A conti fatti. La storia e la memoria dell'economia
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"A Conti fatti, la storia e la memoria dell'economia" è il programma di Radio 24 dedicato alla storia dell'economia che punta ad approfondire argomenti, temi, spunti e riflessioni offerti dall'attualità, da libri ed eventi connessi con l'economia per andare insieme indietro nel tempo, così da ricavare spunti utili a farci meglio comprendere i fenomeni complessi con i quali ci confrontiamo quotidianamente. La storia economica è da questo punto di vista uno strumento prezioso perché ci offre importanti chiavi interpretative di lettura e rilettura del passato anche recente. Ne abbiamo più mai bisogno in questa fase di profondi e repentini cambiamenti.
Autore: Radio 24
Ultimo episodio: 26/04/26 1:59
Aggiornamento: 30/04/26 3:10 (Aggiorna adesso)
Gli effetti economici, ancora non quantificabili con precisione, dell’attacco congiunto israelo-americano all’Iran e della conseguente crisi energetica hanno indotto il governo italiano, attraverso la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti a chiedere - come accadde per la pandemia - la sospensione dei vincoli europei di bilancio. In sostanza, il Patto di stabilità così come riformato dopo lunga e faticosa trattativa, a partire dal 2024. La risposta di Bruxelles è stata netta: non ve ne sono le condizioni. Vi saranno qualora si dovesse determinare una grave recessione economica. È l’occasione per dibattere di una questione molto rilevante: il primato spetta alle variabili economiche o alla politica? E in che misura le une influenzano le altre? Una delle tesi esposte nel libro di cui parleremo stasera è che i vincoli di bilancio sono in qualche modo figli dell’orientamento ordo-liberale che ispira l’operato delle stesse istituzioni europee, con la conseguenza che sarebbero gli aggregati economici a prevalere sulle variabili politiche. Il libro, pubblicato da Derive approdi, ha come titolo “Filosofia economica, fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche”. L’autore è Adelino Zanini, docente di filosofia politica e Storia del pensiero economico all’Università Politecnica delle Marche.
E’ il 24 marzo 1979. I carabinieri, guidati dal colonnello Campo, entrano in Via Nazionale a Roma, sede della Banca d’Italia con un mandato di arresto nei confronti del vice direttore generale Mario Sarcinelli, e con una notifica diretta al governatore Paolo Baffi, con la pesantissima e del tutto ingiustificata incriminazione per interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale. L’accusa è di non aver trasmesso all’autorità giudiziaria le notizie contenute in un rapporto ispettivo sul Credito Industriale Sardo, che aveva finanziato il gruppo chimico SIR del finanziere Nino Rovelli, oggetto di indagine da parte della magistratura. E’ una delle pagine più drammatiche e oscure della nostra storia recente. Due integerrimi servitori dello Stato finiti nel tritacarne di un affare politico/ giudiziario che ancora oggi presenta dei risvolti oscuri e non del tutto chiariti. Sarcinelli fu addirittura arrestato su mandato del giudice istruttore Antonio Alibrandi, e scarcerato solo a seguito della sospensione dagli incarichi relativi alla vigilanza, mentre Baffi evitò il carcere a causa della sua età. Si dimise nel settembre di quello stesso anno, il 1979, ma la vicenda lo segnò per tutta la vita. Poi, com’è noto, la maggior parte delle imputazioni caddero nel corso dell'istruttoria e nel 1981 i due vennero integralmente prosciolti.
Di questa intricata e drammatica vicenda parliamo questa sera grazie a un libro autopubblicato dal titolo “Attacco alla Banca d’Italia. La difesa di Paolo Baffi”. L’autore è Beniamino Andrea Piccone, Wealth Advisor presso Banca Generali, storico dell’economia, insegna Sistema finanziario presso l’Università Carlo Cattaneo - LIUC di Castellanza e all’Istituto Marangoni di Milano.
