A conti fatti. La storia e la memoria dell'economia


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"A Conti fatti, la storia e la memoria dell'economia" è il programma di Radio 24 dedicato alla storia dell'economia che punta ad approfondire argomenti, temi, spunti e riflessioni offerti dall'attualità, da libri ed eventi connessi con l'economia per andare insieme indietro nel tempo, così da ricavare spunti utili a farci meglio comprendere i fenomeni complessi con i quali ci confrontiamo quotidianamente. La storia economica è da questo punto di vista uno strumento prezioso perché ci offre importanti chiavi interpretative di lettura e rilettura del passato anche recente. Ne abbiamo più mai bisogno in questa fase di profondi e repentini cambiamenti.


Autore: Radio 24
Ultimo episodio: 14/02/26 23:20
Aggiornamento: 20/02/26 10:10 (Aggiorna adesso)
La Comunità europea di difesa

Il tema della difesa europea, sia dal punto di vista delle risorse che da quello della definizione del posizionamento dell'Europa in un quadro geopolitico radicalmente mutato rispetto agli equilibri che hanno retto il mondo dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, è divenuto centrale. Soprattutto dopo la guerra della Russia contro l'Ucraina, giunta al suo quarto anno. Ma in realtà -si legge nel libro appena pubblicato dal Mulino dal titolo "L'esercito europeo, difesa e pace nell'era di Trump"-  la questione di come difendere l'Europa è stata centrale fin dall'inizio del progetto d'integrazione europea. Nel 1952 i sei paesi fondatori di quella che sarebbe divenuta l'Unione Europea provarono a partire proprio dall'esercito. Ed era ben comprensibile a pochi anni da un conflitto mondiale che aveva devastato l'Europa. Fu il Parlamento francese a non votare il trattato che avrebbe istituito la Ced, la Comunità Europea di Difesa. Più di settant'anni dopo, con la Russia che aggredisce l'Ucraina e con il ritorno di Trump alla presidenza degli USA, torniamo a porci la medesima domanda: come facciamo a difenderci, noi europei? L'autore del libro è Federico Fabbrini, professore di diritto dell'Unione europea presso la Dublin City University, in Irlanda, e docente a Harvard, negli USA.

Egitto medievale, fulcro del commercio mediterraneo

C'è stato un tempo in cui l'Egitto ha avuto un ruolo determinante per il commercio mediterraneo. Per ben 450 anni Il Cairo fu l'epicentro economico del Mediterraneo. La sua economia interna era tra le più sviluppate del tempo. Siamo in pieno Medioevo e l'Egitto era una sorta di enorme centrale energetica, alimentata dalla straordinaria millenaria energia del fiume Nilo. La solidità della produzione e della domanda egiziana era tale che senza l'Egitto difficilmente si sarebbe potuta creare una rete mediterranea di qualsiasi tipo. L'economia dell'Egitto era certamente la più stabile e, per molti versi, la meglio documentata del Mediterraneo dell'XI secolo. Del resto, la complessità dell'economia egiziana era stata una caratteristica costante della storia del Mediterraneo, già nel mondo classico e anche molto prima. Ma nel Medioevo e per qualche tempo dopo, acquisì un ruolo ancor maggiore per la strutturazione degli scambi mediterranei di quanto non lo fosse stata in epoca romana. Ne parliamo prendendo spunto da una lezione che il medievista Amedeo Feniello ha tenuto l'11 gennaio 2026 all'Auditorium Parco della Musica di Roma dal titolo "Cairo 969 d.C. Una nuova capitale per l'impero Fatimide". Amedeo Feniello insegna Storia medievale all'Università dell'Aquila.

Il piano Ina-casa e le premesse del boom

Nel corso della conferenza stampa di inizio anno 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato il cosiddetto piano casa, un progetto che punta a realizzare 100mila nuovi alloggi da destinare alle famiglie più in difficoltà, così da far fronte al disagio abitativo nel nostro paese. Un annuncio che fa seguito a quanto la stessa Meloni aveva anticipato nell'estate del 2025 al Meeting di Rimini. Andando indietro nel tempo il precedente che più volte viene evocato è il piano Ina-casa degli anni Cinquanta del secolo scorso. Era il 24 febbraio del 1949 quando il Parlamento approvò un progetto di legge, proposto dal ministro del Lavoro Amintore Fanfani, con l'intento di incrementare l'occupazione. I quattordici anni di attività del piano non hanno rappresentato solo una fase significativa della politica economica del paese, ma hanno prodotto anche una delle più consistenti e diffuse esperienze italiane di realizzazione di nuova edilizia sociale. Del Piano Casa e degli anni Cinquanta, anni di grandi trasformazioni nel nostro paese che crearono le premesse per il cosiddetto boom economico, parliamo in compagnia di Simona Colarizi, professoressa emerita di Storia contemporanea alla Sapienza Università di Roma.

