A conti fatti. La storia e la memoria dell'economia


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"A Conti fatti, la storia e la memoria dell'economia" è il programma di Radio 24 dedicato alla storia dell'economia che punta ad approfondire argomenti, temi, spunti e riflessioni offerti dall'attualità, da libri ed eventi connessi con l'economia per andare insieme indietro nel tempo, così da ricavare spunti utili a farci meglio comprendere i fenomeni complessi con i quali ci confrontiamo quotidianamente. La storia economica è da questo punto di vista uno strumento prezioso perché ci offre importanti chiavi interpretative di lettura e rilettura del passato anche recente. Ne abbiamo più mai bisogno in questa fase di profondi e repentini cambiamenti.


Autore: Radio 24
Ultimo episodio: 25/07/26 22:20
Aggiornamento: 26/07/26 4:10 (Aggiorna adesso)
I cambiamenti del capitalismo e la crisi delle liberal-democrazie. Quali scelte per l'Europa?"

Lo scorso 7 luglio si è svolto a Roma un dibattito nella sede del Cnel, organizzato dalla Villa Mondragone Economic Development Association - Gruppo dei 20, sul tema degli effetti della rivoluzione tecnologica sia sul versante economico e sociale che su quello della tenuta delle democrazie. L'argomento è di strettissima attualità e si incrocia inevitabilmente con l'enorme concentrazione del potere nelle mani di poche élite tecnocratiche, oltre che con gli effetti in termini di aumento delle diseguaglianze causato dall'eccessiva finanziarizzazione della globalizzazione. Ne parliamo con il principale animatore del Gruppo dei 20, l'economista Luigi Paganetto che ha svolto la relazione introduttiva all'incontro.

L'invenzione degli strumenti finanziari

Da anni la finanza ha acquisito sempre più un ruolo centrale nelle moderne economie di mercato, dagli strumenti tradizionali alle ultime new entry, tra cui spiccano le criptovalute. In realtà, se andiamo indietro nel tempo, scopriamo che la finanza come la conosciamo ancora oggi è nata molti secoli fa tra Genova, Venezia e la Toscana. È infatti all’Italia che si devono quasi tutti gli strumenti di cui ancora oggi ci si serve in ogni parte del mondo: dall’assegno alla girata, dallo scoperto alla partita doppia, per arrivare appunto alle criptovalute. Di questo tema, molto importante anche per capire in che direzione si sta muovendo oggi il mondo della finanza, si occupa il libro appena pubblicato da Laterza dal titolo “L’invenzione dei soldi, quando la finanza parlava italiano”. L’autore è Alessandro Marzo Magno, laureato in Storia veneta all'Università di Venezia, è stato tra l’altro per dieci anni caposervizio esteri del settimanale «Diario».

Sempre meno, ma più vecchi

Torniamo a occuparci di un tema di grande importanza per il nostro paese, quello della cosiddetta transizione demografica, vale a dire l’effetto congiunto del progressivo invecchiamento della popolazione e del drastico calo delle nascite. Le conseguenze sulla tenuta del nostro sistema di welfare e sul sistema pensionistico sono evidenti e desumibili da tutti gli studi e proiezioni disponibili. Fenomeno che non investe solo il nostro Paese, ma che tuttavia per quel che ci riguarda sta assumendo il carattere di una priorità assoluta da affrontare sia dal punto di vista strettamente economico che sociale. Il libro di cui parliamo stasera non si limita ad una fotografia, se pur indispensabile, del fenomeno ma offre una serie di spunti e proposte di notevole interesse. Il volume è pubblicato da Egea, scritto da Stefania Bandini e Paolo Manfredi, e ha come titolo “La società longeva, appunti per un futuro che ci riguarda”. Il nostro ospite è Paolo Manfredi, si occupa di innovazione e trasformazione dei territori. È docente a contratto all’Università di Milano-Bicocca.

10 anni di Brexit

Sono trascorsi dieci anni da quel 23 giugno del 2016, quando il Regno Unito decise con un referendum di uscire dall’Unione europea. Il bilancio di quel divorzio è nei dati: se pur non vi è stata quella sorta di catastrofe paventata da molti osservatori, l’uscita dall’Unione Europea ha ridotto gli investimenti e causato un aumento dell’inflazione. Il Pil pro capite è inferiore del 6-8% rispetto a quello che sarebbe stato restando nella Ue, e alcune stime arrivano a un -10%. Le esportazioni britanniche sono calate del 15% e -come ci ricorda l’Economist- il debito pubblico del Regno Unito è attorno al 94% del Pil, il livello più alto dal 1960 mentre il deficit è al 4,3%, ma occorre tener conto anche degli effetti della pandemia e delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Il settore finanziario britannico si è ridotto dal 9,4% del Pil del 2016 al 7,8% attuale, ma non c’è stato il grande esodo dalla City temuto ai tempi del referendum. Dal punto di vista politico le dimissioni di Keir Starmer sono soltanto l’ultimo atto di un processo che ha visto avvicendarsi sei premier in dieci anni: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e infine Keir Starmer, ora dimissionario. I sondaggi ci dicono che un’ampia maggioranza dei sudditi di re Carlo III sarebbe favorevole a un ritorno all’interno dell’Unione Europea e -d’altro canto- dal 2021 è in vigore un nuovo accordo di partenariato tra UE e Regno Unito. Di questi temi discutiamo in compagnia di Fabrizio Pagani, economista, ex capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia, nonché consigliere economico di Palazzo Chigi, partner di Vitale e docente a SciencePo e alla Luiss.