Nel 2019 vedeva la luce il libro dal titolo “Marcato, Europa e libertà” che conteneva le relazioni che Guido Carli, governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975, tenne alle assemblee dell’Associazione bancaria italiana e in occasione della Giornata mondiale del Risparmio. Ora un nuovo libro, pubblicato anch’esso da Laterza, promosso dall’ABI e dall’Istituto Einaudi, dal titolo “Guido Carli, per la stabilità monetaria e il mercato: gli interventi su «Bancaria» negli anni da Governatore”, raccoglie 26 interventi pubblicati sulla rivista ‘Bancaria’ tenuti in occasione di conferenze, convegni e incontri nel periodo 1960-1975. Temi principali il ruolo delle banche centrali in una fase di trasformazione del sistema economico e finanziario internazionale. Il volume è curato da Federico Pascucci, già segretario generale dell’ABI e ora segretario generale dell’Istituto Einaudi, nostro ospite. Nel volume, presentato il 1° aprile 2026 alla LUISS, compare anche un approfondimento di Giovanni Farese, docente di Storia dell’Economia presso l’Università Europea di Roma, su alcuni aspetti del pensiero e dell’azione internazionale di Guido Carli, collocati nella temperie economica e politica del secondo dopoguerra, animata da figure di primissimo piano quali Luigi Einaudi, Donato Menichella, Raffaele Mattioli, Stefano Siglienti e Alcide De Gasperi.
In che modo l’insegnamento della storia contribuisce a definire l’identità di un Paese? Interrogativo molto interessante che compare al centro dell’ultimo numero della rivista “Il Mulino” dal titolo “Quali storie”. Tra i diversi saggi contenuti nella rivista ne abbiamo scelto uno, a nostro avviso di notevole interesse perché riguarda un continente enorme come l’Africa che conta ben 55 paesi, con una popolazione in crescita dagli 1,3 miliardi di oggi ai 2,5 miliardi attesi entro il 2030 e i 3 miliardi previsti per il 2063. Il saggio in questione è dedicato alla storia scolastica nell’Africa post-coloniale e prende in esame in particolare il caso di due paesi africani moto diversi tra loro, ma con alcune caratteristiche comuni: il Senegal e lo Zambia. L’autrice del saggio è Silvia Benini, borsista di ricerca all’Istituto italiano per gli studi storici e docente di Storia contemporanea alla Scuola di mediazione linguistica Carlo Bo.
Il sistema economico e sociale che si è affermato in larga parte delle democrazie occidentali e non solo a partire dal secolo scorso, se pur con modalità diverse tra singoli paesi, sta cambiando ancora pelle. Del resto, come si legge nell’introduzione del libro appena pubblicato da Egea, dal titolo “Capitalismo carismatico, il potere dei fondatori e la sfida delle democrazie”, il capitalismo non è mai stato un ordine statico, ma un sistema capace di rinnovarsi attraverso mutamenti nella distribuzione del potere economico, giuridico e simbolico. Se il capitalismo sta cambiando pelle si sta di conseguenza trasformando la geografia del potere. Stanno emergendo nuovi sovrani privati -come vengono definiti nel libro- capaci di esercitare funzioni che un tempo erano prerogativa degli Stati. Ne parliamo in compagnia dell’autore del libro, il professor Sandro Trento che insegna Strategia e Corporate Governance e dirige la School of Innovation presso l’Università di Trento.
Dalla formazione, nei primi decenni del Novecento, grazie agli insegnamenti di grandi maestri quali Attilio Cabiati, Luigi Einaudi e Benedetto Croce, alla partecipazione alla prima Guerra mondiale e alle prime esperienze concrete sul campo, tra cui si segnala la collaborazione alla Rivista bancaria dei primi anni Venti, con l’incarico di redattore capo del periodico dell’Associazione bancaria italiana, fino alla laurea con una tesi in Economia monetaria conseguita nel 1920, lo stesso anno di Piero Sraffa, grande economista e suo amico per una vita. Per arrivare alla guida della Banca Commerciale italiana che resse dal 1933 al 1972, salvandola al tempo della grande crisi seguita al crollo di Wall Street del 1929 per poi rilanciarla verso una nuova espansione con criteri manageriali di avanguardia. Stiamo parlando, cari ascoltatori, di Raffaele Mattioli un protagonista di primissimo piano della storia civile, intellettuale ed economica del nostro paese. Ne parliamo grazie alla nuova edizione di un libro, pubblicato dal Mulino dal titolo “Raffaele Mattioli, una biografia intellettuale". L’autrice, che è in linea con noi questa sera, è Francesca Pino che ha diretto l’Archivio storico di Intesa San Paolo ed è stata, tra l’altro, consigliere dell’International Council on Archives dell’Unesco e della European Association for Banking History.
