Oggi in Cristo


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Serie complete su molti libri della Bibbia anche in formato audio
Autore: Omar Stroppiana
Ultimo episodio: 24/06/19 10:00
Aggiornamento: 24/06/19 17:10 (Aggiorna adesso)
Dalle tenebre alla luce di Cristo
Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo saputo questo, non cessiamo di pregare per voi e di domandare che siate ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché camminiate in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; fortificati in ogni cosa dalla sua gloriosa potenza, per essere sempre pazienti e perseveranti; ringraziando con gioia il Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.
(Colossesi 1:9-14 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



 Paolo è in carcere, ma questo non gli impediva di poter essere utile ai Colossesi. In quale modo? Attraverso la preghiera.
Sì, Paolo aveva sentito che il vangelo stava portando frutto tra i Colossesi, ma non voleva abbassare la guardia perché sapeva che i Colossesi erano comunque sottoposti a influenze di diverso tipo che avrebbero potuto allontanarli dal cammino che avevano intrapreso. Leggendo la lettera vedremo che la filosofia e le tradizioni degli uomini erano sempre in agguato ed era quindi necessario che i Colossesi fossero ben saldi nella loro fede.
Ecco perché Paolo pregava innanzitutto affinché fossero "ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale". Essi avevano conosciuto il Signore ma era necessario che progredissero nella conoscenza della sua volontà e affinassero il proprio discernimento spirituale. Sapienza e intelligenza non si potevano ottenere dalla filosofia e dalle tradizioni ma erano legate proprio alla conoscenza di Dio. Il Signore aveva messo in loro il Suo Spirito e questo poteva dare loro una visione della realtà molto diversa da quella che si poteva ottenere dalle speculazioni filosofiche.
In secondo luogo Paolo pregava affinché essi camminassero in modo degno di Dio, portando frutto attraverso le loro opere buone, comportandosi in modo che potesse fare piacere a Dio. Ciò li avrebbe fatti crescere ancora di più nel loro rapporto con Dio, e quindi nella conoscenza di Dio. Questo dimostra che, a differenza di quanto si potrebbe pensare, la vera conoscenza di Dio non la si ottiene solo leggendo e studiando, ma soprattutto mettendo in pratica ciò che abbiamo imparato dal Signore.
Paolo sapeva che la gloriosa potenza di Dio avrebbe operato nei credenti rendendoli sempre più pazienti e perseveranti, pronti quindi ad onorare Dio sempre, a dispetto del mondo pagano che li circondava e li bombardava con idee contrarie a quelle che provenivano dalla fede nel Dio Vivente e Vero che Paolo aveva insegnato loro.
Infine Paolo pregava affinché i Colossesi mostrassero di possedere uno spirito di gratitudine nei confronti di Dio. La gratitudine è infatti un segno caratteristico del cristiano che si rende conto di quanto il Signore abbia fatto per lui. Infatti in Gesù abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati, ma sappiamo che questo è possibile proprio perché " Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Unigenito Figlio affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna" (Gv 3:16). Come potremmo non essere riconoscenti per questo?

Il Signore, nel suo amore, li aveva adottati come suoi figli, dando loro la possibilità di essere inclusi nel popolo dei santi, ovvero nel popolo di tutti coloro che Dio si era messo da parte per appartenergli. Li aveva trasportati dalle tenebre alla luce, liberandoli dagli idoli a cui essi erano sottoposti e dalle potenze demoniache che agivano dietro quegli idoli, per trasportarli nel regno del suo amato Figlio!
Quanto è meravigliosa la sorte dei santi! Essi sono destinati all luce, non alle tenebre, alla vita eterna, non alla morte e alla lontananza eterna da Dio.

Nel pensare a queste cose,
Il frutto del vangelo
Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo ai santi e fedeli fratelli in Cristo che sono in Colosse, grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre. Noi ringraziamo Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, pregando sempre per voi, perché abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e dell'amore che avete per tutti i santi, a causa della speranza che vi è riservata nei cieli, della quale avete già sentito parlare mediante la predicazione della verità del vangelo. Esso è in mezzo a voi, e nel mondo intero porta frutto e cresce, come avviene anche tra di voi dal giorno che ascoltaste e conosceste la grazia di Dio in verità, secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi. Egli ci ha anche fatto conoscere il vostro amore nello Spirito.
(Colossesi 1:1-8 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Colossesi



Gesù, parlando in parabole, aveva paragonato  il regno dei cieli ad un granello di senape che un uomo semina nel suo campo. Il Signore aveva fatto notare che quel granello era il più piccolo di tutti i semi eppure, crescendo, diventava un albero sufficientemente grande da permettere agli uccelli del cielo di venire a ripararsi tra i suoi rami. (Marco 4:31-32).  
L'apostolo Paolo scrivendo insieme a Timoteo alla comunità cristiana di Colosse, iniziò la propria lettera proprio confermando le parole di Gesù; egli gioiva nel vedere il modo in cui il vangelo si stava espandendo verso le estremità della terra. Quel granello di senape stava davvero crescendo e trasformandosi in un albero!
Paolo era felice perché anche a Colosse egli aveva dei "santi e fedeli fratelli in Cristo", ovvero persone che Dio si era messo da parte per essere suo popolo, persone che erano state trasformate dal Signore attraverso l'opera dello Spirito Santo in loro.  
L'opera di Dio nei Colossesi era evidente; in essi erano presenti tre ingredienti fondamentali che non potevano mancare a fronte di una vera conversione: fede, amore e speranza.  Se leggiamo le lettere di Paolo con attenzione, questi ingredienti si trovano associati l'uno all'altro diverse volte, ad esempio in 1 Corinzi 13:13 e in 1 Tessalonicesi 1:3. 
Non ci stupisce che la fede in Cristo Gesù sia il primo ingrediente che caratterizza un credente. D'altra parte Gesù è Colui che ha dato la sua vita affinché gli uomini possano essere salvati, e lui stesso ha promesso che avrebbe dato vita eterna a tutti coloro che hanno creduto in lui, come è scritto:

"In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna." (Giovanni 6:47)
"Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna." (Giovanni 3:16)

C'è però un secondo ingrediente che non può mancare nella vita di un credente, un'ingrediente attraverso il quale la fede si manifesta in modo tangibile: l'amore.  Quando parliamo di amore, pensiamo subito al nostro amore verso Dio in risposta al suo amore ma, nel testo che abbiamo letto, l'apostolo Paolo si riferisce all'amore che "avete per tutti i santi" ovvero per tutti gli altri fratelli e sorelle in Cristo, infatti il termine "santi" nelle lettere di Paolo  si riferiva a tutti coloro che avevano riposto la loro fede in Gesù e quindi erano parte del popolo di Dio, un popolo separato, scelto da Dio per appartenergli. Che la fede e l'amore verso Gesù produca amore verso i fratelli dovrebbe essere ovvio, d'altra parte come si può dire di amare Dio se non si mostra amore verso i propri fratelli e sorelle? Un altro apostolo, Giovanni, espresse bene questo concetto quando scrisse:

Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. (1 Giovanni 4:20)

La fede e l'amore nei Colossesi erano alimentati continuamente da un combustibile che costituisce il terzo ingrediente caratteristico ...
Sono contento per voi!
Anche voi sapete, Filippesi, che quando cominciai a predicare il vangelo, dopo aver lasciato la Macedonia, nessuna chiesa mi fece parte di nulla per quanto concerne il dare e l'avere, se non voi soli; perché anche a Tessalonica mi avete mandato, una prima e poi una seconda volta, ciò che mi occorreva. Non lo dico perché io ricerchi i doni; ricerco piuttosto il frutto che abbondi a vostro conto. Ora ho ricevuto ogni cosa e sono nell'abbondanza. Sono ricolmo di beni, avendo ricevuto da Epafròdito quello che mi avete mandato e che è un profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio. Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen. Salutate ognuno dei santi in Cristo Gesù.  I fratelli che sono con me vi salutano. Tutti i santi vi salutano e specialmente quelli della casa di Cesare.La grazia del Signore Gesù Cristo sia con lo spirito vostro.
(Filippesi 4:14-23 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



Purtroppo anche oggi veniamo spesso a conoscenza di storie riguardanti persone che predicano il vangelo con lo scopo di arricchirsi; al contrario, chi predica il vangelo per amore di Dio, non lo fa per ricevere dei vantaggi personali. Senza alcun dubbio, l’apostolo Paolo era proprio uno di questi ultimi.
Paolo scrisse questa lettera ai Filippesi per ringraziarli dell'aiuto ricevuto attraverso il loro inviato Epafrodito, ma in questi saluti finali notiamo che il suo interesse principale non era per ciò che aveva ricevuto bensì per i Filippesi stessi. Questi ultimi avevano sempre avuto un buon rapporto con lui e avevano già collaborato in precedenza con lui, facendogli pervenire i loro doni per ben due volte mentre si trovava a Tessalonica. Da quanto scrive Paolo apprendiamo che essi si erano distinti in tal senso rispetto alle altre chiese che egli aveva fondato. Comprendiamo quindi ancora meglio cosa intendeva Paolo quando, all'inizio della lettera, egli ringraziava Dio per la loro partecipazione al vangelo, "dal primo giorno fino a ora" (Fi 1:5): essi avevano espresso la loro fede in modo pratico fin dal principio, partecipando alla missione di Paolo con il loro supporto.
Ma Paolo voleva evitare che i Filippesi pensassero che egli fosse interessato solo ai loro doni... Egli era interessato piuttosto a loro come persone a cui aveva predicato il vangelo e la sua gioia più grande era quella di constatare che il vangelo aveva prodotto un frutto tangibile nella loro vita.
In altre parole, egli era contento di vedere la loro crescita nella fede che si manifestava proprio nelle opere pratiche di cui quegli aiuti erano un esempio eccellente.
Egli era profondamente riconoscente al Signore per ciò che essi gli avevano mandato attraverso Epafròdito infatti ora si trovava nell'abbondanza e aveva risorse sufficienti per sostenersi durante il suo periodo di prigionia. Ma il motivo principale della sua riconoscenza era la consapevolezza che i Filippesi stavano mostrando vero amore cristiano, un amore che certamente era gradito a Dio.  Per questo motivo egli paragonò il gesto dei Filippesi ad un'offerta sacrificale che, come leggiamo nell'antico testamento, saliva a Dio come un profumo di odore soave (vedi ad esempio Es 29:18).
Così l'apostolo Paolo, insieme ai suoi collaboratori e in particolare a Timoteo con il quale stava scrivendo (Fi 1:1), chiuse la lettera salutando i Filippesi anche da parte di altre comunità ai quali erano uniti dalla fede comune. Adorando il Signore nella convinzione che Egli si sarebbe preso cura di loro e dei loro bisogni, l'apostolo Paolo li affidò alla grazia di Dio.
Nel congedarci da questa lettera, riflettiamo sulla nostra partecipazione al vangelo dal primo giorno in cui abbiamo creduto fino ad ora. Cosa ha prodotto in noi il messaggio della salvezza? Possiamo dire che ci sono frutti tangibili che testimoniano della presenza di Gesù Cristo nella nost...
Posso ogni cosa in Lui
 Ho avuto una grande gioia nel Signore, perché finalmente avete rinnovato le vostre cure per me; ci pensavate sì, ma vi mancava l'opportunità. Non lo dico perché mi trovi nel bisogno, poiché io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. So vivere nella povertà e anche nell'abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell'abbondanza e nell'indigenza. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica. 
(Filippesi 4:10-13 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi




Credo che a tutti faccia piacere avere degli amici che si ricordano di noi quando abbiamo dei problemi. È sicuramente cosa gradita ricevere una visita o una telefonata quando siamo malati o ricevere un aiuto pratico quando ne abbiamo bisogno. 
Paolo era in carcere e possiamo immaginare quale sia stata la sua gioia quando vide Epafrodito (vedi Fi 2:25, 4:18) portargli dei doni da parte della comunità dei Filippesi. Chissà quanto tempo aveva aspettato quella visita. Egli conosceva bene l'amore che i Filippesi provavano per lui; egli sapeva che, appena fosse stato possibile, si sarebbero fatti certamente vivi, ma si rendeva anche conto che il loro aiuto avrebbe potuto subire un considerevole rinvio a causa delle difficoltà dovute alla persecuzione.
Ora finalmente poteva gioire della compagnia di Epafrodito e rallegrarsi per l'aiuto ricevuto dai Filippesi. Ma in questi versetti l'apostolo Paolo ci tenne a far notare che la sua gioia non era legata alla ricezione dei doni ma piuttosto al ravvivarsi del suo rapporto con i Filippesi.
Infatti la sua esperienza con Dio lo aveva portato ad essere contento in ogni circostanza. Essere nell'abbondanza era certamente una gioia, ma egli aveva imparato anche a vivere nella povertà affidandosi a Dio in ogni cosa e rallegrandosi nel Signore anche nei momenti di difficoltà.
Qui abbiamo una grande lezione da imparare circa la nostra relazione con Dio. È facile essere felici quando siamo sazi e abbiamo tutto ciò che ci serve, è facile ringraziare Dio quando le cose vanno bene, ma saremmo in grado di coltivare il nostro rapporto con Dio e ringraziarlo anche quando ci dovessimo trovare nelle difficoltà e dovessimo avere fame? Non è assolutamente semplice vero?
Se la nostra fede fosse forte solo quando tutto va bene, potremmo dire che si tratti di vera fede? L'apostolo Paolo coltivava il suo rapporto con il Signore quotidianamente, aveva imparato ad affidarsi a lui e a rifugiarsi in lui in ogni circostanza; in tal modo egli poteva affrontare ogni situazione con la forza che Dio gli donava, egli poteva davvero affrontare ogni cosa in colui che lo fortificava. Paolo era quindi contento di aver ricevuto aiuto da parte dei Filippesi ma la sua vera gioia non dipendeva da ciò che aveva ricevuto, bensì dal Signore che lo fortificava in ogni situazione.
Anche un non cristiano sa rallegrarsi quando tutto va bene ma solo colui che ha un rapporto con Dio e ha riposto la sua fiducia in Lui, è in grado di gioire nel Signore in ogni circostanza.  Se il Signore è Colui che si occupa di noi ogni giorno e nel quale confidiamo in ogni circostanza, anche noi come l'apostolo Paolo possiamo dire: "Io posso ogni cosa in Lui. Posso ogni cosa perché il Signore mi dona la forza per affrontare ogni cosa". Che Dio ci dia di realizzare questo nella nostra vita, qualunque cosa accada, in modo da poter godere dei momenti belli che Lui ci dona ma anche  di poter resistere nei momenti più difficili della vita.
Dall’ansia alla pace
Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi.
(Filippesi 4:6-9 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



In alcuni momenti della vita, i tuoi pensieri possono davvero diventare i tuoi peggiori nemici.
A volte sembra proprio che tu non abbia alcun potere su di loro. Cerchi di governarli ma essi continuano a condurti dove non vorresti.
Per tutto il giorno cerchi di dedicarti al tuo lavoro, alla tua famiglia, alla preghiera, al tuo servizio per il Signore, ma non riesci a concentrarti perché, quando meno te l’aspetti, te li ritrovi tra i piedi a reclamare la tua attenzione e a renderti infelice e insoddisfatto.
Viene sera, cerchi di prendere sonno ma essi non hanno alcuna intenzione di lasciarti riposare: si prendono gioco di te, ti raggiungono nel letto e ti costringono a restare sveglio e a girarti per ore.
Lotti, cerchi di dominarli, ma sono come cani sciolti che non hanno padrone; quando pensi di aver messo loro un guinzaglio, te li ritrovi a correre liberi per la mente.
Sei stanco. Non ce la fai più. Le tempie pulsano. E domani ti aspetta un’altra giornata di lavoro…
Come la lingua batte dove il dente duole, pare che i tuoi pensieri sappiano esattamente dove andare a colpire per farti stare più male.
Quando sei preoccupato, tutto diventa pesante e difficile. È come se tu cercassi di alzarti da una sedia alla quale sei legato da fili invisibili.
I versi che abbiamo letto forniscono un antidoto efficace alle preoccupazioni.
L'apostolo Paolo era in carcere quando scrisse queste parole ai Filippesi, eppure in questa lettera manifesta una grande gioia. Come poteva gioire con tutti i problemi che aveva? Qual'era il suo segreto? È un segreto molto semplice: affidarsi a Dio e lasciare che sia Lui ad occuparsene. Questo è l'antidoto contro le preoccupazioni.
Forse fino ad oggi hai pensato all'ansia come qualcosa di inevitabile alla quale non puoi sottrarti. Ma se così fosse, il Signore non ti chiederebbe di non angustiarti di nulla. Devi imparare ad affidare a lui la nave della tua vita; mandagli un “SOS Ansia” e ringrazialo con fiducia per ciò che farà, lasciando che sia Lui a toglierti quell'affanno che ti accompagna giorno dopo giorno.
Come è possibile ringraziare per qualcosa che non si è ancora realizzato? Non è un paradosso, è fede. Non sai ancora cosa farà Dio per i problemi che ti assillano ma per fede sai che Dio ti vuole bene e vuole il meglio per te. È la fede che ti permette di unire la supplica al ringraziamento senza aspettare l’esito delle tue richieste.
E dopo? Goditi la sua pace. Hai rivolto a Lui la tua istanza, sai che la pratica si trova sulla "sua scrivania" e che sta facendo il suo corso. Non hai più bisogno di preoccuparti per cercare delle soluzioni. Non devi più fare nulla se non aspettare di scoprire ciò che il Signore ha preparato per te. I pensieri che prima ti tormentavano ora sono custoditi dalla pace di Dio.
Forse i problemi sono ancora lì, ma il tuo cuore è calmo, sicuro dell’amore di un Padre che si prende cura di te. È una pace che il mondo non può capire e, soprattutto, non può donare, una pace che supera ogni intelligenza.
Forse non sei un credente e ti sarai chiesto come mai, a volte, i credenti riescano ad affrontare con serenità anche situazioni che porterebbero normalmente alla disperazione. Ecco il motivo: essi godono della pace speciale che solo Dio può donare loro in quei momenti.
Facciamo la pace?
Esorto Evodia ed esorto Sintìche a essere concordi nel Signore. Sì, prego pure te, mio fedele collaboratore, vieni in aiuto a queste donne, che hanno lottato per il vangelo insieme a me, a Clemente e agli altri miei collaboratori i cui nomi sono nel libro della vita. Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino.
(Filippesi 4:2-5 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



