potuto sgridarli per la loro arroganza. Erano loro davvero giusti e rispettosi della legge? No, infatti talvolta le loro tradizioni diventavano più importanti della legge stessa e Gesù lo sapeva bene. Ma più che cercare lo scontro con loro, Gesù con le sue parole voleva portarli alla riflessione e al ravvedim...
Guarigione fisica o interiore?
Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola. E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati». Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?» Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"? Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua». Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».
(Marco 2:1-12 - La Bibbia)



Indice della serie sul vangelo di Marco




La guarigione fisica è senz’altro più facile da verificare rispetto ad una guarigione interiore, tuttavia quest’ultima è quella che conta davvero per entrare nel regno di Dio.

Gesù era di nuovo in Capernaum che era diventato evidentemente la città dove alloggiava quando rientrava dalla sua opera nelle zone circostanti. Se ripensiamo a quanto abbiamo letto nel capitolo precedente, quando dovette lasciare Capernaum proprio perché le richieste di guarigione erano diventate molto pressanti (Mc 1:36-38), non ci stupiamo del fatto che appena si sparse la notizia del suo rientro, una folla assediò la casa dove alloggiava.

Si noti che Gesù annunciava loro la parola, ovvero continuava a predicare la buona notizia di Dio esortando le persone a ravvedersi in vista del regno di Dio (Mc 1:15). Non dimentichiamo che questo era lo scopo principale della sua missione.

Ma come ci si poteva aspettare, il motivo principale per cui le persone lo assediavano era la guarigione fisica, quella che a breve termine sembra la più importante per noi esseri umani. Così non ci stupisce troppo il fatto che pur di poter essere guarito da Gesù qualcuno era arrivato addirittura a passare per il tetto!

Si trattava di un paralitico portato da quattro uomini. Il Signore Gesù avrebbe potuto sgridarli per quell’atto così inopportuno, ma comprese subito che quelle persone erano mosse da una fede sincera, infatti  per arrivare a fare una fatica simile, quei quattro uomini dovevano davvero credere che Gesù fosse in grado di guarire il loro parente o amico in quella condizione così difficile.

Ci saremmo aspettati a questo punto una guarigione fisica in risposta alla loro fede, invece Gesù ci sorprende dicendo: “Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati”. Non è una guarigione fisica quella a cui assistiamo ma una guarigione interiore che per Gesù era ben più importante per la relazione del'uomo con Dio.

Ed è a questo punto che si manifesta tutta l’incredulità di alcuni scribi presenti. Gesù aveva fatto tanti miracoli incredibili in mezzo a loro compiendo molte guarigioni e aveva già mostrato loro anche l’autorità che aveva sul mondo spirituale cacciando molti demoni in mezzo a loro.  Non doveva a questo punto sorgere in loro il dubbio che Gesù fosse ben più di un semplice uomo? Era davvero tanto incredibile che Colui che poteva operare in modo potente la guarigione fisica fosse anche Colui che era in grado di guarire spiritualmente le persone?

Essi sapevano bene che solo Dio poteva perdonare i peccati ma invece di comi...
L’autorità di Gesù
Vennero a Capernaum; e subito, il sabato, Gesù, entrato nella sinagoga, insegnava. Essi si stupivano del suo insegnamento, perché egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.  In quel momento si trovava nella loro sinagoga un uomo posseduto da uno spirito immondo, il quale prese a gridare:  «Che c'è fra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto per mandarci in perdizione? Io so chi sei: il Santo di Dio!».  Gesù lo sgridò, dicendo: «Sta' zitto ed esci da costui!» E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. E tutti si stupirono e si domandavano tra di loro: «Che cos'è mai questo? È un nuovo insegnamento dato con autorità! Egli comanda perfino agli spiriti immondi, ed essi gli ubbidiscono!» La sua fama si divulgò subito dappertutto, nella circostante regione della Galilea. appena usciti dalla sinagoga, andarono con Giacomo e Giovanni in casa di Simone e di Andrea.  La suocera di Simone era a letto con la febbre; ed essi subito gliene parlarono; egli, avvicinatosi, la prese per la mano e la fece alzare; la febbre la lasciò ed ella si mise a servirli. Poi, fattosi sera, quando il sole fu tramontato, gli condussero tutti i malati e gli indemoniati; tutta la città era radunata alla porta. Egli ne guarì molti che soffrivano di diverse malattie, e scacciò molti demòni e non permetteva loro di parlare, perché lo conoscevano. Poi, la mattina, mentre era ancora notte, Gesù si alzò, uscì e se ne andò in un luogo deserto; e là pregava. Simone e quelli che erano con lui si misero a cercarlo; e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano».  Ed egli disse loro: «Andiamo altrove, per i villaggi vicini, affinché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto».  E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e cacciando demòni. Venne a lui un lebbroso e, buttandosi in ginocchio, lo pregò dicendo: «Se vuoi, tu puoi purificarmi!» Gesù, impietositosi, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio; sii purificato!» E subito la lebbra sparì da lui, e fu purificato. Gesù lo congedò subito, dopo averlo ammonito severamente, e gli disse: «Guarda di non dire nulla a nessuno, ma va', mostrati al sacerdote, offri per la tua purificazione quel che Mosè ha prescritto; questo serva loro di testimonianza». Ma quello, appena partito, si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare apertamente in città; ma se ne stava fuori in luoghi deserti, e da ogni parte la gente accorreva a lui.
(Marco 1:21-45  - La Bibbia)

Indice della serie sul vangelo di Marco



Gesù non era il Re che ci si sarebbe aspettato. Non lo si sarebbe potuto riconoscere dal suo aspetto, dai suoi vestiti, o dalla casa in cui abitava. Eppure c'era qualcosa che lo distingueva da tutti gli altri: la sua autorità.
Se ne accorsero subito coloro che lo sentirono insegnare nella sinagoga di Capernaum perché essi erano abituati ad ascoltare i loro scribi che insegnavano basandosi sempre sull'autorità dei rabbini che li avevano preceduti. Ma Gesù aveva una sua autorità. Egli non aveva bisogno di basarsi su fonti più autorevoli per valorizzare il proprio messaggio perché aveva accesso diretto alla vera fonte di ogni sapienza.
Se ne accorse subito anche lo spirito immondo. Infatti riconobbe in lui qualcosa di speciale appellandolo come "il Santo di Dio". E con la sua autorità Gesù lo costrinse ad abbandonare l'uomo di cui si era impossessato.
Un nuovo insegnamento dato con autorità che costringeva anche i demoni a indietreggiare: ecco il biglietto da visita di Gesù, il re dei Re.
Neanche le malattie potevano resistere di fronte all'autorità di Gesù. Che si trattasse di una semplice febbre come quella della suocera di Simone o di un difficile caso di lebbra, per Gesù non faceva alcuna differenza. Si noti che, a differenza delle possessioni, le malattie non erano e non sono causate da spiriti immondi. È scritto che Gesù guariva dalle malattie mentre nel caso di spiriti immondi non si parla mai di guar...
Il regno di Dio è vicino
Dopo che Giovanni fu messo in prigione, Gesù si recò in Galilea, predicando il vangelo di Dio e dicendo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo». Mentre passava lungo il mare di Galilea, egli vide Simone e Andrea, fratello di Simone, che gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, e io farò di voi dei pescatori di uomini». Essi, lasciate subito le reti, lo seguirono. Poi, andando un po' più oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni, suo fratello, che anch'essi in barca rassettavano le reti; e subito li chiamò; ed essi, lasciato Zebedeo loro padre nella barca con gli operai, se ne andarono dietro a lui.

(Marco 1:14-20 - La Bibbia)




Indice della serie sul vangelo di Marco






 

Il ministero di Gesù stava entrando in una nuova fase. Il suo araldo Giovanni, mandato davanti a lui per preparare il popolo ad incontrare il Re era stato messo in prigione e a quel punto il Re stesso continuò a predicare il ravvedimento in vista del regno di Dio, predicando il vangelo, ovvero la buona notizia di Dio.

Quando oggi ci riferiamo al vangelo, pensiamo subito ad annunciare la morte e la risurrezione di Gesù, ma ovviamente Gesù non poteva ancora parlare di queste cose che, come vedremo in seguito, risultavano incomprensibili anche ai suoi più vicini collaboratori. A quale vangelo dovevano credere le persone a cui Gesù predicava? In cosa consisteva il vangelo di Dio, ovvero la buona notizia di Dio annunciata da Gesù?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo considerare che possiamo parlare di regno di Dio, o regno dei cieli come viene chiamato in altri brani dei vangeli, quando è Dio a governare, a regnare, in modo diretto sul creato. Se leggiamo la bibbia ci rendiamo conto che il Regno di Dio sul creato è una realtà già nel giardino dell'Eden con il Signore che affida all'uomo, creato a sua immagine, la responsabilità di governare:
Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra» (Genesi 1:28)
Sappiamo però che l'uomo disubbidì a Dio e fu cacciato dall’Eden, istigato dal serpente che non era un semplice animale ma un essere spirituale poi conosciuto come Satana (vedi Ap 12:9, Ap 20:2) che si ribellò a Dio trascinando con sé l'umanità. Da quel momento in poi l'uomo continua a governare questo mondo ma, come tutti possono osservare, non lo sta facendo in comunione con Dio ma piuttosto influenzato da quelle medesime potenze spirituali che lo hanno spinto a peccare. Ecco perché nella bibbia il termine "mondo" è spesso utilizzato in modo negativo riferendosi proprio ad un sistema che si oppone a Dio ed è influenzato da forze spirituali malvagie (Ef 6:12).

Il resto della bibbia ci mostra il piano di Dio per ristabilire il suo Regno trionfando sulle forze spirituali ribelli. In mezzo ad un mondo idolatra, egli scelse Abramo e da esso trasse diverse nazioni tra cui Israele, il popolo che egli scelse per essere la luce delle nazioni proprio attraverso il suo Messia (vedi Isaia 42:6, 49:6). Il Messia avrebbe regnato con giustizia ristabilendo proprio il regno di Dio cominciando da Israele per estenderlo alle altre nazioni (Vedi Isaia 60:3).

Così leggendo che Gesù annunciava l'imminenza del regno di Dio, la nostra mente ci porta subito a questo brano di Isaia che introduce proprio il Messia:
Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie, che annuncia la pace, che è araldo di notizie liete, che annuncia la salvezza, che dice a Sion:«Il tuo Dio regna!» (Isaia 52:7)
Ogni pio Israelita attendeva il regno di Dio che finalmente avrebbe spazzato via l'idolatria dei popoli circostanti stabilendo un mondo nuovo in cui avrebbe regnato la giustizia e la pace.

Non ci stupisce quindi di leggere alla fine della Bibbia, in Apocalisse,
Il Figlio di Dio
In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano. A un tratto, come egli usciva dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui come una colomba. Una voce venne dai cieli: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».  Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto; e nel deserto rimase per quaranta giorni, tentato da Satana. Stava tra le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
(Marco 1:9-13 - La Bibbia)





Indice della serie sul vangelo di Marco






Immagino Gesù in mezzo a tante altre persone che si recano al Giordano per farsi battezzare da Giovanni.

Immagino i suoi concittadini di Nazaret che fino a quel momento lo avevano considerato uno come tanti, il figlio del falegname di Nazaret che probabilmente aveva lavorato insieme a suo padre nelle case di molti di loro.  Fino a quel momento Gesù doveva essere sembrato un personaggio ordinario ai loro occhi.

Secondo quanto ci ricorda il brano parallelo di Matteo 3:14, Giovanni fu invece sorpreso di vedere Gesù recarsi da lui per essere battezzato, e alla luce di ciò che sappiamo oggi su Gesù, è possibile che anche qualcuno di voi sia sorpreso, vero?  È infatti logico chiedersi: "Perché Gesù si sottopose ad un battesimo di ravvedimento? Aveva forse bisogno di ravvedersi di qualcosa?"

Nel brano parallelo di Matteo, appena citato, Gesù aveva proprio risposto a Giovanni di procedere in quel modo per "adempiere ogni giustizia" (Mt 3:15). Se consideriamo bene ciò che Gesù avrebbe fatto sulla croce pochi anni dopo, comprendiamo facilmente a cosa si riferiva Gesù. Tutta la sua missione consisteva infatti nell'adempiere la giustizia di Dio, immedesimandosi pienamente nell'uomo e in particolare nel suo popolo Israele.

Gesù sarebbe infatti potuto morire sulla croce al posto di ognuno di noi perché, pur essendo Dio, era venuto in questo mondo come un uomo. Sulla croce egli poteva quindi rappresentare a pieno titolo tutta la razza umana.

Egli pagò quindi per i nostri peccati senza aver peccato... Sembra allora così strano che anche nel battesimo egli si sia immedesimato totalmente con l'uomo sottoponendosi ad un battesimo di ravvedimento senza aver bisogno di ravvedersi di nulla? Aveva assolutamente senso che la sua missione entrasse nel vivo proprio immedesimandosi con il suo popolo in quanto come Messia rappresentava tutto il popolo davanti a Dio. Così Gesù si sottopose al battesimo come Re rappresentante del popolo.

Fino a quel momento, probabilmente, le persone intorno a lui avevano a malapena notato quell'uomo che veniva dalla Galilea, da quella cittadina di secondo piano chiamata Nazaret dalla quale nessuno si aspettava nulla di rilevante (vedi Gv 1:46). Ma quella voce dal cielo aveva confermato che Gesù era proprio  il Figlio di Dio richiamando ancora il salmo 2, il Cristo che il popolo aspettava. e lo Spirito Santo era venuto su di lui confermando che Gesù era stato scelto in modo particolare per quella missione.

Dobbiamo ammettere che l'uso dell'espressione "Figlio di Dio" non sia sufficiente per affermare la divinità di Gesù, infatti nella bibbia a volte gli angeli sono chiamati "figli di Dio" (Giobbe 1:6) o anche gli stessi credenti (vedi 1Gv 3:1). Tale espressione poteva quindi riferirsi anche ad una semplice creatura di Dio e in particolare al Messia Re di Israele (vedi salmo 2) come semplice uomo. Tuttavia leggendo i vangeli ci si rende conto del fatto che la divinità di Gesù emerge in modo chiaro dal suo insegnamento e dalla sua opera al punto che anche gli avversari di Gesù lo accusarono di "farsi Dio" (Gv 10:33). Inoltre proprio alla fine di questo vangelo sarà addirittura un gentile, il centurione che aveva appena assistito alla morte di Gesù, ad appellarlo con il termine “Figlio di Dio” (Mc 15:37-39) non riferendosi tanto al suo essere Messia di Israele, tema estraneo ad un centurione romano, ma proprio al modo particolare in cui Gesù era spirato e agli eve...
Preparatevi a incontrare il Re
 Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio.  Secondo quanto è scritto nel profeta Isaia: «Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via.  Voce di uno che grida nel deserto: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri"».  Venne Giovanni il battista nel deserto predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati. E tutto il paese della Giudea e tutti quelli di Gerusalemme accorrevano a lui ed erano da lui battezzati nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi, e si nutriva di cavallette e di miele selvatico. E predicava, dicendo: «Dopo di me viene colui che è più forte di me; al quale io non sono degno di chinarmi a sciogliere il legaccio dei calzari.  Io vi ho battezzati con acqua, ma lui vi battezzerà con lo Spirito Santo».(Marco 1:1-8 - La bibbia)


Indice della serie sul vangelo di Marco



Nel bel mezzo dell'azione. Così comincia il vangelo di Marco che, a differenza di Matteo e Luca, non si sofferma sulla nascita e Sull'infanzia di Gesù ma ci presenta Gesù Cristo già adulto quando comincia il suo ministero di insegnamento pubblico all'età di circa trent'anni (vedi Lc 3:23).
L'autore, che fin dai primi secoli è stato individuato in Giovanni Marco, il cugino di Barnaba citato diverse volte nel libro degli Atti (At 12:12, 12:25), ci dice subito che ha intenzione di cominciare a scrivere un vangelo, ovvero una buona notizia riguardante Gesù Cristo Figlio di Dio. La parola "Cristo" e la parola "Messia" sono equivalenti e significano  "Unto"; questa espressione nell'ebraismo richiamava alla mente uno che viene unto Re, un discendente di Davide che avrebbe liberato Israele dai suoi nemici e avrebbe restaurato il regno di Israele inaugurando un'era di pace e giustizia, l'era messianica appunto.  Leggendo il resto di questo vangelo e gli altri vangeli, ci renderemo conto che l'espressione "figlio di Dio" assumerà per Gesù anche un significato molto più profondo. Per  il momento ricordiamo che tale espressione riportava alla mente alcuni brani come 2 samuele 7:12-16 e il salmo 2 in cui il Signore si riferisce al Re di Israele e in particolare al Messia indicandolo appunto come suo figlio. 
Prima di introdurre il Re, Marco introduce un suo araldo, un suo messaggero, Giovanni detto il battista (battezzatore) che  stava preparando il popolo ad incontrare il Re.  Egli descrive Giovanni come "vestito di pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi", una descrizione che ricorda molto Elia, un profeta dell'antico testamento, come viene descritto in 2 Re 1:8. Questa somiglianza non è casuale visto che gli Ebrei, basandosi su Malachia 4:5, si aspettavano proprio un ritorno di Elia prima della fine dei tempi e dell'inaugurazione dell'era del Messia. In effetti,  prima della nascita di Giovanni Battista, secondo quanto leggiamo in Luca 1:17, il Signore aveva rivelato a suo padre che Giovanni sarebbe andato davanti al Messia proprio con lo spirito e la potenza di Elia per preparare al Signore un popolo ben disposto. 
Marco mette in relazione Giovanni con l'Elia che doveva venire, non solo facendo riferimento alla sua descrizione ma anche citando il rotolo dei profeti il quale partendo da Isaia abbracciava tutti i profeti fino a Malachia. La prima parte della citazione, infatti, è di Malachia 3:1, che richiama a sua volta Esodo 23:20 mentre la seconda parte è tratta da Isaia 40:3. Queste citazioni si riferiscono proprio ad un messaggero che avrebbe preparato il popolo ad incontrare il suo Signore.
Ma in che modo Giovanni stava incarnando quelle profezie?  Egli predicava un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati, ovvero egli invitava le persone a ravvedersi per ottenere il perdono dei peccati e a testimoniare di questa realtà immergendosi in acqua. L'uso dell'immersione in acqua si inseriva bene nella tradizione delle abluzioni rituali dell'antico testam...
Comunione vera
Vi salutano Aristarco, mio compagno di prigionia, Marco, il cugino di Barnaba (a proposito del quale avete ricevuto istruzioni; se viene da voi, accoglietelo), e Gesù, detto Giusto. Questi provengono dai circoncisi, e sono gli unici che collaborano con me per il regno di Dio, e che mi sono stati di conforto. Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo Gesù, vi saluta. Egli lotta sempre per voi nelle sue preghiere perché stiate saldi, come uomini compiuti, completamente disposti a fare la volontà di Dio. Infatti gli rendo testimonianza che si dà molta pena per voi, per quelli di Laodicea e per quelli di Ierapoli. Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema.  Salutate i fratelli che sono a Laodicea, Ninfa e la chiesa che è in casa sua.Quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che sia letta anche nella chiesa dei Laodicesi, e leggete anche voi quella che vi sarà mandata da Laodicea. Dite ad Archippo: «Bada al servizio che hai ricevuto nel Signore, per compierlo bene». Il saluto è di mia propria mano, di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene. La grazia sia con voi.
(Colossesi 4:10-18 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