Lo sport è un volano economico

È uno degli eventi sportivi, e non solo sportivi, più attesi. Stiamo parlando dei XXV Giochi olimpici invernali che si tengono dal 6 al 22 febbraio 2026 a Milano e Cortina d'Ampezzo, città assegnatarie della manifestazione in forma congiunta. Un'occasione importante per riflettere sul ruolo dello sport non solo come evento dalla dimensione prevalentemente agonistica, ma come potente motore di sviluppo economico, sociale e culturale. Basti pensare, tornando indietro nel tempo, al ruolo fondamentale che ebbero le Olimpiadi di Roma del 1960 per lanciare il Paese nel pieno del boom economico di quegli anni, quando videro la luce importanti infrastrutture come il Villaggio Olimpico e l'ammodernamento del vecchio stadio Olimpico, la via Olimpica e l'apertura del primo tronco della metropolitana tra la stazione Termini e Ostia. Indimenticabili le medaglie d'oro di Livio Berruti nei 200 metri piani, primatista mondiale della specialità dal 1960 al 1963, e la maratona vinta dall'etiope Abebe Bikila che corse l'intero percorso di 42 chilometri a piedi nudi. E poi l'oro vinto da Nino Benvenuti nella categoria pesi welter di pugilato. Parliamo di sport come motore e volano di sviluppo economico e sociale grazie a un libro pubblicato da Egea dal titolo "Colori olimpici, lo sport e i giochi come scintilla di benessere e sviluppo", con prefazione di Kirsty Coventry, presidente del Comitato olimpico internazionale, e postfazione del ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi. L'autore, che è in linea con noi, è Dino Ruta, delegato rettorale per il Movimento olimpico dell'Università Bocconi di Milano e professor of practice di leadership, sports and events business presso SDA Bocconi school of Management.

L'emigrazione italiana nel secondo dopoguerra

Il 20 dicembre del 1955 veniva siglato dal ministro per gli Affari esteri Gaetano Martino, per l'Italia, e dal ministro del Lavoro Anton Storch, per la Repubblica Federale Tedesca, l'accordo per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana in Germania. Un accordo importante, che peraltro faceva seguito ad altri accordi firmati dall'Italia in quegli anni con altri paesi europei: nel 1946 con Francia e Belgio, l'anno dopo con Svezia e Gran Bretagna e nel 1948 con Svizzera, Paesi Bassi e Lussemburgo. Infine, nel 1957, sarà sancito, attraverso il Trattato di Roma, il principio della libera circolazione dei lavoratori all'interno degli stati membri della Comunità economica europea. A rievocare l'accordo del 1955 tra Italia e Germania ovest è il Museo nazionale dell'emigrazione italiana di Genova, con una mostra e un documentario di prossima uscita, dal titolo "Sogno italiano". Ne parliamo in compagnia del presidente della Fondazione del Museo nazionale dell'emigrazione italiana, Paolo Masini che è stato, tra l'altro, anche assessore e consigliere al Comune di Roma. 

Il mercato del lavoro in Italia

Stando agli ultimi dati forniti dall'Istat, il numero degli occupati ha raggiunto quota 24,2 milioni, con il tasso di occupazione al 62,7% e la disoccupazione al 6%, mentre l'inattività resta invariata al 33,2%, ai massimi in Europa. Le analisi dei commentatori convergono: si tratta sì di nuova occupazione ma a bassa produttività e scolarizzazione non particolarmente elevata, che si concentra in buona parte nella fascia degli over 50, e presenta livelli moderati di dinamica salariale. Rispetto al 2020, i salari medi hanno perso circa nove punti percentuali, in gran parte a causa della fiammata inflattiva che ne ha eroso il potere di acquisto. E più di due terzi delle imprese italiane segnalano difficoltà nel trovare le competenze necessarie per le proprie attività, con criticità particolarmente evidenti nel reperimento di profili tecnici. Di lavoro parliamo prendendo spunto dai contenuti dell'Annuario del Lavoro, curato da Massimo Mascini, direttore del Diario del lavoro che per molti anni ha seguito per Il Sole 24ORE le tematiche del lavoro, delle relazioni sindacali e industriali.