Gli studi economici nel dopoguerra

La cultura economica dell’Italia divenuta Repubblica con il referendum del 2 giugno del 1946 ha colmato il ritardo accumulato sotto la dittatura fascista, quando il dibattito scientifico e la stessa circolazione delle idee e del pensiero è stato profondamente compresso. Con il ritorno alla democrazia e alla libertà, la cultura economica ha quindi contribuito al confronto democratico delle idee nel paese. L’apporto è stato prezioso: per il livello scientifico, la varietà dei temi considerati, l’ampia gamma delle posizioni dibattute in un vivace confronto dialettico, interno e internazionale. Le indicazioni degli economisti sono state variamente accolte dalle classi dirigenti e dalla politica di fronte alle vicende dell’economia italiana: il “miracolo economico”, l’inflazione con rallentamento della crescita tra il 1973 e gli anni Ottanta, la drammatica crisi della lira del 1992, il ristagno successivo che tuttora perdura. Di questi temi discutiamo questa sera, cari ascoltatori, in compagnia di Pierluigi Ciocca, economista che è stato tra l’altro vice direttore generale della Banca d’Italia e ora socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, autore insieme a Giangiacomo Nardozzi del volume pubblicato da Carocci, dal titolo “La cultura economica della Repubblica, pensiero, azioni, fatti” (1946_2026).

Pace, sicurezza, futuro

La pace -lo stiamo sperimentando con i conflitti in corso, dal Medio Oriente all’Ucraina- non è un dato acquisito. È una costruzione fragile, che richiede capacità industriale, innovazione tecnologica e capitale disposto ad assumersi il rischio del futuro. In primo piano è il tema della sicurezza, senza la quale non esistono crescita, progresso e libertà. Con una diversità di fondo rispetto al passato: per la prima volta, il capitale privato -venture capital, private equity, fondi strategici- non è un attore marginale, bensì una leva strutturale della deterrenza e della sicurezza occidentale. È uno dei temi principali del libro di cui ci occupiamo questa sera. In “Difendere il futuro, finanza, innovazione e geopolitica nella nuova economia della sicurezza”, pubblicato da Egea, ci viene proposta con precisione la genealogia del rapporto tra guerra, tecnologia e finanza, e come l’innovazione militare abbia storicamente anticipato e plasmato lo sviluppo economico e industriale. L’autore, nostro ospite, è Enrico Della Gatta, manager ed ex ufficiale dell’Esercito, con una lunga esperienza in operazioni multinazionali e presso le più alte istituzioni militari, nazionali ed europee. Attualmente è vice presidente di Fincantieri.

Il futuro delle criptovalute

Nate sotto la forma di moneta digitale senza banche né Stati a sostenerle, le criptovalute sono divenute  negli ultimi anni un circuito finanziario parallelo, globale e decentralizzato, in grado di attrarre grandi capitali e ingenti quantità di denaro, fuori dal controllo delle autorità preposte alla vigilanza dei sistemi finanziari. Quella delle criptovalute - si legge nel libro pubblicato da Donzelli dal titolo “L’Anticripto, finanza del futuro, utopia libertaria o truffa del secolo?” - è una storia di figure misteriose, fortune improvvise, crolli spettacolari e insospettabili ritorni. Mentre l’Europa prepara regole più severe, le cripto restano al centro di una partita decisiva: saranno solo una parentesi, o la base della finanza che verrà? A questi interrogativi abbiamo chiamato a rispondere l’autore del libro, Francesco Giordano, saggista e dirigente bancario.

Chi controlla il passato

Controllare il passato per controllare il presente e il futuro. Scorrendo le pagine del libro scritto da Giorgio Caravale, pubblicato da Laterza, dal titolo “Chi controlla il passato. La storia nelle mani del potere”, si ha la conferma di una tendenza che pare ormai consolidata soprattutto laddove al potere vi siano formazioni di stampo populista. Non è certo una novità - si potrebbe obiettare - considerato che l’uso politico della storia accompagna da sempre la storia dell’umanità: piegare in sostanza gli avvenimenti del passato, spesso attraverso veri e propri ribaltamenti della verità storica, a fini di consenso e di politica interna. Eppure in quel che sta accadendo un po’ ovunque nel mondo, dalla Russia di Putin alla Cina di Xi, dai campus americani alle aule italiane, il controllo del passato a fini politici sta acquisendo caratteristiche ancor più pervasive e invasive. Ne parliamo in compagnia dell’autore del libro, Giorgio Caravale, docente di storia moderna presso l’Università Roma Tre e presidente della Società italiana per la Storia dell’Età moderna.