Il problema della crescente disuguaglianza economica caratterizza sempre più i nostri tempi. Ma si tratta di un fenomeno ineluttabile? O piuttosto non è il risultato di idee distorte e istituzioni ingiuste che la perpetuano? Persiste perché viene tollerata e alimentata? Quali idee e istituzioni la promuovono? Come si è arrivati a considerarla "naturale"? Maurizio Franzini e Michele Raitano nel libro pubblicato da Castelvecchi dal titolo "La disuguaglianza oltre i luoghi comuni", offrono delle interessanti chiavi di lettura sul fenomeno. La tesi del libro è che spesso risultano fuorvianti le narrazioni della disuguaglianza che la giustificano con l'idea che essa sia necessaria per la crescita economica o che sia sempre il frutto del merito individuale. Ne parliamo con uno dei due autori, il prof. Maurizio Franzini, professore emerito di Politica economica alla Sapienza, Università di Roma, che tra il 2018 e il 2019 ha svolto le funzioni di presidente dell'Istat.
Il feudalesimo -lo abbiamo imparato dai libri di storia- è il sistema socio-economico che caratterizzò l'Europa occidentale medievale. Si basava essenzialmente nel potere attribuito al sovrano di concedere ai signori suoi dipendenti, i vassalli, feudi e immunità specifiche su territori e con esse l'esercizio di specifiche funzioni pubbliche in cambio della loro assoluta fedeltà. Un sistema largamente superato nei secoli successivi. Pietre miliari del suo superamento furono la Costituzione degli Stati Uniti d'America del 1789 e la Rivoluzione francese di quello stesso anno. Se la storia non si ripete mai uguale a se stessa, le vicende che stanno investendo il mondo in questa fase inducono a riflettere. Siamo in presenza di un nuovo feudalesimo adattato ai nostri tempi? È la tesi di fondo del libro pubblicato da Laterza dal titolo "Capitalismo feudale, come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia". L'autore è Roberto Seghetti, collega giornalista che si è occupato a lungo di economia per diverse testate, tra cui l'Agi, Paese Sera, Il Messaggero e Panorama ed è stato anche portavoce del ministero dell'Economia, per la parte Finanze, del secondo governo Prodi, e responsabile dell'ufficio stampa del Partito democratico durante le segreterie di Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani.
Spesso oggetto di aspro confronto tra tesi contrapposte a livello politico, lo stato attuale dei salari richiede certamente un'analisi accurata che apra la strada alle possibili ricette da mettere in campo. I dati della Banca centrale europea indicano che i salari reali in Italia, complice anche l'impennata dell'inflazione, sono scesi dell'8% tra il 2019 e il 2025. Fenomeno comune anche ad altri paesi europei, se pur con diversa intensità, con la differenza che le retribuzioni sono subito risalite, tanto che nel 2024 il potere di acquisto era già stato recuperato. L'unico paese in cui l'andamento dei salari reali è rimasto negativo è l'Italia. A cosa si deve questa anomalia, considerato che il nostro Paese in questi stessi anni è cresciuto più degli altri? Aiuta a fornire un'analisi interpretativa, corredata dalle possibili misure da attuare, il libro "Il prezzo nascosto, lavoro, salari e fisco nell'Italia dell'inflazione", pubblicato da Egea. Gli autori sono Leonzio Rizzo, professore ordinario di Scienza delle Finanze all'Università di Ferrara, e Marco Leonardi, nostro ospite, professore ordinario di Economia politica all'Università di Milano.
Nonostante alcuni progressi registrati negli ultimi anni, soprattutto grazie all'introduzione della fatturazione elettronica, l'evasione fiscale nel nostro Paese resta moto elevata. Secondo le valutazioni dell'Istat, l'economia non osservata sfiora i 202 miliardi di euro. Il 90,2% di tale somma è riconducibile al sommerso ed il restante 9,8% alle attività illegali, mentre l'evasione fiscale vera e propria si attesta attorno ai 90 miliardi l'anno. Se analizziamo i dati con una prospettiva storica abbiamo la conferma che il fenomeno dell'evasione fiscale, se pur con diversa intensità, è presente in Italia fin dai tempi dell'unificazione, differentemente da quanto è avvenuto in altri grandi paesi democratici sviluppati. Parte da queste premesse un agile volume sul tema dell'evasione fiscale dal titolo "Evasione fiscale e democrazia in Italia, tra motivazioni individuali e tolleranza collettiva", pubblicato da Edizioni Pigreco. L'autore è Antonio Di Majo, professore emerito del Dipartimento di Economia dell'Università Roma Tre, già ordinario di Scienza delle Finanze nelle Università di Bari e Firenze.