Storia e ruolo della ferrovia in Italia

Le ferrovie hanno accompagnato la storia dell'unità nazionale fin dagli albori. I binari hanno reso concreta la geografia politica italiana, collegando territori divisi da secoli, favorito scambi economici e culturali, ridotto distanze, creato opportunità di lavoro e di mobilità sociale. I treni e le stazioni hanno anche contribuito a plasmare una nuova identità collettiva, fatta di viaggi, incontri, pendolarismi, emigrazioni, ritorni. Tutti elementi che ritroviamo rappresentati nella mostra aperta al pubblico il 7 novembre 2025 fino al 28 febbraio 2026, dal titolo "Le ferrovie d'Italia 1861-2025, dall'unità nazionale alle sfide del futuro", promossa e organizzata da VIVE - Vittoriano e Palazzo Venezia e dal Gruppo FS Italiane, nella Sala Zanardelli del Vittoriano e nel Giardino grande di Palazzo Venezia. L'iniziativa si inserisce nelle celebrazioni per i 120 anni dalla fondazione delle Ferrovie dello Stato, avvenuta nel 1905. Il Gruppo FS oggi conta oltre 96.000 dipendenti, opera nei settori del trasporto ferroviario, stradale, della logistica, delle infrastrutture, della rigenerazione urbana e dei servizi tecnologici. In cinque anni è previsto un investimento di oltre 100 miliardi di euro in cinque anni, con l'obiettivo di rafforzare la resilienza delle infrastrutture ferroviarie e stradali, migliorare la qualità del servizio, completare opere strategiche e promuovere una mobilità sempre più sostenibile e intermodale. 

Del ruolo delle ferrovie nella storia del nostro paese parliamo con la curatrice della mostra Edith Gabrielli, Direttrice Generale del VIVE.

Le città intermedie

In difformità dalle rappresentazioni delle città che si basano sulle loro caratteristiche tangibili, come le caratteristiche degli edifici, delle strade, dell'organizzazione degli spazi, le città intermedie presentano alcune peculiarità: mettono in luce il tema dell'agire sociale, in cui si dispiegano le relazioni tra persone e dove prende forma l'intreccio tra organizzazione economica e processi istituzionali, dinamiche politiche, sociali e culturali. Tutte osservazioni contenute nel secondo rapporto pubblicato da Franco Angeli e messo a punto dall'Associazione Mecenate presentato a Roma nella sede di Unioncamere il 27 novembre 2025, dal titolo "L'Italia policentrica, il fermento delle città intermedie". Ne parliamo in compagnia di Ledo Prato, segretario generale di Mecenate 90.

Forme di finanziamento innovativo per le PMI

Le piccole e medie imprese rappresentano il cuore del tessuto produttivo del nostro paese e sono una componente essenziale dell'economia nazionale, sia in termini di occupazione che di contributo al prodotto interno lordo. Il sistema creditizio resta prevalente nell'universo delle piccole e medie imprese, ma si sta ora affermando anche la cosiddetta finanza innovativa. Il tema è stato al centro lo scorso 20 novembre a Milano del Finance Day Italia 2025, evento durante il quale è stato presentato l'8° Quaderno di Ricerca "La Finanza Alternativa per le PMI in Italia", realizzata dal Politecnico di Milano con il supporto di Innexta, Corporate Financial Advisor del Sistema Camerale italiano. Un'occasione per fare un punto sulla situazione attuale della finanza complementare per le piccole e medie imprese in Italia. Ne parliamo con Danilo Maiocchi, Direttore Generale di Innexta.

Le regole della globalizzazione

Catene del valore, dazi, triangolazioni commerciali, sanzioni finanziarie, multinazionali, infrastrutture digitali, dati: tutto si muove oggi sullo scenario globale in uno scacchiere composito, percorso da linee invisibili. Confini normativi che attraversano gli spazi della globalizzazione delimitando gli ambiti di ciò che è o non è lecito. Di questi confini si occupa il libro pubblicato da Egea dal titolo "Linee invisibili, geografie del potere tra confini e mercati". Un libro che - come scrive Giampiero Massolo nella prefazione- indaga proprio sul mondo delle regole nel quale è quanto mai necessario sapersi orientare proprio in un momento storico come l'attuale nel quale il diritto internazionale non appare in grado di contrastare efficacemente la tendenza prevaricatrice degli interessi dei singoli Stati. La puntata ospita l'autore Luca Picotti, giurista, avvocato e saggista, membro dell'Osservatorio Golden Power.