Trump incita l'Europa

È possibile che, per effetto e per reazione alla svolta protezionistica, antieuropea e antioccidentale di Donald Trump, l’Europa possa accelerare nel processo di integrazione, per molti versi ancora incompiuto? È una delle domande, e potrebbe sembrare una provocazione ma non lo è, che emerge fin dalle prime pagine del libro “Da soli, gli europei alla prova di Trump nelle sfide dell’economia globale”, appena pubblicato da Rizzoli. L’autore è Lorenzo Bini Smaghi, economista che è stato tra gli altri incarichi membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea nonché ex presidente di Snam, Italgas e Societé generale.

Commerciare ai margini degli imperi

Facciamo un salto indietro nel tempo per raccontare la storia di un mercante fiorentino del XVII secolo, Francesco Carletti, una figura di grande interesse, mercante, viaggiatore e scrittore in un’era globale ante litteram che andava formandosi in quegli anni nell’intreccio tra il commercio marittimo e i sistemi di potere del tempo. Nel raccontare la sua circumnavigazione del mondo Carletti mise a punto un resoconto del viaggio sulle rotte commerciali allora esistenti. Grazie ai lunghi soggiorni a Lima, Città del Messico, Manila, Nagasaki, Macao e Goa, Carletti fornisce una prospettiva su un mondo in continua evoluzione, in cui le potenze e i commercianti europei si trovano a interagire, e spesso scontrarsi, con altri imperi e altre culture. Ne parliamo traendo spunto da un interessante libro dal titolo “Trading At the Edge of Empires”, pubblicato dal Centro di studi sul Rinascimento italiano dell’Università di Harvard, che ha sede nella Villa I Tatti, a Firenze. Nel libro vi sono 24 contributi in lingua inglese di vari studiosi che approfondiscono la figura di Francesco Carletti e i vari aspetti trattati nelle sue memorie, in particolare per quel che riguarda la storia economica e l’etnologia. Nella puntata approfondiamo la figura e l’opera di Carletti ospitando lo storico Luigi Cajani.

La strage di Piazza Fontana

Avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969, provocò 17 morti e 88 feriti. Rappresenta una ferita ancora aperta nella storia del nostro paese, non solo perché inaugurò la cosiddetta strategia della tensione e la stagione degli attentati terroristici di diversa matrice. Scorrendo le pagine del libro di cui parliamo questa sera scopriamo che quella strage è strettamente legata a quello che viene definito "un inquietante dietro le quinte", fatto di manovre politiche ed economico-finanziarie, prima e dopo quella data spartiacque. Se molteplici sono state in questi 57 anni le interpretazioni storiche e giudiziarie su quel che avvenne quel pomeriggio a Milano, non si è posta altrettanta attenzione alla domanda chiave da cui parte il libro: perché proprio la Banca nazionale dell’Agricoltura? Ne parliamo direttamente con l’autore, Emanuele Bernardi, docente di Storia contemporanea presso il Dipartimento Saras all’Università La Sapienza di Roma. Il libro, pubblicato da Donzelli, ha come titolo “Orrenda strage a Milano, Piazza Fontana, la questione agraria, la finanza globale”.

L'energia nel disordine mondiale

In questa puntata parliamo di energia che, come stiamo verificando ormai da tempo e con maggiore intensità per gli effetti causati prima dall’attacco della Federazione russa all’Ucraina di quattro anni fa e ora dallo shock energetico innescato dall’attacco congiunto israelo-americano all’Iran, sta acquisendo sempre più un ruolo decisivo per le nostre società ed economie. Per mutuare una felice espressione contenuta nel libro di cui si occuperemo questa sera, i sistemi energetici sono insieme l’apparato cardiovascolare e respiratorio delle società moderne, le cui piattaforme e filiere produttive sono collegate a livello mondiale, e garantiscono la vita per come la nostra generazione la conosce. Tutto ormai dipende dall’energia: dagli elettrodomestici all’illuminazione pubblica e privata, dai computer, tablet e smartphone al trasporto pubblico e privato, all’industria, la ricerca, la sicurezza dei voli aerei, la produzione agricola e l’intelligenza artificiale. Ecco perché è divenuto ormai decisivo il reperimento di fonti di energia. E lo è ancor più per il nostro paese che, come sappiamo, è fortemente dipendente dalle importazioni di gas e petrolio. La sfida è sul potenziamento delle fonti rinnovabili, e in prospettiva sul ritorno possibile all’energia nucleare. Il libro di cui parliamo questa sera si intitola “Energy Shock, governare la transizione energetica nel disordine mondiale”, pubblicato da Marietti1820 con prefazione di Enrico Giovannini. L’autore è Giuseppe Argirò, vicepresidente di Elettricità Futura, membro del Gruppo tecnico energia di Confindustria e membro del Consiglio generale di Confindustria Energia. Dal 2021 è amministratore delegato nel Gruppo Cva.