A chi non è mai capitato di litigare con persone alle quali teniamo molto, persone con le quali condividiamo molte cose importanti della nostra vita?
Questo può succedere anche tra fratelli in Cristo. I pochi versetti appena letti sono molto significativi proprio perché non nascondono le difficoltà che possono avere  anche  persone che condividono la fede in Dio. Difatti i personaggi descritti nella bibbia non sono superuomini o superdonne ma sono esseri umani come noi con i loro aspetti positivi e negativi.
Evodia e Sintiche erano senz'altro donne credenti e fedeli al Signore. Di loro non ci viene detto che erano pettegole e oziose, bensì che avevano svolto un servizio prezioso lottando per il vangelo insieme a Paolo, a Clemente e ad altri collaboratori di Paolo. I loro nomi erano scritti nel libro della vita, quindi erano destinate alla vita eterna. 
Tuttavia, in questi versetti, Paolo chiedeva a queste due donne, che evidentemente si trovavano nella comunità di Filippi, di essere concordi nel Signore. Cosa era successo tra di loro? Non lo sappiamo, ma trovo molto toccante il fatto che Paolo si preoccupi per loro. Infatti egli sapeva bene che sarebbe stato molto più faticoso lavorare insieme se non fossero state concordi fra loro.  
Quante volte ci troviamo a collaborare con persone con le quali non riusciamo ad essere in sintonia ma, pur di perseguire lo scopo comune, andiamo avanti accompagnando i nostri sforzi con un sorriso di circostanza…
Ma è giusto comportarsi così? Dobbiamo rassegnarci a questo?
No. Quella che Paolo rivolge ad Evodia e Sintiche è un'esortazione che in qualche modo è rivolta a ciascuno di noi.  Anche se siamo credenti possiamo avere lati del carattere con i quali è difficile per gli altri convivere, così come talvolta è difficile per noi sopportare il carattere altrui.
Nel sopportarci a vicenda non dobbiamo avere paura di parlarci in maniera franca, di cercare di chiarire il più presto possibile ogni incomprensione, perché altrimenti, nel tempo i problemi diventerebbero sempre più grandi e a quel punto noi non riusciremmo più a mostrare pazienza, perdendo anche il controllo di noi stessi. 
Non so a che punto fossero Evodia e Sintiche nel loro rapporto, ma Paolo aveva percepito che, per entrambe, era giunto il momento di impegnarsi al fine di poter essere maggiormente concordi e aveva altresì compreso l'opportunità di un aiuto in loco, da parte di un suo collaboratore, per risolvere la questione. 
Come cristiani dovremmo sempre rallegrarci nel Signore e gioire nel nostro servizio, ma è evidente che le difficoltà relazionali con altri fratelli o sorelle possono rallentare il nostro cammino e generare tristezza.
Se osservassimo dei bambini mentre litigano, noteremmo come, dopo essersene dette di tutti i colori e senza aver stabilito chi ha torto o ragione, il più delle volte, con molta naturalezza, i due litiganti si riavvicinano l'uno all'altro pronunciando la famosa frase: “Facciamo la pace?”
Sì, abbiamo proprio bisogno di ritrovare la semplicità dei bambini nelle nostre relazioni. Purtroppo il nostro orgoglio di adulti ci porta invece a pretendere di avere ragione e ad aspettare che sia sempre l'altro a fare il primo passo verso di noi e a riconoscere i propri torti. Per questo motivo è difficile essere concordi e riappacificarci se qualcosa va storto.
Malgrado queste difficoltà, nelle nostre relazioni, dobbiamo impegnarci a imitare  il nostro Signore Gesù. Egli affrontò il disprezzo e l'odio con umiltà e ma...
Corro verso la mèta
Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù.  Sia questo dunque il sentimento di quanti siamo maturi; se in qualche cosa voi pensate altrimenti, Dio vi rivelerà anche quella. Soltanto, dal punto a cui siamo arrivati, continuiamo a camminare per la stessa via. Siate miei imitatori, fratelli, e guardate quelli che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano da nemici della croce di Cristo (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), la fine dei quali è la perdizione; il loro dio è il ventre e la loro gloria è in ciò che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore, che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa. Perciò, fratelli miei cari e desideratissimi, allegrezza e corona mia, state in questa maniera saldi nel Signore, o diletti!
(Filippesi 3:12- 4:1 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



Nessun cristiano dovrebbe mai sentirsi "arrivato" perché, per quanto possa essere maturo, ha sempre da imparare durante il suo cammino con il Signore.
Nei versetti precedenti, l'apostolo Paolo aveva appena espresso la propria determinazione nel rinunciare a sé stesso e nell'identificarsi con Cristo guardando al suo ritorno con gioia. Ma non voleva che i Filippesi pensassero che egli si sentisse già arrivato; infatti egli non pensava di aver già ottenuto la perfezione ma si rendeva conto di essere in cammino verso il premio che Dio aveva preparato per lui.
Egli sapeva che Gesù, con la sua opera perfetta sulla croce, aveva già fatto tutto per "afferrarlo", per dargli la dignità di figlio di Dio e per garantirgli la vita eterna. Ma allo stesso tempo egli doveva "afferrare" ciò che era stato preparato per lui, proseguendo il suo cammino con determinazione e con timore di Dio cercando di servire il Signore con gioia in vista della mèta finale. 
Il cristiano non opera per guadagnarsi la salvezza ma opera in risposta all'amore di Dio. Ama Dio perché Dio lo ha amato e mostra il suo amore verso il Signore cercando di essergli gradito.
Paolo desiderava che anche i suoi interlocutori prendessero esempio da lui, camminando come lui e non lasciandosi influenzare negativamente da coloro che non condividevano la loro fede, che camminavano verso la perdizione come nemici della croce di Cristo, che si preoccupavano solo del proprio ventre, ovvero della propria soddisfazione personale.  
Paolo voleva ricordare loro che il cristiano non può vivere nello stesso modo in cui vivono coloro che non temono Dio perché egli ha una cittadinanza celeste.
Nell'utilizzare la metafora della "cittadinanza celeste" Paolo utilizzò dei termini che richiamavano il concetto di colonia romana, termini che quindi i Filippesi conoscevano molto bene dal momento che Filippi era una colonia romana.
Gli abitanti di una colonia romana erano infatti cittadini di Roma e godevano di tutti i diritti di ogni cittadino romano. I coloni erano normalmente dei militari che,  dopo aver partecipato ad una campagna non venivano fatti rientrare a Roma ma  venivano stanziati in maniera definitiva in una zona ricevendo dei lotti di terra sui quali costruivano le proprie case e vivevano con le proprie famiglie. Con il passare del tempo e delle generazioni, sorgevano quindi nuove città inserite in un territorio già abitato da popolazioni locali che essi presidiavano e difendevano da minacce che pote...
Un mucchio di spazzatura
Del resto, fratelli miei, rallegratevi nel Signore.Io non mi stanco di scrivervi le stesse cose, e ciò è garanzia di sicurezza per voi.Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare; perché i veri circoncisi siamo noi, che offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio, che ci vantiamo in Cristo Gesù, e non mettiamo la nostra fiducia nella carne; benché io avessi motivo di confidarmi anche nella carne. Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più; io, circonciso l'ottavo giorno, della razza d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'Ebrei; quanto alla legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile.  Ma ciò che per me era un guadagno, l'ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.
(Filippesi 3:1-11- La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi




A volte i cristiani, durante la loro vita, per sentirsi più spirituali o superiori ad altri, rincorrono insegnamenti che sembrano più profondi, ambiscono a esperienze che possono dare un significato nuovo alla loro vita. In realtà tutto diventa insignificante se lo confrontiamo con la gioia della salvezza in Cristo. Se abbiamo Cristo nella nostra vita, abbiamo già tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Infatti, se siamo cristiani, qual'è la fonte della nostra gioia, se non il Signore Gesù e la sua opera per noi? Ecco perché Paolo invitò i Filippesi a rallegrarsi esclusivamente nel Signore! Egli non si stancava di riportare continuamente l'attenzione dei suoi interlocutori su Gesù, l'unica realtà che contava davvero. I Filippesi non avevano bisogno di novità per rassicurare la propria anima, ma avevano bisogno di crescere sempre di più nel loro rapporto con Gesù.
Leggendo anche altre lettere di Paolo, ad esempio quella scritta ai Galati, apprendiamo che inizialmente all'interno della comunità cristiana, gravavano sugli stranieri delle pressioni da parte della componente ebraica della comunità per imporre la circoncisione come segno di appartenenza al popolo di Dio. L'apostolo Paolo manifestò sempre apertamente il suo dissenso verso questo modo di pensare che, sostanzialmente, obbligava gli stranieri a diventare parte del popolo di Israele, negando quindi che la salvezza era stata già offerta a tutti, ebrei e gentili!
Paolo in questo brano utilizza parole molto dure verso chi portava avanti queste idee. Addirittura egli utilizzò la parola "cani" per indicare coloro che predicavano la circoncisione tra gli stranieri. Si tratta di una chiara provocazione visto che tale parola veniva normalmente utilizzata dagli Ebrei per designare gli stranieri pagani (si veda anche Mt 15:26).  Egli utilizzò anche la parola "mutilare" in modo provocatorio per riferirsi proprio alla circoncisione. L'intento di Paolo non era quello di offenderli usando queste parole ma piuttosto di farli riflettere in maniera profonda sull'insensatezza del proprio operato. Infatti continuare a proporre la circoncisione agli stranieri significava negare la "vera circoncisione", quella che Dio aveva operato nel cuore di tutti coloro che erano nati di nuovo attraverso l'opera dello Spirito Santo in loro, sia ebrei che stranieri, i quali potevano adorare Dio con sincerità vantandosi esclusivamente dell'oper...
Tutti cercano i propri interessi
 Ora spero nel Signore Gesù di mandarvi presto Timoteo per essere io pure incoraggiato nel ricevere vostre notizie. Infatti non ho nessuno di animo pari al suo che abbia sinceramente a cuore quel che vi concerne. Poiché tutti cercano i loro propri interessi, e non quelli di Cristo Gesù. Voi sapete che egli ha dato buona prova di sé, perché ha servito con me la causa del vangelo, come un figlio con il proprio padre. Spero dunque di mandarvelo appena avrò visto come andrà a finire la mia situazione; ma ho fiducia nel Signore di poter venire presto anch'io. Però ho ritenuto necessario mandarvi Epafròdito, mio fratello, mio compagno di lavoro e di lotta, inviatomi da voi per provvedere alle mie necessità; egli aveva un gran desiderio di vedervi tutti ed era preoccupato perché avevate saputo della sua malattia. È stato ammalato, infatti, e ben vicino alla morte; ma Dio ha avuto pietà di lui; e non soltanto di lui, ma anche di me, perché io non avessi dolore su dolore. Perciò ve l'ho mandato con gran premura, affinché vedendolo di nuovo vi rallegriate, e anch'io sia meno afflitto. Accoglietelo dunque nel Signore con ogni gioia e abbiate stima di uomini simili; perché è per l'opera di Cristo che egli è stato molto vicino alla morte, avendo rischiato la propria vita per supplire ai servizi che non potevate rendermi voi stessi.
(Filippesi 2:19-30 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



Diverse volte ho incontrato persone che mi dicono: "Sono deluso. Non voglio più fare parte di una comunità cristiana, preferisco starmene per conto mio e adorare il Signore per conto mio. Tutti cercano i propri interessi. non c'è amore. Tutti pensano ai fatti loro, non agli interessi di Dio e della comunità!"
Dal brano che abbiamo letto ci rendiamo conto che già ai tempi di Paolo non era facile trovare persone che avevano davvero a cuore l'opera del Signore. Purtroppo già allora gli interessi personali prevalevano sugli interessi dell'opera e questo era causa di problemi all'interno della comunità cristiana. Tuttavia questo brano ci dà una buona notizia perché, anche se pochi, c'erano comunque degli individui che si distinguevano dagli altri, individui da cui anche noi dovremmo prendere esempio! 
Timoteo, ad esempio, aveva mostrato di essere una persona affidabile a cui Paolo poteva affidare degli incarichi sapendo che li avrebbe portati avanti con fedeltà. Egli si stava comportando con Paolo come un figlio con il proprio padre. Timoteo aveva sinceramente a cuore l'opera tra i Filippesi e, non a caso,  stava partecipando alla stesura della lettera insieme a Paolo (Fi 1:1). Così Paolo, in attesa di essere liberato e di poter quindi andare a visitarli presto di persona, era pronto a rimandarlo a Filippi per un certo tempo, forse proprio con questa lettera in mano, in modo che potesse poi portargli notizie incoraggianti inerenti la crescita della comunità. 
Nel frattempo Paolo aveva rimandato ai Filippesi un altro discepolo che si era dimostrato un vero compagno di lavoro e di lotta, un uomo che gli stessi Filippesi gli avevano inviato per provvedere alle sue necessità mentre si trovava in prigione. Anche Epafròdito aveva dato prova di grande valore al punto che Paolo lo indica ai Filippesi come un uomo da imitare, un uomo di cui avere stima. Infatti Epafròdito, proprio mentre si trovava al servizio di Paolo, si era ammalato al punto da essere vicino alla morte. Sì, egli aveva rischiato la vita proprio per servire il suo fratello Paolo per conto dei Filippesi. Come Timoteo, anche Epafròdito non aveva cercato i propri interessi, ma quelli di Gesù Cristo.
In questo brano notiamo quindi che in un mondo in cui la maggioranza non aveva a cuore il servizio per Dio e per il prossimo, c'erano comunque alcuni che eccellevano nell'amore. Pensiamo davvero che questo non sia possibile anche oggi? 
Nelle parole di Paolo notiamo l'affetto profondo che lo legava a Timoteo, a  Epafròdito,
Testimoni efficaci
Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quand'ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; infatti è Dio che produce in voi il volere e l'agire, secondo il suo disegno benevolo. Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute, perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita, in modo che nel giorno di Cristo io possa vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato. Ma se anche vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede, ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi; e nello stesso modo gioitene anche voi e rallegratevene con me.
(Filippesi 2:12-18 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



Normalmente non ci  preoccupiamo di pesare le nostre azioni alla luce dell'eternità ma siamo molto più preoccupati dei vantaggi immediati che possiamo trarre dalle nostre azioni.
L'apostolo Paolo in questo brano dimostra invece che la sua preoccupazione come cristiano era quella di correre e faticare come inviato di Dio in modo efficace, guardando sempre al giorno di Cristo, ovvero al giorno in cui Dio ristabilirà la giustizia attraverso il ritorno e il regno visibile di Gesù il Messia. 
Paolo aveva quindi trasmesso ai Filippesi degli insegnamenti che non erano fini a sè stessi ma dovevano portare quei credenti a vivere  preoccupandosi di essere delle lampade che facevano luce in questo mondo. Essi avevano il compito di mostrare agli altri cosa significava vivere come Figli di Dio, rispettando Colui che ci ha creati come si rispetta un padre. Il loro modo di vivere doveva portare gli altri a immaginare la bellezza di un mondo futuro in cui Dio avrebbe ristabilito la giustizia. Come potevano stimolare gli altri a desiderare di conoscere Dio se la loro vita non metteva in evidenza nulla di speciale che si potesse desiderare?
Ci rendiamo quindi conto che questo brano è un forte richiamo al senso di responsabilità che i cristiani hanno in questo mondo. Essi non possono permettersi di praticare l'ingiustizia, non possono permettersi di vivere come gli altri facendo del male al prossimo, comportandosi con infedeltà nei confronti del proprio coniuge, vivendo con disonestà, parlando male gli uni degli altri ed essendo litigiosi gli uni con gli altri.   I cristiani sono invece chiamati a  vivere secondo i principi della parola di Dio, tenendo alta la parola di vita, essendo punti di riferimento per gli altri nel loro modo di vivere la famiglia, gli affari, la società. I cristiani sono quindi come cartelli indicatori che indicano agli altri la direzione da percorrere; ma se i figli di Dio non si distinguono in questo mondo e si comportano come tutti gli altri, come possono essere efficaci nella loro testimonianza? 
Notiamo bene che il cristiano non guadagna la salvezza sforzandosi di vivere come luce del mondo.  Paolo non sta infatti dicendo ai Filippesi che possono fare qualcosa per guadagnarsi la salvezza.  È infatti Dio stesso che agisce nella vita del cristiano  con il suo Spirito Santo mettendolo in grado di vivere una vita che lo onori; ciò che egli deve fare è "adoperarsi al compimento della propria salvezza con timore e tremore", ovvero avere il giusto atteggiamento reverenziale nei confronti di Dio e affidarsi completamente a Lui, confidando nel fatto che Egli porterà avanti il lavoro che ha già cominciato. Infatti Paolo aveva già affermato in precedenza:  "ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù" (Filippesi 1:6). Il Signore ha un disegno preciso con il quale vuole salvare l'umanità e questo progetto divino prevede anche questa trasformazione interiore. 
Paolo non sta dicendo che il cristiano perderà la sua salvezza se non lascia che Dio operi in tutt...
Il sentimento di Gesù
Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
(Filippesi 2:3-11 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi




Ognuno pensa ai fatti propri. Questo, purtroppo, è quello che possiamo normalmente constatare intorno a noi.  È raro trovare qualcuno che provi vera empatia, che si interessi davvero di noi, che prenda a cuore le nostre esigenze.
D'altra parte dobbiamo ammettere che anche noi il più delle volte siamo così concentrati sui nostri problemi da non avere tempo e risorse da dedicare agli altri. Il più delle volte i nostri problemi sembrano i più grandi, le cose che ci stanno a cuore sembrano le più importanti, le nostre idee sembrano le migliori ai nostri occhi.
Tuttavia Paolo in questo brano ci ricorda che come cristiani abbiamo davanti il meraviglioso esempio di Gesù Cristo da imitare. 
Nell'incoraggiare i Filippesi a non agire per spirito di parte, cercando gli interessi comuni piuttosto che perseguire i propri interessi personali, stimando il bene comune come superiore al proprio, Paolo non poteva fare altro che porli davanti al supremo esempio di Gesù.
Avete mai guardato in questo modo a ciò che Cristo ha fatto? Gesù non ha agito per vanagloria, cercando il proprio compiacimento; Egli ha messo da parte i propri interessi e i propri diritti ed ha affrontato la morte sulla croce per fare i nostri interessi! Ecco quale fu il sentimento che ha animato il Signore Gesù!
Normalmente ai tempi di Paolo (ma anche ai nostri giorni), gli eroi erano conquistatori che sottomettevano gli altri, spesso con la violenza. Inoltre la storia è piena di esseri umani che si sono orgogliosamente autoproclamati dèi senza averne alcun diritto! Questo testo dice che Gesù ha invece fatto esattamente il contrario! Infatti Egli aveva tutto il diritto di reclamare la propria divinità perché la sua natura e la sua apparenza era divina ("pur essendo in forma di Dio"), eppure Egli vi rinunciò con umiltà per amore nostro. Non si aggrappò ai propri diritti, non cercò di trarre vantaggio dalla sua posizione, ma vi rinunciò, mettendo da parte le sue prerogative divine e umiliandosi al punto da manifestarsi in forma umana, assumendo addirittura la posizione di servo tra gli uomini! Egli era senza peccato e non c'era alcun motivo per cui dovesse essere ucciso, eppure accettò con ubbidienza la morte sulla croce per riscattarci dai nostri peccati.
L'apostolo Paolo evidenzia però che l'abbassamento di Gesù non è stato un punto di arrivo. Infatti Dio lo ha sovranamente innalzato riportandolo al posto che gli spettava, ponendo la sua persona al di sopra di chiunque altro, affinché ogni creatura nell'universo si pieghi dinanzi a Lui e lo riconosca come il Signore! Sì, il Re si è fatto servo ma poi è stato innalzato di nuovo al posto che gli spettava!
Quanto abbiamo da imparare dal nostro Signore Gesù noi che spesso ci innalziamo per dominare gli uni sugli altri. Per servire il nostro fratello, la nostra sorella, dobbiamo invece  abbassarci con umiltà  avendo lo stesso sentimento di Gesù! 
Se abbiamo davvero fiducia nel Signore, dovremmo renderci conto che non abbiamo bisogno di sgomitare per affermare i nostri diritti perché sarà Lui stesso ad occuparsene a tempo debit...
La gioia dell’unità
Soltanto, comportatevi in modo degno del vangelo di Cristo, affinché, sia che io venga a vedervi sia che io resti lontano, senta dire di voi che state fermi in uno stesso spirito, combattendo insieme con un medesimo animo per la fede del vangelo, per nulla spaventati dagli avversari. Questo per loro è una prova evidente di perdizione; ma per voi di salvezza; e ciò da parte di Dio. Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, sostenendo voi pure la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e nella quale ora sentite dire che io mi trovo. Se dunque v'è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d'amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento.
(Filippesi 1:27-2:2 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



"L'unione fa la forza".  L'apostolo Paolo in questo brano ci dona una versione cristiana di questo famoso detto popolare, una versione che potremmo riassumere così: "Essere uniti in Cristo è la nostra forza".
Mentre Paolo si trovava in carcere egli pregava per i suoi fratelli e pensava a loro continuamente. Egli non sapeva se li avrebbe rivisti presto o se addirittura non li avrebbe rivisti mai più. Comunque fosse andata, il suo più grande desiderio era che essi rimanessero uniti. Paolo desiderava che i Filippesi provassero la gioia dell'unità cristiana in modo che lui stesso potesse gioire di tale unità. Egli scrive infatti: "Rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento." 
Fin dal principio i cristiani trovarono opposizione, prima internamente all'ebraismo e in seguito ad opera dei Romani. D'altra parte Gesù stesso aveva avvertito i suoi discepoli: "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi..." (Giovanni 15:20).
L'apostolo Paolo stava vivendo sulla sua pelle questa realtà e sapeva che anche i suoi fratelli, fuori dalla prigione, stavano sostenendo la stessa lotta.  Infatti i cristiani annunciavano che c'era un altro Re, Gesù il Messia, di fronte al quale tutti si sarebbero dovuti piegare prima o poi. Non era certamente un messaggio che poteva passare inosservato in un mondo in cui Cesare dominava incontrastato (vedi At 17:7).
L'apostolo Paolo sapeva bene che non era facile affrontare gli avversari rimanendo fermi nella fede; per riuscirci era dunque necessario restare uniti. 
La persecuzione fa sicuramente paura. Nessuna persona normale accetterebbe di essere maltrattata o addirittura uccisa per la propria fede se ciò dovesse dipendere esclusivamente dalle proprie forze. Se oltretutto i cristiani fossero divisi tra di loro e non trovassero incoraggiamento l'uno nell'altro, la cosa diventerebbe ancora più ardua.
Ma Paolo sapeva che lui e i suoi fratelli erano uniti in Cristo ed era certo che Gesù Cristo li avrebbe incoraggiati, li avrebbe confortati con il suo amore attraverso lo Spirito che aveva donato a tutti loro. Il senso di appartenenza alla medesima famiglia, la famiglia dei figli di Dio, con l'affetto naturale e l'empatia reciproca che da ciò derivava, avrebbe contribuito a renderli forti e determinati anche nella persecuzione.
In sostanza, invece di concentrarsi sulle differenze tra di loro, essi dovevano rimanere uniti concentrandosi su ciò che avevano in comune. Gesù doveva costituire il pensiero comune, colui che li univa in un medesimo animo e in unico sentimento! Era quello il segreto per resistere di fronte agli avversari.
Solo restando insieme essi avrebbero potuto incoraggiarsi a vicenda, solo sapendo che altri pregavano per loro essi avrebbero potuto affrontare anche le prove più difficili. Lo stesso Paolo trovava incoraggiamento mentre si trovava in prigione proprio perché sapeva che c'era una squadra d...
Per me il vivere è Cristo
 so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l'assistenza dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno. Ma se il vivere nella carne porta frutto all'opera mia, non saprei che cosa preferire. Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio; ma, dall'altra, il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi. Ho questa ferma fiducia: che rimarrò e starò con tutti voi per il vostro progresso e per la vostra gioia nella fede, affinché, a motivo del mio ritorno in mezzo a voi, abbondi il vostro vanto in Cristo Gesù.
(Filippesi 1:19-26 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



Se la nostra vita finisse oggi, saremmo soddisfatti del modo in cui abbiamo servito il Signore come cristiani? 
Certamente nessuno di noi è perfetto, ed è normale che ci siano alcuni casi in cui avremmo potuto fare meglio, ma come cristiani dovremmo cercare di essere integri e pronti ad incontrare il Signore in qualunque momento. D'altra parte chi di noi può essere sicuro che domani avrà un'altra possibilità? 
Leggendo questo brano ci rendiamo conto che l'apostolo Paolo aveva le idee ben chiare sulla propria missione e aveva la coscienza pulita quando pensava al modo in cui l'aveva portata avanti.
Ciò che colpisce nelle parole di Paolo è la sua determinazione nell'onorare Gesù Cristo in ogni circostanza, comunque fosse andata a finire la sua situazione!
Si percepisce un combattimento dentro Paolo.  Infatti da una parte egli confidava nel fatto che la situazione difficile in cui si trovava potesse mutare velocemente per poter presto uscire di prigione se il Signore lo avesse voluto. Quindi Paolo confidava nelle preghiere che i Filippesi avrebbero continuato a fare per lui, ma soprattutto nella guida dello Spirito del Signore che aveva ogni cosa sotto il suo controllo. Se fosse stato liberato, avrebbe potuto ancora rallegrare i Filippesi mettendo a disposizione i propri talenti in mezzo a loro.
Dall'altra parte egli sapeva che in un certo senso la morte sarebbe stata una liberazione migliore da tutte le sofferenze che stava passando per il vangelo. Infatti egli sarebbe finalmente giunto alla sua destinazione al cospetto del suo salvatore Gesù e avrebbe riposato in attesa della risurrezione dei morti (vedi Fi 3:11).
Paolo sarebbe stato contento di poter ancora essere utile ai Filippesi, sarebbe stato felice di poter ancora predicare il vangelo. Sapeva di poter dare ancora qualcosa per il progresso nella fede di coloro a cui aveva annunciato Cristo e sapeva che un eventuale ritorno in mezzo a loro, in risposta alle loro preghiere, sarebbe stato di grande incoraggiamento per loro perché li avrebbe confermati ancora di più nella loro fede in Gesù Cristo.
Ma se il Signore avesse guidato le cose in modo diverso, egli si sentiva tranquillo pensando anche ad una sua eventuale dipartita perché sapeva di non aver nulla di cui vergognarsi. Sapeva di aver servito il Signore con gioia e sapeva che sarebbe stato salvo e al sicuro in attesa della risurrezione.
Così Paolo sintetizza il suo pensiero nella famosa frase: "per me il vivere è Cristo e il morire guadagno". Ovvero, "se continuo a vivere, vivrò per il mio salvatore e se morirò comunque andrò ad incontrarlo e sarà anche meglio". In un caso o nell'altro, Paolo aveva quindi motivo di gioire.
Tornando alla nostra domanda iniziale, dovremmo chiederci se in questo momento possiamo fare lo stesso ragionamento di Paolo.
Tutti noi sappiamo che non possiamo gestire la nostra esistenza come vogliamo e non sappiamo quando il Signore ci chiamerà a lasciare questo mondo. È un dato di fatto a cui tutti siamo sottoposti, credenti o non credenti.
Gioia nell’annuncio del vangelo
 Desidero che voi sappiate, fratelli, che quanto mi è accaduto ha piuttosto contribuito al progresso del vangelo; al punto che a tutti quelli del pretorio e a tutti gli altri è divenuto noto che sono in catene per Cristo; e la maggioranza dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, hanno avuto più ardire nell'annunciare senza paura la parola di Dio.Vero è che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo; ma quelli annunciano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene. Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora;
(Filippesi 1:12-18 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



In alcune situazioni della vita è quasi impossibile riuscire a trovare un aspetto positivo. Eppure Paolo trovò dei motivi di gioia anche mentre si trovava in carcere. Vediamo come ci riuscì.
Ciò che era accaduto a Paolo avrebbe scoraggiato chiunque. Infatti Paolo era un apostolo, ovvero un inviato di Dio incaricato di predicare il vangelo e la prigionia era un forte impedimento per portare avanti la sua missione. Inoltre teniamo presente che a quei tempi le prigioni erano davvero inospitali. Basti pensare che al carcerato non veniva neanche provveduto il cibo ed era quindi essenziale che ci fossero degli amici a provvedere cibo, vestiti e quant'altro fosse necessario.
Ma Paolo vide il bicchiere mezzo pieno. Nonostante le circostanze, la sua missione proseguiva con successo. Infatti la sua prigionia stava contribuendo al progresso del vangelo. Le voci correvano e tutti avevano sentito che egli era in catene per aver predicato Cristo, per aver proclamato che c'era un Re superiore a Cesare, a cui tutti si sarebbero dovuti sottomettere! Per i pretoriani ma anche per gli altri prigionieri pagani queste voci dovevano davvero sembrare stravaganti e alimentavano la loro curiosità. 
Inoltre buone notizie erano arrivate a Paolo dall'esterno della prigione, dai suoi fratelli, infatti molti stavano annunciando Gesù Cristo senza paura, incoraggiati dall'esempio di Paolo. Essi predicavano il nome di Cristo di buon animo, per amore del Signore e anche per amore di Paolo, affinché non si abbattesse ma fosse incoraggiato dal fatto che la battaglia spirituale procedeva vittoriosa nonostante la sua momentanea assenza dalla prima linea.
Ma non c'erano solo buone notizie. C'erano anche persone che parlavano di Cristo solo per invidia e rivalità nei confronti di Paolo. Ci sono ipotesi discordanti sull'identità di costoro: alcuni pensano che si trattasse di credenti che non erano d'accordo al cento per cento con la predicazione di Paolo e quindi volevano approfittare della prigionia di Paolo per attirare verso di loro alcuni discepoli, altri credono che possa trattarsi di pagani che parlavano del vangelo per discreditarlo.
Personalmente la reazione di Paolo mi fa propendere più per la prima ipotesi. Se si trattasse di persone che parlavano male di Cristo, Paolo non avrebbe potuto gioire perché quello predicato non sarebbe stato il vero vangelo, ovvero la buona notizia di Cristo. Paolo  invece si rallegrava perché in un modo o nell'altro il Signore Gesù era annunciato, il Re dei Re era proclamato. Per quanto possa sembrare strano, c'erano persone che proclamavano il vangelo di Cristo come Paolo lo aveva annunciato, ma lo facevano mossi da motivi sbagliati.
La reazione di Paolo è sorprendente. Altri al suo posto si sarebbero lamentati e avrebbero maledetto quei cattivi operai che non erano mossi da amore genuino ma dal desiderio di ferire Paolo mentre egli si trovava in carcere. Ma Paolo considera tutto ciò di poco conto se paragonato al fatto che il vangelo stava raggiungendo un numero sempre maggiore di persone.
"Che importa?",
Partecipi della grazia
Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono in Filippi, con i vescovi e con i diaconi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo. Io ringrazio il mio Dio di tutto il ricordo che ho di voi; e sempre, in ogni mia preghiera per tutti voi, prego con gioia a motivo della vostra partecipazione al vangelo, dal primo giorno fino a ora. E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. Ed è giusto che io senta così di tutti voi, perché io vi ho nel cuore, voi tutti che, tanto nelle mie catene quanto nella difesa e nella conferma del vangelo, siete partecipi con me della grazia. Infatti Dio mi è testimone come io vi ami tutti con affetto profondo in Cristo Gesù. E prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e in ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori, affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
(Filippesi 1:1-11 - La Bibbia)




Indice della serie sulla Lettera ai Filippesi



La lettera di Paolo ai Filippesi è sicuramente una di quelle in cui l'apostolo esprime più gioia e affetto nei confronti dei destinatari. Non a caso, molti si riferiscono ad essa chiamandola "l'epistola della gioia".
D'altra parte Filippi era stato uno dei primi luoghi in Europa in cui Paolo aveva predicato la buona notizia inerente Gesù il Re dei Re (Vedi Atti 16) e con i Filippesi si era creato un legame forte che aveva accompagnato Paolo negli anni successivi. L'apostolo si trovava in prigione quando scrisse la lettera e, dai contenuti della lettera, si presume che essa sia stata scritta proprio per ringraziare i Filippesi del loro supporto spirituale e materiale in quella situazione difficile.
Paolo scrisse questa lettera affiancato da Timoteo, d'altra parte Filippi fu uno dei primi luoghi in cui Timoteo aveva accompagnato Paolo dopo essersi unito a lui (Atti 16:1-13).
La lettera è indirizzata a tutti i credenti di Filippi a cui Paolo si riferisce chiamandoli "santi in Cristo Gesù". A questo proposito si consideri che "santi" è un termine che significava "separati, dedicati", quindi indicava semplicemente tutti coloro che avevano creduto in Gesù e per questo motivo appartenevano al Signore, ovvero erano stati messi da parte (separati) per il Signore. In particolare, tra di essi Paolo cita coloro che svolgevano un compito di responsabilità e servizio, qui indicati con i termini "vescovi" e "diaconi". 
Teniamo presente che le parole "vescovo" e "diacono"  non sono da considerarsi dei titoli particolari ma esprimevano semplicemente una funzione. In particolare la parola "vescovo" potrebbe essere tradotta "sorvegliante" ed indicava quindi dei credenti che, possedendo l'esperienza e i doni necessari, svolgevano un compito di sovrintendenti nella comunità, aiutando gli altri nella crescita (in altri brani del nuovo testamento vengono chiamati "anziani").  La parola "diacono" invece significa "servitore" ed indica quindi tutti coloro che svolgevano servizi di vario tipo all'interno della comunità (nel nuovo testamento questa parola è utilizzata in modo  vario).
Come dicevamo, la gioia permea tutta la lettera. Fin dalle prime battute Paolo esprime tutta la sua gioia per la partecipazione al vangelo da parte dei credenti di Filippi. Egli ringraziava Dio e gioiva per loro perché si erano rivelati dei partner affidabili fin dal giorno della loro conversione. D'altra parte, Paolo aveva speso la propria vita per predicare il vangelo ed era logico che la sua gioia più grande fosse quella di vedere dei frutti tangibili nella vita di coloro che si erano convertiti.
I frutti che Paolo vedeva in loro erano la dimostrazione che essi erano partecipi della medesima grazia che Paolo aveva conosciuto. Paolo sapeva che Dio aveva operato nella loro vita e quindi era certo che Dio...
Nuove creature
Guardate con che grossi caratteri vi ho scritto di mia propria mano!Tutti coloro che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere e ciò al solo fine di non essere perseguitati a causa della croce di Cristo. Poiché neppure loro, che sono circoncisi, osservano la legge; ma vogliono che siate circoncisi per potersi vantare della vostra carne. Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo.  Infatti, tanto la circoncisione che l'incirconcisione non sono nulla; quello che importa è l'essere una nuova creatura. Su quanti cammineranno secondo questa regola siano pace e misericordia, e così siano sull'Israele di Dio.Da ora in poi nessuno mi dia molestia, perché io porto nel mio corpo il marchio di Gesù.La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.
(Galati 6:11-18 - La Bibbia)






Quando un amico ci scrive ci aspettiamo che usi un tono informale. Resteremmo stupiti se egli ci scrivesse in modo distaccato come se scrivesse a degli estranei. 
Qui accade più o meno lo stesso. Paolo normalmente dettava le sue lettere attraverso dei collaboratori e lo fece anche in questo caso, ma in chiusura diede un tocco personale scrivendo alcune frasi di suo pugno proprio per far sentire la sua vicinanza ai credenti della Galazia  nonostante tutti i problemi affrontati nella lettera. Sì, egli aveva usato parole piuttosto dure nei loro confronti ma lo aveva fatto sempre pensando a loro come a  suoi fratelli e sorelle in fede a cui voleva davvero bene.
In queste frasi scritte di suo pungo egli sottolinea la cosa più importante, il cuore del discorso, ciò che sarebbe dovuto rimanere impresso nella mente dei suoi lettori.
Alla fine, tutto si riassumeva in un concetto molto semplice: la croce di Cristo.
Attenzione, lungi da noi il pensare che Paolo si riferisse alla croce come ad un oggetto, magari appeso ad un muro o attaccato ad una collana...  Infatti con l'espressione "la croce di Cristo" Paolo si riferiva all'opera di Gesù sulla croce, alla sua morte per i nostri peccati. Se il Signore Gesù fosse vissuto in un'altra epoca, non sarebbe stato ucciso su una croce ma non sarebbe cambiato nulla! Non è lo strumento utilizzato per uccidere quello sul quale dobbiamo concentrarci, ma su ciò che esso rappresenta.
Così Paolo riassume in poche parole l'effetto che la morte di Gesù sulla croce aveva avuto sulla sua vita. Ponendosi di fronte ad un Dio giusto e santo, Paolo non poteva certamente vantarsi dei suoi meriti, della sua conoscenza, delle sue buone opere. No, non c'era nulla di cui Paolo potesse vantarsi di fronte a Dio se non della croce di Cristo, ovvero di ciò che il Signore Gesù aveva fatto per lui dando la sua vita affinché Paolo potesse avere vita eterna.
Paolo sapeva che credere in Gesù significava identificarsi con Lui e con ciò che lui aveva fatto sulla croce. Paolo sapeva che quando Gesù era morto, lo aveva fatto al suo posto, pagando per il suo peccato. Così la vittoria che Gesù aveva riportato sulla morte attraverso la risurrezione era diventata la vittoria di Paolo. Egli aveva compreso che identificandosi con Gesù poteva vivere una nuova vita guidato dal Signore. Così era come se lui fosse stato crocifisso e fosse quindi morto rispetto al mondo e il mondo fosse morto per lui. Era quindi morto a quel sistema lontano da Dio in cui siamo immersi ogni giorno, ed era risorto per vivere in modo diverso, con una prospettiva nuova, servendo il Signore Gesù e non più la propria natura peccaminosa.
Comprendendo appieno il significato della croce di Cristo, ognuno avrebbe compreso che tanto la circoncisione che l'incirconcisione non contavano nulla. Ciò che contava era l'identificazione piena con Gesù e la nuova vita che lui infondeva in coloro che facevano quell'esperienza. Insomma quello che importava davvero era una s...
Seminare e raccogliere
 Chi viene istruito nella parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi lo istruisce.Non vi ingannate; non ci si può beffare di Dio; perché quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà. Perché chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna. Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo. Così dunque, finché ne abbiamo l'opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede.
(Galati 6:6-10 - La Bibbia)