In alcuni momenti la vita può essere davvero difficile.
Ed è proprio in quei momenti che può fare la differenza avere dei fratelli e delle sorelle che condividono la nostra fede e possono consolarci con la loro presenza e il loro affetto fraterno.
L'apostolo Paolo era in carcere e non possiamo pensare che non abbia avuto momenti di sconforto. Certamente egli sapeva che il Signore era con lui, ma aveva anche bisogno di avere vicino fratelli e sorelle che gli volevano bene e mostravano il loro amore in modo pratico. Paolo aveva già fatto del bene a molte persone predicando loro il vangelo e aveva certamente molti fratelli e sorelle in varie città della zona. Ma come spesso accade, quando si hanno dei problemi, non sono molte le persone sulle quali si può contare davvero...
C'è un'amara ironia nelle parole di Paolo, infatti egli si era soprattutto battuto per portare il vangelo agli stranieri, agli incirconcisi, eppure ora che si trovava nel bisogno, essendo in carcere probabilmente ad Efeso,  gli erano rimasti vicino solo tre circoncisi, tre Giudei come lui:  Aristarco, Marco il cugino di Barnaba e Gesù detto Giusto. Solo questi ultimi avevano continuato a collaborare con Paolo per il regno di Dio e lo avevano confortato. Questo dimostra che colui che si autodefiniva apostolo degli stranieri (Ro 11:13, Ga 2:8) non aveva certamente rotto i ponti con quelli del suo popolo, come alcuni potrebbero pensare, ma li accoglieva volentieri come fratelli e compagni di servizio del comune Messia Gesù. Per Paolo tutti coloro che avevano accolto Gesù Cristo nella loro vita, circoncisi o incirconcisi, erano fratelli e sorelle con cui condividere una comunione vera, un'armonia che derivava dall'essere parte dello stesso corpo, dello stesso edificio spirituale fatto di discepoli di Gesù.
Paolo porta loro anche i saluti del medico Luca, di Dema e di Epafra che era uno dei loro, quindi proveniva probabilmente da Colosse ed era particolarmente impegnato in preghiera per loro ma anche per le comunità nelle vicine Laodicea e Ierapoli. La preoccupazione di quel servo di Gesù Cristo era che i credenti di Colosse e delle città vicine fossero saldi, maturi, disponibili a lasciarsi usare da Dio.
Lo scopo di Paolo nel portare i saluti di quei collaboratori era proprio quello di spronare i suoi interlocutori a crescere imparando a sentirsi parte del medesimo corpo non solo con lui ma anche con quei suoi collaboratori, tenendosi anche pronti ad accoglierli se fossero venuti da loro. Paolo desiderava che tutti coloro che avevano creduto nel Messia Gesù si sentissero uniti gli uni agli altri e desiderava quindi insegnare ai credenti di Colosse a non restare isolati ma ad avere contatti con altri gruppi di credenti come quelli che si trovavano nella vicina Laodicea e si radunavano in casa di ...
Uniti nella preghiera
 Perseverate nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie. Pregate nello stesso tempo anche per noi, affinché Dio ci apra una porta per la parola, perché possiamo annunciare il mistero di Cristo, a motivo del quale mi trovo prigioniero, e che io lo faccia conoscere, parlandone come devo. Comportatevi con saggezza verso quelli di fuori, ricuperando il tempo. Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come dovete rispondere a ciascuno. Tutto ciò che mi riguarda ve lo farà sapere Tichico, il caro fratello e fedele servitore, mio compagno di servizio nel Signore. Ve l'ho mandato appunto perché conosciate la nostra situazione ed egli consoli i vostri cuori; e con lui ho mandato il fedele e caro fratello Onesimo, che è dei vostri. Essi vi faranno sapere tutto ciò che accade qui.
(Colossesi 4:2-9  - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



È importante pregare ma è altrettanto importante ammettere che anche noi abbiamo bisogno delle preghiere degli altri.
L'apostolo Paolo ha iniziato questa lettera affermando che ringraziava sempre il Signore per i Colossesi, pregando sempre per loro (Co 1:3), infatti egli era entusiasta della loro fede e del loro amore.
Ora, avviandosi verso la conclusione della lettera, egli esorta i Colossesi a perseverare anche loro nella preghiera. Essi dovevano vegliare in essa, ovvero restare svegli, restare concentrati su di essa, mantenendo un continuo atteggiamento di riconoscenza.
L'apostolo Paolo non si limita ad esortarli alla preghiera ma fornisce loro anche un importante soggetto di preghiera che lo riguarda, invitandoli a pregare affinché egli potesse continuare ad annunciare il mistero di Cristo,  ovvero a parlare della realtà dell'incarnazione, della pienezza di Dio che abita corporalmente in un corpo umano (Co 2:9), del miracolo della nuova nascita con cui Cristo viene ad abitare per mezzo dello Spirito Santo negli esseri umani (Co 1:24-29).
Paolo era in carcere proprio perché predicava il vangelo ma non aveva alcuna intenzione di smettere, perché quello era il compito che Dio gli aveva dato ed egli voleva portarlo avanti fino alla fine. Ma per farlo, egli aveva bisogno anche della preghiera dei Colossesi. Affinché essi fossero accuratamente informati della situazione, egli aveva quindi incaricato due  compagni di servizio, Tichico ed Onesimo, di portare loro sue notizie.
Nel chiedere preghiere per sè stesso,  Paolo ricordò ai Colossesi che anche loro non dovevano mai dimenticarsi del compito che Gesù aveva lasciato a tutti i suoi discepoli, quello di essere araldi di Cristo in un mondo senza speranza. Essi dovevano essere saggi e non sprecare le occasioni che avevano per recare buona testimonianza a "quelli di fuori", ovvero a coloro che ancora non credevano in Gesù. Essi dovevano utilizzare un linguaggio pieno di grazia, condito con sale, ovvero non dovevano perdere tempo con discorsi vani, futili, ma dovevano lasciarsi guidare dal Signore ed utilizzare tutte le opportunità per parlare delle cose veramente utili ai loro interlocutori, quelle cose che avrebbero potuto dare una svolta alla vita di chi li ascoltava. 
Paolo nel chiudere la lettera sta quindi facendo capire ai Colossesi che anche lui aveva bisogno di loro così come loro avevano bisogno di lui e, tutti insieme, dovevano rivolgersi a Dio affinché li guidasse nel portare avanti il compito che Gesù aveva affidato a tutti loro.
Quanto sono belli questi versetti che ci mostrano gli aspetti pratici della comunione fraterna, la necessità di essere uniti nella preghiera, la necessità di essere vicini gli uni agli altri condividendo il medesimo mandato.
La preghiera è fondamentale nella vita cristiana perché da essa dipende tutto il nostro rapporto con Dio, infatti attraverso di essa esprimiamo il nostro bisogno di relazionarci con Dio e  la nostra dipendenza da Lui.  
Soprattutto quando siamo giovani nella fede, le nostre preghiere sono molto incentrate su n...
Relazioni trasformate
Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui. Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come si conviene nel Signore. Mariti, amate le vostre mogli, e non v'inasprite contro di loro. Figli, ubbidite ai vostri genitori in ogni cosa, poiché questo è gradito al Signore. Padri, non irritate i vostri figli, affinché non si scoraggino. Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne; non servendoli soltanto quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con semplicità di cuore, temendo il Signore.  Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l'eredità. Servite Cristo, il Signore! Infatti chi agisce ingiustamente riceverà la retribuzione del torto che avrà fatto, senza che vi siano favoritismi. Padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone nel cielo. 
(Colossesi 3:18-4:1  - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi




Le relazioni umane sono spesso caratterizzate dall’egoismo. Ognuno di noi è portato a cercare i propri vantaggi  e non quelli degli altri. Ma Gesù ci ha insegnato una via diversa, infatti egli ha messo da parte i propri vantaggi e ha cercato i nostri quando è andato sulla croce per dare la sua vita per ognuno di noi.  
Se abbiamo ricevuto la vita di Cristo in noi, è quindi logico aspettarsi che cominciamo a manifestare il suo carattere in tutti gli ambiti, a partire da quello domestico.
Ecco perché in questo brano l’apostolo Paolo esplicitò una sorta di “codice domestico” simile a quelli che erano piuttosto in voga nel mondo greco-romano. Nei codici domestici del mondo greco-romano la figura dell’uomo era preponderante in tutti gli ambiti. Era lui come marito, padre e padrone della servitù il soggetto che esercitava l’autorità e dettava le regole della casa.  La società greco-romana guardava quindi con sospetto le religioni che in qualche modo potevano attrarre donne e schiavi andando a minare quella struttura consolidata della famiglia e dello stato. Paolo sapeva che molti si stavano chiedendo se il cristianesimo poteva costituire una minaccia in tal senso e la sua risposta non poteva essere più chiara di così.
In modo molto intelligente, guidato dal Signore, l’apostolo Paolo dimostra infatti che i cristiani non avevano intenzione di rivoluzionare la società destabilizzando la famiglia o il rapporto tra schiavi e padroni ma, allo stesso tempo propone un “codice domestico” con una peculiarità che non poteva passare inosservata, infatti mette in evidenza non solo le responsabilità di mogli, figli e schiavi, ma anche le responsabilità dell’uomo come marito, padre e padrone. Insomma non solo i cristiani non erano una minaccia ma potevano essere una benedizione per la società facendo anche meglio di quello che la società proponeva!
Era però necessario che in ogni loro parola o azione agissero nel nome di Gesù, come suoi rappresentanti sulla terra, avendo il Signore come punto di riferimento, come supremo esempio, con continua riconoscenza per ciò che Egli aveva fatto nella loro vita. Essi dovevano quindi compiere ogni parola o azione come per il Signore e non per gli uomini avendo per obiettivo l’eredità che il Signore, e non gli uomini, aveva in serbo per loro.
Così le mogli cristiane erano chiamate a non ribellarsi ma a mostrare rispetto per il marito, accettandone l’autorità, salvaguardando quindi ciò che la società si aspettava, “come si conviene nel Signore”, ovvero proprio perché era quello il modo migliore di testimoniare della loro fede nel Signore nella società in cui si trovavano.
Ma allo stesso tempo i mariti dovevano fare la propria parte, amando le proprie mogli e non comportandosi in modo “aspro” con loro. Questa seconda parte non era affatto scontata per la società di allora, infatti a dispetto di ciò che molti erano soliti pensare,
Cristo è tutto e in tutti
Qui non c'è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti. Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell'amore che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. 
(Colossesi 3:11-16 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



In un mondo in cui spesso le differenze vengono accentuate e le divisioni prevalgono, la comunità cristiana deve distinguersi perché enfatizza l'unità.
Cristo è tutto perché, come abbiamo visto in precedenza, l'esperienza cristiana ruota completamente intorno a Gesù. I cristiani si identificano con lui nella sua morte e nella sua risurrezione (Co 2:12) e camminano in lui (Co 2:6), ovvero crescono ogni giorno nella conoscenza del Signore con il loro uomo interiore che assomiglia sempre di più a Gesù (Co 3:10).
Ma Paolo ci ricorda anche che Cristo è in tutti, ovvero l'esperienza cristiana non era e non è prerogativa di un gruppo etnico, di una nazione, o di un ceto sociale particolare ma abbraccia tutti gli esseri umani. Greci o Giudei, circoncisi o incirconcisi, barbari, sciti, schiavi o liberi: tutti possono sperimentare l'unione con Cristo e la gioia della vita eterna.
La comunità cristiana è quindi composta da un insieme molto variegato di persone e ci si può quindi aspettare che le relazioni non siano facili. Paolo lo sapeva e infatti esortò i Colossesi a sopportarsi e a perdonarsi a vicenda. Quando persone così diverse camminano fianco a fianco è inevitabile che prima o poi ci si pesti i piedi e ci si offenda a vicenda, ed è quindi importante essere capaci di perdonare.
È facile dire di amare il fratello o la sorella quando tutto va bene, ma la vera sfida è quella di essere in grado di superare insieme la crisi quando uno offende l'altro. È qui che i cristiani possono davvero distinguersi perché la presenza di Dio nella loro vita li trasforma e dona loro un vestito nuovo fatto di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Questi sono gli ingredienti che aiuteranno i cristiani proprio a superare i momenti difficili nelle loro relazioni.
Ogni vero cristiano sa di non essere meritevole del perdono di Dio, eppure Dio lo ha perdonato in Cristo mostrando cosa sia il vero amore. Se Dio ci ha perdonati, perché noi non dovremmo perdonare il fratello o la sorella che ci ha offesi? Quando esaminiamo noi stessi davanti a Dio, ci rendiamo conto che anche noi possiamo offendere gli altri perché non siamo migliori di loro e anche noi abbiamo i nostri difetti caratteriali. Riconoscere quanto abbiamo bisogno di perdono ci rende più inclini a perdonare il nostro prossimo.
Ma l'ingrediente principale, quello che tiene tutto insieme, quello che vincola i credenti gli uni agli altri rendendo possibile l'unità non può che essere l'amore. Ecco perché l'apostolo afferma che l'amore è il vincolo della perfezione, ovvero ciò che rende il cristiano completo, maturo. Possiamo aver appreso molte cose, possiamo aver fatto molte opere buone, ma se non c'è amore nella nostra vita, non c'è maturità, non c'è completezza, non c'è unità.
Non c'è nulla di più triste di una comunità cristiana in cui i credenti si disprezzano a vicenda, non c'è nulla di più triste di una comunità in cui la pace sia solo qualcosa che magari ci auguriamo a vicenda ma non siamo in grado di realizzare tra di noi.
Un vestito nuovo
Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria. Fate dunque morire ciò che in voi è terreno: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e cupidigia, che è idolatria. Per queste cose viene l'ira di Dio sugli uomini ribelli. E così camminaste un tempo anche voi, quando vivevate in esse. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene. Non mentite gli uni agli altri, perché vi siete spogliati dell'uomo vecchio con le sue opere e vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l'ha creato. 
(Colossesi 3:1-10  - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



Molti cristiani pensano al regno di Dio solo come qualcosa di futuro, pensano alla salvezza come una sorta di lasciapassare per una vita eterna futura in un luogo non ben specificato chiamato "cielo", e intanto vivono come tutti gli altri al punto che spesso non possono essere distinti da coloro che non sono cristiani. Non c'è nulla di più triste che avere un concetto così riduttivo della salvezza e di ciò che Cristo ha fatto per noi. Infatti il Signore vuole cambiare la qualità della nostra vita già nel presente, non solo nel futuro!
La nostra vita futura è infatti "nascosta con Cristo in Dio", ovvero è custodita da Dio ed è al sicuro perché Cristo è il nostro garante, Cristo è Colui che è morto affinché noi potessimo vivere! Nessuno può rapirci dalla sua mano, e come Paolo ci ricorda, quando il Signore Gesù tornerà anche noi otterremo un corpo glorioso, un corpo nuovo che non sarà più soggetto alla morte. 
Proprio perché non deve preoccuparsi del futuro, il credente dovrebbe vivere con gioia il suo presente, liberato dalla necessità di dover fare qualcosa per essere salvato,  attraverso pratiche ascetiche senza valore come quelle che Paolo aveva descritto nella sezione precedente, ma manifestando invece il frutto della presenza di Cristo nella sua vita (Ga 2:20) con semplicità e riconoscenza. Infatti Cristo è morto ed è risuscitato per noi e noi ci siamo identificati con Lui (vedi Col 2:11-12) nella sua morte e nella sua risurrezione, quindi possiamo vivere già oggi un anticipo della nuova creazione godendoci la presenza del Signore nella nostra vita!
"Cercare le cose di lassù e non quelle che sono sulla terra" non significa vivere con la testa tra le nuvole e non significa neanche vivere da eremiti passando tutto il nostro tempo a pregare in una stanza.   Significa piuttosto vivere in modo pratico le cose di tutti i giorni come cittadini del cielo, ovvero come cittadini del regno di Dio, manifestando i valori che dimostrano la nostra appartenenza a tale regno, cercando le cose che onorano Dio.
Cercare le cose della terra, le cose terrene significa quindi comportarsi in un modo che riflette la nostra natura peccaminosa, la natura che caratterizza tutti gli esseri umani in modo naturale, mentre "cercare le cose di lassù" significa comportarsi seconda la nuova natura che Dio ha messo in noi.
La strada dell'ascetismo porta gli esseri umani a seguire delle regole, rispettare dei giorni festivi specifici, seguire una dieta precisa per sentirsi a posto con Dio, ma la via di Dio consiste nello sperimentare la vita nuova di Cristo in noi, attraverso l'opera interiore dello Spirito Santo che ci trasforma e ci porta a vivere  nel modo che Dio ha stabilito per l'umanità. 
Fornicazione, impurità, desideri cattivi, cupidigia, ira , collera, malignità, calunnia, linguaggio osceno, menzogna... Come si può notare l'elenco di Paolo non è esaustivo,  infatti non sono certamente citati tutti i peccati possibili e ne mancano alcuni decisamente g...
Cose senza valore
Nessuno dunque vi giudichi quanto al mangiare o al bere, o rispetto a feste, a noviluni, a sabati, che sono l'ombra di cose che dovevano avvenire; ma il corpo è di Cristo. Nessuno vi derubi a suo piacere del vostro premio, con un pretesto di umiltà e di culto degli angeli, affidandosi alle proprie visioni, gonfio di vanità nella sua mente carnale,  senza attenersi al Capo, da cui tutto il corpo, ben fornito e congiunto insieme mediante le giunture e i legamenti, progredisce nella crescita voluta da Dio. Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché, come se viveste nel mondo, vi lasciate imporre dei precetti, quali:  «Non toccare, non assaggiare, non maneggiare»  (tutte cose destinate a scomparire con l'uso), secondo i comandamenti e le dottrine degli uomini? Quelle cose hanno, è vero, una parvenza di sapienza per quel tanto che è in esse di culto volontario, di umiltà e di austerità nel trattare il corpo, ma non hanno alcun valore; servono solo a soddisfare la carne.
(Colossesi 2:16-23  - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