La prossima comunicazione d'impresa

Normalmente, cari ascoltatori, nella nostra trasmissione parliamo di passato, spesso di presente per approfondire temi e questioni che ci vengono proposti dall’attualità. Oggi abbiamo scelto di parlarvi del futuro anche se di un futuro prossimo. In particolare il futuro della comunicazione d’impresa, da qui al 2025, tema di notevole interesse per i suoi risvolti anche di carattere socio-economico. Lo facciamo traendo spunto da un libro appena pubblicato da Egea dal titolo “I comunicatori del futuro, Business, Human, Tech: la Tavola delle Competenze 2035” con prefazione di Roberto Tasca,  scritto da Alberto Mattiacci, docente alla Sapienza e alla Luiss Business School, e Carlotta Ventura, responsabile comunicazione di A2A e presidente di Amsa. Basandosi sui metodi dei "future studies", il libro - che contiene diversi saggi - poggia sul presupposto che in un ambiente sempre più saturo di contenuti, il comunicatore del futuro non sarà più un “produttore di contenuti”, ma un “architetto di senso” capace di unire tecnica, cultura e negoziazione. I professionisti e le aziende dovranno imparare a comunicare anche con le macchine, non solo con gli esseri umani. In linea con noi questa sera abbiamo uno dei due autori Carlotta Ventura.

I vincoli di bilancio

Gli effetti economici, ancora non quantificabili con precisione, dell’attacco congiunto israelo-americano all’Iran e della conseguente crisi energetica hanno indotto il governo italiano, attraverso la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti a chiedere - come accadde per la pandemia - la sospensione dei vincoli europei di bilancio. In sostanza, il Patto di stabilità così come riformato dopo lunga e faticosa trattativa, a partire dal 2024. La risposta di Bruxelles è stata netta: non ve ne sono le condizioni. Vi saranno qualora si dovesse determinare una grave recessione economica. È l’occasione per dibattere di una questione molto rilevante: il primato spetta alle variabili economiche o alla politica? E in che misura le une influenzano le altre? Una delle tesi esposte nel libro di cui parleremo stasera è che i vincoli di bilancio sono in qualche modo figli dell’orientamento ordo-liberale che ispira l’operato delle stesse istituzioni europee, con la conseguenza che sarebbero gli aggregati economici a prevalere sulle variabili politiche. Il libro, pubblicato da Derive approdi, ha come titolo “Filosofia economica, fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche”. L’autore è Adelino Zanini, docente di filosofia politica e Storia del pensiero economico all’Università Politecnica delle Marche.

Assalto a Bankitalia

E’ il 24 marzo 1979. I carabinieri, guidati dal colonnello Campo, entrano in Via Nazionale a Roma, sede della Banca d’Italia con un mandato di arresto nei confronti del vice direttore generale Mario Sarcinelli, e con una notifica diretta al governatore Paolo Baffi, con la pesantissima e del tutto ingiustificata incriminazione per interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale. L’accusa è di non aver trasmesso all’autorità giudiziaria le notizie contenute in un rapporto ispettivo sul Credito Industriale Sardo, che aveva finanziato il gruppo chimico SIR del finanziere Nino Rovelli, oggetto di indagine da parte della magistratura. E’ una delle pagine più drammatiche e oscure della nostra storia recente. Due integerrimi servitori dello Stato finiti nel tritacarne di un affare politico/ giudiziario che ancora oggi presenta dei risvolti oscuri e non del tutto chiariti. Sarcinelli fu addirittura arrestato su mandato del giudice istruttore Antonio Alibrandi, e scarcerato solo a seguito della sospensione dagli incarichi relativi alla vigilanza, mentre Baffi evitò il carcere a causa della sua età. Si dimise nel settembre di quello stesso anno, il 1979, ma la vicenda lo segnò per tutta la vita. Poi, com’è noto, la maggior parte delle imputazioni caddero nel corso dell'istruttoria e nel 1981 i due vennero integralmente prosciolti.
Di questa intricata e drammatica vicenda parliamo questa sera grazie a un libro autopubblicato dal titolo “Attacco alla Banca d’Italia. La difesa di Paolo Baffi”. L’autore è Beniamino Andrea Piccone, Wealth Advisor presso Banca Generali, storico dell’economia, insegna Sistema finanziario presso l’Università Carlo Cattaneo - LIUC di Castellanza e all’Istituto Marangoni di Milano.