Il tema della difesa europea, sia dal punto di vista delle risorse che da quello della definizione del posizionamento dell'Europa in un quadro geopolitico radicalmente mutato rispetto agli equilibri che hanno retto il mondo dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, è divenuto centrale. Soprattutto dopo la guerra della Russia contro l'Ucraina, giunta al suo quarto anno. Ma in realtà -si legge nel libro appena pubblicato dal Mulino dal titolo "L'esercito europeo, difesa e pace nell'era di Trump"- la questione di come difendere l'Europa è stata centrale fin dall'inizio del progetto d'integrazione europea. Nel 1952 i sei paesi fondatori di quella che sarebbe divenuta l'Unione Europea provarono a partire proprio dall'esercito. Ed era ben comprensibile a pochi anni da un conflitto mondiale che aveva devastato l'Europa. Fu il Parlamento francese a non votare il trattato che avrebbe istituito la Ced, la Comunità Europea di Difesa. Più di settant'anni dopo, con la Russia che aggredisce l'Ucraina e con il ritorno di Trump alla presidenza degli USA, torniamo a porci la medesima domanda: come facciamo a difenderci, noi europei? L'autore del libro è Federico Fabbrini, professore di diritto dell'Unione europea presso la Dublin City University, in Irlanda, e docente a Harvard, negli USA.
C'è stato un tempo in cui l'Egitto ha avuto un ruolo determinante per il commercio mediterraneo. Per ben 450 anni Il Cairo fu l'epicentro economico del Mediterraneo. La sua economia interna era tra le più sviluppate del tempo. Siamo in pieno Medioevo e l'Egitto era una sorta di enorme centrale energetica, alimentata dalla straordinaria millenaria energia del fiume Nilo. La solidità della produzione e della domanda egiziana era tale che senza l'Egitto difficilmente si sarebbe potuta creare una rete mediterranea di qualsiasi tipo. L'economia dell'Egitto era certamente la più stabile e, per molti versi, la meglio documentata del Mediterraneo dell'XI secolo. Del resto, la complessità dell'economia egiziana era stata una caratteristica costante della storia del Mediterraneo, già nel mondo classico e anche molto prima. Ma nel Medioevo e per qualche tempo dopo, acquisì un ruolo ancor maggiore per la strutturazione degli scambi mediterranei di quanto non lo fosse stata in epoca romana. Ne parliamo prendendo spunto da una lezione che il medievista Amedeo Feniello ha tenuto l'11 gennaio 2026 all'Auditorium Parco della Musica di Roma dal titolo "Cairo 969 d.C. Una nuova capitale per l'impero Fatimide". Amedeo Feniello insegna Storia medievale all'Università dell'Aquila.
Nel corso della conferenza stampa di inizio anno 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato il cosiddetto piano casa, un progetto che punta a realizzare 100mila nuovi alloggi da destinare alle famiglie più in difficoltà, così da far fronte al disagio abitativo nel nostro paese. Un annuncio che fa seguito a quanto la stessa Meloni aveva anticipato nell'estate del 2025 al Meeting di Rimini. Andando indietro nel tempo il precedente che più volte viene evocato è il piano Ina-casa degli anni Cinquanta del secolo scorso. Era il 24 febbraio del 1949 quando il Parlamento approvò un progetto di legge, proposto dal ministro del Lavoro Amintore Fanfani, con l'intento di incrementare l'occupazione. I quattordici anni di attività del piano non hanno rappresentato solo una fase significativa della politica economica del paese, ma hanno prodotto anche una delle più consistenti e diffuse esperienze italiane di realizzazione di nuova edilizia sociale. Del Piano Casa e degli anni Cinquanta, anni di grandi trasformazioni nel nostro paese che crearono le premesse per il cosiddetto boom economico, parliamo in compagnia di Simona Colarizi, professoressa emerita di Storia contemporanea alla Sapienza Università di Roma.