È piuttosto comune ancora oggi incontrare persone convinte che la vita cristiana sia associata ad uno stile di vita fatto di privazioni volontarie di ogni genere. Ho conosciuto persone che addirittura pensavano che infliggersi delle penitenze autonomamente fosse un modo per rendersi più graditi a Dio.  Purtroppo questo modo di pensare è legato al fatto che, in fondo, all'uomo piace pensare di poter fare delle opere che lo rendano meritevole di fronte a Dio. È un pensiero che ha sempre accompagnato l'uomo nel corso dei secoli e purtroppo ha influenzato anche molti cristiani. Ma è proprio così?  
In precedenza  Paolo aveva messo in guardia i suoi lettori, invitandoli a guardarsi dai raggiri legati a filosofie, tradizioni, ogni cosa che non fosse legata a Cristo ma piuttosto agli elementi del mondo, ovvero a forze spirituali che niente avevano a che vedere con Cristo ( Vedi Col 2:8). Dopo aver ribadito ai suoi lettori che  il cristiano ha ogni cosa pienamente in Gesù Cristo, nella sezione attuale egli ribadisce che, essendosi identificati con Gesù, essi sono morti agli elementi del mondo e non devono quindi avere più nulla a che fare con loro. Essi non devono comportarsi come se "vivessero nel mondo", ovvero come se fossero ancora legati al "mondo" inteso come sistema che si oppone a Dio.
Paolo temeva proprio che le pratiche ascetiche a cui alcuni volevano assoggettare i credenti di Colosse avrebbero finito per spalancare nuovamente le porte a forze spirituali contrarie a Cristo.  Infatti Dio vuole che la comunità cristiana cresca spiritualmente  ma tale crescita deve dipendere esclusivamente da Cristo e dalle sue direttive così come il buon funzionamento di un corpo dipende dal Capo.
Le pratiche proposte erano evidentemente presentate in un modo che sembrava avere senso, infatti l'apostolo Paolo afferma che quelle cose "avevano una parvenza di sapienza per quel tanto che è in esse di culto volontario, di umiltà e di austerità nel trattare il proprio corpo". Ma il problema era che tali pratiche non erano direttive del Capo, non erano richieste e non avevano alcun valore per Gesù Cristo, ma erano solo frutto delle visioni personali di individui che volevano imporle anche ad altri. 
Normalmente si definiscono come ascetiche tutte quelle pratiche per cui, attraverso privazioni e austerità nel trattare il proprio corpo, si mira al raggiungimento di uno stato spirituale superiore.
Ma, sottoponendosi a quelle pratiche i credenti non avrebbero ottenuto nulla di buono in cambio. Anzi si sarebbero fatti derubare anche del loro premio, ovvero di tutti i benefici derivanti da un rapporto corretto con Gesù. Infatti essi avrebbero potuto godersi la pace che Cristo donava loro, camminando con Lui e crescendo nel loro rapporto con Lui, testimoniando della loro fede e vivendo con semplicità una vita che onorava Cristo. Invece sottoponendosi a pratiche ascetiche essi a...
Tutto pienamente in Cristo
Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo; perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità; e voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e di ogni potenza; in lui siete anche stati circoncisi di una circoncisione non fatta da mano d'uomo, ma della circoncisione di Cristo, che consiste nello spogliamento del corpo della carne: siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l'ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.
(Colossesi 2:8-15  - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi




Fin dai suoi albori, l'umanità si è fatta influenzare da forze spirituali che hanno portato l'uomo a peccare e ad allontanarsi da Dio. Dopo l'uscita dall'Eden, la malvagità dell'uomo è andata crescendo di pari passo con l'adorazione di falsi dèi dietro i quali si nascondevano appunto forze spirituali ribelli a Dio  (chiamati "demoni" in De 32:17, Salmo 106:37).
Paolo sapeva che queste forze spirituali si  nascondevano anche nelle filosofie e nelle tradizioni della cultura pagana che circondava i cristiani di Colosse.  Per questo motivo li mise in guardia invitandoli a non lasciarsi distogliere da Gesù Cristo.
Quando Paolo si riferì agli "elementi del mondo" utilizzò il termine "elemento" (greco: stoicheia) che poteva assumere una varietà di significati in base al contesto, potendo indicare i principi base della spiritualità così come le lettere dell’alfabeto o gli elementi di base della materia, ma anche potenze spirituali malvagie che stanno proprio alla base dell’idolatria.  In questo brano, l’utilizzo dell'espressione "elementi del mondo" è evidentemente riferito all'ultimo di questi significati, all’influenza di potenze spirituali contrapposte a Cristo.  Questo è confermato dal fatto che Paolo si riferì poi diverse volte in questo brano proprio ai "principati e alle potenze", termini che nella tradizione ebraica erano riferiti a diverse categorie di creature angeliche.
Paolo sapeva che queste potenze spirituali potevano introdursi anche nella comunità cristiana attraverso idee filosofiche che, invece di esaltare Cristo come Colui nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza  (vedi Colossesi 2:3), favorivano pratiche che, con la falsa promessa di portare verso una conoscenza superiore, aprivano di fatto i credenti proprio all'influenza di forze spirituali estranee, promuovendo una ricerca spirituale che includeva appunto altre creature angeliche come mediatori. Come vedremo in seguito, Paolo si riferirà a queste pratiche come "culto degli angeli" in Colossesi 2:18.
Paolo volle ribadire che ogni altra creatura spirituale era inferiore a Cristo infatti egli presentò Cristo proprio come "capo di ogni potenza e di ogni principato". Se si aveva una relazione con Cristo, perché ci si sarebbe dovuti rivolgere ad altri esseri spirituali inferiori per raggiungere la pienezza, la maturità?
Come Paolo affermò, Gesù non era paragonabile ad altri, infatti in Gesù il Messia abita corporalmente tutta la pienezza delle deità e i cristiani hanno già tutto pienamente in lui. Se hanno una relazione con Gesù, hanno quindi una relazione diretta con Dio stesso e non hanno bisogno di altro.
Coloro che ripongono la loro fede in Gesù non hanno bisogno della circoncisione, non hanno bisogno di un segno nella carne per identificarsi con il popolo di Israele come popolo di Dio,
Tutti i tesori sono nostri!
Desidero infatti che sappiate quale arduo combattimento sostengo per voi, per quelli di Laodicea e per tutti quelli che non mi hanno mai visto di persona, affinché siano consolati i loro cuori e, uniti mediante l'amore, siano dotati di tutta la ricchezza della piena intelligenza per conoscere a fondo il mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti. Dico questo affinché nessuno vi inganni con parole seducenti; perché, sebbene sia assente di persona, sono però con voi spiritualmente, e mi rallegro vedendo il vostro ordine e la fermezza della vostra fede in Cristo. Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui; radicati, edificati in lui e rafforzati dalla fede, come vi è stata insegnata, abbondate nel ringraziamento.
(Colossesi 2:1-7  - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



Molte persone, anche dopo essersi avvicinati al cristianesimo, si sentono insoddisfatte e investono molto tempo ed energie nella ricerca di nuovi tipi di esperienza spirituale, alla ricerca di una conoscenza superiore, talvolta anche in modo piuttosto stravagante, rischiando di aprire la propria mente a forze spirituali contrarie a Dio. In questo brano l'apostolo Paolo ribadisce in modo chiaro che la vera crescita spirituale non è frutto di un misterioso percorso iniziatico di cui Gesù è solo il punto di partenza. Al contrario Gesù è anche il punto di arrivo!
L'apostolo Paolo sapeva che i credenti erano sottoposti all'influenza di filosofie che proponevano la ricerca di una conoscenza superiore. Essi rischiavano di venire ingannati e sedotti da persone che dicevano di possedere tale conoscenza e affermavano di poter iniziare gli altri a cose che per i più rimanevano misteriose , nascoste.
Paolo era in carcere proprio perché, come abbiamo visto nel brani precedenti, egli aveva accettato di soffrire anche fisicamente pur di poter predicare il vangelo a più persone possibili. Ora, mentre si trovava in carcere, sentiva che le comunità cristiane erano preda di queste filosofie che sminuivano Gesù Cristo e questo, certamente, lo preoccupava anche perché non poteva essere presente di persona in mezzo a loro.
Tuttavia il cristiano ha un'arma straordinaria che non può essergli tolta neanche se lo si priva della sua libertà: la preghiera. Paolo infatti poteva essere con i Colossesi spiritualmente, combattendo per loro proprio con l'arma della preghiera affinché rimanessero saldi nella fede.
L'apostolo Paolo pregava per i Colossesi, ma anche per i credenti di Laodicea e per quelli di altre comunità, perché egli amava tutti i discepoli di Gesù, anche quelli che non conosceva di persona, e aveva a cuore la loro salute spirituale.
Egli conosceva il potere seducente delle filosofie umane che andavano a solleticare il desiderio di sapienza e conoscenza, ma sapeva anche che il Signore poteva consolarli, renderli sempre più uniti mediante l'amore di Cristo in loro, e dando loro la piena intelligenza per conoscere a fondo il mistero di Dio. Infatti i cristiani non hanno assolutamente bisogno di essere iniziati ad alcun mistero perché il Signore ha già rivelato loro l'unico mistero che vale la pena conoscere, ovvero Gesù Cristo! In Gesù, afferma Paolo, sono già nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza.
Paolo era sicuro del fatto che il Signore avrebbe protetto coloro che gli appartenevano, coloro che avevano già riposto la loro fiducia in Gesù Cristo, quindi si rallegrava del loro ordine e della loro fede in Cristo, sapendo che non si sarebbero fatti sedurre.
Essi erano sulla buona strada e dovevano solo proseguire il cammino per la medesima strada senza deviare in alcun modo. Essi avevano ricevuto Gesù Cristo nella loro vita e dovevano solo camminare in lui, lasciarsi guidare da lui ogni giorno, approfondendo la loro conoscenza di lui e della sua parola, radicandosi sempre di più in lui proprio come un albero stende le sue radici ve...
Cristo in voi
Ora sono lieto di soffrire per voi; e quel che manca alle afflizioni di Cristo lo compio nella mia carne a favore del suo corpo che è la chiesa. Di questa io sono diventato servitore, secondo l'incarico che Dio mi ha dato per voi di annunciare nella sua totalità la parola di Dio, cioè, il mistero che è stato nascosto per tutti i secoli e per tutte le generazioni, ma che ora è stato manifestato ai suoi santi. Dio ha voluto far loro conoscere quale sia la ricchezza della gloria di questo mistero fra gli stranieri, cioè Cristo in voi, la speranza della gloria, che noi proclamiamo esortando ciascun uomo e ciascun uomo istruendo in ogni sapienza, affinché presentiamo ogni uomo perfetto in Cristo. A questo fine mi affatico, combattendo con la sua forza, che agisce in me con potenza.
(Colossesi 1:24-29  - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi




"Ora sono lieto di soffrire per voi".  Non è certamente una frase che sentiamo di frequente vero? Per quale ragione una persona dovrebbe essere lieta di soffrire per altri? A cosa si riferiva Paolo?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo considerare che Paolo si trovava in carcere perché predicava il vangelo, non perché era un malfattore. Nella sua vita Paolo aveva affrontato molti pericoli e aveva rischiato diverse volte la vita solo perché predicava la buona notizia inerente Gesù.
Egli stava quindi soffrendo perché aveva seguito le orme di Gesù, perché amava il prossimo con lo stesso amore con cui Gesù aveva amato l'umanità. Gesù aveva detto che l'amore sarebbe stato il segno caratteristico dei suoi discepoli (Gv 13:35) e nella vita di Paolo cogliamo proprio la presenza dell'amore a cui si riferiva Gesù.
Paolo si stava quindi avvicinando sempre di più al modello rappresentato dalle "afflizioni di Cristo", infatti come Gesù aveva dato la sua vita sulla croce per amore dell'umanità, l'apostolo Paolo era disposto a dare la propria per amore dei suoi fratelli e sorelle che erano entrati a fare parte della comunità dei discepoli di Gesù. Egli era disposto a soffrire nella carne se questo poteva servire al progresso del vangelo, se questo poteva contribuire alla salvezza di una sola persona in più!
Paolo stava servendo la chiesa di Cristo svolgendo con impegno l'incarico che aveva ricevuto dal Signore, annunciando la parola di Dio in modo completo anche agli stranieri, svelando loro il piano di Dio per la loro salvezza. 
Perché Paolo si riferisce a tale piano come ad un mistero che era stato "tenuto nascosto per tutti i secoli e per tutte le generazioni"  per essere rivelato solo in quel momento storico alla comunità dei discepoli di Gesù (i "santi", ovvero il popolo che Dio si è messo da parte per appartenergli)? In effetti,  leggendo le scritture ci rendiamo conto di quanto la rivelazione profetica inerente il Messia sia presente nell'antico testamento come un mosaico da ricostruire, infatti dobbiamo ammettere che non era facile comprendere dalle scritture che il Messia Re che vive per sempre (Vedi Daniele 7) e  il servo sofferente che dava la sua vita per i peccati dell'umanità (vedi Isaia 53) potessero essere la medesima persona! Solo dopo la sua  risurrezione, Gesù stesso ha aiutato a ricomporre il mosaico illuminando la mente dei discepoli per comprendere bene ciò che lo riguardava (Si legga  a questo proposito Lc 24:44-47). 
Dopo la risurrezione e l'ascensione di Gesù, attraverso l'opera dello Spirito Santo dentro di loro,  altri tasselli erano stati aggiunti e i discepoli avevano ricevuto finalmente una comprensione chiara del quadro profetico inerente il Messia.  Il piano di Dio non era più un mistero nascosto, ma essi avevano compreso ed apprezzato la bellezza di tale piano comprendendo anche che il Signore aveva incluso  gli stranieri nel suo popolo donando loro lo Spirito Santo nello stesso modo in cui lo aveva donato ai discepoli Ebrei di Gesù (Vedi Atti 11:15-17). 
Cristo in voi: si poteva ben dire che Gesù viveva nei propri discepoli (Ga 2:20),
Riconciliati con Dio
Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli. E voi, che un tempo eravate estranei e nemici a causa dei vostri pensieri e delle vostre opere malvagie, ora Dio vi ha riconciliati nel corpo della carne di lui, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili, se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato, il quale è stato predicato a ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato servitore.
(Colossesi 1:19-23  - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



Molte religioni presentano Gesù come qualcuno che gioca un ruolo importante per la riconciliazione dell'uomo con Dio. Ma è fondamentale comprendere che Gesù non è solo importante, non è solo necessario, ma è anche sufficiente. In Gesù Cristo abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra salvezza! Questo è il tema principale di tutta la lettera su cui Paolo tornerà a più riprese.
In questi versetti l'apostolo Paolo utilizza il concetto di "pienezza" di cui i Colossesi, influenzati dalla filosofia greca e dalla religione pagana, avevano probabilmente un concetto sbagliato. Infatti  essi  pensavano probabilmente alla "pienezza" come a uno stato superiore, uno stato di maturità raggiungibile attraverso passi successivi. Applicando questo al cristianesimo, essi potevano pensare che Gesù fosse il punto di partenza della fede ma potevano essere necessarie esperienze successive legate al mondo spirituale per raggiungere  la maturità, la completezza, la "pienezza" appunto.
L'apostolo Paolo voleva assolutamente evitare che essi pensassero cose di questo genere, infatti Gesù non era solo un punto di partenza ma in lui abitava tutta la pienezza, ovvero tutta l'esperienza cristiana ruotava esclusivamente intorno a Lui e a nessun altro!
La riconciliazione dell'uomo con Dio passava infatti esclusivamente per la croce di Cristo. Donando il suo sangue, ovvero dando la propria vita, morendo sulla croce al posto dell'uomo, Gesù ha pagato per i peccati dell'uomo ed è diventato quindi come un ponte attraverso cui l'uomo può raggiungere Dio facendo la pace con Lui.
Con un solo gesto Dio ha risolto una volta per sempre il problema della ribellione dell'uomo, provvedendo li perdono per i peccati del passato ma anche garantendo una speranza per il futuro perché Gesù Cristo non è rimasto nella tomba ma è risorto, diventando anche il primogenito dai morti, il prototipo della nuova umanità destinata alla vita eterna. Tale nuova creazione non potrà più essere influenzata da forze spirituali ribelli a Dio come accadde nel giardino dell'Eden, infatti come sappiamo tali forze spirituali sono state sconfitte attraverso la morte e la risurrezione di Gesù (Col 2:15) e verranno annientate completamente quando Egli tornerà (Ap 20:10). 
La vittoria di Gesù Cristo sulla croce introduce quindi una pace che ha una portata totale,  la sua influenza si estende non solo alle cose che sono sulla terra ma anche a quelle che sono nei cieli, non solo alle cose presenti ma anche a quelle future che Dio ha preparato, non solo alle cose visibili ma anche alle invisibili.
L'apostolo Paolo era certo che anche i Colossesi erano diventati partecipi di tale riconciliazione con Dio attraverso il sacrificio di Cristo. Con l'espressione "nel corpo della carne di lui"  Paolo sottolineò la realtà dell'incarnazione, la vera umanità di Gesù  che diverse correnti di pensiero mettevano in dubbio. Come sottolineato anche nel resto del nuovo testamento era fondamentale comprendere non solo la divinità di Gesù ma anche la sua perfetta umanità. Il connubio perfetto tra le due nature è proprio la caratteristica che rende unico Gesù il...
Il primato di Cristo
Egli è l'immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui. Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; è lui il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato. 
(Colossesi 1:15-18 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi




Come dovremmo considerare Gesù? Alcuni potrebbero dire che si è trattato di un grande uomo. Altri potrebbero riferirsi a lui come ad un profeta, qualcuno, già ai tempi di Paolo, poteva pensare che si trattasse di un essere angelico... Ma qual'è la verità?
Questo brano ci dice che Gesù è molto di più. Infatti notiamo che in questo testo l'apostolo Paolo utilizzò appositamente dei termini che esaltano Gesù distinguendolo non solo dalla creazione visibile, ma anche da quella invisibile, escludendo quindi che si possa trattare di un semplice essere angelico. 
Innanzitutto Gesù viene presentato come l'immagine del Dio invisibile. La scrittura ci dice che l'uomo è stato creato ad immagine di Dio, quindi come suo rappresentante sulla terra per dominare sul creato (Ge 1:27-28), ma in questo caso non si sta indicando che Gesù è immagine di Dio in quanto semplice uomo, cosa che non lo distinguerebbe dal resto dell'umanità, piuttosto viene messo in risalto il fatto che Dio è invisibile ma, attraverso l'immagine, è possibile vederlo. Questo versetto richiama alla mente quanto leggiamo in Giovanni 1:18: "Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere."
L'apostolo Paolo presenta Gesù esaltandolo al di sopra della creazione, indicandolo come "primogenito di ogni creatura". L'espressione "primogenito" viene utilizzata in questo brano non come la si utilizzerebbe in un contesto famigliare, ovvero il primo nato tra diversi figli, ma  in coerenza con l'uso ebraico che troviamo in diversi casi anche nell'antico testamento per esprimere superiorità, primato, unicità.  Infatti viene utilizzata qui in modo analogo a quanto viene fatto nel Salmo 89:27 quando Dio dichiara di aver costituito Davide come suo primogenito, indicando che avrebbe avuto una posizione unica al cospetto di Dio, non comparabile con gli altri re della terra. Così in esodo 4:22 Israele viene chiamato "figlio di Dio, primogenito di Dio" per indicare che si trattava di una nazione che aveva un posto di preminenza nel suo piano.
Gesù è quindi il primogenito di ogni creatura perché ha la supremazia su tutta la creazione.  L'apostolo Paolo distingue però Gesù dalla creazione così come il Creatore è distinto dalla creatura. Lo presenta infatti come Colui attraverso il quale sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili!  
Chi è che ha creato tutte le cose? L'antico testamento è pieno di versetti in cui Dio reclama il diritto ad essere riconosciuto come autore della creazione. Ad esempio in Isaia 45:12 leggiamo: "Io ho fatto la terra e ho creato l'uomo su di essa; io, con le mie mani, ho spiegato i cieli e comando tutto il loro esercito." 
Comprendiamo quindi quanto grande sia la portata dell'affermazione di Paolo quando, a riguardo di Gesù, dice che "tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui".  Gesù viene presentato come creatore e non come creatura! Inoltre la creazione stessa è "in vista di lui" quindi Gesù è l'origine ma anche il fine della creazione. Ma non dovrebbe essere Dio stesso il principio e la fine, il primo e l'ultimo?
Infatti Dio, già nell'antico testamento,  si riferisce a se stesso come "il primo e l'ultimo", ad esempio leggiamo: "Così parla il SIGNORE, re d'Israele e suo redentore, il SIGNORE degli eserciti: " (Isaia 44:6).
Dalle tenebre alla luce di Cristo
Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo saputo questo, non cessiamo di pregare per voi e di domandare che siate ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché camminiate in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; fortificati in ogni cosa dalla sua gloriosa potenza, per essere sempre pazienti e perseveranti; ringraziando con gioia il Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.
(Colossesi 1:9-14 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



 Paolo è in carcere, ma questo non gli impediva di poter essere utile ai Colossesi. In quale modo? Attraverso la preghiera.
Sì, Paolo aveva sentito che il vangelo stava portando frutto tra i Colossesi, ma non voleva abbassare la guardia perché sapeva che i Colossesi erano comunque sottoposti a influenze di diverso tipo che avrebbero potuto allontanarli dal cammino che avevano intrapreso. Leggendo la lettera vedremo che la filosofia e le tradizioni degli uomini erano sempre in agguato ed era quindi necessario che i Colossesi fossero ben saldi nella loro fede.
Ecco perché Paolo pregava innanzitutto affinché fossero "ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale". Essi avevano conosciuto il Signore ma era necessario che progredissero nella conoscenza della sua volontà e affinassero il proprio discernimento spirituale. Sapienza e intelligenza non si potevano ottenere dalla filosofia e dalle tradizioni ma erano legate proprio alla conoscenza di Dio. Il Signore aveva messo in loro il Suo Spirito e questo poteva dare loro una visione della realtà molto diversa da quella che si poteva ottenere dalle speculazioni filosofiche.
In secondo luogo Paolo pregava affinché essi camminassero in modo degno di Dio, portando frutto attraverso le loro opere buone, comportandosi in modo che potesse fare piacere a Dio. Ciò li avrebbe fatti crescere ancora di più nel loro rapporto con Dio, e quindi nella conoscenza di Dio. Questo dimostra che, a differenza di quanto si potrebbe pensare, la vera conoscenza di Dio non la si ottiene solo leggendo e studiando, ma soprattutto mettendo in pratica ciò che abbiamo imparato dal Signore.
Paolo sapeva che la gloriosa potenza di Dio avrebbe operato nei credenti rendendoli sempre più pazienti e perseveranti, pronti quindi ad onorare Dio sempre, a dispetto del mondo pagano che li circondava e li bombardava con idee contrarie a quelle che provenivano dalla fede nel Dio Vivente e Vero che Paolo aveva insegnato loro.
Infine Paolo pregava affinché i Colossesi mostrassero di possedere uno spirito di gratitudine nei confronti di Dio. La gratitudine è infatti un segno caratteristico del cristiano che si rende conto di quanto il Signore abbia fatto per lui. Infatti in Gesù abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati, ma sappiamo che questo è possibile proprio perché " Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Unigenito Figlio affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna" (Gv 3:16). Come potremmo non essere riconoscenti per questo?

Il Signore, nel suo amore, li aveva adottati come suoi figli, dando loro la possibilità di essere inclusi nel popolo dei santi, ovvero nel popolo di tutti coloro che Dio si era messo da parte per appartenergli. Li aveva trasportati dalle tenebre alla luce, liberandoli dagli idoli a cui essi erano sottoposti e dalle potenze demoniache che agivano dietro quegli idoli, per trasportarli nel regno del suo amato Figlio!
Quanto è meravigliosa la sorte dei santi! Essi sono destinati all luce, non alle tenebre, alla vita eterna, non alla morte e alla lontananza eterna da Dio.

Nel pensare a queste cose,
Il frutto del vangelo
Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo ai santi e fedeli fratelli in Cristo che sono in Colosse, grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre. Noi ringraziamo Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, pregando sempre per voi, perché abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e dell'amore che avete per tutti i santi, a causa della speranza che vi è riservata nei cieli, della quale avete già sentito parlare mediante la predicazione della verità del vangelo. Esso è in mezzo a voi, e nel mondo intero porta frutto e cresce, come avviene anche tra di voi dal giorno che ascoltaste e conosceste la grazia di Dio in verità, secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi. Egli ci ha anche fatto conoscere il vostro amore nello Spirito.
(Colossesi 1:1-8 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



Gesù, parlando in parabole, aveva paragonato  il regno dei cieli ad un granello di senape che un uomo semina nel suo campo. Il Signore aveva fatto notare che quel granello era il più piccolo di tutti i semi eppure, crescendo, diventava un albero sufficientemente grande da permettere agli uccelli del cielo di venire a ripararsi tra i suoi rami. (Marco 4:31-32).  
L'apostolo Paolo scrivendo insieme a Timoteo alla comunità cristiana di Colosse, iniziò la propria lettera proprio confermando le parole di Gesù; egli gioiva nel vedere il modo in cui il vangelo si stava espandendo verso le estremità della terra. Quel granello di senape stava davvero crescendo e trasformandosi in un albero!
Paolo era felice perché anche a Colosse egli aveva dei "santi e fedeli fratelli in Cristo", ovvero persone che Dio si era messo da parte per essere suo popolo, persone che erano state trasformate dal Signore attraverso l'opera dello Spirito Santo in loro.  
L'opera di Dio nei Colossesi era evidente; in essi erano presenti tre ingredienti fondamentali che non potevano mancare a fronte di una vera conversione: fede, amore e speranza.  Se leggiamo le lettere di Paolo con attenzione, questi ingredienti si trovano associati l'uno all'altro diverse volte, ad esempio in 1 Corinzi 13:13 e in 1 Tessalonicesi 1:3. 
Non ci stupisce che la fede in Cristo Gesù sia il primo ingrediente che caratterizza un credente. D'altra parte Gesù è Colui che ha dato la sua vita affinché gli uomini possano essere salvati, e lui stesso ha promesso che avrebbe dato vita eterna a tutti coloro che hanno creduto in lui, come è scritto:

"In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna." (Giovanni 6:47)
"Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna." (Giovanni 3:16)

C'è però un secondo ingrediente che non può mancare nella vita di un credente, un'ingrediente attraverso il quale la fede si manifesta in modo tangibile: l'amore.  Quando parliamo di amore, pensiamo subito al nostro amore verso Dio in risposta al suo amore ma, nel testo che abbiamo letto, l'apostolo Paolo si riferisce all'amore che "avete per tutti i santi" ovvero per tutti gli altri fratelli e sorelle in Cristo, infatti il termine "santi" nelle lettere di Paolo  si riferiva a tutti coloro che avevano riposto la loro fede in Gesù e quindi erano parte del popolo di Dio, un popolo separato, scelto da Dio per appartenergli. Che la fede e l'amore verso Gesù produca amore verso i fratelli dovrebbe essere ovvio, d'altra parte come si può dire di amare Dio se non si mostra amore verso i propri fratelli e sorelle? Un altro apostolo, Giovanni, espresse bene questo concetto quando scrisse:

Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. (1 Giovanni 4:20)

La fede e l'amore nei Colossesi erano alimentati continuamente da un combustibile che costituisce il terzo ingrediente caratteristico ...
Sono contento per voi!
Anche voi sapete, Filippesi, che quando cominciai a predicare il vangelo, dopo aver lasciato la Macedonia, nessuna chiesa mi fece parte di nulla per quanto concerne il dare e l'avere, se non voi soli; perché anche a Tessalonica mi avete mandato, una prima e poi una seconda volta, ciò che mi occorreva. Non lo dico perché io ricerchi i doni; ricerco piuttosto il frutto che abbondi a vostro conto. Ora ho ricevuto ogni cosa e sono nell'abbondanza. Sono ricolmo di beni, avendo ricevuto da Epafròdito quello che mi avete mandato e che è un profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio. Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen. Salutate ognuno dei santi in Cristo Gesù.  I fratelli che sono con me vi salutano. Tutti i santi vi salutano e specialmente quelli della casa di Cesare.La grazia del Signore Gesù Cristo sia con lo spirito vostro.
(Filippesi 4:14-23 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



Purtroppo anche oggi veniamo spesso a conoscenza di storie riguardanti persone che predicano il vangelo con lo scopo di arricchirsi; al contrario, chi predica il vangelo per amore di Dio, non lo fa per ricevere dei vantaggi personali. Senza alcun dubbio, l’apostolo Paolo era proprio uno di questi ultimi.
Paolo scrisse questa lettera ai Filippesi per ringraziarli dell'aiuto ricevuto attraverso il loro inviato Epafrodito, ma in questi saluti finali notiamo che il suo interesse principale non era per ciò che aveva ricevuto bensì per i Filippesi stessi. Questi ultimi avevano sempre avuto un buon rapporto con lui e avevano già collaborato in precedenza con lui, facendogli pervenire i loro doni per ben due volte mentre si trovava a Tessalonica. Da quanto scrive Paolo apprendiamo che essi si erano distinti in tal senso rispetto alle altre chiese che egli aveva fondato. Comprendiamo quindi ancora meglio cosa intendeva Paolo quando, all'inizio della lettera, egli ringraziava Dio per la loro partecipazione al vangelo, "dal primo giorno fino a ora" (Fi 1:5): essi avevano espresso la loro fede in modo pratico fin dal principio, partecipando alla missione di Paolo con il loro supporto.
Ma Paolo voleva evitare che i Filippesi pensassero che egli fosse interessato solo ai loro doni... Egli era interessato piuttosto a loro come persone a cui aveva predicato il vangelo e la sua gioia più grande era quella di constatare che il vangelo aveva prodotto un frutto tangibile nella loro vita.
In altre parole, egli era contento di vedere la loro crescita nella fede che si manifestava proprio nelle opere pratiche di cui quegli aiuti erano un esempio eccellente.
Egli era profondamente riconoscente al Signore per ciò che essi gli avevano mandato attraverso Epafròdito infatti ora si trovava nell'abbondanza e aveva risorse sufficienti per sostenersi durante il suo periodo di prigionia. Ma il motivo principale della sua riconoscenza era la consapevolezza che i Filippesi stavano mostrando vero amore cristiano, un amore che certamente era gradito a Dio.  Per questo motivo egli paragonò il gesto dei Filippesi ad un'offerta sacrificale che, come leggiamo nell'antico testamento, saliva a Dio come un profumo di odore soave (vedi ad esempio Es 29:18).
Così l'apostolo Paolo, insieme ai suoi collaboratori e in particolare a Timoteo con il quale stava scrivendo (Fi 1:1), chiuse la lettera salutando i Filippesi anche da parte di altre comunità ai quali erano uniti dalla fede comune. Adorando il Signore nella convinzione che Egli si sarebbe preso cura di loro e dei loro bisogni, l'apostolo Paolo li affidò alla grazia di Dio.
Nel congedarci da questa lettera, riflettiamo sulla nostra partecipazione al vangelo dal primo giorno in cui abbiamo creduto fino ad ora. Cosa ha prodotto in noi il messaggio della salvezza? Possiamo dire che ci sono frutti tangibili che testimoniano della presenza di Gesù Cristo nella nost...
Posso ogni cosa in Lui
 Ho avuto una grande gioia nel Signore, perché finalmente avete rinnovato le vostre cure per me; ci pensavate sì, ma vi mancava l'opportunità. Non lo dico perché mi trovi nel bisogno, poiché io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. So vivere nella povertà e anche nell'abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell'abbondanza e nell'indigenza. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica. 
(Filippesi 4:10-13 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi




Credo che a tutti faccia piacere avere degli amici che si ricordano di noi quando abbiamo dei problemi. È sicuramente cosa gradita ricevere una visita o una telefonata quando siamo malati o ricevere un aiuto pratico quando ne abbiamo bisogno. 
Paolo era in carcere e possiamo immaginare quale sia stata la sua gioia quando vide Epafrodito (vedi Fi 2:25, 4:18) portargli dei doni da parte della comunità dei Filippesi. Chissà quanto tempo aveva aspettato quella visita. Egli conosceva bene l'amore che i Filippesi provavano per lui; egli sapeva che, appena fosse stato possibile, si sarebbero fatti certamente vivi, ma si rendeva anche conto che il loro aiuto avrebbe potuto subire un considerevole rinvio a causa delle difficoltà dovute alla persecuzione.
Ora finalmente poteva gioire della compagnia di Epafrodito e rallegrarsi per l'aiuto ricevuto dai Filippesi. Ma in questi versetti l'apostolo Paolo ci tenne a far notare che la sua gioia non era legata alla ricezione dei doni ma piuttosto al ravvivarsi del suo rapporto con i Filippesi.
Infatti la sua esperienza con Dio lo aveva portato ad essere contento in ogni circostanza. Essere nell'abbondanza era certamente una gioia, ma egli aveva imparato anche a vivere nella povertà affidandosi a Dio in ogni cosa e rallegrandosi nel Signore anche nei momenti di difficoltà.
Qui abbiamo una grande lezione da imparare circa la nostra relazione con Dio. È facile essere felici quando siamo sazi e abbiamo tutto ciò che ci serve, è facile ringraziare Dio quando le cose vanno bene, ma saremmo in grado di coltivare il nostro rapporto con Dio e ringraziarlo anche quando ci dovessimo trovare nelle difficoltà e dovessimo avere fame? Non è assolutamente semplice vero?
Se la nostra fede fosse forte solo quando tutto va bene, potremmo dire che si tratti di vera fede? L'apostolo Paolo coltivava il suo rapporto con il Signore quotidianamente, aveva imparato ad affidarsi a lui e a rifugiarsi in lui in ogni circostanza; in tal modo egli poteva affrontare ogni situazione con la forza che Dio gli donava, egli poteva davvero affrontare ogni cosa in colui che lo fortificava. Paolo era quindi contento di aver ricevuto aiuto da parte dei Filippesi ma la sua vera gioia non dipendeva da ciò che aveva ricevuto, bensì dal Signore che lo fortificava in ogni situazione.
Anche un non cristiano sa rallegrarsi quando tutto va bene ma solo colui che ha un rapporto con Dio e ha riposto la sua fiducia in Lui, è in grado di gioire nel Signore in ogni circostanza.  Se il Signore è Colui che si occupa di noi ogni giorno e nel quale confidiamo in ogni circostanza, anche noi come l'apostolo Paolo possiamo dire: "Io posso ogni cosa in Lui. Posso ogni cosa perché il Signore mi dona la forza per affrontare ogni cosa". Che Dio ci dia di realizzare questo nella nostra vita, qualunque cosa accada, in modo da poter godere dei momenti belli che Lui ci dona ma anche  di poter resistere nei momenti più difficili della vita.
Dall’ansia alla pace
Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi.
(Filippesi 4:6-9 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