Quali sono le nostre priorità? Quali sono le cose a cui teniamo di più?
Ognuno di noi può rispondere in modo diverso a queste domande ma la risposta che daremo ci dice molto sul nostro rapporto con Dio e su quanto davvero il Signore sia al primo posto nella nostra vita.
D’altra parte, anche Gesù aveva osservato: “Dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore. “ (Ma 16:21). È infatti normale che i nostri pensieri vadano più facilmente alle cose a cui teniamo di più ed è altrettanto normale che investiamo più tempo, energie e denaro dove pensiamo che ne valga la pena.
In questo brano l’apostolo Paolo esorta proprio i suoi interlocutori a considerare dove stavano investendo di più. Se stavano investendo in cose che davano soddisfazione alla carne, ovvero alla loro natura peccaminosa, da quell’investimento non avrebbero tratto nulla di buono. Infatti l’uomo stesso è soggetto a decadimento, ovvero a corruzione, e tutto ciò che non ha un valore eterno è destinato a finire nella tomba con noi. Per quanto nella vita si possano accumulare ricchezze, un giorno lasceremo tutto.
Invece seminare per lo Spirito, ovvero investire nel regno di Dio facendosi un tesoro eterno costituito dal premio che il Signore darà a coloro che lo hanno servito con fedeltà è un investimento di cui godremo i frutti per l’eternità.
A questo proposito ricordiamoci che noi non ci appropriamo della vita eterna in base alle nostre opere ma in base a ciò che Gesù Cristo ha fatto, dando la sua vita per noi sulla croce. Non dobbiamo quindi pensare che l’apostolo Paolo stia parlando di opere che ci fanno guadagnare la vita eterna. Egli vuole però farci capire che ciò che facciamo non passa inosservato agli occhi di Dio ma riceverà una ricompensa.
A volte potremmo essere stanchi di fare il bene perché abbiamo l’impressione di essere ripagati con il male. Non stanchiamoci, non scoraggiamoci, infatti se facciamo il bene, mieteremo a suo tempo perché Dio è fedele.
È scritto che Dio non si dimenticherà neanche di un singolo bicchiere d’acqua dato ad una persona assetata:

E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio (Ma 10:42)

Non lasciamoci quindi ingannare dalle apparenze perché non ci si può beffare di Dio: quello che l’uomo avrà seminato quello pure mieterà.
Ecco perché l’apostolo Paolo esorta i suoi lettori a prendersi cura di coloro che stavano lavorando per il regno di Dio ed erano particolarmente impegnati nel condividere con loro la parola di Dio. I Galati avevano agito proprio in quel modo con l’apostolo Paolo quando egli era stato in mezzo a loro per predicare il vangelo (Ga 4:13-15). Aiutare in modo pratico chi sta spendendo il proprio tempo per il Signore è un modo per collaborare per il regno di Dio.
A volte diamo per scontato che ci sia qualcuno che ci serva, qualcuno che ci prepari da mangiare, qualcuno che ci predichi la parola. Diamo tutto per scontato e spesso non ringraziamo neanche Dio per i doni che ci fa, per le persone che ci ha messo al fianco, persone che dedicano del tempo e, a volte anche del denaro, per farci del bene e per farci crescere nella nostra conoscenza di Dio.
I credenti sono chiamati a fare del bene a tutti, soprattutto ai fratelli in fede perché questi ultimi condividono la medesima speranza e spesso svolgono un servizio nei nostri confronti.
Giudizio o aiuto?
Non siamo vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri. Fratelli, se uno viene sorpreso in colpa, voi, che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine. Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato. Portate i pesi gli uni degli altri e adempirete così la legge di Cristo. Infatti se uno pensa di essere qualcosa pur non essendo nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece l'opera propria; così avrà modo di vantarsi in rapporto a se stesso e non perché si paragona agli altri. Ciascuno infatti porterà il proprio fardello.
(Galati 5:26-6:5 - La Bibbia)







Se una persona cresce spiritualmente, ovvero fa un passo in avanti nel suo rapporto con Dio, ci si aspetta che questo porti buoni frutti nella sua vita, visibili anche agli altri.  
La crescita non porta ad innalzarsi nei confronti degli altri ma dovrebbe piuttosto portare ad essere di aiuto al prossimo, soprattutto ai fratelli e sorelle in Cristo.
L'amore per il prossimo è il segno principale della vita di Cristo nel cristiano. Il servizio reciproco che i cristiani svolgevano gli uni verso gli altri era la manifestazione evidente di quell'amore. D'altra parte uno degli ultimi insegnamenti che Gesù aveva lasciato ai suoi discepoli nelle ultime ore passate con loro prima della crocifissione fu impartito attraverso una lezione molto pratica: egli lavò i piedi ai discepoli per insegnare loro che ognuno di loro doveva occupare il posto del servo nei confronti degli altri. Se lui che era il maestro aveva fatto questo, a maggior ragione avrebbero dovuto farlo loro (Gv 13:12-17).
La crescita spirituale quindi porta al servizio, non all'innalzamento. Quando questo non accade, non si può parlare di vera crescita spirituale.
Come sappiamo, i Galati erano stati istigati a farsi circoncidere per entrare a pieno titolo nel popolo di Israele. Ma la ricerca della circoncisione portava ad evidenziare ancora di più la distanza dai fratelli che invece rimanevano incirconcisi. Quale bene portava all'interno del popolo di Dio? 
Si capisce quindi perché Paolo, dopo aver esortato i Galati a camminare secondo lo Spirito, li esorta a considerare cosa accade quando i credenti non manifestano il frutto dello Spirito. Evidentemente alcuni segni erano già visibili tra loro: vanagloria, ovvero un orgoglio vuoto e privo di fondamenta, provocazione e invidia reciproca. Insomma, niente di buono.
Invece di sviluppare arroganza nei confronti degli altri, l'amore di Cristo in loro doveva portarli alla mansuetudine e ad avere un atteggiamento comprensivo verso gli altri. Invece di avere il dito puntato verso il prossimo, dovevano essere dei supporti per il fratello che si trovava in difficoltà o aveva commesso un errore.  L'orgoglio porta a calpestare il fratello che è caduto, ma l'amore porta ad allungare la mano per aiutarlo a rialzarsi.
L'orgoglio ci porta a pensare di essere migliori degli altri  ma l'apostolo Paolo sapeva che lo Spirito Santo porta l'uomo ad essere umile. Se siamo umili, sappiamo che non siamo migliori dell'altro e sappiamo che anche noi potremmo cadere. Se ci sentiamo fragili come il fratello, allora potremo mostrare empatia verso di lui. D'altra parte se ci trovassimo sull'orlo di un precipizio vorremmo che qualcuno ci spingesse o che qualcuno  ci tirasse verso di sè? Solo l'uomo che comprende la sua debolezza è in grado di aiutare davvero il debole perché riesce a mettersi nei suoi panni. 
Essere spirituali non ha nulla a che vedere con il mettersi su un piedistallo con il dito puntato verso gli altri ma significa comprendere sempre meglio quanto siamo deboli e quanto siamo piccoli. Perché ciò possa avvenire dobbiamo cambiare il nostro metro di riferimento. È facile infatti confrontarsi con chi commette peccati che ai nostri occhi sembrano molto più  gravi dei nostri... Per intendersi, non è difficile sentirsi delle brave persone se ci confrontiamo con dei serial killer, vero? Ma cosa accade se il nostro metro di riferimento,
Camminate per lo Spirito
Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste. Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge.Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; contro queste cose non c'è legge. Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito.
(Galati 5:16-25 - La Bibbia)






Visto che non siamo salvati in base alle nostre opere possiamo fare ciò che vogliamo, senza preoccuparci di nulla? 
Questa è normalmente la prima obiezione che si riceve quando si predica la salvezza per grazia mediante la fede. Paolo conosceva bene questo tipo di obiezione e in questa sezione spiega come mai si tratta di un falso problema.
Secondo l'apostolo Paolo, l'uomo senza Dio vive in balìa della sua natura peccaminosa,  non può fare altro che lasciarsi condurre dalla propria carne, ovvero dalla propria natura che lo porta verso il peccato in tutte le sue forme.  Tale natura ha desideri contrari allo Spirito di Dio e non può produrre in alcun modo qualcosa che sia gradito a Dio, neanche volendo. Di conseguenza  egli non ha alcuna eredità nel mondo a venire, non ha alcuna parte nel regno di Dio.
Ma il presupposto di Paolo è che  i cristiani siano stati rigenerati da Dio, ovvero abbiano ricevuto in loro la nuova vita che Dio produce attraverso lo Spirito Santo.  Per usare le parole di Paolo, essi "vivono per lo Spirito", di conseguenza è logico aspettarsi anche che essi  "camminino per lo Spirito", ovvero si comportino conformandosi alla volontà di Dio, attraverso l'opera dello Spirito Santo in loro.
È evidente che l'elenco dei peccati che caratterizzano la natura peccaminosa dell'uomo non è esaustivo ma esemplificativo, infatti non vengono neanche citati, ad esempio,  l'omicidio o il furto...  Lo scopo di Paolo era semplicemente quello di elencare azioni che erano sotto gli occhi di tutti e caratterizzavano l'essere umano lontano da Dio, influenzato da forze spirituali che si oppongono a Dio.
Allo stesso modo nel descrivere il frutto dello Spirito Santo l'apostolo non ha intenzione di fare un elenco esaustivo di ciò che lo Spirito Santo produce nell'uomo, infatti nell'elenco mancano caratteristiche essenziali come la speranza, la pietà o la giustizia, tanto per citare qualche esempio! Nel citare alcune delle caratteristiche che lo Spirito Santo produce nell'uomo, Paolo vuole piuttosto evidenziare che i cristiani, essendo stati resi partecipi della natura divina (2PIetro 1:4), possono agire secondo tale natura. Se essi si lasciano guidare dallo Spirito di Dio, non hanno bisogno di preoccuparsi della legge, d'altra parte se una persona nella sua vita esprime amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine e autocontrollo, quale legge potrebbe condannarlo?
 In sostanza una vita trasformata dallo Spirito Santo esprime una nuova natura che può agire secondo i principi che stanno alla base della legge di Dio, non per obbligo ma in base alla spinta interiore che lo Spirito Santo produce.
Anche anche se il cristiano non è salvato per le sue opere, per Paolo era logico aspettarsi che lo Spirito Santo lo trasformasse e lo portasse ad agire in modo diverso da quanto faceva prima della sua conversione. D'altra parte quando il credente si converte e ripone la sua fede in Gesù Cristo,
Quello che conta
Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che, se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere, è obbligato a osservare tutta la legge. Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. Poiché quanto a noi, è in spirito, per fede, che aspettiamo la speranza della giustizia. Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l'incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell'amore. Voi correvate bene; chi vi ha fermati perché non ubbidiate alla verità? Una tale persuasione non viene da colui che vi chiama. Un po' di lievito fa lievitare tutta la pasta. Riguardo a voi, io ho questa fiducia nel Signore, che non la penserete diversamente; ma colui che vi turba ne subirà la condanna, chiunque egli sia. Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono ancora perseguitato? Lo scandalo della croce sarebbe allora tolto via. Si facciano pure evirare quelli che vi turbano! Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e divorate gli uni gli altri, guardate di non essere consumati gli uni dagli altri.
(Galati 5:2-15 - La Bibbia)






Se una persona vi regalasse un biglietto di ingresso prepagato per assistere ad un evento e, al momento di entrare, voi acquistaste un altro biglietto, quel biglietto prepagato non vi servirebbe a nulla e oltretutto voi avreste disprezzato la persona che ve lo ha regalato.
Senza rendersene conto, i Galati, insistendo per farsi circoncidere e diventare così proseliti Giudei e parte del popolo di Israele, stavano proprio disprezzando ciò che Gesù Cristo aveva già fatto per loro accogliendoli nel popolo di Dio. Provocatoriamente Paolo afferma che, così facendo, rinunciavano di fatto alla grazia di Dio e si separavano da Cristo.
Diventare un proselito Giudeo comportava l'impegno a rispettare tutta la legge di Mosè, quindi se uno straniero si univa al popolo di Israele attraverso la circoncisione dopo aver già ricevuto la grazia di Dio in Gesù, stava affermando implicitamente che la grazia di Dio non era sufficiente ed era necessario sottoporsi alla legge. La legge non veniva quindi utilizzata in modo legittimo come un tutore per condurre a Cristo ma veniva aggiunta a Cristo per ottenere la piena salvezza (si veda le affermazioni di alcuni Giudei in Atti 15:1). Procedere in quel modo non aveva quindi alcun senso.
Per avvalorare le proprie tesi, probabilmente alcuni avevano sparso la voce che anche l'apostolo Paolo comunque predicava la circoncisione tra gli stranieri ma egli respinge con forza queste accuse. D'altra parte se fosse stato così, perché subiva forte opposizione dai Giudei ovunque si recasse? Essi infatti lo perseguitavano perché predicava un Messia che era stato ucciso su una croce, uno scandalo per i Giudei. Ma Paolo predicava la croce proprio come mezzo per includere anche i gentili nel popolo di Dio e quel messaggio era incompatibile con la predicazione della circoncisione degli stranieri per entrare a fare parte del popolo di Israele!
In effetti leggendo il libro degli Atti vediamo che egli aveva fatto circoncidere solo Ebrei. Ad esempio fece circoncidere Timoteo che era ebreo, in quanto figlio di mamma ebrea, ma non ancora circonciso perché il padre greco non lo aveva fatto circoncidere.  Ovviamente per poter testimoniare nelle sinagoghe insieme a Paolo era necessario che fosse accettato pienamente come Ebreo (vedi At 16:1-3).  Ma per quanto riguarda gli stranieri, come ad esempio Tito che era di famiglia greca (Ga 2:3), Paolo non aveva mai richiesto la circoncisione.
L'apostolo Paolo infatti aspettava la "speranza della giustizia" che accomunava tutti i discepoli di Gesù,
Liberi in Cristo
Ditemi, voi che volete essere sotto la legge, non prestate ascolto alla legge? Infatti sta scritto che Abraamo ebbe due figli: uno dalla schiava e uno dalla donna libera; ma quello della schiava nacque secondo la carne, mentre quello della libera nacque in virtù della promessa. Queste cose hanno un senso allegorico; poiché queste donne sono due patti; uno, del monte Sinai, genera per la schiavitù, ed è Agar. Infatti Agar è il monte Sinai in Arabia e corrisponde alla Gerusalemme del tempo presente, che è schiava con i suoi figli. Ma la Gerusalemme di lassù è libera, ed è nostra madre. Infatti sta scritto:«Rallègrati, sterile, che non partorivi!Prorompi in grida, tu che non avevi provato le doglie del parto!Poiché i figli dell'abbandonata saranno più numerosidi quelli di colei che aveva marito».Ora, fratelli, come Isacco, voi siete figli della promessa. E come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello che era nato secondo lo Spirito, così succede anche ora. Ma che dice la Scrittura? «Caccia via la schiava e suo figlio; perché il figlio della schiava non sarà erede con il figlio della donna libera». Perciò, fratelli, noi non siamo figli della schiava, ma della donna libera. Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.
(Galati 4:21-5:1- La Bibbia)







 
Chi mi conosce sa che consiglio sempre di leggere la bibbia libro per libro e non solo qualche versetto preso a caso qua e là. Infatti questo ci aiuta ad avere una comprensione più completa ed evita che l'interpretazione di un singolo versetto magari fuori dal suo contesto ci porti a sviluppare idee sbagliate, spesso in contrapposizione con il resto delle scritture.
Paolo si trovava di fronte a persone la maggior parte delle quali proveniva da religioni che ignoravano il Dio creatore dei cieli e della terra rivelato nelle scritture, persone che non conoscevano nei dettagli le scritture dell'antico testamento. Proprio per questo motivo essi erano facile preda di individui che li stavano influenzando con insegnamenti basati sulla loro interpretazione parziale della legge. Per questo motivo in questo brano Paolo esordisce in maniera provocatoria dicendo "Ditemi, voi che volete essere sotto la legge, non prestate ascolto alla legge?" ovvero, in sostanza, voi che volete fare i maestri, siete sicuri di conoscere bene la materia? Siete sicuri che la legge dica proprio quello che costoro vi stanno insegnando? Ovviamente Paolo non voleva prendersi gioco dei Galati facendo semplice sfoggio della sua conoscenza, ma voleva farli riflettere affinché considerassero il messaggio delle scritture nel suo insieme. Così egli utilizzò il racconto inerente la nascita di Ismaele e di Isacco, che troviamo nella Genesi, come un'illustrazione di ciò che stava accadendo anche nel suo tempo.
Si noti che il "senso allegorico" a cui Paolo si riferisce non è quello dell'allegoria utilizzata nella patristica e in epoca medievale, in cui molto spesso i racconti biblici venivano utilizzati come pretesto per insegnare cose che non avevano nulla a che vedere con il senso originale dei testi utilizzati. Infatti, come dimostreremo, Paolo utilizza la narrativa della Genesi e il testo di Isaia applicandoli alla situazione dei Galati ma rimanendo comunque fedele al significato del testo originale. Si tratta quindi di un'applicazione legittima.
Entrando nei dettagli dell'illustrazione usata da Paolo, quando Abraamo aveva ricevuto la promessa di una discendenza numerosa, lui e sua moglie Sara avevano pensato di poter "aiutare", per così dire, il Signore a mantenere la sua promessa. Siccome sembrava loro impossibile che Sara alla sua età potesse avere dei figli, Abraamo si era preso per moglie anche la serva di Sara, Agar, dalla quale aveva avuto un figlio chiamato Ismaele.
Ma il Signore non aveva gradito quella scelta, non accettò di farsi aiutare da Abraamo, Egli aveva fatto una promessa e l'avrebbe mantenuta.
Rapporti incrinati
Voi non mi faceste torto alcuno; anzi sapete bene che fu a motivo di una malattia che vi evangelizzai la prima volta;  e quella mia infermità, che era per voi una prova, voi non la disprezzaste né vi fece ribrezzo; al contrario mi accoglieste come un angelo di Dio, come Cristo Gesù stesso. Dove sono dunque le vostre manifestazioni di gioia? Poiché vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati gli occhi e me li avreste dati. Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità? Costoro sono zelanti per voi, ma non per fini onesti; anzi vogliono staccarvi da noi affinché il vostro zelo si volga a loro.  Ora è una buona cosa essere in ogni tempo oggetto dello zelo altrui nel bene, e non solo quando sono presente tra di voi. Figli miei, per i quali sono di nuovo in doglie, finché Cristo sia formato in voi,  oh, come vorrei essere ora presente tra di voi e cambiare tono, perché sono perplesso a vostro riguardo!
(Galati 4:13-20 - La Bibbia)