È uno degli eventi sportivi, e non solo sportivi, più attesi. Stiamo parlando dei XXV Giochi olimpici invernali che si tengono dal 6 al 22 febbraio 2026 a Milano e Cortina d'Ampezzo, città assegnatarie della manifestazione in forma congiunta. Un'occasione importante per riflettere sul ruolo dello sport non solo come evento dalla dimensione prevalentemente agonistica, ma come potente motore di sviluppo economico, sociale e culturale. Basti pensare, tornando indietro nel tempo, al ruolo fondamentale che ebbero le Olimpiadi di Roma del 1960 per lanciare il Paese nel pieno del boom economico di quegli anni, quando videro la luce importanti infrastrutture come il Villaggio Olimpico e l'ammodernamento del vecchio stadio Olimpico, la via Olimpica e l'apertura del primo tronco della metropolitana tra la stazione Termini e Ostia. Indimenticabili le medaglie d'oro di Livio Berruti nei 200 metri piani, primatista mondiale della specialità dal 1960 al 1963, e la maratona vinta dall'etiope Abebe Bikila che corse l'intero percorso di 42 chilometri a piedi nudi. E poi l'oro vinto da Nino Benvenuti nella categoria pesi welter di pugilato. Parliamo di sport come motore e volano di sviluppo economico e sociale grazie a un libro pubblicato da Egea dal titolo "Colori olimpici, lo sport e i giochi come scintilla di benessere e sviluppo", con prefazione di Kirsty Coventry, presidente del Comitato olimpico internazionale, e postfazione del ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi. L'autore, che è in linea con noi, è Dino Ruta, delegato rettorale per il Movimento olimpico dell'Università Bocconi di Milano e professor of practice di leadership, sports and events business presso SDA Bocconi school of Management.
Il 20 dicembre del 1955 veniva siglato dal ministro per gli Affari esteri Gaetano Martino, per l'Italia, e dal ministro del Lavoro Anton Storch, per la Repubblica Federale Tedesca, l'accordo per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana in Germania. Un accordo importante, che peraltro faceva seguito ad altri accordi firmati dall'Italia in quegli anni con altri paesi europei: nel 1946 con Francia e Belgio, l'anno dopo con Svezia e Gran Bretagna e nel 1948 con Svizzera, Paesi Bassi e Lussemburgo. Infine, nel 1957, sarà sancito, attraverso il Trattato di Roma, il principio della libera circolazione dei lavoratori all'interno degli stati membri della Comunità economica europea. A rievocare l'accordo del 1955 tra Italia e Germania ovest è il Museo nazionale dell'emigrazione italiana di Genova, con una mostra e un documentario di prossima uscita, dal titolo "Sogno italiano". Ne parliamo in compagnia del presidente della Fondazione del Museo nazionale dell'emigrazione italiana, Paolo Masini che è stato, tra l'altro, anche assessore e consigliere al Comune di Roma.
Stando agli ultimi dati forniti dall'Istat, il numero degli occupati ha raggiunto quota 24,2 milioni, con il tasso di occupazione al 62,7% e la disoccupazione al 6%, mentre l'inattività resta invariata al 33,2%, ai massimi in Europa. Le analisi dei commentatori convergono: si tratta sì di nuova occupazione ma a bassa produttività e scolarizzazione non particolarmente elevata, che si concentra in buona parte nella fascia degli over 50, e presenta livelli moderati di dinamica salariale. Rispetto al 2020, i salari medi hanno perso circa nove punti percentuali, in gran parte a causa della fiammata inflattiva che ne ha eroso il potere di acquisto. E più di due terzi delle imprese italiane segnalano difficoltà nel trovare le competenze necessarie per le proprie attività, con criticità particolarmente evidenti nel reperimento di profili tecnici. Di lavoro parliamo prendendo spunto dai contenuti dell'Annuario del Lavoro, curato da Massimo Mascini, direttore del Diario del lavoro che per molti anni ha seguito per Il Sole 24ORE le tematiche del lavoro, delle relazioni sindacali e industriali.
Le ferrovie hanno accompagnato la storia dell'unità nazionale fin dagli albori. I binari hanno reso concreta la geografia politica italiana, collegando territori divisi da secoli, favorito scambi economici e culturali, ridotto distanze, creato opportunità di lavoro e di mobilità sociale. I treni e le stazioni hanno anche contribuito a plasmare una nuova identità collettiva, fatta di viaggi, incontri, pendolarismi, emigrazioni, ritorni. Tutti elementi che ritroviamo rappresentati nella mostra aperta al pubblico il 7 novembre 2025 fino al 28 febbraio 2026, dal titolo "Le ferrovie d'Italia 1861-2025, dall'unità nazionale alle sfide del futuro", promossa e organizzata da VIVE - Vittoriano e Palazzo Venezia e dal Gruppo FS Italiane, nella Sala Zanardelli del Vittoriano e nel Giardino grande di Palazzo Venezia. L'iniziativa si inserisce nelle celebrazioni per i 120 anni dalla fondazione delle Ferrovie dello Stato, avvenuta nel 1905. Il Gruppo FS oggi conta oltre 96.000 dipendenti, opera nei settori del trasporto ferroviario, stradale, della logistica, delle infrastrutture, della rigenerazione urbana e dei servizi tecnologici. In cinque anni è previsto un investimento di oltre 100 miliardi di euro in cinque anni, con l'obiettivo di rafforzare la resilienza delle infrastrutture ferroviarie e stradali, migliorare la qualità del servizio, completare opere strategiche e promuovere una mobilità sempre più sostenibile e intermodale.