Il Governatore della Banca d'Italia Guido Carli

Nel 2019 vedeva la luce il libro dal titolo “Marcato, Europa e libertà” che conteneva le relazioni che Guido Carli, governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975, tenne alle assemblee dell’Associazione bancaria italiana e in occasione della Giornata mondiale del Risparmio. Ora un nuovo libro, pubblicato anch’esso da Laterza, promosso dall’ABI e dall’Istituto Einaudi, dal titolo “Guido Carli, per la stabilità monetaria e il mercato: gli interventi su «Bancaria» negli anni da Governatore”, raccoglie 26 interventi pubblicati sulla rivista ‘Bancaria’ tenuti in occasione di conferenze, convegni e incontri nel periodo 1960-1975. Temi principali il ruolo delle banche centrali in una fase di trasformazione del sistema economico e finanziario internazionale. Il volume è curato da Federico Pascucci, già segretario generale dell’ABI e ora segretario generale dell’Istituto Einaudi, nostro ospite. Nel volume, presentato il 1° aprile 2026 alla LUISS, compare anche un approfondimento di Giovanni Farese, docente di Storia dell’Economia presso l’Università Europea di Roma, su alcuni aspetti del pensiero e dell’azione internazionale di Guido Carli, collocati nella temperie economica e politica del secondo dopoguerra, animata da figure di primissimo piano quali Luigi Einaudi, Donato Menichella, Raffaele Mattioli, Stefano Siglienti e Alcide De Gasperi.

Identità nazionale e insegnamento della storia

In che modo l’insegnamento della storia contribuisce a definire l’identità di un Paese? Interrogativo molto interessante che compare al centro dell’ultimo numero della rivista “Il Mulino” dal titolo “Quali storie”. Tra i diversi saggi contenuti nella rivista ne abbiamo scelto uno, a nostro avviso di notevole interesse perché riguarda un continente enorme come  l’Africa che conta ben 55 paesi, con una popolazione in crescita dagli 1,3 miliardi di oggi ai 2,5 miliardi attesi entro il 2030 e i 3 miliardi previsti per il 2063. Il saggio in questione è dedicato alla storia scolastica nell’Africa post-coloniale e prende in esame in particolare il caso di due paesi africani moto diversi tra loro, ma con alcune caratteristiche comuni: il Senegal e lo Zambia. L’autrice del saggio è Silvia Benini, borsista di ricerca all’Istituto italiano per gli studi storici e docente di Storia contemporanea alla Scuola di mediazione linguistica Carlo Bo.

Il capitalismo del XXI secolo

Il sistema economico e sociale che si è affermato in larga parte delle democrazie occidentali e non solo a partire dal secolo scorso, se pur con modalità diverse tra singoli paesi, sta cambiando ancora pelle. Del resto, come si legge nell’introduzione del libro appena pubblicato da Egea, dal titolo “Capitalismo carismatico, il potere dei fondatori e la sfida delle democrazie”, il capitalismo non è mai stato un ordine statico, ma un sistema capace di rinnovarsi attraverso mutamenti nella distribuzione del potere economico, giuridico e simbolico. Se il capitalismo sta cambiando pelle si sta di conseguenza trasformando la geografia del potere. Stanno emergendo nuovi sovrani privati -come vengono definiti nel libro- capaci di esercitare funzioni che un tempo erano prerogativa degli Stati. Ne parliamo in compagnia dell’autore del libro, il professor Sandro Trento che insegna Strategia e Corporate Governance e dirige la School of Innovation presso l’Università di Trento.

I grandi economisti italiani: Raffaele Mattioli

Dalla formazione, nei primi decenni del Novecento, grazie agli insegnamenti di grandi maestri quali Attilio Cabiati, Luigi Einaudi e Benedetto Croce, alla partecipazione alla prima Guerra mondiale e alle prime esperienze concrete sul campo, tra cui si segnala la collaborazione alla Rivista bancaria dei primi anni Venti, con l’incarico di redattore capo del periodico dell’Associazione bancaria italiana, fino alla laurea con una tesi in Economia monetaria conseguita nel 1920, lo stesso anno di Piero Sraffa, grande economista e suo amico per una vita. Per arrivare alla guida della Banca Commerciale italiana che resse dal 1933 al 1972, salvandola al tempo della grande crisi seguita al crollo di Wall Street del 1929 per poi rilanciarla verso una nuova espansione con criteri manageriali di avanguardia. Stiamo parlando, cari ascoltatori, di Raffaele Mattioli un protagonista di primissimo piano della storia civile, intellettuale ed economica del nostro paese. Ne parliamo grazie alla nuova edizione di un libro, pubblicato dal Mulino dal titolo “Raffaele Mattioli, una biografia intellettuale". L’autrice, che è in linea con noi questa sera, è Francesca Pino che ha diretto l’Archivio storico di Intesa San Paolo ed è stata, tra l’altro, consigliere dell’International Council on Archives dell’Unesco e della European Association for Banking History.