Le funzioni della Banca d'Italia

È una delle più prestigiose e autorevoli istituzioni del nostro paese e tuttavia si ha l'impressione che il suo ruolo e i compiti che svolge, se pur in contesti profondamente mutati dal lontano 1893, anno della sua fondazione, non siano del tutto noti al grande pubblico. Lo sono certamente per gli addetti ai lavori. Stiamo parlando della Banca d'Italia, che è una Banca sui generis perché è parte integrante del sistema europeo delle banche centrali, quindi nulla a che vedere con le banche commerciali il cui compito precipuo è raccogliere il risparmio ed erogare credito a famiglie e imprese. È una banca centrale che formalmente "appartiene" (per così dire) a circa 170 fra istituzioni di previdenza, banche e assicurazioni, fondazioni, ciascuna delle quali non può possedere più del 5% del capitale. Con quale funzione prevalente oltre alla vigilanza sul sistema bancario? Ne parliamo grazie a un interessante libro appena pubblicato da Laterza, dal titolo "Vi racconto la Banca d'Italia". L'autore è Salvatore Rossi che è stato per ben 43 anni in Banca d'Italia fino a diventarne direttore generale e presidente dell'Istituto per la vigilanza delle assicurazioni dal 2013 al 2019.

Un futuro da riprogettare

Nella tumultuosa fase che stiamo vivendo i precari equilibri mondiali, destabilizzati dai conflitti in corso, sono sempre più sotto stress. È con ciò a rischio il ruolo stesso della democrazia rappresentativa? Per provare a rispondere a questa domanda viene in nostro soccorso il Rapporto sul mondo postglobale dal titolo "Un futuro da riprogettare", frutto della collaborazione tra il Centro Einaudi e Intesa San Paolo, pubblicato da Guerini e Associati. Il punto di partenza non è costituito dall'analisi dei mutamenti di una struttura economica, geopolitica, sociale, climatica, produttiva che di fatto non esiste più, né da una globalizzazione ormai frantumata. Il Rapporto parte invece dall'analisi -seppure sommaria- delle nuove caratteristiche che confusamente si intravedono e che potrebbero condurre a una struttura diversa da quella tradizionale. Il volume è a cura di Mario Deaglio, economista, professore emerito di economia internazionale all'Università di Torino.

L'andamento lento del Pil

Gli ultimi dati resi noti dall'Istat per quel che riguarda la crescita della nostra economia parlano chiaro. Il Pil nel terzo trimestre 2025 è rimasto stazionario rispetto al trimestre precedente ed è cresciuto dello 0,4% in termini tendenziali. La crescita zero del terzo trimestre segue il -0,1% registrato nel secondo e il +0,3% dei primi tre mesi dell'anno. Per l'intero 2025 è attesa una crescita nei dintorni dello 0,5% e per i prossimi anni non ci allontaneremo di molto dallo zero virgola, o forse qualcosa in più. Il problema della bassa crescita va dunque affrontato con coraggio e determinazione, per provare a invertire la tendenza e puntare a tassi di crescita più sostenuti. Già, ma in che modo? Ce ne occupiamo grazie a un libro pubblicato da Egea dal titolo "Il futuro non aspetta, cambiare per (far) crescere". L'autore è Stefano Caselli, professore ordinario di Finanza presso l'Università Bocconi di Milano.

Africa: potenzialità e paradossi

Un continente enorme che conta ben 55 paesi, con una popolazione in crescita dagli 1,3 miliardi di oggi ai 2,5 miliardi attesi entro il 2030 e i 3 miliardi previsti per il 2063. A fronte di tali numeri, il Pil pro capite reale nei paesi africani è cresciuto di appena l'1,1% tra il 1990 e il 2019, rispetto a un pil generale cresciuto alla media di oltre il 6% nel decennio 2000-2010, prima di rallentare al 3,3% tra il 2010 e il 2019. In India e in Cina si è assistito a un aumento del reddito pro capite pari rispettivamente al 5 e all'8% nello stesso trentennio 1990-2019, mentre il boom demografico dei paesi africani (in netta controtendenza rispetto all'inverno demografico in atto in Italia e in diversi paesi europei) ha causato un aumento di 30 milioni di persone sotto la soglia di povertà. Numeri, cifre che descrivono la realtà, le potenzialità e i paradossi di un continente, l'Africa (ma forse sarebbe più corretto parlare di Afriche) in ascesa, oggi protagonista nella pluralità dei suoi volti. Ne parliamo grazie a un interessante libro pubblicato dal Mulino dal titolo "Le ali dell'Africa, istantanee da un continente che cambia". L'autore è Alberto Magnani, collega giornalista de Il Sole 24 Ore, che si occupa di Africa e cura la newsletter "Africa 24". È stato inviato in Etiopia, Repubblica democratica del Congo, Senegal, Somalia, Sudafrica, Sud Sudan e diversi altri paesi.