In alcuni momenti della vita, i tuoi pensieri possono davvero diventare i tuoi peggiori nemici.
A volte sembra proprio che tu non abbia alcun potere su di loro. Cerchi di governarli ma essi continuano a condurti dove non vorresti.
Per tutto il giorno cerchi di dedicarti al tuo lavoro, alla tua famiglia, alla preghiera, al tuo servizio per il Signore, ma non riesci a concentrarti perché, quando meno te l’aspetti, te li ritrovi tra i piedi a reclamare la tua attenzione e a renderti infelice e insoddisfatto.
Viene sera, cerchi di prendere sonno ma essi non hanno alcuna intenzione di lasciarti riposare: si prendono gioco di te, ti raggiungono nel letto e ti costringono a restare sveglio e a girarti per ore.
Lotti, cerchi di dominarli, ma sono come cani sciolti che non hanno padrone; quando pensi di aver messo loro un guinzaglio, te li ritrovi a correre liberi per la mente.
Sei stanco. Non ce la fai più. Le tempie pulsano. E domani ti aspetta un’altra giornata di lavoro…
Come la lingua batte dove il dente duole, pare che i tuoi pensieri sappiano esattamente dove andare a colpire per farti stare più male.
Quando sei preoccupato, tutto diventa pesante e difficile. È come se tu cercassi di alzarti da una sedia alla quale sei legato da fili invisibili.
I versi che abbiamo letto forniscono un antidoto efficace alle preoccupazioni.
L'apostolo Paolo era in carcere quando scrisse queste parole ai Filippesi, eppure in questa lettera manifesta una grande gioia. Come poteva gioire con tutti i problemi che aveva? Qual'era il suo segreto? È un segreto molto semplice: affidarsi a Dio e lasciare che sia Lui ad occuparsene. Questo è l'antidoto contro le preoccupazioni.
Forse fino ad oggi hai pensato all'ansia come qualcosa di inevitabile alla quale non puoi sottrarti. Ma se così fosse, il Signore non ti chiederebbe di non angustiarti di nulla. Devi imparare ad affidare a lui la nave della tua vita; mandagli un “SOS Ansia” e ringrazialo con fiducia per ciò che farà, lasciando che sia Lui a toglierti quell'affanno che ti accompagna giorno dopo giorno.
Come è possibile ringraziare per qualcosa che non si è ancora realizzato? Non è un paradosso, è fede. Non sai ancora cosa farà Dio per i problemi che ti assillano ma per fede sai che Dio ti vuole bene e vuole il meglio per te. È la fede che ti permette di unire la supplica al ringraziamento senza aspettare l’esito delle tue richieste.
E dopo? Goditi la sua pace. Hai rivolto a Lui la tua istanza, sai che la pratica si trova sulla "sua scrivania" e che sta facendo il suo corso. Non hai più bisogno di preoccuparti per cercare delle soluzioni. Non devi più fare nulla se non aspettare di scoprire ciò che il Signore ha preparato per te. I pensieri che prima ti tormentavano ora sono custoditi dalla pace di Dio.
Forse i problemi sono ancora lì, ma il tuo cuore è calmo, sicuro dell’amore di un Padre che si prende cura di te. È una pace che il mondo non può capire e, soprattutto, non può donare, una pace che supera ogni intelligenza.
Forse non sei un credente e ti sarai chiesto come mai, a volte, i credenti riescano ad affrontare con serenità anche situazioni che porterebbero normalmente alla disperazione. Ecco il motivo: essi godono della pace speciale che solo Dio può donare loro in quei momenti.
Facciamo la pace?
Esorto Evodia ed esorto Sintìche a essere concordi nel Signore. Sì, prego pure te, mio fedele collaboratore, vieni in aiuto a queste donne, che hanno lottato per il vangelo insieme a me, a Clemente e agli altri miei collaboratori i cui nomi sono nel libro della vita. Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino.
(Filippesi 4:2-5 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



A chi non è mai capitato di litigare con persone alle quali teniamo molto, persone con le quali condividiamo molte cose importanti della nostra vita?
Questo può succedere anche tra fratelli in Cristo. I pochi versetti appena letti sono molto significativi proprio perché non nascondono le difficoltà che possono avere  anche  persone che condividono la fede in Dio. Difatti i personaggi descritti nella bibbia non sono superuomini o superdonne ma sono esseri umani come noi con i loro aspetti positivi e negativi.
Evodia e Sintiche erano senz'altro donne credenti e fedeli al Signore. Di loro non ci viene detto che erano pettegole e oziose, bensì che avevano svolto un servizio prezioso lottando per il vangelo insieme a Paolo, a Clemente e ad altri collaboratori di Paolo. I loro nomi erano scritti nel libro della vita, quindi erano destinate alla vita eterna. 
Tuttavia, in questi versetti, Paolo chiedeva a queste due donne, che evidentemente si trovavano nella comunità di Filippi, di essere concordi nel Signore. Cosa era successo tra di loro? Non lo sappiamo, ma trovo molto toccante il fatto che Paolo si preoccupi per loro. Infatti egli sapeva bene che sarebbe stato molto più faticoso lavorare insieme se non fossero state concordi fra loro.  
Quante volte ci troviamo a collaborare con persone con le quali non riusciamo ad essere in sintonia ma, pur di perseguire lo scopo comune, andiamo avanti accompagnando i nostri sforzi con un sorriso di circostanza…
Ma è giusto comportarsi così? Dobbiamo rassegnarci a questo?
No. Quella che Paolo rivolge ad Evodia e Sintiche è un'esortazione che in qualche modo è rivolta a ciascuno di noi.  Anche se siamo credenti possiamo avere lati del carattere con i quali è difficile per gli altri convivere, così come talvolta è difficile per noi sopportare il carattere altrui.
Nel sopportarci a vicenda non dobbiamo avere paura di parlarci in maniera franca, di cercare di chiarire il più presto possibile ogni incomprensione, perché altrimenti, nel tempo i problemi diventerebbero sempre più grandi e a quel punto noi non riusciremmo più a mostrare pazienza, perdendo anche il controllo di noi stessi. 
Non so a che punto fossero Evodia e Sintiche nel loro rapporto, ma Paolo aveva percepito che, per entrambe, era giunto il momento di impegnarsi al fine di poter essere maggiormente concordi e aveva altresì compreso l'opportunità di un aiuto in loco, da parte di un suo collaboratore, per risolvere la questione. 
Come cristiani dovremmo sempre rallegrarci nel Signore e gioire nel nostro servizio, ma è evidente che le difficoltà relazionali con altri fratelli o sorelle possono rallentare il nostro cammino e generare tristezza.
Se osservassimo dei bambini mentre litigano, noteremmo come, dopo essersene dette di tutti i colori e senza aver stabilito chi ha torto o ragione, il più delle volte, con molta naturalezza, i due litiganti si riavvicinano l'uno all'altro pronunciando la famosa frase: “Facciamo la pace?”
Sì, abbiamo proprio bisogno di ritrovare la semplicità dei bambini nelle nostre relazioni. Purtroppo il nostro orgoglio di adulti ci porta invece a pretendere di avere ragione e ad aspettare che sia sempre l'altro a fare il primo passo verso di noi e a riconoscere i propri torti. Per questo motivo è difficile essere concordi e riappacificarci se qualcosa va storto.
Malgrado queste difficoltà, nelle nostre relazioni, dobbiamo impegnarci a imitare  il nostro Signore Gesù. Egli affrontò il disprezzo e l'odio con umiltà e ma...
Corro verso la mèta
Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù.  Sia questo dunque il sentimento di quanti siamo maturi; se in qualche cosa voi pensate altrimenti, Dio vi rivelerà anche quella. Soltanto, dal punto a cui siamo arrivati, continuiamo a camminare per la stessa via. Siate miei imitatori, fratelli, e guardate quelli che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano da nemici della croce di Cristo (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), la fine dei quali è la perdizione; il loro dio è il ventre e la loro gloria è in ciò che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore, che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa. Perciò, fratelli miei cari e desideratissimi, allegrezza e corona mia, state in questa maniera saldi nel Signore, o diletti!
(Filippesi 3:12- 4:1 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



Nessun cristiano dovrebbe mai sentirsi "arrivato" perché, per quanto possa essere maturo, ha sempre da imparare durante il suo cammino con il Signore.
Nei versetti precedenti, l'apostolo Paolo aveva appena espresso la propria determinazione nel rinunciare a sé stesso e nell'identificarsi con Cristo guardando al suo ritorno con gioia. Ma non voleva che i Filippesi pensassero che egli si sentisse già arrivato; infatti egli non pensava di aver già ottenuto la perfezione ma si rendeva conto di essere in cammino verso il premio che Dio aveva preparato per lui.
Egli sapeva che Gesù, con la sua opera perfetta sulla croce, aveva già fatto tutto per "afferrarlo", per dargli la dignità di figlio di Dio e per garantirgli la vita eterna. Ma allo stesso tempo egli doveva "afferrare" ciò che era stato preparato per lui, proseguendo il suo cammino con determinazione e con timore di Dio cercando di servire il Signore con gioia in vista della mèta finale. 
Il cristiano non opera per guadagnarsi la salvezza ma opera in risposta all'amore di Dio. Ama Dio perché Dio lo ha amato e mostra il suo amore verso il Signore cercando di essergli gradito.
Paolo desiderava che anche i suoi interlocutori prendessero esempio da lui, camminando come lui e non lasciandosi influenzare negativamente da coloro che non condividevano la loro fede, che camminavano verso la perdizione come nemici della croce di Cristo, che si preoccupavano solo del proprio ventre, ovvero della propria soddisfazione personale.  
Paolo voleva ricordare loro che il cristiano non può vivere nello stesso modo in cui vivono coloro che non temono Dio perché egli ha una cittadinanza celeste.
Nell'utilizzare la metafora della "cittadinanza celeste" Paolo utilizzò dei termini che richiamavano il concetto di colonia romana, termini che quindi i Filippesi conoscevano molto bene dal momento che Filippi era una colonia romana.
Gli abitanti di una colonia romana erano infatti cittadini di Roma e godevano di tutti i diritti di ogni cittadino romano. I coloni erano normalmente dei militari che,  dopo aver partecipato ad una campagna non venivano fatti rientrare a Roma ma  venivano stanziati in maniera definitiva in una zona ricevendo dei lotti di terra sui quali costruivano le proprie case e vivevano con le proprie famiglie. Con il passare del tempo e delle generazioni, sorgevano quindi nuove città inserite in un territorio già abitato da popolazioni locali che essi presidiavano e difendevano da minacce che pote...
Un mucchio di spazzatura
Del resto, fratelli miei, rallegratevi nel Signore.Io non mi stanco di scrivervi le stesse cose, e ciò è garanzia di sicurezza per voi.Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare; perché i veri circoncisi siamo noi, che offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio, che ci vantiamo in Cristo Gesù, e non mettiamo la nostra fiducia nella carne; benché io avessi motivo di confidarmi anche nella carne. Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più; io, circonciso l'ottavo giorno, della razza d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'Ebrei; quanto alla legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile.  Ma ciò che per me era un guadagno, l'ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.
(Filippesi 3:1-11- La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi




A volte i cristiani, durante la loro vita, per sentirsi più spirituali o superiori ad altri, rincorrono insegnamenti che sembrano più profondi, ambiscono a esperienze che possono dare un significato nuovo alla loro vita. In realtà tutto diventa insignificante se lo confrontiamo con la gioia della salvezza in Cristo. Se abbiamo Cristo nella nostra vita, abbiamo già tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Infatti, se siamo cristiani, qual'è la fonte della nostra gioia, se non il Signore Gesù e la sua opera per noi? Ecco perché Paolo invitò i Filippesi a rallegrarsi esclusivamente nel Signore! Egli non si stancava di riportare continuamente l'attenzione dei suoi interlocutori su Gesù, l'unica realtà che contava davvero. I Filippesi non avevano bisogno di novità per rassicurare la propria anima, ma avevano bisogno di crescere sempre di più nel loro rapporto con Gesù.
Leggendo anche altre lettere di Paolo, ad esempio quella scritta ai Galati, apprendiamo che inizialmente all'interno della comunità cristiana, gravavano sugli stranieri delle pressioni da parte della componente ebraica della comunità per imporre la circoncisione come segno di appartenenza al popolo di Dio. L'apostolo Paolo manifestò sempre apertamente il suo dissenso verso questo modo di pensare che, sostanzialmente, obbligava gli stranieri a diventare parte del popolo di Israele, negando quindi che la salvezza era stata già offerta a tutti, ebrei e gentili!
Paolo in questo brano utilizza parole molto dure verso chi portava avanti queste idee. Addirittura egli utilizzò la parola "cani" per indicare coloro che predicavano la circoncisione tra gli stranieri. Si tratta di una chiara provocazione visto che tale parola veniva normalmente utilizzata dagli Ebrei per designare gli stranieri pagani (si veda anche Mt 15:26).  Egli utilizzò anche la parola "mutilare" in modo provocatorio per riferirsi proprio alla circoncisione. L'intento di Paolo non era quello di offenderli usando queste parole ma piuttosto di farli riflettere in maniera profonda sull'insensatezza del proprio operato. Infatti continuare a proporre la circoncisione agli stranieri significava negare la "vera circoncisione", quella che Dio aveva operato nel cuore di tutti coloro che erano nati di nuovo attraverso l'opera dello Spirito Santo in loro, sia ebrei che stranieri, i quali potevano adorare Dio con sincerità vantandosi esclusivamente dell'oper...
Tutti cercano i propri interessi
 Ora spero nel Signore Gesù di mandarvi presto Timoteo per essere io pure incoraggiato nel ricevere vostre notizie. Infatti non ho nessuno di animo pari al suo che abbia sinceramente a cuore quel che vi concerne. Poiché tutti cercano i loro propri interessi, e non quelli di Cristo Gesù. Voi sapete che egli ha dato buona prova di sé, perché ha servito con me la causa del vangelo, come un figlio con il proprio padre. Spero dunque di mandarvelo appena avrò visto come andrà a finire la mia situazione; ma ho fiducia nel Signore di poter venire presto anch'io. Però ho ritenuto necessario mandarvi Epafròdito, mio fratello, mio compagno di lavoro e di lotta, inviatomi da voi per provvedere alle mie necessità; egli aveva un gran desiderio di vedervi tutti ed era preoccupato perché avevate saputo della sua malattia. È stato ammalato, infatti, e ben vicino alla morte; ma Dio ha avuto pietà di lui; e non soltanto di lui, ma anche di me, perché io non avessi dolore su dolore. Perciò ve l'ho mandato con gran premura, affinché vedendolo di nuovo vi rallegriate, e anch'io sia meno afflitto. Accoglietelo dunque nel Signore con ogni gioia e abbiate stima di uomini simili; perché è per l'opera di Cristo che egli è stato molto vicino alla morte, avendo rischiato la propria vita per supplire ai servizi che non potevate rendermi voi stessi.
(Filippesi 2:19-30 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



Diverse volte ho incontrato persone che mi dicono: "Sono deluso. Non voglio più fare parte di una comunità cristiana, preferisco starmene per conto mio e adorare il Signore per conto mio. Tutti cercano i propri interessi. non c'è amore. Tutti pensano ai fatti loro, non agli interessi di Dio e della comunità!"
Dal brano che abbiamo letto ci rendiamo conto che già ai tempi di Paolo non era facile trovare persone che avevano davvero a cuore l'opera del Signore. Purtroppo già allora gli interessi personali prevalevano sugli interessi dell'opera e questo era causa di problemi all'interno della comunità cristiana. Tuttavia questo brano ci dà una buona notizia perché, anche se pochi, c'erano comunque degli individui che si distinguevano dagli altri, individui da cui anche noi dovremmo prendere esempio! 
Timoteo, ad esempio, aveva mostrato di essere una persona affidabile a cui Paolo poteva affidare degli incarichi sapendo che li avrebbe portati avanti con fedeltà. Egli si stava comportando con Paolo come un figlio con il proprio padre. Timoteo aveva sinceramente a cuore l'opera tra i Filippesi e, non a caso,  stava partecipando alla stesura della lettera insieme a Paolo (Fi 1:1). Così Paolo, in attesa di essere liberato e di poter quindi andare a visitarli presto di persona, era pronto a rimandarlo a Filippi per un certo tempo, forse proprio con questa lettera in mano, in modo che potesse poi portargli notizie incoraggianti inerenti la crescita della comunità. 
Nel frattempo Paolo aveva rimandato ai Filippesi un altro discepolo che si era dimostrato un vero compagno di lavoro e di lotta, un uomo che gli stessi Filippesi gli avevano inviato per provvedere alle sue necessità mentre si trovava in prigione. Anche Epafròdito aveva dato prova di grande valore al punto che Paolo lo indica ai Filippesi come un uomo da imitare, un uomo di cui avere stima. Infatti Epafròdito, proprio mentre si trovava al servizio di Paolo, si era ammalato al punto da essere vicino alla morte. Sì, egli aveva rischiato la vita proprio per servire il suo fratello Paolo per conto dei Filippesi. Come Timoteo, anche Epafròdito non aveva cercato i propri interessi, ma quelli di Gesù Cristo.
In questo brano notiamo quindi che in un mondo in cui la maggioranza non aveva a cuore il servizio per Dio e per il prossimo, c'erano comunque alcuni che eccellevano nell'amore. Pensiamo davvero che questo non sia possibile anche oggi? 
Nelle parole di Paolo notiamo l'affetto profondo che lo legava a Timoteo, a  Epafròdito,
Testimoni efficaci
Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quand'ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; infatti è Dio che produce in voi il volere e l'agire, secondo il suo disegno benevolo. Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute, perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita, in modo che nel giorno di Cristo io possa vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato. Ma se anche vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede, ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi; e nello stesso modo gioitene anche voi e rallegratevene con me.
(Filippesi 2:12-18 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



Normalmente non ci  preoccupiamo di pesare le nostre azioni alla luce dell'eternità ma siamo molto più preoccupati dei vantaggi immediati che possiamo trarre dalle nostre azioni.
L'apostolo Paolo in questo brano dimostra invece che la sua preoccupazione come cristiano era quella di correre e faticare come inviato di Dio in modo efficace, guardando sempre al giorno di Cristo, ovvero al giorno in cui Dio ristabilirà la giustizia attraverso il ritorno e il regno visibile di Gesù il Messia. 
Paolo aveva quindi trasmesso ai Filippesi degli insegnamenti che non erano fini a sè stessi ma dovevano portare quei credenti a vivere  preoccupandosi di essere delle lampade che facevano luce in questo mondo. Essi avevano il compito di mostrare agli altri cosa significava vivere come Figli di Dio, rispettando Colui che ci ha creati come si rispetta un padre. Il loro modo di vivere doveva portare gli altri a immaginare la bellezza di un mondo futuro in cui Dio avrebbe ristabilito la giustizia. Come potevano stimolare gli altri a desiderare di conoscere Dio se la loro vita non metteva in evidenza nulla di speciale che si potesse desiderare?
Ci rendiamo quindi conto che questo brano è un forte richiamo al senso di responsabilità che i cristiani hanno in questo mondo. Essi non possono permettersi di praticare l'ingiustizia, non possono permettersi di vivere come gli altri facendo del male al prossimo, comportandosi con infedeltà nei confronti del proprio coniuge, vivendo con disonestà, parlando male gli uni degli altri ed essendo litigiosi gli uni con gli altri.   I cristiani sono invece chiamati a  vivere secondo i principi della parola di Dio, tenendo alta la parola di vita, essendo punti di riferimento per gli altri nel loro modo di vivere la famiglia, gli affari, la società. I cristiani sono quindi come cartelli indicatori che indicano agli altri la direzione da percorrere; ma se i figli di Dio non si distinguono in questo mondo e si comportano come tutti gli altri, come possono essere efficaci nella loro testimonianza? 
Notiamo bene che il cristiano non guadagna la salvezza sforzandosi di vivere come luce del mondo.  Paolo non sta infatti dicendo ai Filippesi che possono fare qualcosa per guadagnarsi la salvezza.  È infatti Dio stesso che agisce nella vita del cristiano  con il suo Spirito Santo mettendolo in grado di vivere una vita che lo onori; ciò che egli deve fare è "adoperarsi al compimento della propria salvezza con timore e tremore", ovvero avere il giusto atteggiamento reverenziale nei confronti di Dio e affidarsi completamente a Lui, confidando nel fatto che Egli porterà avanti il lavoro che ha già cominciato. Infatti Paolo aveva già affermato in precedenza:  "ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù" (Filippesi 1:6). Il Signore ha un disegno preciso con il quale vuole salvare l'umanità e questo progetto divino prevede anche questa trasformazione interiore. 
Paolo non sta dicendo che il cristiano perderà la sua salvezza se non lascia che Dio operi in tutt...
Il sentimento di Gesù
Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
(Filippesi 2:3-11 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi




Ognuno pensa ai fatti propri. Questo, purtroppo, è quello che possiamo normalmente constatare intorno a noi.  È raro trovare qualcuno che provi vera empatia, che si interessi davvero di noi, che prenda a cuore le nostre esigenze.
D'altra parte dobbiamo ammettere che anche noi il più delle volte siamo così concentrati sui nostri problemi da non avere tempo e risorse da dedicare agli altri. Il più delle volte i nostri problemi sembrano i più grandi, le cose che ci stanno a cuore sembrano le più importanti, le nostre idee sembrano le migliori ai nostri occhi.
Tuttavia Paolo in questo brano ci ricorda che come cristiani abbiamo davanti il meraviglioso esempio di Gesù Cristo da imitare. 
Nell'incoraggiare i Filippesi a non agire per spirito di parte, cercando gli interessi comuni piuttosto che perseguire i propri interessi personali, stimando il bene comune come superiore al proprio, Paolo non poteva fare altro che porli davanti al supremo esempio di Gesù.
Avete mai guardato in questo modo a ciò che Cristo ha fatto? Gesù non ha agito per vanagloria, cercando il proprio compiacimento; Egli ha messo da parte i propri interessi e i propri diritti ed ha affrontato la morte sulla croce per fare i nostri interessi! Ecco quale fu il sentimento che ha animato il Signore Gesù!
Normalmente ai tempi di Paolo (ma anche ai nostri giorni), gli eroi erano conquistatori che sottomettevano gli altri, spesso con la violenza. Inoltre la storia è piena di esseri umani che si sono orgogliosamente autoproclamati dèi senza averne alcun diritto! Questo testo dice che Gesù ha invece fatto esattamente il contrario! Infatti Egli aveva tutto il diritto di reclamare la propria divinità perché la sua natura e la sua apparenza era divina ("pur essendo in forma di Dio"), eppure Egli vi rinunciò con umiltà per amore nostro. Non si aggrappò ai propri diritti, non cercò di trarre vantaggio dalla sua posizione, ma vi rinunciò, mettendo da parte le sue prerogative divine e umiliandosi al punto da manifestarsi in forma umana, assumendo addirittura la posizione di servo tra gli uomini! Egli era senza peccato e non c'era alcun motivo per cui dovesse essere ucciso, eppure accettò con ubbidienza la morte sulla croce per riscattarci dai nostri peccati.
L'apostolo Paolo evidenzia però che l'abbassamento di Gesù non è stato un punto di arrivo. Infatti Dio lo ha sovranamente innalzato riportandolo al posto che gli spettava, ponendo la sua persona al di sopra di chiunque altro, affinché ogni creatura nell'universo si pieghi dinanzi a Lui e lo riconosca come il Signore! Sì, il Re si è fatto servo ma poi è stato innalzato di nuovo al posto che gli spettava!
Quanto abbiamo da imparare dal nostro Signore Gesù noi che spesso ci innalziamo per dominare gli uni sugli altri. Per servire il nostro fratello, la nostra sorella, dobbiamo invece  abbassarci con umiltà  avendo lo stesso sentimento di Gesù! 
Se abbiamo davvero fiducia nel Signore, dovremmo renderci conto che non abbiamo bisogno di sgomitare per affermare i nostri diritti perché sarà Lui stesso ad occuparsene a tempo debit...
La gioia dell’unità
Soltanto, comportatevi in modo degno del vangelo di Cristo, affinché, sia che io venga a vedervi sia che io resti lontano, senta dire di voi che state fermi in uno stesso spirito, combattendo insieme con un medesimo animo per la fede del vangelo, per nulla spaventati dagli avversari. Questo per loro è una prova evidente di perdizione; ma per voi di salvezza; e ciò da parte di Dio. Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, sostenendo voi pure la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e nella quale ora sentite dire che io mi trovo. Se dunque v'è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d'amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento.
(Filippesi 1:27-2:2 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



"L'unione fa la forza".  L'apostolo Paolo in questo brano ci dona una versione cristiana di questo famoso detto popolare, una versione che potremmo riassumere così: "Essere uniti in Cristo è la nostra forza".
Mentre Paolo si trovava in carcere egli pregava per i suoi fratelli e pensava a loro continuamente. Egli non sapeva se li avrebbe rivisti presto o se addirittura non li avrebbe rivisti mai più. Comunque fosse andata, il suo più grande desiderio era che essi rimanessero uniti. Paolo desiderava che i Filippesi provassero la gioia dell'unità cristiana in modo che lui stesso potesse gioire di tale unità. Egli scrive infatti: "Rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento." 
Fin dal principio i cristiani trovarono opposizione, prima internamente all'ebraismo e in seguito ad opera dei Romani. D'altra parte Gesù stesso aveva avvertito i suoi discepoli: "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi..." (Giovanni 15:20).
L'apostolo Paolo stava vivendo sulla sua pelle questa realtà e sapeva che anche i suoi fratelli, fuori dalla prigione, stavano sostenendo la stessa lotta.  Infatti i cristiani annunciavano che c'era un altro Re, Gesù il Messia, di fronte al quale tutti si sarebbero dovuti piegare prima o poi. Non era certamente un messaggio che poteva passare inosservato in un mondo in cui Cesare dominava incontrastato (vedi At 17:7).
L'apostolo Paolo sapeva bene che non era facile affrontare gli avversari rimanendo fermi nella fede; per riuscirci era dunque necessario restare uniti. 
La persecuzione fa sicuramente paura. Nessuna persona normale accetterebbe di essere maltrattata o addirittura uccisa per la propria fede se ciò dovesse dipendere esclusivamente dalle proprie forze. Se oltretutto i cristiani fossero divisi tra di loro e non trovassero incoraggiamento l'uno nell'altro, la cosa diventerebbe ancora più ardua.
Ma Paolo sapeva che lui e i suoi fratelli erano uniti in Cristo ed era certo che Gesù Cristo li avrebbe incoraggiati, li avrebbe confortati con il suo amore attraverso lo Spirito che aveva donato a tutti loro. Il senso di appartenenza alla medesima famiglia, la famiglia dei figli di Dio, con l'affetto naturale e l'empatia reciproca che da ciò derivava, avrebbe contribuito a renderli forti e determinati anche nella persecuzione.
In sostanza, invece di concentrarsi sulle differenze tra di loro, essi dovevano rimanere uniti concentrandosi su ciò che avevano in comune. Gesù doveva costituire il pensiero comune, colui che li univa in un medesimo animo e in unico sentimento! Era quello il segreto per resistere di fronte agli avversari.
Solo restando insieme essi avrebbero potuto incoraggiarsi a vicenda, solo sapendo che altri pregavano per loro essi avrebbero potuto affrontare anche le prove più difficili. Lo stesso Paolo trovava incoraggiamento mentre si trovava in prigione proprio perché sapeva che c'era una squadra d...
Per me il vivere è Cristo
 so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l'assistenza dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno. Ma se il vivere nella carne porta frutto all'opera mia, non saprei che cosa preferire. Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio; ma, dall'altra, il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi. Ho questa ferma fiducia: che rimarrò e starò con tutti voi per il vostro progresso e per la vostra gioia nella fede, affinché, a motivo del mio ritorno in mezzo a voi, abbondi il vostro vanto in Cristo Gesù.
(Filippesi 1:19-26 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



Se la nostra vita finisse oggi, saremmo soddisfatti del modo in cui abbiamo servito il Signore come cristiani? 
Certamente nessuno di noi è perfetto, ed è normale che ci siano alcuni casi in cui avremmo potuto fare meglio, ma come cristiani dovremmo cercare di essere integri e pronti ad incontrare il Signore in qualunque momento. D'altra parte chi di noi può essere sicuro che domani avrà un'altra possibilità? 
Leggendo questo brano ci rendiamo conto che l'apostolo Paolo aveva le idee ben chiare sulla propria missione e aveva la coscienza pulita quando pensava al modo in cui l'aveva portata avanti.
Ciò che colpisce nelle parole di Paolo è la sua determinazione nell'onorare Gesù Cristo in ogni circostanza, comunque fosse andata a finire la sua situazione!
Si percepisce un combattimento dentro Paolo.  Infatti da una parte egli confidava nel fatto che la situazione difficile in cui si trovava potesse mutare velocemente per poter presto uscire di prigione se il Signore lo avesse voluto. Quindi Paolo confidava nelle preghiere che i Filippesi avrebbero continuato a fare per lui, ma soprattutto nella guida dello Spirito del Signore che aveva ogni cosa sotto il suo controllo. Se fosse stato liberato, avrebbe potuto ancora rallegrare i Filippesi mettendo a disposizione i propri talenti in mezzo a loro.
Dall'altra parte egli sapeva che in un certo senso la morte sarebbe stata una liberazione migliore da tutte le sofferenze che stava passando per il vangelo. Infatti egli sarebbe finalmente giunto alla sua destinazione al cospetto del suo salvatore Gesù e avrebbe riposato in attesa della risurrezione dei morti (vedi Fi 3:11).
Paolo sarebbe stato contento di poter ancora essere utile ai Filippesi, sarebbe stato felice di poter ancora predicare il vangelo. Sapeva di poter dare ancora qualcosa per il progresso nella fede di coloro a cui aveva annunciato Cristo e sapeva che un eventuale ritorno in mezzo a loro, in risposta alle loro preghiere, sarebbe stato di grande incoraggiamento per loro perché li avrebbe confermati ancora di più nella loro fede in Gesù Cristo.
Ma se il Signore avesse guidato le cose in modo diverso, egli si sentiva tranquillo pensando anche ad una sua eventuale dipartita perché sapeva di non aver nulla di cui vergognarsi. Sapeva di aver servito il Signore con gioia e sapeva che sarebbe stato salvo e al sicuro in attesa della risurrezione.
Così Paolo sintetizza il suo pensiero nella famosa frase: "per me il vivere è Cristo e il morire guadagno". Ovvero, "se continuo a vivere, vivrò per il mio salvatore e se morirò comunque andrò ad incontrarlo e sarà anche meglio". In un caso o nell'altro, Paolo aveva quindi motivo di gioire.
Tornando alla nostra domanda iniziale, dovremmo chiederci se in questo momento possiamo fare lo stesso ragionamento di Paolo.
Tutti noi sappiamo che non possiamo gestire la nostra esistenza come vogliamo e non sappiamo quando il Signore ci chiamerà a lasciare questo mondo. È un dato di fatto a cui tutti siamo sottoposti, credenti o non credenti.
Gioia nell’annuncio del vangelo
 Desidero che voi sappiate, fratelli, che quanto mi è accaduto ha piuttosto contribuito al progresso del vangelo; al punto che a tutti quelli del pretorio e a tutti gli altri è divenuto noto che sono in catene per Cristo; e la maggioranza dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, hanno avuto più ardire nell'annunciare senza paura la parola di Dio.Vero è che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo; ma quelli annunciano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene. Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora;
(Filippesi 1:12-18 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



In alcune situazioni della vita è quasi impossibile riuscire a trovare un aspetto positivo. Eppure Paolo trovò dei motivi di gioia anche mentre si trovava in carcere. Vediamo come ci riuscì.
Ciò che era accaduto a Paolo avrebbe scoraggiato chiunque. Infatti Paolo era un apostolo, ovvero un inviato di Dio incaricato di predicare il vangelo e la prigionia era un forte impedimento per portare avanti la sua missione. Inoltre teniamo presente che a quei tempi le prigioni erano davvero inospitali. Basti pensare che al carcerato non veniva neanche provveduto il cibo ed era quindi essenziale che ci fossero degli amici a provvedere cibo, vestiti e quant'altro fosse necessario.
Ma Paolo vide il bicchiere mezzo pieno. Nonostante le circostanze, la sua missione proseguiva con successo. Infatti la sua prigionia stava contribuendo al progresso del vangelo. Le voci correvano e tutti avevano sentito che egli era in catene per aver predicato Cristo, per aver proclamato che c'era un Re superiore a Cesare, a cui tutti si sarebbero dovuti sottomettere! Per i pretoriani ma anche per gli altri prigionieri pagani queste voci dovevano davvero sembrare stravaganti e alimentavano la loro curiosità. 
Inoltre buone notizie erano arrivate a Paolo dall'esterno della prigione, dai suoi fratelli, infatti molti stavano annunciando Gesù Cristo senza paura, incoraggiati dall'esempio di Paolo. Essi predicavano il nome di Cristo di buon animo, per amore del Signore e anche per amore di Paolo, affinché non si abbattesse ma fosse incoraggiato dal fatto che la battaglia spirituale procedeva vittoriosa nonostante la sua momentanea assenza dalla prima linea.
Ma non c'erano solo buone notizie. C'erano anche persone che parlavano di Cristo solo per invidia e rivalità nei confronti di Paolo. Ci sono ipotesi discordanti sull'identità di costoro: alcuni pensano che si trattasse di credenti che non erano d'accordo al cento per cento con la predicazione di Paolo e quindi volevano approfittare della prigionia di Paolo per attirare verso di loro alcuni discepoli, altri credono che possa trattarsi di pagani che parlavano del vangelo per discreditarlo.
Personalmente la reazione di Paolo mi fa propendere più per la prima ipotesi. Se si trattasse di persone che parlavano male di Cristo, Paolo non avrebbe potuto gioire perché quello predicato non sarebbe stato il vero vangelo, ovvero la buona notizia di Cristo. Paolo  invece si rallegrava perché in un modo o nell'altro il Signore Gesù era annunciato, il Re dei Re era proclamato. Per quanto possa sembrare strano, c'erano persone che proclamavano il vangelo di Cristo come Paolo lo aveva annunciato, ma lo facevano mossi da motivi sbagliati.
La reazione di Paolo è sorprendente. Altri al suo posto si sarebbero lamentati e avrebbero maledetto quei cattivi operai che non erano mossi da amore genuino ma dal desiderio di ferire Paolo mentre egli si trovava in carcere. Ma Paolo considera tutto ciò di poco conto se paragonato al fatto che il vangelo stava raggiungendo un numero sempre maggiore di persone.
"Che importa?",
Partecipi della grazia
Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono in Filippi, con i vescovi e con i diaconi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo. Io ringrazio il mio Dio di tutto il ricordo che ho di voi; e sempre, in ogni mia preghiera per tutti voi, prego con gioia a motivo della vostra partecipazione al vangelo, dal primo giorno fino a ora. E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. Ed è giusto che io senta così di tutti voi, perché io vi ho nel cuore, voi tutti che, tanto nelle mie catene quanto nella difesa e nella conferma del vangelo, siete partecipi con me della grazia. Infatti Dio mi è testimone come io vi ami tutti con affetto profondo in Cristo Gesù. E prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e in ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori, affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
(Filippesi 1:1-11 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



La lettera di Paolo ai Filippesi è sicuramente una di quelle in cui l'apostolo esprime più gioia e affetto nei confronti dei destinatari. Non a caso, molti si riferiscono ad essa chiamandola "l'epistola della gioia".
D'altra parte Filippi era stato uno dei primi luoghi in Europa in cui Paolo aveva predicato la buona notizia inerente Gesù il Re dei Re (Vedi Atti 16) e con i Filippesi si era creato un legame forte che aveva accompagnato Paolo negli anni successivi. L'apostolo si trovava in prigione quando scrisse la lettera e, dai contenuti della lettera, si presume che essa sia stata scritta proprio per ringraziare i Filippesi del loro supporto spirituale e materiale in quella situazione difficile.
Paolo scrisse questa lettera affiancato da Timoteo, d'altra parte Filippi fu uno dei primi luoghi in cui Timoteo aveva accompagnato Paolo dopo essersi unito a lui (Atti 16:1-13).
La lettera è indirizzata a tutti i credenti di Filippi a cui Paolo si riferisce chiamandoli "santi in Cristo Gesù". A questo proposito si consideri che "santi" è un termine che significava "separati, dedicati", quindi indicava semplicemente tutti coloro che avevano creduto in Gesù e per questo motivo appartenevano al Signore, ovvero erano stati messi da parte (separati) per il Signore. In particolare, tra di essi Paolo cita coloro che svolgevano un compito di responsabilità e servizio, qui indicati con i termini "vescovi" e "diaconi". 
Teniamo presente che le parole "vescovo" e "diacono"  non sono da considerarsi dei titoli particolari ma esprimevano semplicemente una funzione. In particolare la parola "vescovo" potrebbe essere tradotta "sorvegliante" ed indicava quindi dei credenti che, possedendo l'esperienza e i doni necessari, svolgevano un compito di sovrintendenti nella comunità, aiutando gli altri nella crescita (in altri brani del nuovo testamento vengono chiamati "anziani").  La parola "diacono" invece significa "servitore" ed indica quindi tutti coloro che svolgevano servizi di vario tipo all'interno della comunità (nel nuovo testamento questa parola è utilizzata in modo  vario).
Come dicevamo, la gioia permea tutta la lettera. Fin dalle prime battute Paolo esprime tutta la sua gioia per la partecipazione al vangelo da parte dei credenti di Filippi. Egli ringraziava Dio e gioiva per loro perché si erano rivelati dei partner affidabili fin dal giorno della loro conversione. D'altra parte, Paolo aveva speso la propria vita per predicare il vangelo ed era logico che la sua gioia più grande fosse quella di vedere dei frutti tangibili nella vita di coloro che si erano convertiti.
I frutti che Paolo vedeva in loro erano la dimostrazione che essi erano partecipi della medesima grazia che Paolo aveva conosciuto. Paolo sapeva che Dio aveva operato nella loro vita e quindi era certo che Dio...
Nuove creature
Guardate con che grossi caratteri vi ho scritto di mia propria mano!Tutti coloro che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere e ciò al solo fine di non essere perseguitati a causa della croce di Cristo. Poiché neppure loro, che sono circoncisi, osservano la legge; ma vogliono che siate circoncisi per potersi vantare della vostra carne. Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo.  Infatti, tanto la circoncisione che l'incirconcisione non sono nulla; quello che importa è l'essere una nuova creatura. Su quanti cammineranno secondo questa regola siano pace e misericordia, e così siano sull'Israele di Dio.Da ora in poi nessuno mi dia molestia, perché io porto nel mio corpo il marchio di Gesù.La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.
(Galati 6:11-18 - La Bibbia)