Del ruolo delle ferrovie nella storia del nostro paese parliamo con la curatrice della mostra Edith Gabrielli, Direttrice Generale del VIVE.
In difformità dalle rappresentazioni delle città che si basano sulle loro caratteristiche tangibili, come le caratteristiche degli edifici, delle strade, dell'organizzazione degli spazi, le città intermedie presentano alcune peculiarità: mettono in luce il tema dell'agire sociale, in cui si dispiegano le relazioni tra persone e dove prende forma l'intreccio tra organizzazione economica e processi istituzionali, dinamiche politiche, sociali e culturali. Tutte osservazioni contenute nel secondo rapporto pubblicato da Franco Angeli e messo a punto dall'Associazione Mecenate presentato a Roma nella sede di Unioncamere il 27 novembre 2025, dal titolo "L'Italia policentrica, il fermento delle città intermedie". Ne parliamo in compagnia di Ledo Prato, segretario generale di Mecenate 90.
Le piccole e medie imprese rappresentano il cuore del tessuto produttivo del nostro paese e sono una componente essenziale dell'economia nazionale, sia in termini di occupazione che di contributo al prodotto interno lordo. Il sistema creditizio resta prevalente nell'universo delle piccole e medie imprese, ma si sta ora affermando anche la cosiddetta finanza innovativa. Il tema è stato al centro lo scorso 20 novembre a Milano del Finance Day Italia 2025, evento durante il quale è stato presentato l'8° Quaderno di Ricerca "La Finanza Alternativa per le PMI in Italia", realizzata dal Politecnico di Milano con il supporto di Innexta, Corporate Financial Advisor del Sistema Camerale italiano. Un'occasione per fare un punto sulla situazione attuale della finanza complementare per le piccole e medie imprese in Italia. Ne parliamo con Danilo Maiocchi, Direttore Generale di Innexta.
Catene del valore, dazi, triangolazioni commerciali, sanzioni finanziarie, multinazionali, infrastrutture digitali, dati: tutto si muove oggi sullo scenario globale in uno scacchiere composito, percorso da linee invisibili. Confini normativi che attraversano gli spazi della globalizzazione delimitando gli ambiti di ciò che è o non è lecito. Di questi confini si occupa il libro pubblicato da Egea dal titolo "Linee invisibili, geografie del potere tra confini e mercati". Un libro che - come scrive Giampiero Massolo nella prefazione- indaga proprio sul mondo delle regole nel quale è quanto mai necessario sapersi orientare proprio in un momento storico come l'attuale nel quale il diritto internazionale non appare in grado di contrastare efficacemente la tendenza prevaricatrice degli interessi dei singoli Stati. La puntata ospita l'autore Luca Picotti, giurista, avvocato e saggista, membro dell'Osservatorio Golden Power.
È una delle più prestigiose e autorevoli istituzioni del nostro paese e tuttavia si ha l'impressione che il suo ruolo e i compiti che svolge, se pur in contesti profondamente mutati dal lontano 1893, anno della sua fondazione, non siano del tutto noti al grande pubblico. Lo sono certamente per gli addetti ai lavori. Stiamo parlando della Banca d'Italia, che è una Banca sui generis perché è parte integrante del sistema europeo delle banche centrali, quindi nulla a che vedere con le banche commerciali il cui compito precipuo è raccogliere il risparmio ed erogare credito a famiglie e imprese. È una banca centrale che formalmente "appartiene" (per così dire) a circa 170 fra istituzioni di previdenza, banche e assicurazioni, fondazioni, ciascuna delle quali non può possedere più del 5% del capitale. Con quale funzione prevalente oltre alla vigilanza sul sistema bancario? Ne parliamo grazie a un interessante libro appena pubblicato da Laterza, dal titolo "Vi racconto la Banca d'Italia". L'autore è Salvatore Rossi che è stato per ben 43 anni in Banca d'Italia fino a diventarne direttore generale e presidente dell'Istituto per la vigilanza delle assicurazioni dal 2013 al 2019.