I numeri raccontano la nostra storia

I numeri e le statistiche sono parte integrante della nostra vita. Eppure molto spesso non cogliamo a pieno la loro importanza quando le cosiddette statistiche ufficiali ci aprono scenari fondamenti per capire l'andamento dell'economia, di servizi essenziali come la sanità, l'istruzione, il costo della vita, gli andamenti demografici, il mutare delle esigenze e dei bisogni della nostra società. Ce ne occupiamo questa sera grazie a un libro appena pubblicato da Marsilio dal titolo "Il paese che conta, come i numeri raccontano la nostra storia". Un libro che è il racconto, visto dall'interno, di una delle più autorevoli istituzioni del Paese, l'Istat, ed è un invito a superare le diffidenze e comprendere che dietro ogni numero c'è una storia che merita di essere conosciuta. Perché i numeri sono il riflesso di chi siamo e di chi possiamo diventare. L'autrice è Linda Laura Sabbadini, statistica e studiosa dei cambiamenti sociali. Sabbadini è stata direttrice dell'Istat, ha guidato il rinnovamento delle statistiche sociali e di genere e ha fatto parte di numerosi gruppi di livello dell'Onu, l'Ocse ed Eurostat.

Matteotti: i discorsi inediti

Nel 2024, in occasione dei cento anni dall'uccisione di Giacomo Matteotti da parte di una squadra fascista, sono state molte le iniziative per rievocarne la figura. Ora un nuovo importante contributo ci viene offerto da un ponderoso volume messo a punto dall'archivio storico della Camera dei deputati.  Accanto a documenti già pubblicati e noti agli specialisti, sono presenti materiali inediti. Tra quelli all'epoca non pubblicati negli Atti parlamentari, si segnalano i verbali delle riunioni delle Commissioni che discutevano le proposte e i disegni di legge prima dell'esame in Assemblea, nonché quelli delle sedute della Giunta del Bilancio e delle Commissioni permanenti nelle quali operò Matteotti. I curatori del volume sono Paolo Evangelisti e Fernando Venturini. Ne parliamo in compagnia di Paolo Evangelisti già coordinatore ed attuale consulente dell'archivio storico della Camera dei deputati.

L'età della tecnica

Viviamo in un tempo in cui la tecnica, intesa in senso lato, ha assunto sempre più una funzione dominante. Si pensi solo al ruolo che hanno assunto nelle società moderne le cosiddette nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale, che non esauriscono certo il raggio di azione della tecnica, il cui percorso però è ambiguo e accidentato, proprio perché radicalmente umano. Al suo interno operano le contraddizioni della società, si oscilla tra tecnofobia e tecnolatria. Parte da queste premesse un libro appena pubblicato da Il Mulino, dal titolo “Tecnica, il fabbricare si intreccia sempre con rapporti di potere, che spesso consolida e talvolta sovverte”. L’autore è Carlo Galli che ha insegnato Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna.

?Il nucleare oggi

La questione energetica e l’individuazione di fonti di energia capaci di far fronte alla crisi climatica è quanto mai all’ordine del giorno, nel nostro come in gran parte dei paesi. Da noi, in particolare, il possibile ritorno all’utilizzo del nucleare è oggetto di un acceso dibattito e di proposte di legge, a distanza di 38 anni dal referendum abrogativo che si tenne in Italia un anno dopo il disastro di Cernobyl. Si discute ora sul cosiddetto nuovo nucleare basato su tecnologie innovative e più sicure, ma il percorso appare lungo e complesso. Ne prendiamo spunto da un libro pubblicato da Egea dal titolo “Il nuovo nucleare, rimettere la scienza al centro”. Gli autori sono Stefano Buono e Antonio Ereditato: seguono da anni queste tematiche anche in una sede prestigiosa quale il Cern di Ginevra. Antonio Ereditato, che è in linea con noi questa sera, oltre alla sua esperienza al Cern e a diversi incarichi, è ora Research professor all’Università di Chicago.