Vi è mai capitato di avere una buona relazione con qualcuno e poi, ad un certo punto, il rapporto si incrina per cause indipendenti dalla vostra volontà? Non è mai una situazione piacevole da gestire.
L'apostolo Paolo in questa sezione apre il suo cuore verso i Galati toccando argomenti che lo toccavano in modo particolare. Egli esprime proprio il suo dispiacere per quanto stava avvenendo con i Galati perché era piuttosto evidente che il loro atteggiamento nei suoi confronti era cambiato. Qualcosa si era rotto nel loro rapporto con lui.
Quando Paolo si era recato in quella regione per la prima volta, egli aveva predicato loro il vangelo, ovvero la buona notizia inerente Gesù e la sua opera per l'umanità e  in questo brano apprendiamo che egli era infermo quando ciò era avvenuto.
Anche se molti hanno speculato su quale fosse la  malattia a cui Paolo fa riferimento, questa informazione non è fondamentale per comprendere il brano. Ciò che conta è invece l'amore con cui i Galati lo avevano accolto, un amore che parlava più di mille parole.   Infatti essi non si erano tirati indietro di fronte alla sua malattia, ma si erano presi cura di Paolo accogliendolo come un messaggero inviato da Dio. Paolo ricorda che essi lo avevano accolto come un angelo di Dio, anzi addirittura come Gesù Cristo stesso.  Insomma, i Galati erano così gioiosi  per aver accolto Gesù Cristo nella loro vita che avrebbero fatto qualunque cosa per coloro che avevano predicato loro quella buona notizia.
A qualcuno potrebbe sembrare esagerato quanto Paolo esprime, ma se ci pensiamo bene l'amore che si esprime verso il fratello o la sorella è proprio uno dei primi segni che accompagnano la conversione, a quei tempi così come oggi.  Paolo si riferisce a questo atteggiamento chiamandolo le "vostre manifestazioni di gioia" proprio perché quel comportamento è prodotto dalla gioia che una persona prova per aver ricevuto la buona notizia di Gesù.  Leggendo il libro degli Atti  troviamo diversi esempi in tal senso. Ad esempio in Atti 16:33-34 leggiamo che il carceriere di Filippi accolse Paolo e Sila in casa sua lavando loro le piaghe e accogliendoli alla sua tavola. Allo stesso modo li aveva accolti in casa Lidia la commerciante di Porpora in Atti 16:15.  
Ma in quel momento, a distanza di tempo, Paolo percepiva ostilità da parte dei Galati. Cosa era cambiato? Lui aveva predicato loro la verità allora come continuava a farlo adesso ma essi si erano lasciati influenzare dalle critiche che avevano sentito su di lui. Le loro  manifestazioni di gioia erano mutate in inimicizia e disprezzo.
Qualcuno aveva messo in loro il dubbio che Paolo non avesse detto loro tutta la verità. Probabilmente costoro sostenevano che Paolo aveva portato per mano i Galati fino ad un certo punto ma ora essi dovevano affidarsi a guide più esperte se volevano proseguire il cammino e diventare cittadini di serie A nel popolo di Dio, diventando proseliti Giudei attraverso la circoncisione.
Siamo schiavi o figli?
Io dico: finché l'erede è minorenne, non differisce in nulla dal servo, benché sia padrone di tutto;  ma è sotto tutori e amministratori fino al tempo prestabilito dal padre. Così anche noi, quando eravamo bambini, eravamo tenuti in schiavitù dagli elementi del mondo; ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione.  E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre». Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio.  In quel tempo, è vero, non avendo conoscenza di Dio, avete servito quelli che per natura non sono dèi; ma ora che avete conosciuto Dio, o piuttosto che siete stati conosciuti da Dio, come mai vi rivolgete di nuovo ai deboli e poveri elementi, di cui volete rendervi schiavi di nuovo? Voi osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Io temo di essermi affaticato invano per voi. Siate come sono io, fratelli, ve ne prego, perché anch'io sono come voi.
(Galati 4:1-12 - La Bibbia)






L'apostolo Paolo nelle sue lettere dimostra di aver accolto con entusiasmo l'inizio di una nuova era, caratterizzata dalla venuta di Gesù Cristo in questo mondo. Per Paolo la venuta di Gesù era il culmine della storia, l'evento che cambiava la storia dell'umanità, l'evento con il quale il Signore sconfiggeva le forze della malvagità che a Lui si oppongono (si veda Col 2:15)  mantenendo le sue promesse di redenzione verso l'umanità che, proprio lasciandosi influenzare da tali forze, aveva peccato contro di lui fin dal giardino dell'Eden.
Prima della venuta di Gesù, Giudei e stranieri avevano fatto percorsi molto diversi. Come abbiamo letto in precedenza i Giudei avevano ricevuto la legge che era stata loro precettore proprio per prepararli a ricevere il Messia (Ga 3:24-25)  mentre la maggioranza degli stranieri fin dai tempi antichi, influenzata da forze malvagie, talvolta indicati come dèmoni (De 32:17, 2Cr 11:15, Salmo 106:37), non adorava il vero Dio Creatore dei Cieli e della terra ma era dedito all'idolatria nelle sue varie forme.
Nel brano che abbiamo appena letto Paolo spiega ai suoi lettori, in maggioranza stranieri, il fatto che nonostante questi percorsi molto diversi, entrambi i gruppi erano ora confluiti nella medesima famiglia secondo il disegno che Dio aveva già annunciato ad Abraamo.
Come spesso accade Paolo utilizza delle similitudini per descrivere le realtà spirituali. Così egli paragona i Giudei ai figli di un padrone di casa e i pagani a servi che non hanno alcun rapporto di figliolanza con il padrone. Finché sono piccoli la differenza tra gli uni e gli altri non è evidente ma quando i bimbi crescono ed entrano nella piena maturità, i figli si appropriano dell'eredità mentre i servi ovviamente ne sono esclusi. Ma cosa succede se al momento della maggiore età il padrone di casa decide di adottare anche i servi come figli? Questo è proprio ciò che era accaduto con la venuta di Gesù il Messia, luce delle nazioni.
Paolo aveva già descritto nella sezione precedente la condizione dei Giudei fino alla venuta di Gesù come quella di bambini sotto tutore (Ga 3:24-25). Proseguendo il discorso Paolo conclude che, pur essendo figli ed eredi, gli Ebrei non si erano appropriati dell'eredità perché, proprio come minorenni, essi erano sotto tutore. Il tutore, come abbiamo visto, era la legge che doveva condurre il "bambino" Israele verso la maturità. In sostanza la parte sostanziale delle promesse di Dio non erano ancora state elargite prima della venuta di Gesù perché lo scopo del Signore era sempre stato quello di allargare la famiglia (si legga a questo proposito Ebrei 11:39-40).
Anche i pagani, fino alla venuta di Gesù, avevano avuto i propri tutori, ma tutori ben diversi...  Infatti essi erano sottoposti agli "elementi del mondo".  Si noti che questo termine non è banale,
Lo scopo della legge
Ma prima che venisse la fede eravamo tenuti rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è stata come un precettore per condurci a Cristo, affinché noi fossimo giustificati per fede. Ma ora che la fede è venuta, non siamo più sotto precettore; perché siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù. Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù. Se siete di Cristo, siete dunque discendenza d'Abraamo, eredi secondo la promessa.
(Galati 3:23-29 - La Bibbia)






Che relazione c'è tra la legge e Cristo?
Come abbiamo visto, il Signore aveva promesso ad Abraamo di benedire tutte le nazioni attraverso la sua progenie e quella progenie è proprio Gesù Cristo. Gli stranieri si appropriavano di quelle benedizioni proprio riponendo la loro fede in Gesù Cristo e l'azione del Signore attraverso lo Spirito Santo in loro confermava che essi non avevano bisogno di diventare Giudei per avere una relazione con Lui e per essere accettati come figli di Dio.
La legge non si contrapponeva alle promesse fatte ad Abraamo ma era stata piuttosto data ad Israele per essere guida del popolo affinché la loro relazione con Dio potesse svilupparsi.  Essa doveva accompagnare Israele nella sua crescita proprio come un precettore si prendeva cura di un bambino.
Nel mondo in cui Paolo viveva, questa figura era generalmente uno schiavo il cui compito era quello di occuparsi dei bambini nelle cose di tutti i giorni su incarico dei genitori, occupandosi anche dell'istruzione dei bambini in prima persona o accompagnandoli presso insegnanti qualificati. Naturalmente questa figura aveva senso finché il bambino non fosse abbastanza grande da poter essere più indipendente.
Utilizzando questa figura Paolo vuole fare comprendere che la legge aveva proprio svolto il compito di guidare Israele per prepararlo ad incontrare il Messia, il Cristo.  Nel momento in cui il Messia fosse giunto,  Israele avrebbe riposto la sua fede in Lui e quest'ultimo avrebbe ristabilito il regno di Israele che sarebbe entrato, per così dire, nella sua maturità nel rapporto con Dio!
Con l'espressione "ora che la fede è venuta" Paolo si riferiva al fatto che Gesù era proprio il Messia promesso,  e quindi l'era della fede nel Messia, ovvero l'era della maturità di Israele era finalmente iniziata. Il regno di Dio aveva cominciato a svilupparsi proprio attraverso quei Giudei che erano diventati discepoli di Gesù e si sarebbe espanso attraverso la predicazione della buona notizia a tutte le nazioni fino al ritorno del Re dei Re! 
Ora, se Cristo era  già venuto e il vangelo veniva già predicato agli stranieri che stavano ricevendo lo Spirito Santo in loro, se gli stranieri, così come i Giudei, stavano riconoscendo Gesù il Messia come loro Salvatore e Signore e  se il Signore attraverso lo Spirito Santo confermava che anche essi erano suoi figli, che bisogno c'era per gli stranieri di farsi circoncidere per diventare Giudei e sottoporsi  alla legge? Se avevano già conosciuto Cristo, non avevano bisogno di un precettore che li conducesse a Cristo.
Attraverso il battesimo i credenti, sia Giudei che stranieri, si erano già "rivestiti di Cristo", infatti con il battesimo in acqua il credente si identifica proprio con Gesù Cristo nella sua morte e nella sua risurrezione, ovvero riconosce di essere morto con Gesù per cominciare una nuova vita con Lui !  Il battesimo testimonia quindi dell'unione che il credente sperimenta con Cristo, ed è proprio lo Spirito Santo che il Signore dona a coloro che ripongono la loro fede in Gesù a permettere loro di sperimentare questa nuova vita di comunione speciale con Gesù.
La benedizione verso tutte le nazioni nella progenie di Abraamo si era finalmente manifestata in Gesù e non era riservata ad una categoria particolare.
La legge e la vita
Perché dunque la legge? Essa fu aggiunta a causa delle trasgressioni, finché venisse la progenie alla quale era stata fatta la promessa; e fu promulgata per mezzo di angeli, per mano di un mediatore. Ora, un mediatore non è mediatore di uno solo; Dio invece è uno solo.La legge è dunque contraria alle promesse di Dio? No di certo; perché se fosse stata data una legge capace di produrre la vita, allora sì, la giustizia sarebbe venuta dalla legge; ma la Scrittura ha rinchiuso ogni cosa sotto peccato, affinché i beni promessi sulla base della fede in Gesù Cristo fossero dati ai credenti. 
(Galati 3:19-22 - La Bibbia)






Se non ci si appropria delle promesse di Dio mediante la legge, perché dunque la legge? L'apostolo Paolo sa benissimo che il suo ragionamento avrebbe portato i suoi interlocutori a fare questa domanda. 
Come abbiamo già osservato in precedenza, la legge si basava sul concetto di patto o alleanza, simile ai trattati di vassallaggio comuni nell’antico oriente, in cui un potente prometteva la sua protezione al debole in cambio del suo impegno a servirlo.  Come tutti i trattati, essa prevedeva una mediazione tra le due parti e la presenza di testimoni. Basandosi su un'interpretazione di De 33:2 secondo cui le "miriadi sante"  che accompagnavano Dio erano proprio gli angeli di Dio (si veda anche Eb 2:2 e At 7:53), Paolo osserva che quel patto tra Dio e Israele avvenne proprio mediante gli angeli che furono quindi testimoni del patto. La legge venne poi data al popolo attraverso la mediazione di Mosè. 
La promessa invece, per sua natura, non ha bisogno di due parti perché è unilaterale, basata solo sulla grazia dell'unico Dio.  
La legge e le promesse hanno quindi natura diversa e non sono in contrapposizione l'una con l'altra. Mentre le promesse di Dio guardavano già alla vita eterna che Dio avrebbe elargito per la fede in Gesù Cristo, la legge  non aveva alcuna pretesa di produrre la vita in coloro che la praticavano.
Se si legge il pentateuco ci si rende conto del fatto che la legge data ad Israele era piuttosto complessa e regolava la vita del popolo in tutti i suoi aspetti sociali, politici, economici, morali, religiosi. In un certo senso si tratta della costituzione di base che doveva regolare la vita di una nazione speciale, una nazione santa che aveva una relazione speciale con l'unico vero Dio.  Attraverso di essa  il popolo di Israele avrebbe reso testimonianza all'unico vero Dio verso le altre nazioni che invece servivano altri dèi, dietro i quali si nascondevano forze spirituali  opposte a Dio indicate nelle scritture come demòni (De 32:17, 2Cr 11:15, Salmo 106:37, 1Co 10:20).  La vita famigliare, il modo di nutrirsi e di vestirsi, l'amministrazione della giustizia,  i rituali e i sacrifici con cui accostarsi a Dio... Tutto questo non serviva a guadagnarsi"la vita eterna", ma ogni cosa contribuiva a distinguere Israele dai popoli circostanti evidenziando la loro fedeltà al Dio Creatore dei cieli e della terra.  In questo modo il popolo di Israele doveva testimoniare al resto delle nazioni la loro fede nel Dio vivente e vero.
Ma l'apostolo Paolo in questo brano mette in evidenza l'aspetto più importante della legge, ovvero il modo in cui la legge regolava e limitava le trasgressioni. Le punizioni previste per le violazioni della legge contribuivano a limitare le trasgressioni, ma la legge dava soprattutto al popolo di Israele un punto di vista privilegiato su quali fossero le cose giuste e quelle sbagliate,  sulla natura peccaminosa dell'uomo e sulla necessità di una purificazione continua per accostarsi a Dio attraverso il complesso sistema di sacrifici e offerte per i singoli e per l'intera nazione.
Tutto questo avrebbe preparato il popolo di Israele al momento in cui Dio si sarebbe manifestato in maniera speciale attraverso il Messia, Gesù, ovvero la progenie di Abraamo che avrebbe benedetto tutte le nazioni. Attraverso la legge, fino alla venuta di Gesù,
Dio mantiene le promesse
Ringraziamo il Signore perché nella persona e nell'opera di Gesù Cristo le sue promesse si estendono a tutti noi,  indipendentemente dal fatto che siamo Giudei o stranieri. Se riponiamo la nostra fede in lui, Dio mostra verso di noi la sua grazia così come l'aveva mostrata ad Abraamo. Anche noi siamo giustificati per fede come Abraamo perché Dio mantiene le promesse.
Riscattati dalla maledizione
Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»), affinché la benedizione di Abraamo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.
(Galati 3:13-14 - La Bibbia)







Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge. Paolo stava dando una buonissima notizia ai suoi connazionali Giudei.
Come abbiamo appreso in precedenza la maledizione della legge consisteva nelle conseguenze negative a cui Israele era andato incontro per non aver rispettato i termini del Patto con Dio.
La conseguenza più evidente era sotto gli occhi di tutti, infatti Israele era sottoposto al governo di Roma e da ormai diversi secoli non c'era più un re discendente di Davide che governasse su di loro. Secondo quanto avevano detto i profeti, un giorno Dio avrebbe ristabilito la casa di Davide attraverso un suo discendente che sarebbe stato di nuovo unto Re e avrebbe riportato Israele alla preminenza sulle altre nazioni. Questo testo ci ricorda che quell'Unto (questo è il significato della parola Messia o Cristo), quel discendente di Davide è proprio Gesù. Ha quindi senso che Paolo lo indichi come Colui che aveva riscattato Israele dalla maledizione della legge. Ma in quale senso egli è addirittura divenuto maledizione?
Morendo volontariamente sulla croce, Gesù aveva preso su se stesso le conseguenze della ribellione di Israele e, più in generale, le conseguenze del peccato dell'umanità. In questo senso egli aveva preso su di sé la maledizione prevista dalla legge, aveva pagato lui una volta per tutte per i peccati del proprio popolo come indicato in questo brano di Isaia:
Dopo il tormento dell'anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, egli dividerà il bottino con i molti, perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli. (Is 53:11-12)
Paolo vide un parallelo con Deuteronomio 21:23 che si riferiva proprio alla maledizione e alla vergogna che accompagnava il cadavere di una persona che aveva commesso un delitto passibile della pena di morte e che veniva poi esposto su un albero. Gesù non aveva fatto nulla di male, eppure aveva pagato con la morte ed era stato esposto al pubblico ludibrio come se avesse commesso il peggiore dei delitti!
Così Gesù aveva compiuto la sua missione riscattando dalla maledizione della legge tutti gli Israeliti che avevano creduto in lui ma non si era limitato a questo. Infatti l'opera di Cristo si era estesa anche alle altre nazioni secondo quanto il signore aveva annunciato proprio ad Isaia:

Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra». (Is 49:6)

Ecco perché Paolo continuava ad insistere su quanto fosse inutile per uno straniero aderire al Giudaismo tramite la circoncisione. Gesù aveva dato la sua vita sia per i circoncisi che per gli incirconcisi, la portata della sua opera era internazionale!
Infatti uno degli effetti dell'opera di Cristo è quella che Paolo ricorda alla fine del brano: "affinché la benedizione di Abraamo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso."
Il cerchio si chiude. Infatti Dio aveva chiamato Abraamo giustificandolo per fede ben prima che Israele esistesse come popolo e quindi ben prima della legge. Poi Israele come popolo era stato utilizzato da Dio per portare la sua luce agli altri popoli fino alla venuta della luce per eccellenza, ovvero il Messia. A quel punto Gesù aveva completato l'opera dando la sua vita per tutti i peccati degli uomini,
Legge senza fede?
E che nessuno mediante la legge sia giustificato davanti a Dio è evidente, perché il giusto vivrà per fede. Ma la legge non si basa sulla fede; anzi essa dice: «Chi avrà messo in pratica queste cose, vivrà per mezzo di esse». 
(Galati 3:11-12 - La Bibbia)






La legge e la fede sono forse in contrapposizione l'una con l'altra? A prima vista questo brano sembrerebbe dare una risposta affermativa a questa domanda, ma come sempre dobbiamo stare ben attenti a considerare bene le frasi sintetiche di Paolo nel contesto più ampio dell'intera rivelazione biblica a cui lui faceva riferimento.
Come abbiamo visto la legge che Dio aveva dato ad Israele dopo aver liberato il popolo dalla schiavitù d'Egitto era un patto che impegnava entrambe le parti, Dio e il popolo, l'uno verso l'altro.
È importante notare che la base della legge era la fedeltà al Dio che li aveva liberati dall'Egitto.  Non a caso il decalogo comincia con queste parole:

Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me. (Esodo 20:1-3)

Il monoteismo, la fede nell'unico vero Dio Creatore dei cieli e della terra, era quindi la base dell'Ebraismo. 
Quando Paolo scrive che "la legge non si basa sulla fede" non intende quindi affermare che si potesse legittimamente rispettare la legge senza avere fede nell'unico vero Dio. Anzi, leggendo l'antico testamento,  si trovano diversi richiami di Dio  contro una religione fatta di azioni che non erano accompagnate da un vero timore di Dio.  Ad esempio in Is 1:11-20 Dio prende le distanze da un comportamento apparentemente religioso che però veniva smentito nella vita di tutti i giorni da una mancanza di amore per Dio e per il prossimo.
Come abbiamo visto in precedenza, la legge prevedeva benedizioni e maledizioni che non riguardavano la vita dopo la morte ma piuttosto erano legate alla sopravvivenza di Israele come popolo nel suo territorio. L'ubbidienza alla legge doveva comunque essere una conseguenza della fede. Il rapporto con Dio di ogni singolo israelita doveva basarsi sulla fede che aveva già caratterizzato Abele, Noè, Abraamo e tutti coloro che erano vissuti ancora prima che fosse data la legge.
Qui Paolo cita un brano dell'antico testamento, Habacuc 2:4, che confermava la nozione secondo cui il giusto avrebbe vissuto per la sua fede, ovvero credendo e confidando nelle promesse di Dio. Il contesto del profeta Habacuc ci permette di comprendere meglio cosa ciò significhi.
Ai suoi tempi Habacuc aveva appreso che il suo popolo sarebbe caduto per mano dei babilonesi ma Dio gli aveva garantito che ci sarebbe stato ancora un futuro per loro e che Dio avrebbe fatto giustizia. Habacuc aveva compreso e aveva esercitato la sua fede, accettando la difficile situazione a cui Israele andava incontro ma guardando al futuro con speranza:

"io mi rallegrerò nel SIGNORE, esulterò nel Dio della mia salvezza. DIO, il Signore, è la mia forza; egli renderà i miei piedi come quelli delle cerve e mi farà camminare sulle alture. " (Ab  3:18-19)

Citando Habacuc Paolo stava indicando che lui e i suoi connazionali Giudei dovevano esercitare la medesima fede a dispetto della situazione difficile in cui si trovavano, sottoposti ancora ai Romani. Anche se Gesù non li aveva liberati dai Romani ed era stato crocifisso, Egli era davvero il Messia, era risorto e un giorno sarebbe tornato come aveva promesso per stabilire saldamente il suo regno.  Prima del suo ritorno, Israele avrebbe affrontato ancora un lungo periodo difficile, come Gesù aveva preannunciato (Mt 23:37-39), ma coloro che avrebbero riposto in lui la loro fede non sarebbero stati delusi! 
Con queste premesse, possiamo ora comprendere cosa intendeva sottolineare Paolo con la frase provocatoria secondo cui "la legge non si basa sulla fede".
Molti suoi connazionali credevano certamente in Dio e stavano cercando sinceramente di ubbidire alla legge secondo quanto indicato dalla legge stess...
Sotto maledizione?
 Infatti tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione; perché è scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica».  
(Galati 3:10 - La Bibbia)







Quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione. È una  frase difficile da comprendere se non la si interpreta alla luce dell'intera rivelazione biblica.  
Per comprendere a cosa si stia riferendo Paolo dobbiamo considerare cosa sono le maledizioni e le benedizioni previste dalla legge di Mosè.
La legge che Dio aveva dato ad Israele si basava sul concetto di patto o alleanza, molto simile ai trattati di vassallaggio comuni nell'antico oriente in cui un potente prometteva la sua protezione al debole in cambio del suo impegno a servirlo. 
Sostanzialmente, i termini del patto, come si legge in Deuteronomio capitoli 27-30,  prevedevano benedizioni per Israele se il popolo avesse fatto la sua parte, mentre prevedeva maledizioni, ovvero conseguenze negative, se il popolo avesse servito altri dèi invece di rimanere fedele al Signore, il Creatore dei cieli e della terra.
In linea di massima le benedizioni che si possono leggere in De 28:1-14 riguardavano la protezione dai nemici, la preminenza sulle altre nazioni , una discendenza numerosa, un buon raccolto e in generale prosperità e una buona riuscita nelle proprie attività. Le maledizioni  si trovano nell'elenco in De 28:15-68 e cominciano proprio con questa frase a cui Paolo allude:

"se non ubbidisci alla voce del SIGNORE tuo Dio, se non hai cura di mettere in pratica tutti i suoi comandamenti e tutte le sue leggi che oggi ti do, avverrà che tutte queste maledizioni verranno su di te e si compiranno per te..." (De 28:15)

Le maledizioni prevedevano un ribaltamento delle benedizioni, quindi sconfitta da parte dei nemici, cattivo raccolto, siccità ecc. ma soprattutto un ritorno alla schiavitù come ai tempi dell'Egitto: 

"Per non avere servito il SIGNORE, il tuo Dio, con gioia e di buon cuore in mezzo all'abbondanza di ogni cosa, servirai i tuoi nemici che il SIGNORE manderà contro di te, in mezzo alla fame, alla sete, alla nudità e alla mancanza di ogni cosa; ed essi ti metteranno un giogo di ferro sul collo, finché ti abbiano distrutto." (De 28:47-48)
"Il SIGNORE ti disperderà fra tutti i popoli, da una estremità della terra fino all'altra; e là servirai altri dèi, che né tu né i tuoi padri avete mai conosciuto: il legno e la pietra." (De 28:64)

Dio aveva liberato Israele dall'Egitto e si era legato a loro attraverso un patto ma, se il popolo non avesse rispettato i termini del patto, il Signore avrebbe di nuovo permesso che fosse sconfitto e deportato in un'altra nazione.
La storia biblica ci mostra che  purtroppo le cose erano andate proprio in questo modo.  Infatti il popolo di Israele  si era diviso nei secoli successivi in regno del nord con capitale Samaria e regno di Giuda con capitale Gerusalemme, ed entrambi i regni erano stati trascinati verso l'idolatria dai propri re ignorando tutti gli avvertimenti che Dio aveva mandato attraverso i profeti.  Così Samaria era caduta nel 722 a.c. ad opera degli Assiri e Gerusalemme era caduta definitivamente nel 586 a.c. dopo un lungo assedio ad opera dei Babilonesi. I dettagli si possono leggere nei libri biblici di 1-2 Re e 1-2 Cronache e nei vari libri profetici come Isaia, Geremia, Osea, ecc.
Da quel momento in poi Israele non è mai più stato davvero indipendente, infatti dopo il ritorno da Babilonia, Israele è sempre stato soggetto ad altri popoli. Dopo i Medo-Persiani erano arrivati i Greci con Alessandro Magno che poi aveva lasciato quei territori ai suoi generali ed infine, come sappiamo, era cominciato il dominio di Roma.
Ma le scritture profetiche avevano annunciato che un giorno Israele sarebbe tornato agli antichi splendori infatti sarebbe venuto un liberatore, un Re discendente di Davide, il cosiddetto Messia (che significa "Unto") che avrebbe riportat...
Figli di Abraamo
 O Galati insensati, chi vi ha ammaliati, voi, davanti ai cui occhi Gesù Cristo è stato rappresentato crocifisso? Questo soltanto desidero sapere da voi: avete ricevuto lo Spirito per mezzo delle opere della legge o mediante la predicazione della fede? Siete così insensati? Dopo aver cominciato con lo Spirito, volete ora raggiungere la perfezione con la carne? Avete sofferto tante cose invano? Se pure è proprio invano. Colui dunque che vi somministra lo Spirito e opera miracoli tra di voi, lo fa per mezzo delle opere della legge o con la predicazione della fede? Così anche Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia. Riconoscete dunque che quanti hanno fede sono figli d'Abraamo. La Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato gli stranieri per fede, preannunciò ad Abraamo questa buona notizia: «In te saranno benedette tutte le nazioni». In tal modo, coloro che hanno la fede sono benedetti con il credente Abraamo.
(Galati 3:1-9 - La Bibbia)






Si usa dire che "chi comincia bene è a metà dell'opera". Però è anche vero che a volte si può cominciare bene e finire male.  Era proprio questo il pericolo che l'apostolo Paolo temeva per i destinatari della sua lettera.
Per questo motivo l'apostolo Paolo, entrando nel vivo del tema di questa lettera, manifesta un forte disappunto verso quanto stava accadendo tra le comunità della Galazia. Le parole che egli utilizza sono aspre e si rivolge ai suoi interlocutori chiamandoli più volte "insensati". Anche il termine tradotto "ammaliati" nel testo originale è piuttosto forte come se essi si fossero fatti condizionare da una sorta di incantesimo. Perché Paolo utilizza un tono così forte? Era davvero così grave che i suoi interlocutori si facessero circoncidere? In fondo, anche lui era un Giudeo ed era quindi circonciso...
Se si rilegge il brano immediatamente precedente comprendiamo che Paolo aveva percepito un'estrema pericolosità nel messaggio che si stava diffondendo. Il problema non era certamente la circoncisione o l'incirconcisione, come Paolo spiegherà meglio in seguito, ma i motivi che stavano spingendo alcuni stranieri ad aderire al giudaismo tramite la circoncisione, motivi che avrebbero finito per rendere l'opera di Cristo inefficace ai loro occhi.
L'argomentazione di Paolo è chiara. Quando avevano riposto la loro fede in Gesù Cristo, il Signore aveva già dimostrato di gradire quegli stranieri nel suo popolo donando loro lo Spirito Santo. Se Dio avesse voluto che fossero circoncisi e fossero diventati Giudei, non avrebbe dato loro lo Spirito Santo prima della circoncisione! Per quale motivo pensavano che la circoncisione li avrebbe resi più completi ("completi" è il senso della parola tradotta "perfetti" in italiano)?
Essi avevano cominciato bene affidandosi alla grazia di Dio per la loro salvezza, avevano accolto il messaggio di Paolo che presentava il "Cristo crocifisso" ovvero  l'opera del Messia, la sua morte,  la sua risurrezione, e gli effetti che tale opera aveva sulla storia dell'umanità. Ma ora pensavano di dover fare qualcosa per essere parte integrante del popolo di Dio in maniera più completa, come se lo sforzo umano (la carne) potesse aggiungere qualcosa al loro stato. Questo per Paolo, come vedremo più avanti, equivaleva a rinnegare l'opera di Gesù Cristo.
Come Paolo ricorda ai Galati, egli sapeva che essere cristiani comportava delle sofferenze che i suoi interlocutori avevano già cominciato a patire.  Infatti il Giudaismo con le sue sinagoghe era religione lecita per il governo di Roma che aveva anche concesso ai Giudei di essere esentati dal culto imperiale, ma i cristiani non godevano di quel privilegio se non rimanevano all'interno del giudaismo.  Uno degli effetti dell'adesione al Giudaismo tramite la circoncisione poteva quindi essere quello di evitare la persecuzione nell'immediato. Questa poteva essere un'ulteriore argomentazione utilizzata da coloro che stavano istigando i Galati alla circoncisione,
Un grande pericolo
 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?» Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori, sappiamo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore.  Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.
(Galati 2:11-21 - La Bibbia)







Mangiare insieme a qualcuno  implica ancora oggi una condivisione, una comunione, un'intimità particolare e nel mondo antico normalmente assumeva ancora più importanza. La legge di Mosè  non vietava ai Giudei di mangiare con gli stranieri ma dobbiamo tenere presente che la società Giudaica del primo secolo in cui Pietro era cresciuto era stata fortemente influenzata dalle tradizioni farisaiche. Basti pensare che la parola "fariseo" deriva da una parola che significa "colui che è separato". D'altra parte la setta dei farisei si era sviluppata proprio durante il regno degli Asmonei intorno al 150 a.c. per salvaguardare la cultura giudaica in un periodo in cui l'ellenismo stava prendendo il sopravvento.

Le regole imposte dai farisei avevano perseguito il lodevole scopo di limitare tra i Giudei l'influenza della cultura greca pagana, preservando gli usi e costumi giudaici che si basavano sulla legge di Mosè. Ma, come spesso accade, per reagire ad un male si può rischiare di finire nel male opposto, infatti le regole farisaiche avevano portato i Giudei a limitare al minimo ogni contatto con i "gentili" che erano  considerati i "peccatori" per eccellenza.  In conseguenza di ciò un Giudeo non sarebbe mai entrato in casa di un gentile, e meno che mai si sarebbe seduto a tavola con uno di loro!

Dal libro degli Atti sappiamo che Pietro (Cefa) era stato il primo a battezzare degli incirconcisi (si legga At 10) perché Dio gli aveva fatto comprendere in visione che non doveva avere paura di entrare in casa loro.  Poi, attraverso l'azione dello Spirito Santo in loro,  il Signore gli aveva confermato che agiva nei gentili nello stesso modo in cui agiva nei Giudei! Pietro era quindi stato uno dei primi a comprendere che Dio non aveva riguardi personali e accettava nel suo popolo allo stesso modo, ovvero per la sua grazia, sia Giudei (circoncisi) che gentili (incirconcisi). Per questo motivo aveva senso che Pietro non si fosse fatto nessun problema nel condividere il cibo con le persone non giudaiche della comunità di Antiochia in cui svolgevano un importante ruolo di insegnanti Paolo e Barnaba.