La disuguaglianza economica

Il problema della crescente disuguaglianza economica caratterizza sempre più i nostri tempi. Ma si tratta di un fenomeno ineluttabile? O piuttosto non è il risultato di idee distorte e istituzioni ingiuste che la perpetuano? Persiste perché viene tollerata e alimentata? Quali idee e istituzioni la promuovono? Come si è arrivati a considerarla "naturale"? Maurizio Franzini e Michele Raitano nel libro pubblicato da Castelvecchi dal titolo "La disuguaglianza oltre i luoghi comuni", offrono delle interessanti chiavi di lettura sul fenomeno. La tesi del libro è che spesso risultano fuorvianti le narrazioni della disuguaglianza che la giustificano con l'idea che essa sia necessaria per la crescita economica o che sia sempre il frutto del merito individuale. Ne parliamo con uno dei due autori, il prof. Maurizio Franzini, professore emerito di Politica economica alla Sapienza, Università di Roma, che tra il 2018 e il 2019 ha svolto le funzioni di presidente dell'Istat.

Il capitalismo feudale

Il feudalesimo -lo abbiamo imparato dai libri di storia- è il sistema socio-economico che caratterizzò l'Europa occidentale medievale. Si basava essenzialmente nel potere attribuito al sovrano di concedere ai signori suoi dipendenti, i vassalli, feudi e immunità specifiche su territori e con esse l'esercizio di specifiche funzioni pubbliche in cambio della loro assoluta fedeltà. Un sistema largamente superato nei secoli successivi. Pietre miliari del suo superamento furono la Costituzione degli Stati Uniti d'America del 1789 e la Rivoluzione francese di quello stesso anno. Se la storia non si ripete mai uguale a se stessa, le vicende che stanno investendo il mondo in questa fase inducono a riflettere. Siamo in presenza di un nuovo feudalesimo adattato ai nostri tempi? È la tesi di fondo del libro pubblicato da Laterza dal titolo "Capitalismo feudale, come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia". L'autore è Roberto Seghetti, collega giornalista che si è occupato a lungo di economia per diverse testate, tra cui l'Agi, Paese Sera, Il Messaggero e Panorama ed è stato anche portavoce del ministero dell'Economia, per la parte Finanze, del secondo governo Prodi, e responsabile dell'ufficio stampa del Partito democratico durante le segreterie di Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani.

La questione salariale

Spesso oggetto di aspro confronto tra tesi contrapposte a livello politico, lo stato attuale dei salari richiede certamente un'analisi accurata che apra la strada alle possibili ricette da mettere in campo. I dati della Banca centrale europea indicano che i salari reali in Italia, complice anche l'impennata dell'inflazione, sono scesi dell'8% tra il 2019 e il 2025. Fenomeno comune anche ad altri paesi europei, se pur con diversa intensità, con la differenza che le retribuzioni sono subito risalite, tanto che nel 2024 il potere di acquisto era già stato recuperato. L'unico paese in cui l'andamento dei salari reali è rimasto negativo è l'Italia. A cosa si deve questa anomalia, considerato che il nostro Paese in questi stessi anni è cresciuto più degli altri? Aiuta a fornire un'analisi interpretativa, corredata dalle possibili misure da attuare, il libro "Il prezzo nascosto, lavoro, salari e fisco nell'Italia dell'inflazione", pubblicato da Egea. Gli autori sono Leonzio Rizzo, professore ordinario di Scienza delle Finanze all'Università di Ferrara, e Marco Leonardi, nostro ospite, professore ordinario di Economia politica all'Università di Milano.

Storia dell'evasione fiscale

Nonostante alcuni progressi registrati negli ultimi anni, soprattutto grazie all'introduzione della fatturazione elettronica, l'evasione fiscale nel nostro Paese resta moto elevata. Secondo le valutazioni dell'Istat, l'economia non osservata sfiora i 202 miliardi di euro. Il 90,2% di tale somma è riconducibile al sommerso ed il restante 9,8% alle attività illegali, mentre l'evasione fiscale vera e propria si attesta attorno ai 90 miliardi l'anno. Se analizziamo i dati con una prospettiva storica abbiamo la conferma che il fenomeno dell'evasione fiscale, se pur con diversa intensità, è presente in Italia fin dai tempi dell'unificazione, differentemente da quanto è avvenuto in altri grandi paesi democratici sviluppati. Parte da queste premesse un agile volume sul tema dell'evasione fiscale dal titolo "Evasione fiscale e democrazia in Italia, tra motivazioni individuali e tolleranza collettiva", pubblicato da Edizioni Pigreco. L'autore è Antonio Di Majo, professore emerito del Dipartimento di Economia dell'Università Roma Tre, già ordinario di Scienza delle Finanze nelle Università di Bari e Firenze.