?Euro digitale

Se ne discute da tempo in sede europea e l’ultima proposta di regolamento della Commissione europea risale a giugno del 2023. Stiamo parlando delle valutazioni in atto alla Bce, d’intesa con le banche centrali nazionali dei paesi dell’area dell’euro, per introdurre l’euro digitale. Si tratterebbe di una valuta digitale della banca centrale, un equivalente elettronico del contante. Affiancherebbe banconote e monete, offrendo dunque a tutti noi più scelta su come effettuare i nostri pagamenti. Ne parliamo prendendo spunto da un libro pubblicato da Giappichelli, dal titolo “Il governo della moneta nella prospettiva del diritto costituzionale”. Un libro che accanto a un’accurata ricostruzione storica del percorso che ha condotto all’adozione dell’euro, punta a indagare l’aspetto della cosiddetta costituzionalizzazione della moneta, di cui parleremo tra breve. L’autore è Andrea Cozzutti, assegnista di ricerca in Diritto costituzionale presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche, del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione dell’Università di Trieste che è in linea con noi insieme a Paolo Evangelisti, già coordinatore ed attuale consulente dell’archivio storico della Camera dei deputati.

Che cosa significa essere classe dirigente?

La domanda non è banale soprattutto in una fase come quella attuale in cui trovare punti di riferimento pare un’esigenza ancor più pressante di quanto non sia stato in passato. Parte da queste premesse l’ultimo numero della rivista trimestrale Il Mulino che ospita una serie di interventi dedicati proprio al tema delle élite e della classe dirigente. Ne abbiamo scelto uno scritto dal prof. Guido Melis, nostro ospite, che tratta dell’Italia contemporanea e le sue élite. Il professor Melis ha insegnato storia delle istituzioni politiche e storia dell’amministrazione pubblica alla Sapienza Università di Roma.

La diga di Mattmark

Una tragedia della nostra emigrazione, di cui si parla poco e che tuttavia può essere paragonata a quel che accadde nella miniera di Marcinelle in Belgio l’8 agosto del 1956 dove persero la vita 262 minatori, di cui 136 erano italiani. Parliamo della tragedia che avvenne nel bacino artificiale di Mattmark in Svizzera, paese di massiccia emigrazione italiana, il 30 agosto del 1965, quando una valanga di più di 2 milioni di metri cubi di ghiaccio seppellì 88 dei lavoratori impegnati nella costruzione della diga in terra più grande d’Europa. 56 di questi lavoratori erano italiani. Ne parliamo grazie alla nuova edizione di un libro scritto per Donzelli dal titolo "Morire a Mattmark, l’ultima tragedia dell’emigrazione italiana”. L’autore è Toni Ricciardi, storico delle migrazioni presso l’ Università di Ginevra, deputato del Partito democratico.

La spesa per la difesa (europea)

Nel vertice Nato che si è tenuto all’Aja il 24 e 25 giugno scorsi, si è deciso - come richiesto dagli Stati Uniti - di aumentare le spese per la difesa e la sicurezza fino al 5% del Pil entro il 2035. Resta però irrisolto il nodo della difesa comune europea, che è affidata ai singoli stati membri. Ne parliamo, prendendo spunto da un libro pubblicato da Castelvecchi dal titolo “Rendiamoci conto, senza difesa non c’è più l’Europa”. L’autore del libro, con prefazione di Arancha Gonzalez, è Michele Bellini, consulente politico e analista specializzato in temi europei. Ha lavorato nella direzione della Scuola di Affari Internazionali di Sciences Po a Parigi e come capo dello staff di Enrico Letta al Partito Democratico.