Ma ad un certo punto arrivarono ad Antiochia delle persone che erano evidentemente ancora attaccate alla tradizione farisaica e quindi non avrebbero mai mangiato con un gentile.
Un unico messaggio
 Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo. Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunciato non è opera d'uomo; perché io stesso non l'ho ricevuto né l'ho imparato da un uomo, ma l'ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo. Infatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quand'ero nel giudaismo; come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri. Ma Dio che m'aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri. Allora io non mi consigliai con nessun uomo, né salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma me ne andai subito in Arabia; quindi ritornai a Damasco. Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni; e non vidi nessun altro degli apostoli; ma solo Giacomo, il fratello del Signore. Ora, riguardo a ciò che vi scrivo, ecco, vi dichiaro, davanti a Dio, che non mento. Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia; ma ero sconosciuto personalmente alle chiese di Giudea, che sono in Cristo; esse sentivano soltanto dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede, che nel passato cercava di distruggere». E per causa mia glorificavano Dio. Poi, trascorsi quattordici anni, salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, prendendo con me anche Tito. Vi salii in seguito a una rivelazione, ed esposi loro il vangelo che annuncio fra gli stranieri; ma lo esposi privatamente a quelli che sono i più stimati, per il timore di correre o di aver corso invano. Ma neppure Tito, che era con me, ed era greco, fu costretto a farsi circoncidere. Anzi, proprio a causa di intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l'intenzione di renderci schiavi, noi non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, affinché la verità del vangelo rimanesse salda tra di voi. Ma quelli che godono di particolare stima (quello che possono essere stati, a me non importa; Dio non ha riguardi personali), quelli, dico, che godono di maggiore stima non m'imposero nulla; anzi, quando videro che a me era stato affidato il vangelo per gli incirconcisi, come a Pietro per i circoncisi (perché colui che aveva operato in Pietro per farlo apostolo dei circoncisi aveva anche operato in me per farmi apostolo degli stranieri), riconoscendo la grazia che mi era stata accordata, Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono reputati colonne, diedero a me e a Barnaba la mano in segno di comunione perché andassimo noi agli stranieri, ed essi ai circoncisi; soltanto ci raccomandarono di ricordarci dei poveri, come ho sempre cercato di fare.
(Galati 1:10-2:10 - La Bibbia)






Non è mai bello doversi difendere da false accuse. Paolo si trovava proprio in quella situazione ed è per questo motivo che cominciò la lettera ai Galati  con una lunga nota autobiografica in cui riassunse i primi anni della sua vita dopo la conversione a Cristo.
Innanzitutto era necessario sottolineare che, al contrario di quanto affermavano i suoi accusatori, egli non predicava un vangelo "di seconda mano" ricevuto e adattato da altri uomini, ma predicava la buona notizia ricevuta direttamente da Gesù stesso. Quindi ciò che faceva non lo faceva per piacere ad altri uomini, ma per piacere a Dio.
Raccontando la sua conversione a Cristo egli voleva quindi attirare l'attenzione sul fatto che quel cambiamento improvviso poteva essere spiegato solo attraverso un evento straordinario, l'incontro con Gesù stesso. 
Prima di incontrare Gesù egli era convinto che Gesù fosse un falso Messia e perseguitava attivamente i suoi fratel...
Quale vangelo?
 Paolo, apostolo non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia; grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre, al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen. Mi meraviglio che così presto voi passiate, da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, a un altro vangelo. Ché poi non c'è un altro vangelo; però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema. Come abbiamo già detto, lo ripeto di nuovo anche adesso: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema.
(Galati 1:1-9 - La Bibbia)







Per comprendere la lettera ai Galati occorre tenere presente che, come tutte le lettere che troviamo nella bibbia,  è stata inviata a persone reali come una lettera vera e propria per istruire i credenti ma anche per affrontare problemi specifici dei destinatari a cui si rivolgeva. Il nostro problema è che abbiamo la lettera ma non conosciamo tutto il retroscena che l'ha generata.  Dobbiamo perciò cercare di comprendere a quali problematiche ci si riferisce utilizzando le informazioni a nostra disposizione nella lettera stessa ed eventualmente informazioni storiche inerenti la situazione religiosa e culturale del primo secolo in quella zona specifica.
L'apostolo Paolo non scrisse ad una singola chiesa  ma ad un gruppo di comunità che si trovavano in Galazia, una regione che oggi corrisponde ad una zona nel centro-sud della Turchia.
Fin dai primi versetti ci si rende conto che la lettera non rispetta gli schemi abituali dell'apostolo Paolo. In particolare, normalmente, quando nel primo secolo si scriveva una lettera, come si può verificare nelle altre lettere di Paolo, c'era una prima parte in cui si mettevano in luce gli aspetti positivi dei destinatari, prima di affrontare eventuali problemi.  In questo caso invece l'apostolo Paolo sembra spinto da un senso di urgenza che lo porta ad introdurre il tema centrale della lettera già nei saluti iniziali  con un tono piuttosto polemico.
Come in altre lettere Paolo si presenta come apostolo, ovvero inviato di Gesù,  ma in questo caso egli aggiunge di non essere inviato "da parte di uomini né per mezzo di un uomo".  Questa sottolineatura mette in evidenza l'esigenza di correggere i suoi destinatari su questo punto, come sarà poi chiaro dal resto della lettera dove  egli tornerà più volte su questo concetto:
"Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini?" (Galati 1:10)
Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunciato non è opera d'uomo... (Galati 1:11)
...io stesso non l'ho ricevuto né l'ho imparato da un uomo, ma l'ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo. (Galati 1:12)
Da questi versetti si percepisce chiaramente che Paolo si sentiva sotto accusa da parte dei suoi destinatari ed era costretto a difendersi. Perché Paolo deve giustificare il suo operato come genuino inviato di Gesù Cristo? Evidentemente, qualcuno in mezzo alle chiese della Galazia lo stava mettendo in discussione.
Ma il vero problema di Paolo non era  la difesa della sua persona, come qualcuno potrebbe pensare, bensì il fatto che, screditando il suo apostolato, alcuni stavano screditando anche il  suo messaggio, il vangelo che lui aveva predicato tra le chiese della Galazia. In questo modo costoro stavano sostituendo il vangelo che lui aveva predicato  con una versione che veniva presentata come più genuina e autorevole della sua, ma che in realtà avrebbe fatto enormi danni tra le chiese della Galazia. Si trattava quindi di una situazione delicata e non dobbiamo stupirci ...
Il mio vangelo
A colui che può fortificarvi secondo il mio vangelo e il messaggio di Gesù Cristo, conformemente alla rivelazione del mistero che fu tenuto nascosto fin dai tempi più remoti, ma che ora è rivelato e reso noto mediante le Scritture profetiche, per ordine dell'eterno Dio, a tutte le nazioni perché ubbidiscano alla fede, a Dio, unico in saggezza, per mezzo di Gesù Cristo sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
(Romani 16:21-27 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Quando il programma di Dio diventa il nostro programma, allora siamo sulla buona strada.

L'apostolo Paolo aveva iniziato la lettera ai Romani in questo modo:
Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, messo a parte per il vangelo di Dio (Romani 1:1)

Egli era un apostolo ovvero un inviato di Dio, messo a parte, ovvero dedicato in modo speciale al "vangelo di Dio", alla buona notizia riguardante la salvezza in Gesù Cristo.

Trovo molto significativo il fatto che Paolo concluda la lettera alludendo al medesimo vangelo ma chiamandolo "il mio vangelo". Non è un'espressione che noi normalmente usiamo, vero?

Questa espressione di Paolo ha sempre incuriosito i lettori della bibbia e  sono state date molte spiegazioni piuttosto bislacche per spiegare perché qui e in altre sue epistole Paolo abbia utilizzato l'espressione "il mio vangelo" (es. 2Ti 2:8). Alcuni hanno ipotizzato che Paolo utilizzi questa espressione per sottolineare l'unicità del suo messaggio per distinguersi dagli altri apostoli mentre altri pensano che egli potesse parlare in quel modo perché aveva ricevuto il messaggio direttamente da Gesù e quindi l'utilizzo di questa espressione era una sua esclusiva. Onestamente non trovo soddisfacente nessuna di queste spiegazioni alla luce di tutto il nuovo testamento anzi le trovo piuttosto speculative. Ad esempio proprio nella lettera ai Galati Paolo sottolinea che anche se aveva ricevuto il messaggio in maniera indipendente dagli altri apostoli, gli incontri con gli apostoli avevano poi rassicurato Paolo tramite la loro conferma e approvazione (Ga 2:6-10).

Mi sembra più plausibile e coerente con il resto del nuovo testamento considerare che con questa espressione Paolo semplicemente si identificava completamente con il messaggio che era stato chiamato a condividere, al punto che lo aveva fatto proprio. Il vangelo di Dio di cui parla in Ro 1:1 è il medesimo vangelo a cui egli si riferisce qui chiamandolo il "mio vangelo" e non ha senso pensare che sia diverso da quello che predicavano gli altri messaggeri di Dio.  Altrove Paolo si riferisce al vangelo chiamandolo il "nostro vangelo" (es. 2 co 4:3, 1Te 1:5), includendo come minimo anche i suoi collaboratori ma più in generale tutti coloro che condividevano il medesimo messaggio. D'altra parte se io mi riferisco a Gesù chiamandolo il "mio Signore",  questo implicherebbe che si tratti di un Signore diverso da quello degli altri? O forse intenderei dire che Gesù ha un rapporto con me che altri non possono avere? Credo che qualunque persona di buon senso risponderebbe "no" a queste domande.

Paolo conclude questa lettera pregando per i suoi lettori affinché quel vangelo li rendesse forti, saldi, sicuri, senza alcuna incertezza.

Quel messaggio, quel vangelo che egli aveva fatto proprio,  riguardava Gesù il Messia, il figlio di Dio che era venuto nel mondo per dare la sua vita per redimere l'umanità dal peccato e dai suoi effetti.

In Romani 1:2 Paolo aveva dichiarato che il vangelo era stato promesso da Dio "per mezzo dei suoi profeti nelle sante scritture". Ora, concludendo la lettera, Paolo ribadisce che il piano meraviglioso di Dio non è una novità perché è un "mistero" che fu tenuto nascosto fin dai tempi più remoti. Ma non si tratta di un "mistero" come quelli a cui erano abituati i pagani, a cui solo pochi iniziati potevano accedere. Paolo usa questa parola per indicare invece qualcosa di nascosto che poi è stato svelato da Dio attraverso le scritture profetiche e quindi è a dis...
Occhio al veleno!
Ora vi esorto, fratelli, a tener d'occhio quelli che provocano le divisioni e gli scandali in contrasto con l'insegnamento che avete ricevuto. Allontanatevi da loro. Costoro, infatti, non servono il nostro Signore Gesù Cristo, ma il proprio ventre; e con dolce e lusinghiero parlare seducono il cuore dei semplici. Quanto a voi, la vostra ubbidienza è nota a tutti. Io mi rallegro dunque per voi, ma desidero che siate saggi nel bene e incontaminati dal male. Il Dio della pace stritolerà presto Satana sotto i vostri piedi. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi. Timoteo, mio collaboratore, vi saluta e vi salutano anche Lucio, Giasone e Sosipatro, miei parenti. Io, Terzio, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore. Gaio, che ospita me e tutta la chiesa, vi saluta. Erasto, il tesoriere della città e il fratello Quarto vi salutano. La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi. Amen.
(Romani 16:17-24 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Vi è mai capitato di salutare qualcuno e poi, ricordandovi di avere ancora una cosa importante da condividere, riprendere il discorso e fermarvi ancora a parlare  parecchio tempo? A me è capitato moltissime volte.

L'apostolo Paolo era ormai avviato verso la conclusione della lettera, e come abbiamo visto nel brano precedente aveva già esteso i suoi saluti a tutti i credenti di Roma che stavano faticando per il signore.

Ma nel brano appena letto, prima di concludere con i saluti da parte di alcuni suoi collaboratori tra cui anche il noto Timoteo e Terzio che aveva scritto la lettera sotto dettatura di Paolo, egli sente il bisogno di dedicare poche righe ad un tema che gli stava molto a cuore.

Paolo sapeva che purtroppo il male tentava di insinuarsi continuamente nella chiesa di Gesù Cristo. D'altra parte Satana non aveva potuto impedire che Gesù Cristo risuscitasse e riportasse la vittoria, ma poteva creare qualche problema ai figli di Dio che avevano creduto in lui.

Uno dei primi modi che l'Avversario (questo è il significato della parola ebraica tradotta "satana") utilizzò per danneggiare la chiesa fu la persecuzione, metodo che egli ama utilizzare ancora oggi, per la verità con scarsi risultati visto che la chiesa quando viene perseguitata cresce ancora di più. Magari cresce clandestinamente, come accade ancora oggi in molti paesi in cui non c'è la libertà di professare la fede, ma cresce!

Purtroppo c'è un altro metodo che Satana usa e occorre ammettere che spesso si è rivelato molto più efficace della persecuzione nel fare danni ai testimoni di Gesù. Già nel primo secolo infatti, come emerge dalle parole di Paolo, il Diavolo creava problemi nella comunità cristiana attraverso diatribe interne alla comunità, spesso causate non da fratelli genuini ma da infiltrati che provocavano divisioni e scandali in contrasto con l'insegnamento apostolico.

Come ho detto, le  divisioni e gli scandali sono più pericolosi per la vita della chiesa rispetto alla persecuzione più efferata. A qualcuno sembrerà esagerata questa mia affermazione ma consideriamo che normalmente i credenti, quando vengono perseguitati, rimangono fedeli e continuano a parlare di Gesù ad altri anche a rischio della loro vita. In quella situazione,  normalmente non c'è spazio per i falsi fratelli e le false sorelle perché nessuno che non abbia davvero ricevuto Cristo nella propria vita sarebbe pronto a morire per il vangelo. Si tratta quindi di una chiesa più forte e sana.

Cosa accade invece nella chiesa quando ci sono scandali e divisioni? Molti sono delusi e abbandonano la chiesa per un tempo, altri purtroppo non vi tornano più. Quanti fratelli e sorelle sinceri si sono allontanati dalla comunità cristiana perché scandalizzati o perché sono stati traviati da insegnamenti contrari alle scritture?

Da queste semplici considerazioni è facile comprendere perché Paolo ci tenne, prima di chiudere la sua lettera, a mettere in guardia i credenti circa coloro che inve...
Un saluto a tutti i santi
Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è diaconessa della chiesa di Cencrea, perché la riceviate nel Signore, in modo degno dei santi, e le prestiate assistenza in qualunque cosa ella possa aver bisogno di voi; poiché ella pure ha prestato assistenza a molti e anche a me. Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù,  i quali hanno rischiato la vita per me; a loro non io soltanto sono grato, ma anche tutte le chiese delle nazioni. Salutate anche la chiesa che si riunisce in casa loro. Salutate il mio caro Epeneto, che è la primizia dell'Asia per Cristo. Salutate Maria, che si è molto affaticata per voi. Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia, i quali si sono segnalati fra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me. Salutate Ampliato, che mi è caro nel Signore. Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio caro Stachi. Salutate Apelle, che ha dato buona prova in Cristo. Salutate quelli di casa Aristobulo. Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli di casa Narcisso che sono nel Signore. Salutate Trifena e Trifosa, che si affaticano nel Signore. Salutate la cara Perside che si è affaticata molto nel Signore. Salutate Rufo, l'eletto nel Signore e sua madre, che è anche mia. Salutate Asincrito, Flegonte, Erme, Patroba, Erma, e i fratelli che sono con loro. Salutate Filologo e Giulia, Nereo e sua sorella, Olimpa e tutti i santi che sono con loro. Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio. Tutte le chiese di Cristo vi salutano.
(Romani 16:1-16 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

C'è un affetto particolare che lega i cristiani in qualunque parte del mondo, che essi si conoscano di persona oppure no, un affetto che emerge in modo chiaro anche in questi saluti di Paolo mentre si avvia verso la conclusione di questa bella lettera.

In questo brano sono citate parecchie persone che ruotavano intorno alla comunità di Roma. Molti sono citati per nome, altri sono identificati in base ad una parentela o al fatto che appartenevano ad un gruppo che si riuniva in una casa specifica. Non dimentichiamo infatti che quando pensiamo alla chiesa di Roma nel primo secolo non dobbiamo certamente pensare a luoghi di culto pubblici che per legge non erano autorizzati, ma ad una comunità che si radunava in varie case sparse per la città a piccoli gruppi.  Di alcuni poi ci viene descritto un servizio o una caratteristica specifica mentre di altri sappiamo semplicemente che erano cristiani, a cui Paolo si riferisce semplicemente come fratelli o come "i santi".

Comunque non conosciamo molti dettagli della vita di queste persone, non conosciamo la loro professione, le loro famiglie, le loro aspettative, i loro progetti, i loro compiti precisi nella comunità cristiana, ma dalle parole di Paolo sappiamo che erano tutti legati tra loro da quell'amore che Gesù Cristo aveva messo nel loro cuore e che li rendeva parte di una stessa famiglia insieme a tutte le chiese di Gesù Cristo sparse per il mondo.

Quell'amore per il Signore e per la fratellanza li portava ad essere tutti impegnati nell'opera di Dio in un modo o nell'altro, uomini e donne. C'era chi, come Febe, proveniva da altre chiese (Cencrea) e si era distinta per aver prestato assistenza a molti e ora si stava recando a Roma in visita ed avrebbe avuto a sua volta bisogno di essere accolta e assistita. C'era chi aveva rischiato la vita per collaborare con Paolo, come Aquila e Priscilla, a cui Paolo sarebbe sempre stato grato. C'erano diverse persone che ospitavano la chiesa in casa loro. C'erano persone come Epeneto che erano stati tra i primi convertiti a Cristo nella propria regione, c'erano persone come Andronico e Giunia che erano stati compagni di prigionia di Paolo svolgendo la loro missione. C'erano persone come Rufo e sua madre con cui Paolo aveva stabilito un rapporto particolare al punto da considerala come la sua stessa madre. C'erano tanti fratelli e sorelle che avevano faticato molto per il Signore,
Lavoriamo insieme!
Per questa ragione appunto sono stato tante volte impedito di venire da voi; ma ora, non avendo più campo d'azione in queste regioni, e avendo già da molti anni un gran desiderio di venire da voi,  quando andrò in Spagna, spero, passando, di vedervi e di essere aiutato da voi a raggiungere quella regione, dopo aver goduto almeno un po' della vostra compagnia. Per ora vado a Gerusalemme, a rendere un servizio ai santi,  perché la Macedonia e l'Acaia si sono compiaciute di fare una colletta per i poveri che sono tra i santi di Gerusalemme. Si sono compiaciute, ma esse sono anche in debito nei loro confronti; infatti se gli stranieri sono stati fatti partecipi dei loro beni spirituali, sono anche in obbligo di aiutarli con i beni materiali. Quando dunque avrò compiuto questo servizio e consegnato il frutto di questa colletta, andrò in Spagna passando da voi; e so che, venendo da voi, verrò con la pienezza delle benedizioni di Cristo.  Ora, fratelli, vi esorto, per il Signore nostro Gesù Cristo e per l'amore dello Spirito, a combattere con me nelle preghiere che rivolgete a Dio in mio favore, perché io sia liberato dagli increduli di Giudea, e il mio servizio per Gerusalemme sia gradito ai santi, in modo che, se piace a Dio, io possa venire da voi con gioia ed essere confortato insieme con voi. Or il Dio della pace sia con tutti voi. Amen.
(Romani 15:22-33 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Una delle manifestazioni più evidenti della natura peccaminosa dell'uomo  la troviamo nel suo egocentrismo.

L'uomo tende con facilità a subordinare tutto al proprio io. I conflitti, che siano tra persone o addirittura tra nazioni, nascono quasi sempre dal fatto che ognuno persegue i propri interessi non tenendo conto di quelli altrui.

Leggendo il nuovo testamento ci rendiamo conto del fatto che la comunità di coloro che hanno creduto in Gesù Cristo deve avere per riferimento un modello diverso. Quando non è così, quando all'interno della comunità cristiana i personalismi prevalgono sul bene comune, sorgono problemi.

L'apostolo Paolo sapeva bene che la comunità poteva funzionare solo se si faceva un gioco di squadra e, anche alla fine di questa lettera, egli presta particolare attenzione a considerare il suo servizio, il suo ministero, non come qualcosa di personale ma come qualcosa che coinvolgeva anche gli altri, ognuno per parte sua.

Fino a quel momento egli non aveva potuto realizzare il suo annoso desiderio di recarsi a Roma a causa del suo impegno evangelistico in altre zone dell'impero romano, ma ora stava pianificando di recarsi da loro con l'intento di raggiungere poi la Spagna.  Nelle parole dell'apostolo si nota che egli voleva avere un rapporto fraterno vero con la comunità di Roma, voleva godere della loro compagnia e voleva coinvolgerli in ciò che stava per fare. Nelle sue intenzioni, egli sarebbe stato colui che si sarebbe recato in Spagna fisicamente ma loro lo avrebbero aiutato a raggiungere quella regione.  In sostanza egli cercò di rendere partecipi i Romani nella sua missione perché la sua missione era anche la loro missione!