Quando un amico ci scrive ci aspettiamo che usi un tono informale. Resteremmo stupiti se egli ci scrivesse in modo distaccato come se scrivesse a degli estranei. 
Qui accade più o meno lo stesso. Paolo normalmente dettava le sue lettere attraverso dei collaboratori e lo fece anche in questo caso, ma in chiusura diede un tocco personale scrivendo alcune frasi di suo pugno proprio per far sentire la sua vicinanza ai credenti della Galazia  nonostante tutti i problemi affrontati nella lettera. Sì, egli aveva usato parole piuttosto dure nei loro confronti ma lo aveva fatto sempre pensando a loro come a  suoi fratelli e sorelle in fede a cui voleva davvero bene.
In queste frasi scritte di suo pungo egli sottolinea la cosa più importante, il cuore del discorso, ciò che sarebbe dovuto rimanere impresso nella mente dei suoi lettori.
Alla fine, tutto si riassumeva in un concetto molto semplice: la croce di Cristo.
Attenzione, lungi da noi il pensare che Paolo si riferisse alla croce come ad un oggetto, magari appeso ad un muro o attaccato ad una collana...  Infatti con l'espressione "la croce di Cristo" Paolo si riferiva all'opera di Gesù sulla croce, alla sua morte per i nostri peccati. Se il Signore Gesù fosse vissuto in un'altra epoca, non sarebbe stato ucciso su una croce ma non sarebbe cambiato nulla! Non è lo strumento utilizzato per uccidere quello sul quale dobbiamo concentrarci, ma su ciò che esso rappresenta.
Così Paolo riassume in poche parole l'effetto che la morte di Gesù sulla croce aveva avuto sulla sua vita. Ponendosi di fronte ad un Dio giusto e santo, Paolo non poteva certamente vantarsi dei suoi meriti, della sua conoscenza, delle sue buone opere. No, non c'era nulla di cui Paolo potesse vantarsi di fronte a Dio se non della croce di Cristo, ovvero di ciò che il Signore Gesù aveva fatto per lui dando la sua vita affinché Paolo potesse avere vita eterna.
Paolo sapeva che credere in Gesù significava identificarsi con Lui e con ciò che lui aveva fatto sulla croce. Paolo sapeva che quando Gesù era morto, lo aveva fatto al suo posto, pagando per il suo peccato. Così la vittoria che Gesù aveva riportato sulla morte attraverso la risurrezione era diventata la vittoria di Paolo. Egli aveva compreso che identificandosi con Gesù poteva vivere una nuova vita guidato dal Signore. Così era come se lui fosse stato crocifisso e fosse quindi morto rispetto al mondo e il mondo fosse morto per lui. Era quindi morto a quel sistema lontano da Dio in cui siamo immersi ogni giorno, ed era risorto per vivere in modo diverso, con una prospettiva nuova, servendo il Signore Gesù e non più la propria natura peccaminosa.
Comprendendo appieno il significato della croce di Cristo, ognuno avrebbe compreso che tanto la circoncisione che l'incirconcisione non contavano nulla. Ciò che contava era l'identificazione piena con Gesù e la nuova vita che lui infondeva in coloro che facevano quell'esperienza. Insomma quello che importava davvero era una s...
Seminare e raccogliere
 Chi viene istruito nella parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi lo istruisce.Non vi ingannate; non ci si può beffare di Dio; perché quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà. Perché chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna. Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo. Così dunque, finché ne abbiamo l'opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede.
(Galati 6:6-10 - La Bibbia)







Quali sono le nostre priorità? Quali sono le cose a cui teniamo di più?
Ognuno di noi può rispondere in modo diverso a queste domande ma la risposta che daremo ci dice molto sul nostro rapporto con Dio e su quanto davvero il Signore sia al primo posto nella nostra vita.
D’altra parte, anche Gesù aveva osservato: “Dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore. “ (Ma 16:21). È infatti normale che i nostri pensieri vadano più facilmente alle cose a cui teniamo di più ed è altrettanto normale che investiamo più tempo, energie e denaro dove pensiamo che ne valga la pena.
In questo brano l’apostolo Paolo esorta proprio i suoi interlocutori a considerare dove stavano investendo di più. Se stavano investendo in cose che davano soddisfazione alla carne, ovvero alla loro natura peccaminosa, da quell’investimento non avrebbero tratto nulla di buono. Infatti l’uomo stesso è soggetto a decadimento, ovvero a corruzione, e tutto ciò che non ha un valore eterno è destinato a finire nella tomba con noi. Per quanto nella vita si possano accumulare ricchezze, un giorno lasceremo tutto.
Invece seminare per lo Spirito, ovvero investire nel regno di Dio facendosi un tesoro eterno costituito dal premio che il Signore darà a coloro che lo hanno servito con fedeltà è un investimento di cui godremo i frutti per l’eternità.
A questo proposito ricordiamoci che noi non ci appropriamo della vita eterna in base alle nostre opere ma in base a ciò che Gesù Cristo ha fatto, dando la sua vita per noi sulla croce. Non dobbiamo quindi pensare che l’apostolo Paolo stia parlando di opere che ci fanno guadagnare la vita eterna. Egli vuole però farci capire che ciò che facciamo non passa inosservato agli occhi di Dio ma riceverà una ricompensa.
A volte potremmo essere stanchi di fare il bene perché abbiamo l’impressione di essere ripagati con il male. Non stanchiamoci, non scoraggiamoci, infatti se facciamo il bene, mieteremo a suo tempo perché Dio è fedele.
È scritto che Dio non si dimenticherà neanche di un singolo bicchiere d’acqua dato ad una persona assetata:

E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio (Ma 10:42)

Non lasciamoci quindi ingannare dalle apparenze perché non ci si può beffare di Dio: quello che l’uomo avrà seminato quello pure mieterà.
Ecco perché l’apostolo Paolo esorta i suoi lettori a prendersi cura di coloro che stavano lavorando per il regno di Dio ed erano particolarmente impegnati nel condividere con loro la parola di Dio. I Galati avevano agito proprio in quel modo con l’apostolo Paolo quando egli era stato in mezzo a loro per predicare il vangelo (Ga 4:13-15). Aiutare in modo pratico chi sta spendendo il proprio tempo per il Signore è un modo per collaborare per il regno di Dio.
A volte diamo per scontato che ci sia qualcuno che ci serva, qualcuno che ci prepari da mangiare, qualcuno che ci predichi la parola. Diamo tutto per scontato e spesso non ringraziamo neanche Dio per i doni che ci fa, per le persone che ci ha messo al fianco, persone che dedicano del tempo e, a volte anche del denaro, per farci del bene e per farci crescere nella nostra conoscenza di Dio.
I credenti sono chiamati a fare del bene a tutti, soprattutto ai fratelli in fede perché questi ultimi condividono la medesima speranza e spesso svolgono un servizio nei nostri confronti.
Giudizio o aiuto?
Non siamo vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri. Fratelli, se uno viene sorpreso in colpa, voi, che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine. Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato. Portate i pesi gli uni degli altri e adempirete così la legge di Cristo. Infatti se uno pensa di essere qualcosa pur non essendo nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece l'opera propria; così avrà modo di vantarsi in rapporto a se stesso e non perché si paragona agli altri. Ciascuno infatti porterà il proprio fardello.
(Galati 5:26-6:5 - La Bibbia)







Se una persona cresce spiritualmente, ovvero fa un passo in avanti nel suo rapporto con Dio, ci si aspetta che questo porti buoni frutti nella sua vita, visibili anche agli altri.  
La crescita non porta ad innalzarsi nei confronti degli altri ma dovrebbe piuttosto portare ad essere di aiuto al prossimo, soprattutto ai fratelli e sorelle in Cristo.
L'amore per il prossimo è il segno principale della vita di Cristo nel cristiano. Il servizio reciproco che i cristiani svolgevano gli uni verso gli altri era la manifestazione evidente di quell'amore. D'altra parte uno degli ultimi insegnamenti che Gesù aveva lasciato ai suoi discepoli nelle ultime ore passate con loro prima della crocifissione fu impartito attraverso una lezione molto pratica: egli lavò i piedi ai discepoli per insegnare loro che ognuno di loro doveva occupare il posto del servo nei confronti degli altri. Se lui che era il maestro aveva fatto questo, a maggior ragione avrebbero dovuto farlo loro (Gv 13:12-17).
La crescita spirituale quindi porta al servizio, non all'innalzamento. Quando questo non accade, non si può parlare di vera crescita spirituale.
Come sappiamo, i Galati erano stati istigati a farsi circoncidere per entrare a pieno titolo nel popolo di Israele. Ma la ricerca della circoncisione portava ad evidenziare ancora di più la distanza dai fratelli che invece rimanevano incirconcisi. Quale bene portava all'interno del popolo di Dio? 
Si capisce quindi perché Paolo, dopo aver esortato i Galati a camminare secondo lo Spirito, li esorta a considerare cosa accade quando i credenti non manifestano il frutto dello Spirito. Evidentemente alcuni segni erano già visibili tra loro: vanagloria, ovvero un orgoglio vuoto e privo di fondamenta, provocazione e invidia reciproca. Insomma, niente di buono.
Invece di sviluppare arroganza nei confronti degli altri, l'amore di Cristo in loro doveva portarli alla mansuetudine e ad avere un atteggiamento comprensivo verso gli altri. Invece di avere il dito puntato verso il prossimo, dovevano essere dei supporti per il fratello che si trovava in difficoltà o aveva commesso un errore.  L'orgoglio porta a calpestare il fratello che è caduto, ma l'amore porta ad allungare la mano per aiutarlo a rialzarsi.
L'orgoglio ci porta a pensare di essere migliori degli altri  ma l'apostolo Paolo sapeva che lo Spirito Santo porta l'uomo ad essere umile. Se siamo umili, sappiamo che non siamo migliori dell'altro e sappiamo che anche noi potremmo cadere. Se ci sentiamo fragili come il fratello, allora potremo mostrare empatia verso di lui. D'altra parte se ci trovassimo sull'orlo di un precipizio vorremmo che qualcuno ci spingesse o che qualcuno  ci tirasse verso di sè? Solo l'uomo che comprende la sua debolezza è in grado di aiutare davvero il debole perché riesce a mettersi nei suoi panni. 
Essere spirituali non ha nulla a che vedere con il mettersi su un piedistallo con il dito puntato verso gli altri ma significa comprendere sempre meglio quanto siamo deboli e quanto siamo piccoli. Perché ciò possa avvenire dobbiamo cambiare il nostro metro di riferimento. È facile infatti confrontarsi con chi commette peccati che ai nostri occhi sembrano molto più  gravi dei nostri... Per intendersi, non è difficile sentirsi delle brave persone se ci confrontiamo con dei serial killer, vero? Ma cosa accade se il nostro metro di riferimento,
Camminate per lo Spirito
Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste. Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge.Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; contro queste cose non c'è legge. Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito.
(Galati 5:16-25 - La Bibbia)






Visto che non siamo salvati in base alle nostre opere possiamo fare ciò che vogliamo, senza preoccuparci di nulla? 
Questa è normalmente la prima obiezione che si riceve quando si predica la salvezza per grazia mediante la fede. Paolo conosceva bene questo tipo di obiezione e in questa sezione spiega come mai si tratta di un falso problema.
Secondo l'apostolo Paolo, l'uomo senza Dio vive in balìa della sua natura peccaminosa,  non può fare altro che lasciarsi condurre dalla propria carne, ovvero dalla propria natura che lo porta verso il peccato in tutte le sue forme.  Tale natura ha desideri contrari allo Spirito di Dio e non può produrre in alcun modo qualcosa che sia gradito a Dio, neanche volendo. Di conseguenza  egli non ha alcuna eredità nel mondo a venire, non ha alcuna parte nel regno di Dio.
Ma il presupposto di Paolo è che  i cristiani siano stati rigenerati da Dio, ovvero abbiano ricevuto in loro la nuova vita che Dio produce attraverso lo Spirito Santo.  Per usare le parole di Paolo, essi "vivono per lo Spirito", di conseguenza è logico aspettarsi anche che essi  "camminino per lo Spirito", ovvero si comportino conformandosi alla volontà di Dio, attraverso l'opera dello Spirito Santo in loro.
È evidente che l'elenco dei peccati che caratterizzano la natura peccaminosa dell'uomo non è esaustivo ma esemplificativo, infatti non vengono neanche citati, ad esempio,  l'omicidio o il furto...  Lo scopo di Paolo era semplicemente quello di elencare azioni che erano sotto gli occhi di tutti e caratterizzavano l'essere umano lontano da Dio, influenzato da forze spirituali che si oppongono a Dio.
Allo stesso modo nel descrivere il frutto dello Spirito Santo l'apostolo non ha intenzione di fare un elenco esaustivo di ciò che lo Spirito Santo produce nell'uomo, infatti nell'elenco mancano caratteristiche essenziali come la speranza, la pietà o la giustizia, tanto per citare qualche esempio! Nel citare alcune delle caratteristiche che lo Spirito Santo produce nell'uomo, Paolo vuole piuttosto evidenziare che i cristiani, essendo stati resi partecipi della natura divina (2PIetro 1:4), possono agire secondo tale natura. Se essi si lasciano guidare dallo Spirito di Dio, non hanno bisogno di preoccuparsi della legge, d'altra parte se una persona nella sua vita esprime amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine e autocontrollo, quale legge potrebbe condannarlo?
 In sostanza una vita trasformata dallo Spirito Santo esprime una nuova natura che può agire secondo i principi che stanno alla base della legge di Dio, non per obbligo ma in base alla spinta interiore che lo Spirito Santo produce.
Anche anche se il cristiano non è salvato per le sue opere, per Paolo era logico aspettarsi che lo Spirito Santo lo trasformasse e lo portasse ad agire in modo diverso da quanto faceva prima della sua conversione. D'altra parte quando il credente si converte e ripone la sua fede in Gesù Cristo,
Quello che conta
Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che, se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere, è obbligato a osservare tutta la legge. Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. Poiché quanto a noi, è in spirito, per fede, che aspettiamo la speranza della giustizia. Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l'incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell'amore. Voi correvate bene; chi vi ha fermati perché non ubbidiate alla verità? Una tale persuasione non viene da colui che vi chiama. Un po' di lievito fa lievitare tutta la pasta. Riguardo a voi, io ho questa fiducia nel Signore, che non la penserete diversamente; ma colui che vi turba ne subirà la condanna, chiunque egli sia. Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono ancora perseguitato? Lo scandalo della croce sarebbe allora tolto via. Si facciano pure evirare quelli che vi turbano! Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e divorate gli uni gli altri, guardate di non essere consumati gli uni dagli altri.
(Galati 5:2-15 - La Bibbia)






Se una persona vi regalasse un biglietto di ingresso prepagato per assistere ad un evento e, al momento di entrare, voi acquistaste un altro biglietto, quel biglietto prepagato non vi servirebbe a nulla e oltretutto voi avreste disprezzato la persona che ve lo ha regalato.
Senza rendersene conto, i Galati, insistendo per farsi circoncidere e diventare così proseliti Giudei e parte del popolo di Israele, stavano proprio disprezzando ciò che Gesù Cristo aveva già fatto per loro accogliendoli nel popolo di Dio. Provocatoriamente Paolo afferma che, così facendo, rinunciavano di fatto alla grazia di Dio e si separavano da Cristo.
Diventare un proselito Giudeo comportava l'impegno a rispettare tutta la legge di Mosè, quindi se uno straniero si univa al popolo di Israele attraverso la circoncisione dopo aver già ricevuto la grazia di Dio in Gesù, stava affermando implicitamente che la grazia di Dio non era sufficiente ed era necessario sottoporsi alla legge. La legge non veniva quindi utilizzata in modo legittimo come un tutore per condurre a Cristo ma veniva aggiunta a Cristo per ottenere la piena salvezza (si veda le affermazioni di alcuni Giudei in Atti 15:1). Procedere in quel modo non aveva quindi alcun senso.
Per avvalorare le proprie tesi, probabilmente alcuni avevano sparso la voce che anche l'apostolo Paolo comunque predicava la circoncisione tra gli stranieri ma egli respinge con forza queste accuse. D'altra parte se fosse stato così, perché subiva forte opposizione dai Giudei ovunque si recasse? Essi infatti lo perseguitavano perché predicava un Messia che era stato ucciso su una croce, uno scandalo per i Giudei. Ma Paolo predicava la croce proprio come mezzo per includere anche i gentili nel popolo di Dio e quel messaggio era incompatibile con la predicazione della circoncisione degli stranieri per entrare a fare parte del popolo di Israele!
In effetti leggendo il libro degli Atti vediamo che egli aveva fatto circoncidere solo Ebrei. Ad esempio fece circoncidere Timoteo che era ebreo, in quanto figlio di mamma ebrea, ma non ancora circonciso perché il padre greco non lo aveva fatto circoncidere.  Ovviamente per poter testimoniare nelle sinagoghe insieme a Paolo era necessario che fosse accettato pienamente come Ebreo (vedi At 16:1-3).  Ma per quanto riguarda gli stranieri, come ad esempio Tito che era di famiglia greca (Ga 2:3), Paolo non aveva mai richiesto la circoncisione.
L'apostolo Paolo infatti aspettava la "speranza della giustizia" che accomunava tutti i discepoli di Gesù,
Liberi in Cristo
Ditemi, voi che volete essere sotto la legge, non prestate ascolto alla legge? Infatti sta scritto che Abraamo ebbe due figli: uno dalla schiava e uno dalla donna libera; ma quello della schiava nacque secondo la carne, mentre quello della libera nacque in virtù della promessa. Queste cose hanno un senso allegorico; poiché queste donne sono due patti; uno, del monte Sinai, genera per la schiavitù, ed è Agar. Infatti Agar è il monte Sinai in Arabia e corrisponde alla Gerusalemme del tempo presente, che è schiava con i suoi figli. Ma la Gerusalemme di lassù è libera, ed è nostra madre. Infatti sta scritto:«Rallègrati, sterile, che non partorivi!Prorompi in grida, tu che non avevi provato le doglie del parto!Poiché i figli dell'abbandonata saranno più numerosidi quelli di colei che aveva marito».Ora, fratelli, come Isacco, voi siete figli della promessa. E come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello che era nato secondo lo Spirito, così succede anche ora. Ma che dice la Scrittura? «Caccia via la schiava e suo figlio; perché il figlio della schiava non sarà erede con il figlio della donna libera». Perciò, fratelli, noi non siamo figli della schiava, ma della donna libera. Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.
(Galati 4:21-5:1- La Bibbia)