Difesa europea: spese Nato al 5% del Pil e il nodo della strategia

Il vertice Nato e il libro di Bellini esplorano l'urgenza di una difesa comune europea per il futuro del continente

Il sistema capitalistico del futuro

Nella fase storica che stiamo vivendo, attraversata da conflitti e instabilità, è lecito interrogarsi sui limiti dell’attuale sistema capitalistico incentrato sulla logica del mercato, ma non solo. Per quali ragioni si è indebolita la coesione sociale, sono aumentate le disuguaglianze rendendo precario il nostro stesso futuro? Ha forse a che fare con la crisi della globalizzazione? Attraverso una visione che unisce economia, storia e filosofia politica, Emanuele Felice nel suo ultimo saggio pubblicato da Feltrinelli dal titolo “Manifesto per un’altra economia e un’altra politica”, propone alcune concrete soluzioni per un modello di sviluppo sostenibile e inclusivo, fondato su equità, solidarietà e rispetto per l’ambiente. Un manifesto ambizioso che invita cittadini, economisti e politici a ricollocare al centro il bene comune, ridisegnando l’economia e la politica per affrontare le grandi sfide del presente e costruire un futuro realmente equo. Emanuele Felice insegna Storia economica all’Università IULM di Milano ed è stato responsabile per l’economia del Partito democratico.

La nascita della legge Antitrust italiana

Ricorrono quest’anno i novanta anni dalla nascita di Franco Romani, economista di scuola liberale scomparso il 7 giugno del 2002. Un’occasione per rievocarne la figura che si intreccia con la nascita in Italia dell’Autorità che vigila sulla concorrenza, l’Antitrust. Romani venne infatti chiamato dal 1986 al 1988 a presiedere la Commissione per lo studio dei problemi della concorrenza, insediata dai ministri dell’Industria Valerio Zanone e Adolfo Battaglia da cui scaturirà la legge 287 del 1990, la legge antitrust italiana. E proprio della neonata autorità presieduta da Francesco Saja, Romani venne designato come componente, carica che ricoprì dal 1990 al 1997. Abbiamo chiesto di rievocare la figura e il contributo scientifico e intellettuale di Franco Romani a Guido Stazi, attuale segretario generale dell’Antitrust che è stato suo allievo e collaboratore, prendendo spunto da un suo saggio dal titolo “Il genio gentile di Franco Romani”, apparso nell’ultimo numero della rivista Libro aperto, rivista fondata da Giovanni Malagodi.

La storia della moneta

Nell’autunno del 1985 due eminenti economisti americani Thomas Sargent e Robert Townsend, impegnati in quegli anni in programmi di ricerca sul ruolo e il valore di una moneta non ancorata a un bene fisico quale in passato, l’oro o l’argento, decidono di intervistare all’Università di Berkeley in California Carlo Cipolla, storico dell’economia di fama mondiale, scomparso il 5 settembre del 2000, per “avere lumi” come i due economisti dissero chiaramente sulla storia della moneta, in particolare sulle banche e le zecche fiorentine nei secoli dal XIII al XV. Due pomeriggi intensi di domande e risposte di notevole interesse che vi proponiamo grazie a un libro pubblicato dal Mulino che raccoglie proprio quella preziosa intervista al prof. Cipolla, dal titolo “Viaggi e avventure nella moneta”, con introduzione di Ignazio Visco. Ne parliamo con lo storico Luigi Cajani.

La pace è eterna finché dura

Dopo la fine della Guerra fredda le società occidentali hanno vissuto nell’illusione di essere al riparo. Poi, negli ultimi quindici anni, il senso di sicurezza si è dissolto e ha lasciato spazio a un’impressione opposta, quella di trovarsi nel mezzo di una crisi complessa di cui i populismi e le guerre culturali sono gli aspetti più vistosi. Una crisi che si intreccia inevitabilmente ad eventi decisivi dei nostri tempi, tra cui le guerre in corso in Ucraina, tra Hamas e Israele e il recente inasprirsi del conflitto tra Israele e Iran, la probabile fine degli equilibri geopolitici su cui si è retto l’ordine mondiale dal secondo dopoguerra in poi, e su alcune figure chiave a cominciare da Donald Trump. Ne parliamo questa sera, cari ascoltatori grazie a un interessante libro pubblicato da Laterza dal titolo “Senza riparo, sei tentativi di leggere il presente”, un libro che invita a riflettere su alcune premesse di fondo della politica contemporanea, e in particolare sull’idea che le società occidentali non sappiano più immaginare un’alternativa che non sia la degenerazione autoritaria della democrazia liberale o il disordine. L’autore è Guido Mazzoni, scrittore e saggista, che è in studio con noi questa sera.