La Comunità europea di difesa

Il tema della difesa europea, sia dal punto di vista delle risorse che da quello della definizione del posizionamento dell'Europa in un quadro geopolitico radicalmente mutato rispetto agli equilibri che hanno retto il mondo dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, è divenuto centrale. Soprattutto dopo la guerra della Russia contro l'Ucraina, giunta al suo quarto anno. Ma in realtà -si legge nel libro appena pubblicato dal Mulino dal titolo "L'esercito europeo, difesa e pace nell'era di Trump"-  la questione di come difendere l'Europa è stata centrale fin dall'inizio del progetto d'integrazione europea. Nel 1952 i sei paesi fondatori di quella che sarebbe divenuta l'Unione Europea provarono a partire proprio dall'esercito. Ed era ben comprensibile a pochi anni da un conflitto mondiale che aveva devastato l'Europa. Fu il Parlamento francese a non votare il trattato che avrebbe istituito la Ced, la Comunità Europea di Difesa. Più di settant'anni dopo, con la Russia che aggredisce l'Ucraina e con il ritorno di Trump alla presidenza degli USA, torniamo a porci la medesima domanda: come facciamo a difenderci, noi europei? L'autore del libro è Federico Fabbrini, professore di diritto dell'Unione europea presso la Dublin City University, in Irlanda, e docente a Harvard, negli USA.

Egitto medievale, fulcro del commercio mediterraneo

C'è stato un tempo in cui l'Egitto ha avuto un ruolo determinante per il commercio mediterraneo. Per ben 450 anni Il Cairo fu l'epicentro economico del Mediterraneo. La sua economia interna era tra le più sviluppate del tempo. Siamo in pieno Medioevo e l'Egitto era una sorta di enorme centrale energetica, alimentata dalla straordinaria millenaria energia del fiume Nilo. La solidità della produzione e della domanda egiziana era tale che senza l'Egitto difficilmente si sarebbe potuta creare una rete mediterranea di qualsiasi tipo. L'economia dell'Egitto era certamente la più stabile e, per molti versi, la meglio documentata del Mediterraneo dell'XI secolo. Del resto, la complessità dell'economia egiziana era stata una caratteristica costante della storia del Mediterraneo, già nel mondo classico e anche molto prima. Ma nel Medioevo e per qualche tempo dopo, acquisì un ruolo ancor maggiore per la strutturazione degli scambi mediterranei di quanto non lo fosse stata in epoca romana. Ne parliamo prendendo spunto da una lezione che il medievista Amedeo Feniello ha tenuto l'11 gennaio 2026 all'Auditorium Parco della Musica di Roma dal titolo "Cairo 969 d.C. Una nuova capitale per l'impero Fatimide". Amedeo Feniello insegna Storia medievale all'Università dell'Aquila.

Il piano Ina-casa e le premesse del boom

Nel corso della conferenza stampa di inizio anno 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato il cosiddetto piano casa, un progetto che punta a realizzare 100mila nuovi alloggi da destinare alle famiglie più in difficoltà, così da far fronte al disagio abitativo nel nostro paese. Un annuncio che fa seguito a quanto la stessa Meloni aveva anticipato nell'estate del 2025 al Meeting di Rimini. Andando indietro nel tempo il precedente che più volte viene evocato è il piano Ina-casa degli anni Cinquanta del secolo scorso. Era il 24 febbraio del 1949 quando il Parlamento approvò un progetto di legge, proposto dal ministro del Lavoro Amintore Fanfani, con l'intento di incrementare l'occupazione. I quattordici anni di attività del piano non hanno rappresentato solo una fase significativa della politica economica del paese, ma hanno prodotto anche una delle più consistenti e diffuse esperienze italiane di realizzazione di nuova edilizia sociale. Del Piano Casa e degli anni Cinquanta, anni di grandi trasformazioni nel nostro paese che crearono le premesse per il cosiddetto boom economico, parliamo in compagnia di Simona Colarizi, professoressa emerita di Storia contemporanea alla Sapienza Università di Roma.

Lo sport è un volano economico

È uno degli eventi sportivi, e non solo sportivi, più attesi. Stiamo parlando dei XXV Giochi olimpici invernali che si tengono dal 6 al 22 febbraio 2026 a Milano e Cortina d'Ampezzo, città assegnatarie della manifestazione in forma congiunta. Un'occasione importante per riflettere sul ruolo dello sport non solo come evento dalla dimensione prevalentemente agonistica, ma come potente motore di sviluppo economico, sociale e culturale. Basti pensare, tornando indietro nel tempo, al ruolo fondamentale che ebbero le Olimpiadi di Roma del 1960 per lanciare il Paese nel pieno del boom economico di quegli anni, quando videro la luce importanti infrastrutture come il Villaggio Olimpico e l'ammodernamento del vecchio stadio Olimpico, la via Olimpica e l'apertura del primo tronco della metropolitana tra la stazione Termini e Ostia. Indimenticabili le medaglie d'oro di Livio Berruti nei 200 metri piani, primatista mondiale della specialità dal 1960 al 1963, e la maratona vinta dall'etiope Abebe Bikila che corse l'intero percorso di 42 chilometri a piedi nudi. E poi l'oro vinto da Nino Benvenuti nella categoria pesi welter di pugilato. Parliamo di sport come motore e volano di sviluppo economico e sociale grazie a un libro pubblicato da Egea dal titolo "Colori olimpici, lo sport e i giochi come scintilla di benessere e sviluppo", con prefazione di Kirsty Coventry, presidente del Comitato olimpico internazionale, e postfazione del ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi. L'autore, che è in linea con noi, è Dino Ruta, delegato rettorale per il Movimento olimpico dell'Università Bocconi di Milano e professor of practice di leadership, sports and events business presso SDA Bocconi school of Management.