Nella tumultuosa fase che stiamo vivendo i precari equilibri mondiali, destabilizzati dai conflitti in corso, sono sempre più sotto stress. È con ciò a rischio il ruolo stesso della democrazia rappresentativa? Per provare a rispondere a questa domanda viene in nostro soccorso il Rapporto sul mondo postglobale dal titolo "Un futuro da riprogettare", frutto della collaborazione tra il Centro Einaudi e Intesa San Paolo, pubblicato da Guerini e Associati. Il punto di partenza non è costituito dall'analisi dei mutamenti di una struttura economica, geopolitica, sociale, climatica, produttiva che di fatto non esiste più, né da una globalizzazione ormai frantumata. Il Rapporto parte invece dall'analisi -seppure sommaria- delle nuove caratteristiche che confusamente si intravedono e che potrebbero condurre a una struttura diversa da quella tradizionale. Il volume è a cura di Mario Deaglio, economista, professore emerito di economia internazionale all'Università di Torino.
Gli ultimi dati resi noti dall'Istat per quel che riguarda la crescita della nostra economia parlano chiaro. Il Pil nel terzo trimestre 2025 è rimasto stazionario rispetto al trimestre precedente ed è cresciuto dello 0,4% in termini tendenziali. La crescita zero del terzo trimestre segue il -0,1% registrato nel secondo e il +0,3% dei primi tre mesi dell'anno. Per l'intero 2025 è attesa una crescita nei dintorni dello 0,5% e per i prossimi anni non ci allontaneremo di molto dallo zero virgola, o forse qualcosa in più. Il problema della bassa crescita va dunque affrontato con coraggio e determinazione, per provare a invertire la tendenza e puntare a tassi di crescita più sostenuti. Già, ma in che modo? Ce ne occupiamo grazie a un libro pubblicato da Egea dal titolo "Il futuro non aspetta, cambiare per (far) crescere". L'autore è Stefano Caselli, professore ordinario di Finanza presso l'Università Bocconi di Milano.
Un continente enorme che conta ben 55 paesi, con una popolazione in crescita dagli 1,3 miliardi di oggi ai 2,5 miliardi attesi entro il 2030 e i 3 miliardi previsti per il 2063. A fronte di tali numeri, il Pil pro capite reale nei paesi africani è cresciuto di appena l'1,1% tra il 1990 e il 2019, rispetto a un pil generale cresciuto alla media di oltre il 6% nel decennio 2000-2010, prima di rallentare al 3,3% tra il 2010 e il 2019. In India e in Cina si è assistito a un aumento del reddito pro capite pari rispettivamente al 5 e all'8% nello stesso trentennio 1990-2019, mentre il boom demografico dei paesi africani (in netta controtendenza rispetto all'inverno demografico in atto in Italia e in diversi paesi europei) ha causato un aumento di 30 milioni di persone sotto la soglia di povertà. Numeri, cifre che descrivono la realtà, le potenzialità e i paradossi di un continente, l'Africa (ma forse sarebbe più corretto parlare di Afriche) in ascesa, oggi protagonista nella pluralità dei suoi volti. Ne parliamo grazie a un interessante libro pubblicato dal Mulino dal titolo "Le ali dell'Africa, istantanee da un continente che cambia". L'autore è Alberto Magnani, collega giornalista de Il Sole 24 Ore, che si occupa di Africa e cura la newsletter "Africa 24". È stato inviato in Etiopia, Repubblica democratica del Congo, Senegal, Somalia, Sudafrica, Sud Sudan e diversi altri paesi.
I numeri e le statistiche sono parte integrante della nostra vita. Eppure molto spesso non cogliamo a pieno la loro importanza quando le cosiddette statistiche ufficiali ci aprono scenari fondamenti per capire l'andamento dell'economia, di servizi essenziali come la sanità, l'istruzione, il costo della vita, gli andamenti demografici, il mutare delle esigenze e dei bisogni della nostra società. Ce ne occupiamo questa sera grazie a un libro appena pubblicato da Marsilio dal titolo "Il paese che conta, come i numeri raccontano la nostra storia". Un libro che è il racconto, visto dall'interno, di una delle più autorevoli istituzioni del Paese, l'Istat, ed è un invito a superare le diffidenze e comprendere che dietro ogni numero c'è una storia che merita di essere conosciuta. Perché i numeri sono il riflesso di chi siamo e di chi possiamo diventare. L'autrice è Linda Laura Sabbadini, statistica e studiosa dei cambiamenti sociali. Sabbadini è stata direttrice dell'Istat, ha guidato il rinnovamento delle statistiche sociali e di genere e ha fatto parte di numerosi gruppi di livello dell'Onu, l'Ocse ed Eurostat.