Business e geopolitica

Che legame esiste tra business e geopolitica? L'interrogativo è di un certo interesse nell'epoca dei grandi rivolgimenti che stiamo vivendo, a partire dagli esiti incerti dei due conflitti in corso, quello in Ucraina e tra Hamas e Israele, e dall'aggressiva politica commerciale messa in atto da Donald Trump. Ma cosa si intende esattamente per geopolitica? E per quali motivi il mondo del business la sta riscoprendo, rivisitata, dopo una lunga fase di oblio? Quali possibili scenari vanno prefigurandosi per il prossimo futuro per il sistema delle imprese? A queste domande offre una serie di analisi e risposte un libro pubblicato da Egea, dal titolo “Geopolitica per le imprese, ripensare il business nei mercati post-globali”, scritto da Marco Valigi con prefazione di Carlo Robiglio. Marco Valigi è politologo specializzato in relazioni internazionali, ma con un debole per la gestione d'impresa visto che nella sua formazione contempla anche un Master in Business Administration.

La finanziarizzazione dell'economia

La grave crisi finanziaria che esplose nel 2008 negli Stati Uniti con il crollo di Lehman Brothers e i finanziamenti concessi con i mutui subprime, poi propagatisi a macchia d’olio per investire le economie e i conti pubblici di molti paesi, ha messo in luce i limiti di una globalizzazione mal governata anche per gli eccessi e il predominio incontrollato della finanza.

Oggi la maggior parte degli investimenti finanziari non serve più a sostenere nuove imprese o prodotti, ma ad accrescere il valore di ciò che già esiste. Questo fenomeno, poco studiato e ancor meno compreso, è noto come finanziarizzazione, e ha trasformato il valore dei beni – per esempio gli immobili e le materie prime – da valore d’uso a valore di investimento.

E ora, con l’aggressiva politica commerciale inaugurata da Donald Trump a suon di dazi, quali scenari vanno prefigurandosi? Ne parliamo prendendo spunto da un libro pubblicato da Longanesi dal titolo “Prima che tutto crolli, la finanziarizzazione cos’è e come sta sconvolgendo il mondo”. L’autore è Luciano Balbo, che è stato direttore generale di Finnova, la prima società di venture capital italiana, per poi fondare nel 1988 la prima società italiana di Private equity.

L'Italia è davvero in declino?

Nella storia recente del nostro Paese si sono registrate diverse revisioni da parte dell’Istat dei dati sul Prodotto interno lordo, che misura l’insieme dei beni e dei servizi prodotti ogni anno. La prima risale al 1987, che segnò il temporaneo sorpasso nei confronti del Regno Unito con una rivalutazione del Pil nominale di circa il 18% in seguito all’introduzione di stime dell’economia sommersa. La seconda è del 2014 che incrementò il Pil del 3,7% incorporando la stima dell’economia illegale. L’ultima revisione risale al settembre 2024, con un ritocco al rialzo del Pil dell’1,1% nel 2021. Revisione ampliata al 2% nel 2023 con evidenti riflessi sui conti pubblici. Ma che ruolo hanno queste revisioni statistiche per la nostra economia? Il tema è al centro di un articolo apparso nell’ultimo numero della rivista Il Mulino, dal titolo “Si può parlare di declino italiano?”, scritto dagli economisti Innocenzo Cipolletta e Sergio De Nardis. Ne emerge che ridimensionati i timori di scarsa produttività delle imprese italiane (in particolare per quanto attiene al settore manifatturiero) e le diagnosi di declino economico dell’Italia avanzate sulla base di dati provvisori che poi sono risultati corretti anche in maniera significativa. Alla luce dei nuovi dati - si legge nell’articolo - l’economia italiana appare più vicina, come comportamenti, agli altri grandi Paesi europei e non sembra rappresentare una reale anomalia. Ne parliamo con Innocenzo Cipolletta.

"Senza distinzione di razza"

In un contesto geopolitico contrassegnato dal ritorno di nazionalismi, da 56 guerre in corso, il numero più alto registrato dalla fine della seconda guerra mondiale, dal ritorno a chiusure e protezionismi come mostrano chiaramente le azioni messe in campo dagli Stati Uniti sotto la guida di Donald Trump, sotto forma di dazi e di lotta all’immigrazione, ricompaiono inquietanti alcuni fantasmi che si credevano confinati nel passato più buio della storia. Stiamo parlando del ritorno della razza, come colore della pelle e spesso come rivendicazione identitaria. Ne parliamo prendendo spunto da un libro pubblicato dal Mulino dal titolo “Il ritorno della razza”. L’autore è Andrea Graziosi, docente di storia contemporanea all’Università di Napoli Federico II

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