 
Chi mi conosce sa che consiglio sempre di leggere la bibbia libro per libro e non solo qualche versetto preso a caso qua e là. Infatti questo ci aiuta ad avere una comprensione più completa ed evita che l'interpretazione di un singolo versetto magari fuori dal suo contesto ci porti a sviluppare idee sbagliate, spesso in contrapposizione con il resto delle scritture.
Paolo si trovava di fronte a persone la maggior parte delle quali proveniva da religioni che ignoravano il Dio creatore dei cieli e della terra rivelato nelle scritture, persone che non conoscevano nei dettagli le scritture dell'antico testamento. Proprio per questo motivo essi erano facile preda di individui che li stavano influenzando con insegnamenti basati sulla loro interpretazione parziale della legge. Per questo motivo in questo brano Paolo esordisce in maniera provocatoria dicendo "Ditemi, voi che volete essere sotto la legge, non prestate ascolto alla legge?" ovvero, in sostanza, voi che volete fare i maestri, siete sicuri di conoscere bene la materia? Siete sicuri che la legge dica proprio quello che costoro vi stanno insegnando? Ovviamente Paolo non voleva prendersi gioco dei Galati facendo semplice sfoggio della sua conoscenza, ma voleva farli riflettere affinché considerassero il messaggio delle scritture nel suo insieme. Così egli utilizzò il racconto inerente la nascita di Ismaele e di Isacco, che troviamo nella Genesi, come un'illustrazione di ciò che stava accadendo anche nel suo tempo.
Si noti che il "senso allegorico" a cui Paolo si riferisce non è quello dell'allegoria utilizzata nella patristica e in epoca medievale, in cui molto spesso i racconti biblici venivano utilizzati come pretesto per insegnare cose che non avevano nulla a che vedere con il senso originale dei testi utilizzati. Infatti, come dimostreremo, Paolo utilizza la narrativa della Genesi e il testo di Isaia applicandoli alla situazione dei Galati ma rimanendo comunque fedele al significato del testo originale. Si tratta quindi di un'applicazione legittima.
Entrando nei dettagli dell'illustrazione usata da Paolo, quando Abraamo aveva ricevuto la promessa di una discendenza numerosa, lui e sua moglie Sara avevano pensato di poter "aiutare", per così dire, il Signore a mantenere la sua promessa. Siccome sembrava loro impossibile che Sara alla sua età potesse avere dei figli, Abraamo si era preso per moglie anche la serva di Sara, Agar, dalla quale aveva avuto un figlio chiamato Ismaele.
Ma il Signore non aveva gradito quella scelta, non accettò di farsi aiutare da Abraamo, Egli aveva fatto una promessa e l'avrebbe mantenuta.
Rapporti incrinati
Voi non mi faceste torto alcuno; anzi sapete bene che fu a motivo di una malattia che vi evangelizzai la prima volta;  e quella mia infermità, che era per voi una prova, voi non la disprezzaste né vi fece ribrezzo; al contrario mi accoglieste come un angelo di Dio, come Cristo Gesù stesso. Dove sono dunque le vostre manifestazioni di gioia? Poiché vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati gli occhi e me li avreste dati. Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità? Costoro sono zelanti per voi, ma non per fini onesti; anzi vogliono staccarvi da noi affinché il vostro zelo si volga a loro.  Ora è una buona cosa essere in ogni tempo oggetto dello zelo altrui nel bene, e non solo quando sono presente tra di voi. Figli miei, per i quali sono di nuovo in doglie, finché Cristo sia formato in voi,  oh, come vorrei essere ora presente tra di voi e cambiare tono, perché sono perplesso a vostro riguardo!
(Galati 4:13-20 - La Bibbia)






Vi è mai capitato di avere una buona relazione con qualcuno e poi, ad un certo punto, il rapporto si incrina per cause indipendenti dalla vostra volontà? Non è mai una situazione piacevole da gestire.
L'apostolo Paolo in questa sezione apre il suo cuore verso i Galati toccando argomenti che lo toccavano in modo particolare. Egli esprime proprio il suo dispiacere per quanto stava avvenendo con i Galati perché era piuttosto evidente che il loro atteggiamento nei suoi confronti era cambiato. Qualcosa si era rotto nel loro rapporto con lui.
Quando Paolo si era recato in quella regione per la prima volta, egli aveva predicato loro il vangelo, ovvero la buona notizia inerente Gesù e la sua opera per l'umanità e  in questo brano apprendiamo che egli era infermo quando ciò era avvenuto.
Anche se molti hanno speculato su quale fosse la  malattia a cui Paolo fa riferimento, questa informazione non è fondamentale per comprendere il brano. Ciò che conta è invece l'amore con cui i Galati lo avevano accolto, un amore che parlava più di mille parole.   Infatti essi non si erano tirati indietro di fronte alla sua malattia, ma si erano presi cura di Paolo accogliendolo come un messaggero inviato da Dio. Paolo ricorda che essi lo avevano accolto come un angelo di Dio, anzi addirittura come Gesù Cristo stesso.  Insomma, i Galati erano così gioiosi  per aver accolto Gesù Cristo nella loro vita che avrebbero fatto qualunque cosa per coloro che avevano predicato loro quella buona notizia.
A qualcuno potrebbe sembrare esagerato quanto Paolo esprime, ma se ci pensiamo bene l'amore che si esprime verso il fratello o la sorella è proprio uno dei primi segni che accompagnano la conversione, a quei tempi così come oggi.  Paolo si riferisce a questo atteggiamento chiamandolo le "vostre manifestazioni di gioia" proprio perché quel comportamento è prodotto dalla gioia che una persona prova per aver ricevuto la buona notizia di Gesù.  Leggendo il libro degli Atti  troviamo diversi esempi in tal senso. Ad esempio in Atti 16:33-34 leggiamo che il carceriere di Filippi accolse Paolo e Sila in casa sua lavando loro le piaghe e accogliendoli alla sua tavola. Allo stesso modo li aveva accolti in casa Lidia la commerciante di Porpora in Atti 16:15.  
Ma in quel momento, a distanza di tempo, Paolo percepiva ostilità da parte dei Galati. Cosa era cambiato? Lui aveva predicato loro la verità allora come continuava a farlo adesso ma essi si erano lasciati influenzare dalle critiche che avevano sentito su di lui. Le loro  manifestazioni di gioia erano mutate in inimicizia e disprezzo.
Qualcuno aveva messo in loro il dubbio che Paolo non avesse detto loro tutta la verità. Probabilmente costoro sostenevano che Paolo aveva portato per mano i Galati fino ad un certo punto ma ora essi dovevano affidarsi a guide più esperte se volevano proseguire il cammino e diventare cittadini di serie A nel popolo di Dio, diventando proseliti Giudei attraverso la circoncisione.
Siamo schiavi o figli?
Io dico: finché l'erede è minorenne, non differisce in nulla dal servo, benché sia padrone di tutto;  ma è sotto tutori e amministratori fino al tempo prestabilito dal padre. Così anche noi, quando eravamo bambini, eravamo tenuti in schiavitù dagli elementi del mondo; ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione.  E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre». Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio.  In quel tempo, è vero, non avendo conoscenza di Dio, avete servito quelli che per natura non sono dèi; ma ora che avete conosciuto Dio, o piuttosto che siete stati conosciuti da Dio, come mai vi rivolgete di nuovo ai deboli e poveri elementi, di cui volete rendervi schiavi di nuovo? Voi osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Io temo di essermi affaticato invano per voi. Siate come sono io, fratelli, ve ne prego, perché anch'io sono come voi.
(Galati 4:1-12 - La Bibbia)






L'apostolo Paolo nelle sue lettere dimostra di aver accolto con entusiasmo l'inizio di una nuova era, caratterizzata dalla venuta di Gesù Cristo in questo mondo. Per Paolo la venuta di Gesù era il culmine della storia, l'evento che cambiava la storia dell'umanità, l'evento con il quale il Signore sconfiggeva le forze della malvagità che a Lui si oppongono (si veda Col 2:15)  mantenendo le sue promesse di redenzione verso l'umanità che, proprio lasciandosi influenzare da tali forze, aveva peccato contro di lui fin dal giardino dell'Eden.
Prima della venuta di Gesù, Giudei e stranieri avevano fatto percorsi molto diversi. Come abbiamo letto in precedenza i Giudei avevano ricevuto la legge che era stata loro precettore proprio per prepararli a ricevere il Messia (Ga 3:24-25)  mentre la maggioranza degli stranieri fin dai tempi antichi, influenzata da forze malvagie, talvolta indicati come dèmoni (De 32:17, 2Cr 11:15, Salmo 106:37), non adorava il vero Dio Creatore dei Cieli e della terra ma era dedito all'idolatria nelle sue varie forme.
Nel brano che abbiamo appena letto Paolo spiega ai suoi lettori, in maggioranza stranieri, il fatto che nonostante questi percorsi molto diversi, entrambi i gruppi erano ora confluiti nella medesima famiglia secondo il disegno che Dio aveva già annunciato ad Abraamo.
Come spesso accade Paolo utilizza delle similitudini per descrivere le realtà spirituali. Così egli paragona i Giudei ai figli di un padrone di casa e i pagani a servi che non hanno alcun rapporto di figliolanza con il padrone. Finché sono piccoli la differenza tra gli uni e gli altri non è evidente ma quando i bimbi crescono ed entrano nella piena maturità, i figli si appropriano dell'eredità mentre i servi ovviamente ne sono esclusi. Ma cosa succede se al momento della maggiore età il padrone di casa decide di adottare anche i servi come figli? Questo è proprio ciò che era accaduto con la venuta di Gesù il Messia, luce delle nazioni.
Paolo aveva già descritto nella sezione precedente la condizione dei Giudei fino alla venuta di Gesù come quella di bambini sotto tutore (Ga 3:24-25). Proseguendo il discorso Paolo conclude che, pur essendo figli ed eredi, gli Ebrei non si erano appropriati dell'eredità perché, proprio come minorenni, essi erano sotto tutore. Il tutore, come abbiamo visto, era la legge che doveva condurre il "bambino" Israele verso la maturità. In sostanza la parte sostanziale delle promesse di Dio non erano ancora state elargite prima della venuta di Gesù perché lo scopo del Signore era sempre stato quello di allargare la famiglia (si legga a questo proposito Ebrei 11:39-40).
Anche i pagani, fino alla venuta di Gesù, avevano avuto i propri tutori, ma tutori ben diversi...  Infatti essi erano sottoposti agli "elementi del mondo".  Si noti che questo termine non è banale,
Lo scopo della legge
Ma prima che venisse la fede eravamo tenuti rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è stata come un precettore per condurci a Cristo, affinché noi fossimo giustificati per fede. Ma ora che la fede è venuta, non siamo più sotto precettore; perché siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù. Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù. Se siete di Cristo, siete dunque discendenza d'Abraamo, eredi secondo la promessa.
(Galati 3:23-29 - La Bibbia)






Che relazione c'è tra la legge e Cristo?
Come abbiamo visto, il Signore aveva promesso ad Abraamo di benedire tutte le nazioni attraverso la sua progenie e quella progenie è proprio Gesù Cristo. Gli stranieri si appropriavano di quelle benedizioni proprio riponendo la loro fede in Gesù Cristo e l'azione del Signore attraverso lo Spirito Santo in loro confermava che essi non avevano bisogno di diventare Giudei per avere una relazione con Lui e per essere accettati come figli di Dio.
La legge non si contrapponeva alle promesse fatte ad Abraamo ma era stata piuttosto data ad Israele per essere guida del popolo affinché la loro relazione con Dio potesse svilupparsi.  Essa doveva accompagnare Israele nella sua crescita proprio come un precettore si prendeva cura di un bambino.
Nel mondo in cui Paolo viveva, questa figura era generalmente uno schiavo il cui compito era quello di occuparsi dei bambini nelle cose di tutti i giorni su incarico dei genitori, occupandosi anche dell'istruzione dei bambini in prima persona o accompagnandoli presso insegnanti qualificati. Naturalmente questa figura aveva senso finché il bambino non fosse abbastanza grande da poter essere più indipendente.
Utilizzando questa figura Paolo vuole fare comprendere che la legge aveva proprio svolto il compito di guidare Israele per prepararlo ad incontrare il Messia, il Cristo.  Nel momento in cui il Messia fosse giunto,  Israele avrebbe riposto la sua fede in Lui e quest'ultimo avrebbe ristabilito il regno di Israele che sarebbe entrato, per così dire, nella sua maturità nel rapporto con Dio!
Con l'espressione "ora che la fede è venuta" Paolo si riferiva al fatto che Gesù era proprio il Messia promesso,  e quindi l'era della fede nel Messia, ovvero l'era della maturità di Israele era finalmente iniziata. Il regno di Dio aveva cominciato a svilupparsi proprio attraverso quei Giudei che erano diventati discepoli di Gesù e si sarebbe espanso attraverso la predicazione della buona notizia a tutte le nazioni fino al ritorno del Re dei Re! 
Ora, se Cristo era  già venuto e il vangelo veniva già predicato agli stranieri che stavano ricevendo lo Spirito Santo in loro, se gli stranieri, così come i Giudei, stavano riconoscendo Gesù il Messia come loro Salvatore e Signore e  se il Signore attraverso lo Spirito Santo confermava che anche essi erano suoi figli, che bisogno c'era per gli stranieri di farsi circoncidere per diventare Giudei e sottoporsi  alla legge? Se avevano già conosciuto Cristo, non avevano bisogno di un precettore che li conducesse a Cristo.
Attraverso il battesimo i credenti, sia Giudei che stranieri, si erano già "rivestiti di Cristo", infatti con il battesimo in acqua il credente si identifica proprio con Gesù Cristo nella sua morte e nella sua risurrezione, ovvero riconosce di essere morto con Gesù per cominciare una nuova vita con Lui !  Il battesimo testimonia quindi dell'unione che il credente sperimenta con Cristo, ed è proprio lo Spirito Santo che il Signore dona a coloro che ripongono la loro fede in Gesù a permettere loro di sperimentare questa nuova vita di comunione speciale con Gesù.
La benedizione verso tutte le nazioni nella progenie di Abraamo si era finalmente manifestata in Gesù e non era riservata ad una categoria particolare.
La legge e la vita
Perché dunque la legge? Essa fu aggiunta a causa delle trasgressioni, finché venisse la progenie alla quale era stata fatta la promessa; e fu promulgata per mezzo di angeli, per mano di un mediatore. Ora, un mediatore non è mediatore di uno solo; Dio invece è uno solo.La legge è dunque contraria alle promesse di Dio? No di certo; perché se fosse stata data una legge capace di produrre la vita, allora sì, la giustizia sarebbe venuta dalla legge; ma la Scrittura ha rinchiuso ogni cosa sotto peccato, affinché i beni promessi sulla base della fede in Gesù Cristo fossero dati ai credenti. 
(Galati 3:19-22 - La Bibbia)






Se non ci si appropria delle promesse di Dio mediante la legge, perché dunque la legge? L'apostolo Paolo sa benissimo che il suo ragionamento avrebbe portato i suoi interlocutori a fare questa domanda. 
Come abbiamo già osservato in precedenza, la legge si basava sul concetto di patto o alleanza, simile ai trattati di vassallaggio comuni nell’antico oriente, in cui un potente prometteva la sua protezione al debole in cambio del suo impegno a servirlo.  Come tutti i trattati, essa prevedeva una mediazione tra le due parti e la presenza di testimoni. Basandosi su un'interpretazione di De 33:2 secondo cui le "miriadi sante"  che accompagnavano Dio erano proprio gli angeli di Dio (si veda anche Eb 2:2 e At 7:53), Paolo osserva che quel patto tra Dio e Israele avvenne proprio mediante gli angeli che furono quindi testimoni del patto. La legge venne poi data al popolo attraverso la mediazione di Mosè. 
La promessa invece, per sua natura, non ha bisogno di due parti perché è unilaterale, basata solo sulla grazia dell'unico Dio.  
La legge e le promesse hanno quindi natura diversa e non sono in contrapposizione l'una con l'altra. Mentre le promesse di Dio guardavano già alla vita eterna che Dio avrebbe elargito per la fede in Gesù Cristo, la legge  non aveva alcuna pretesa di produrre la vita in coloro che la praticavano.
Se si legge il pentateuco ci si rende conto del fatto che la legge data ad Israele era piuttosto complessa e regolava la vita del popolo in tutti i suoi aspetti sociali, politici, economici, morali, religiosi. In un certo senso si tratta della costituzione di base che doveva regolare la vita di una nazione speciale, una nazione santa che aveva una relazione speciale con l'unico vero Dio.  Attraverso di essa  il popolo di Israele avrebbe reso testimonianza all'unico vero Dio verso le altre nazioni che invece servivano altri dèi, dietro i quali si nascondevano forze spirituali  opposte a Dio indicate nelle scritture come demòni (De 32:17, 2Cr 11:15, Salmo 106:37, 1Co 10:20).  La vita famigliare, il modo di nutrirsi e di vestirsi, l'amministrazione della giustizia,  i rituali e i sacrifici con cui accostarsi a Dio... Tutto questo non serviva a guadagnarsi"la vita eterna", ma ogni cosa contribuiva a distinguere Israele dai popoli circostanti evidenziando la loro fedeltà al Dio Creatore dei cieli e della terra.  In questo modo il popolo di Israele doveva testimoniare al resto delle nazioni la loro fede nel Dio vivente e vero.
Ma l'apostolo Paolo in questo brano mette in evidenza l'aspetto più importante della legge, ovvero il modo in cui la legge regolava e limitava le trasgressioni. Le punizioni previste per le violazioni della legge contribuivano a limitare le trasgressioni, ma la legge dava soprattutto al popolo di Israele un punto di vista privilegiato su quali fossero le cose giuste e quelle sbagliate,  sulla natura peccaminosa dell'uomo e sulla necessità di una purificazione continua per accostarsi a Dio attraverso il complesso sistema di sacrifici e offerte per i singoli e per l'intera nazione.
Tutto questo avrebbe preparato il popolo di Israele al momento in cui Dio si sarebbe manifestato in maniera speciale attraverso il Messia, Gesù, ovvero la progenie di Abraamo che avrebbe benedetto tutte le nazioni. Attraverso la legge, fino alla venuta di Gesù,
Dio mantiene le promesse
Ringraziamo il Signore perché nella persona e nell'opera di Gesù Cristo le sue promesse si estendono a tutti noi,  indipendentemente dal fatto che siamo Giudei o stranieri. Se riponiamo la nostra fede in lui, Dio mostra verso di noi la sua grazia così come l'aveva mostrata ad Abraamo. Anche noi siamo giustificati per fede come Abraamo perché Dio mantiene le promesse.


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