Nel 2024, in occasione dei cento anni dall'uccisione di Giacomo Matteotti da parte di una squadra fascista, sono state molte le iniziative per rievocarne la figura. Ora un nuovo importante contributo ci viene offerto da un ponderoso volume messo a punto dall'archivio storico della Camera dei deputati. Accanto a documenti già pubblicati e noti agli specialisti, sono presenti materiali inediti. Tra quelli all'epoca non pubblicati negli Atti parlamentari, si segnalano i verbali delle riunioni delle Commissioni che discutevano le proposte e i disegni di legge prima dell'esame in Assemblea, nonché quelli delle sedute della Giunta del Bilancio e delle Commissioni permanenti nelle quali operò Matteotti. I curatori del volume sono Paolo Evangelisti e Fernando Venturini. Ne parliamo in compagnia di Paolo Evangelisti già coordinatore ed attuale consulente dell'archivio storico della Camera dei deputati.
Viviamo in un tempo in cui la tecnica, intesa in senso lato, ha assunto sempre più una funzione dominante. Si pensi solo al ruolo che hanno assunto nelle società moderne le cosiddette nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale, che non esauriscono certo il raggio di azione della tecnica, il cui percorso però è ambiguo e accidentato, proprio perché radicalmente umano. Al suo interno operano le contraddizioni della società, si oscilla tra tecnofobia e tecnolatria. Parte da queste premesse un libro appena pubblicato da Il Mulino, dal titolo “Tecnica, il fabbricare si intreccia sempre con rapporti di potere, che spesso consolida e talvolta sovverte”. L’autore è Carlo Galli che ha insegnato Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna.
La questione energetica e l’individuazione di fonti di energia capaci di far fronte alla crisi climatica è quanto mai all’ordine del giorno, nel nostro come in gran parte dei paesi. Da noi, in particolare, il possibile ritorno all’utilizzo del nucleare è oggetto di un acceso dibattito e di proposte di legge, a distanza di 38 anni dal referendum abrogativo che si tenne in Italia un anno dopo il disastro di Cernobyl. Si discute ora sul cosiddetto nuovo nucleare basato su tecnologie innovative e più sicure, ma il percorso appare lungo e complesso. Ne prendiamo spunto da un libro pubblicato da Egea dal titolo “Il nuovo nucleare, rimettere la scienza al centro”. Gli autori sono Stefano Buono e Antonio Ereditato: seguono da anni queste tematiche anche in una sede prestigiosa quale il Cern di Ginevra. Antonio Ereditato, che è in linea con noi questa sera, oltre alla sua esperienza al Cern e a diversi incarichi, è ora Research professor all’Università di Chicago.
Se ne discute da tempo in sede europea e l’ultima proposta di regolamento della Commissione europea risale a giugno del 2023. Stiamo parlando delle valutazioni in atto alla Bce, d’intesa con le banche centrali nazionali dei paesi dell’area dell’euro, per introdurre l’euro digitale. Si tratterebbe di una valuta digitale della banca centrale, un equivalente elettronico del contante. Affiancherebbe banconote e monete, offrendo dunque a tutti noi più scelta su come effettuare i nostri pagamenti. Ne parliamo prendendo spunto da un libro pubblicato da Giappichelli, dal titolo “Il governo della moneta nella prospettiva del diritto costituzionale”. Un libro che accanto a un’accurata ricostruzione storica del percorso che ha condotto all’adozione dell’euro, punta a indagare l’aspetto della cosiddetta costituzionalizzazione della moneta, di cui parleremo tra breve. L’autore è Andrea Cozzutti, assegnista di ricerca in Diritto costituzionale presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche, del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione dell’Università di Trieste che è in linea con noi insieme a Paolo Evangelisti, già coordinatore ed attuale consulente dell’archivio storico della Camera dei deputati.
La domanda non è banale soprattutto in una fase come quella attuale in cui trovare punti di riferimento pare un’esigenza ancor più pressante di quanto non sia stato in passato. Parte da queste premesse l’ultimo numero della rivista trimestrale Il Mulino che ospita una serie di interventi dedicati proprio al tema delle élite e della classe dirigente. Ne abbiamo scelto uno scritto dal prof. Guido Melis, nostro ospite, che tratta dell’Italia contemporanea e le sue élite. Il professor Melis ha insegnato storia delle istituzioni politiche e storia dell’amministrazione pubblica alla Sapienza Università di Roma.