L'emigrazione italiana nel secondo dopoguerra

Il 20 dicembre del 1955 veniva siglato dal ministro per gli Affari esteri Gaetano Martino, per l'Italia, e dal ministro del Lavoro Anton Storch, per la Repubblica Federale Tedesca, l'accordo per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana in Germania. Un accordo importante, che peraltro faceva seguito ad altri accordi firmati dall'Italia in quegli anni con altri paesi europei: nel 1946 con Francia e Belgio, l'anno dopo con Svezia e Gran Bretagna e nel 1948 con Svizzera, Paesi Bassi e Lussemburgo. Infine, nel 1957, sarà sancito, attraverso il Trattato di Roma, il principio della libera circolazione dei lavoratori all'interno degli stati membri della Comunità economica europea. A rievocare l'accordo del 1955 tra Italia e Germania ovest è il Museo nazionale dell'emigrazione italiana di Genova, con una mostra e un documentario di prossima uscita, dal titolo "Sogno italiano". Ne parliamo in compagnia del presidente della Fondazione del Museo nazionale dell'emigrazione italiana, Paolo Masini che è stato, tra l'altro, anche assessore e consigliere al Comune di Roma. 

Il mercato del lavoro in Italia

Stando agli ultimi dati forniti dall'Istat, il numero degli occupati ha raggiunto quota 24,2 milioni, con il tasso di occupazione al 62,7% e la disoccupazione al 6%, mentre l'inattività resta invariata al 33,2%, ai massimi in Europa. Le analisi dei commentatori convergono: si tratta sì di nuova occupazione ma a bassa produttività e scolarizzazione non particolarmente elevata, che si concentra in buona parte nella fascia degli over 50, e presenta livelli moderati di dinamica salariale. Rispetto al 2020, i salari medi hanno perso circa nove punti percentuali, in gran parte a causa della fiammata inflattiva che ne ha eroso il potere di acquisto. E più di due terzi delle imprese italiane segnalano difficoltà nel trovare le competenze necessarie per le proprie attività, con criticità particolarmente evidenti nel reperimento di profili tecnici. Di lavoro parliamo prendendo spunto dai contenuti dell'Annuario del Lavoro, curato da Massimo Mascini, direttore del Diario del lavoro che per molti anni ha seguito per Il Sole 24ORE le tematiche del lavoro, delle relazioni sindacali e industriali.

Storia e ruolo della ferrovia in Italia

Le ferrovie hanno accompagnato la storia dell'unità nazionale fin dagli albori. I binari hanno reso concreta la geografia politica italiana, collegando territori divisi da secoli, favorito scambi economici e culturali, ridotto distanze, creato opportunità di lavoro e di mobilità sociale. I treni e le stazioni hanno anche contribuito a plasmare una nuova identità collettiva, fatta di viaggi, incontri, pendolarismi, emigrazioni, ritorni. Tutti elementi che ritroviamo rappresentati nella mostra aperta al pubblico il 7 novembre 2025 fino al 28 febbraio 2026, dal titolo "Le ferrovie d'Italia 1861-2025, dall'unità nazionale alle sfide del futuro", promossa e organizzata da VIVE - Vittoriano e Palazzo Venezia e dal Gruppo FS Italiane, nella Sala Zanardelli del Vittoriano e nel Giardino grande di Palazzo Venezia. L'iniziativa si inserisce nelle celebrazioni per i 120 anni dalla fondazione delle Ferrovie dello Stato, avvenuta nel 1905. Il Gruppo FS oggi conta oltre 96.000 dipendenti, opera nei settori del trasporto ferroviario, stradale, della logistica, delle infrastrutture, della rigenerazione urbana e dei servizi tecnologici. In cinque anni è previsto un investimento di oltre 100 miliardi di euro in cinque anni, con l'obiettivo di rafforzare la resilienza delle infrastrutture ferroviarie e stradali, migliorare la qualità del servizio, completare opere strategiche e promuovere una mobilità sempre più sostenibile e intermodale. 

Del ruolo delle ferrovie nella storia del nostro paese parliamo con la curatrice della mostra Edith Gabrielli, Direttrice Generale del VIVE.

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