Qualcosa di analogo emerge nella seconda parte di questo brano. Prima di andare in Spagna passando da Roma, l'apostolo doveva recarsi a Gerusalemme per portare una colletta per la comunità di Gerusalemme che, nel frattempo, si era trovata in una grande carestia. Egli stava svolgendo quel servizio ma non su iniziativa personale, bensì su mandato delle chiese della Macedonia e dell'Acaia che gli avevano affidato i loro aiuti per i credenti di Gerusalemme.

Da questi particolari emerge chiaramente il fatto che non esisteva nella mente dell'apostolo Paolo l'idea che il missionario potesse essere indipendente. Egli era sempre legato alla chiesa di Antiochia da cui proveniva e in cui tornava per breve tempo alla fine di ogni suo viaggio come si legge nel libro degli Atti, ed era legato alle chiese che aveva fondato o visitato cercando sempre di portare avanti insieme con loro la mi...
Un servizio prezioso
Ora, fratelli miei, io pure sono persuaso, a vostro riguardo, che anche voi siete pieni di bontà, ricolmi di ogni conoscenza, capaci anche di ammonirvi a vicenda. Ma vi ho scritto un po' arditamente su alcuni punti, per ricordarveli di nuovo, a motivo della grazia che mi è stata fatta da Dio, di essere un ministro di Cristo Gesù tra gli stranieri, esercitando il sacro servizio del vangelo di Dio, affinché gli stranieri diventino un'offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo. Ho dunque di che vantarmi in Cristo Gesù, per quel che concerne le cose di Dio.  Non oserei infatti parlare di cose che Cristo non avesse operato per mio mezzo allo scopo di condurre i pagani all'ubbidienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito Santo. Così da Gerusalemme e dintorni fino all'Illiria ho predicato dappertutto il vangelo di Cristo, avendo l'ambizione di predicare il vangelo là dove non era ancora stato portato il nome di Cristo, per non costruire sul fondamento altrui, ma com'è scritto: «Coloro ai quali nulla era stato annunciato di lui, lo vedranno; e coloro che non ne avevano udito parlare, comprenderanno».
(Romani 15:14-21 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

È sempre difficile dare dei consigli a qualcuno se non siamo sicuri che siano graditi dal nostro interlocutore.  Diventa ancora più difficile se siamo costretti a dire cose che potrebbero urtare l'altro.

Se ci pensiamo bene, la posizione dell'apostolo Paolo nello scrivere questa lettera non era molto facile. Infatti egli stava scrivendo ad una comunità che lui non aveva fondato e aveva trattato dei temi non particolarmente semplici, mettendo in luce le difficoltà di relazione tra Giudei e stranieri nella comunità di Roma.

Qualcuno di tale comunità avrebbe potuto chiedersi: "Ma cosa pretende da noi Paolo? Come si permette? non è neanche il fondatore della nostra comunità."

L'apostolo Paolo tenne conto di queste possibili obiezioni, dimostrando molta sensibilità. Fin dal principio della lettera, introducendo il suo desiderio di visitare i credenti di Roma,  Paolo si pone in maniera molto umile nei confronti della comunità:
Infatti desidero vivamente vedervi per comunicarvi qualche dono, affinché siate fortificati; o meglio, perché quando sarò tra di voi ci confortiamo a vicenda mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io. (Ro 1:11-12)
Egli si presenta come qualcuno che ha qualcosa da dare ma si aspetta anche di ricevere da loro. Non si pone sopra di loro ma come loro pari, come qualcuno che condivideva la stessa fede.

Poi la lettera è proseguita ed egli, guidato dallo Spirito Santo, ha dovuto toccare temi non semplici, con un tono che a tratti era stato anche energico. A questo punto, andando verso la conclusione, Paolo sente il bisogno  di spiegare con molta franchezza perché ha agito in questo modo permettendosi di scrivere "arditamente su alcuni punti" a credenti che egli nemmeno conosceva di persona.

Non lo ha fatto perché li riteneva ignoranti o incapaci di ammonirsi a vicenda, né per innalzarsi su di loro, ma lo ha fatto semplicemente per onorare il servizio che Dio nella sua grazia gli ha affidato, quello di essere "un ministro di Cristo Gesù tra gli stranieri".

A questo proposito è molto bella l'immagine con cui  Paolo descrive il proprio servizio prezioso paragonandolo al servizio sacro che i sacerdoti svolgevano nel tempio offrendo sacrifici a Dio.  La sua offerta però consisteva nel portare a Dio molti stranieri che si erano convertiti, diventando appunto un'offerta gradita a Dio.

Ma come potevano gli stranieri diventare santi, diventare graditi a Dio, preziosi ai suoi occhi? Ovviamente abbandonando l'idolatria ed essendo trasformati dallo Spirito Santo. E come potevano ricevere lo Spirito Santo? Ascoltando il vangelo, la buona notizia inerente Gesù il Messia. Ed è proprio questo il servizio prezioso che Paolo svolgeva per condurre i pagani dagli idoli a Dio,
Uniti nella lode
 Infatti io dico che Cristo è diventato servitore dei circoncisi a dimostrazione della veracità di Dio per confermare le promesse fatte ai padri; mentre gli stranieri onorano Dio per la sua misericordia, come sta scritto:
«Per questo ti celebrerò tra le nazioni e canterò le lodi al tuo nome».
E ancora: «Rallegratevi, o nazioni, con il suo popolo».
E altrove: «Nazioni, lodate tutte il Signore; tutti i popoli lo celebrino».
Di nuovo Isaia dice: «Spunterà la radice di Iesse, colui che sorgerà a governare le nazioni;
in lui spereranno le nazioni».
Or il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo.
(Romani 15:8-13 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

La comunità cristiana è una comunità formata da persone molto diverse tra loro per nazionalità, cultura, ceto sociale. D'altra parte Gesù non ha dato la sua vita sulla croce solo per alcuni ma la sua opera si estende a tutta l'umanità. È essenziale quindi che i cristiani imparino ad accogliersi gli uni gli altri  nonostante le differenze proprio come Gesù Cristo ha accolto ognuno di loro.

Per questo motivo l'apostolo Paolo ha appena concluso con questa affermazione  una lunga sezione sulla tolleranza reciproca che i cristiani dovevano avere gli uni verso gli altri: "Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio." (Romani 15:7)

Ai tempi di Paolo, ma in una certa misura anche oggi, i due gruppi che faticavano di più a convivere nella comunità cristiana erano quelli costituiti dai Giudei e dai Gentili.  Infatti il filo conduttore della lettera ai Romani è stato spesso un confronto tra questi due gruppi affinché potessero comprendere di essere uniti in Cristo e imparassero a vivere insieme.

È quindi logico che a questo punto l'apostolo Paolo ritorni a sottolineare questo tema, citando alcuni passi dell'antico testamento che mostrano come Dio abbia sempre inteso estendere la sua salvezza oltre i confini di Israele.

Gesù è infatti il Cristo, ovvero il Messia promesso ad Israele, il Re discendente di Davide destinato a regnare in eterno. Quindi in primo luogo egli è venuto per rendere un servizio ai circoncisi, agli Ebrei, perché Dio non mente e in Gesù ha mantenuto le promesse fatte ai loro padri, ad Abramo, Isacco, e Giacobbe.

Ma allo stesso tempo anche gli stranieri dovevano unirsi ad Israele onorando Dio e lodandolo per la misericordia che, in Gesù, Egli stava estendendo verso di loro proprio come era stato ampiamente descritto già nell'antico testamento:
Perciò, o SIGNORE, ti loderò tra le nazioni e salmeggerò al tuo nome. (Salmo 18:49)

Nazioni, cantate le lodi del suo popolo! (De 32:43)

Lodate il SIGNORE, voi nazioni tutte! Celebratelo, voi tutti i popoli! (Salmo 117:1)
Ma soprattutto Paolo non può fare a meno di ritornare ad Isaia il quale aveva descritto proprio il Messia, il discendente di Davide e di Isai (padre di Davide) che sarebbe stato proprio il punto di riferimento per tutte le nazioni, non solo per Israele:
In quel giorno, verso la radice d'Isai, issata come vessillo dei popoli, si volgeranno premurose le nazioni, e la sua residenza sarà gloriosa. (Is 11:10)
Ora Gesù Cristo, la speranza delle nazioni, era stato manifestato e Paolo si rende conto che tutti quei brani dell'antico testamento stavano prendendo vita proprio in quel momento storico.

Non era il momento di dividersi, non era il momento di litigare, non era il momento di separare ancora Gentili ed Ebrei, ma era il momento di veder crescere la comunità del Messia composta da tutti coloro che hanno ottenuto salvezza attraverso di lui.

Sì, quello era il momento in cui la comunità di Gesù, composta da Giudei e stranieri che si amavano e si accoglievano a vicenda, doveva afferrare  la speranza, la gioia e la pace che il "Dio della speranza", attraverso la potenza dello Spirito Santo operante in mezzo a loro,
Sei davvero forte?
 Or noi, che siamo forti, dobbiamo sopportare le debolezze dei deboli e non compiacere a noi stessi. Ciascuno di noi compiaccia al prossimo, nel bene, a scopo di edificazione. Infatti anche Cristo non compiacque a se stesso; ma come è scritto:
«Gli insulti di quelli che ti oltraggiano sono caduti sopra di me».
Poiché tutto ciò che fu scritto nel passato, fu scritto per nostra istruzione, affinché mediante la pazienza e la consolazione che ci provengono dalle Scritture, conserviamo la speranza.
Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di aver tra di voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù, affinché di un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio.
(Romani 15:1-7 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Chi è davvero forte nella fede non sente il bisogno di trattare gli altri con sufficienza facendoli sentire deboli. L'esperienza mi ha mostrato che chi si comporta in questo modo, pur non rendendosi conto, è davvero il più debole di tutti.

L'apostolo Paolo, proprio riferendosi a coloro che si sentivano forti, con una certa ironia li invita a dimostrare la loro forza sopportando le debolezze dei deboli. Colui che è veramente forte va incontro alle esigenze dell'altro piuttosto che assecondare le proprie.

Colui che è veramente forte non cerca lo scontro, non cerca di provocare l'altro sminuendo le sue convinzioni con dileggio, ma cerca il dialogo, cerca di comprendere l'altro e di spiegare la propria posizione cercando di aiutarlo a comprendere.

Ho conosciuto persone che hanno delle ottime convinzioni,  che potrei definire "bibliche" come molti usano dire, ma hanno un pessimo modo di sbatterle in faccia agli altri, diventando essi stessi un ostacolo al propagarsi delle proprie buone idee.

Purtroppo questo è un punto sul quale moltissimi credenti, pur amando il Signore, cadono, diventando causa di divisione con altri fratelli. Si tratta di un  atteggiamento alquanto diffuso ai nostri giorni... È davvero triste constatare quante persone, pur amando il Signore con sincerità, non si rendono conto di quanto poco siano in grado di mostrare quell'amore verso i propri fratelli e sorelle.

Credo che non ci farebbe male imparare a memoria e recitare almeno una volta al giorno questo versetto:  "Ciascuno di noi compiaccia al prossimo, nel bene, a scopo di edificazione". Avremmo risolto il 70% dei problemi relazionali nelle comunità cristiane.

L'apostolo Paolo, alla fine di questa trattazione sulla tolleranza reciproca, non poteva fare altro che invitare i suoi lettori a considerare l'esempio di Cristo.  Egli non poteva fare altro che pregare il Signore affinché i credenti manifestassero lo stesso sentimento che ha animato Gesù. Chi più di Gesù Cristo può essere esempio di persona che non ha cercato il proprio vantaggio, ovvero non compiacque a se stesso, ma ha cercato il vantaggio dell'intera comunità? Anzi nel suo caso, si può ben dire che Egli ha cercato il vantaggio dell'intera umanità...

Indicando Cristo come esempio Paolo non si sta riferendo ad un ideale irraggiungibile come molti potrebbero pensare. Infatti Gesù nella sua vita ha messo in pratica ciò che anche altri uomini giusti avevano vissuto in passato vivendo in mezzo ad un popolo ribelle.  Davide aveva descritto quell'esperienza nel salmo 69:
Poiché mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti oltraggia sono caduti su di me. (Salmo 69:9)

In ogni epoca, come era accaduto a Gesù, chiunque avesse voluto onorare Dio lo aveva fatto pagando spesso un caro prezzo. Pensiamo forse che oggi, chi pensa di essere forte nella fede,  possa permettersi  di essere giusto e allo stesso tempo non dover mai rinunciare a nulla? Chi pensa di essere forte può pensare di avere sempre l'ultima parola in ogni situazione? Può pensare di aver sempre successo e di essere sempre lodato dagli altri?

Libero di scandalizzare?
 Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un'occasione di caduta. Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in se stesso; però se uno pensa che una cosa è impura, per lui è impura. Ora, se a motivo di un cibo tuo fratello è turbato, tu non cammini più secondo amore. Non perdere, con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto! Ciò che è bene per voi non sia dunque oggetto di biasimo; perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione. Non distruggere, per un cibo, l'opera di Dio. Certo, tutte le cose sono pure; ma è male quando uno mangia dando occasione di peccato. È bene non mangiare carne, né bere vino, né fare cosa alcuna che porti il tuo fratello a inciampare. Tu, la fede che hai, serbala per te stesso, davanti a Dio. Beato colui che non condanna se stesso in quello che approva. Ma chi ha dei dubbi riguardo a ciò che mangia è condannato, perché la sua condotta non è dettata dalla fede; e tutto quello che non viene da fede è peccato.
(Romani 14:13-23 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Quando la bibbia tace su un argomento o lascia libertà di scelta, ognuno dovrebbe agire secondo la propria coscienza. Ma ci possono essere dei casi in cui la nostra scelta, sebbene lecita, può causare dei problemi ad altri. Come comportarsi in tali casi? 

Dopo aver esortato i credenti a tollerare le opinioni altrui, l'apostolo Paolo propone un passo ulteriore per coloro che pensano di essere forti nella fede. Se pensiamo che la posizione assunta dall'altro sia dovuta ad una "fede debole", ovvero ad una coscienza che si fa scrupoli eccessivi, noi che pensiamo di essere forti e di essere liberi, possiamo fare ciò che vogliamo o dobbiamo comunque tenere conto della coscienza altrui? Dobbiamo rinunciare ad un nostro diritto se questo crea scrupoli di coscienza ad altri?

Rimanendo nel contesto di azioni neutre, ovvero che non hanno nulla di peccaminoso in sé stesse, per le quali l'apostolo Paolo ha esortato ad una tolleranza reciproca, rimane il fatto che "se uno pensa che uno cosa è impura, per lui è impura"! Ovvero, se un cristiano sa che suo fratello considera sbagliata un'azione per motivi di coscienza, compierà proprio quell'azione in faccia al fratello, in nome della propria libertà, sapendo di recare danno alla sua coscienza? 

È proprio su questo punto che il discorso dell'apostolo Paolo mette in difficoltà coloro che pensano di essere forti. Infatti, se è vero che il "debole nella fede" potrebbe essere quello che si fa più scrupoli quando non sarebbe necessario, è anche vero che chi approfitta della propria libertà per scandalizzare l'altro dimostra di essere tutt'altro che "forte nella fede"! Non usiamo male la nostra libertà!

Quando compiamo un'azione lecita, sapendo che reca fastidio o addirittura scandalo ad altri, stiamo considerando la nostra soddisfazione come più importante del nostro fratello. Non è questa la dimostrazione che non amiamo il nostro fratello come noi stessi? Un cibo, una bevanda, piuttosto che un luogo, un oggetto, un indumento, un genere musicale, sono cose per le quali vale la pena perdere il proprio fratello? Se abbiamo a cuore il regno di Dio piuttosto che la nostra soddisfazione, cercheremo le cose che contribuiscono alla pace e all'edificazione reciproca, perseguendo la giustizia, la pace e la gioia che caratterizza la comunità di Gesù Cristo guidata dallo Spirito Santo.

Qualcuno potrebbe dire: "Ma se tutti dobbiamo essere tolleranti gli uni verso gli altri, perché gli altri non dovrebbero esserlo nei miei confronti?" Semplice, perché non tutti sono forti! Se tu pensi di esserlo, sii tu a rinunciare per amore del fratello!

Non disprezzare l’altro
 Accogliete colui che è debole nella fede, ma non per sentenziare sui suoi scrupoli.
Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l'altro che è debole, mangia verdure. Colui che mangia di tutto non disprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto non giudichi colui che mangia di tutto, perché Dio lo ha accolto. Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone; ma egli sarà tenuto in piedi, perché il Signore è potente da farlo stare in piedi.
Uno stima un giorno più di un altro; l'altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente. Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché ringrazia Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il Signore, e ringrazia Dio. Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi. Ma tu, perché giudichi tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi tuo fratello?  Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio; infatti sta scritto:
«Come è vero che vivo», dice il Signore, «ogni ginocchio si piegherà davanti a me,
e ogni lingua darà gloria a Dio».
Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio.
(Romani 14:1-12 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

L'esperienza mi ha mostrato che spesso le più acerbe discussioni tra cristiani nascono su argomenti sui quali è possibile avere opinioni diverse senza che venga messa in dubbio la fedeltà a Dio dell'una o dell'altra parte.

È su questo tipo di discussioni che l'apostolo Paolo attira l'attenzione dei suoi lettori in questa parte della lettera. Egli non si riferisce infatti a comportamenti che tutti potevano identificare come peccato sulla base delle scritture, ma ad argomenti circa i quali era possibile avere opinioni diverse a seconda del punto di vista da cui si guardavano le cose.

Nell'affrontare questo brano, osserviamo che l'apostolo Paolo non è entrato in dettagli specifici circa le persone che avevano scelto di non mangiare carne o di  avere un'attenzione particolare verso  giorni  specifici dell'anno, ma ha affrontato il tema in modo abbastanza generico per permettere ai suoi lettori di cogliere i principi a cui dovevano attenersi tutte le volte che ci si sarebbe trovati in situazioni analoghe.

Occorre notare che le argomentazioni utilizzate da Paolo potevano essere valide sia per i Giudei che per gli stranieri all'interno della comunità di Roma. Potevano esserci dei gentili che, essendo  usciti da un ambiente idolatra e non volendo avere più nulla a che fare con esso, potevano avere degli scrupoli di coscienza nel mangiare carne per la difficoltà di reperire nei mercati carne che non derivasse da sacrifici offerti a divinità pagane. Allo stesso modo potevano esserci dei Giudei che preferivano adottare una dieta vegetariana piuttosto che avvicinarsi a carne che non era stata trattata secondo le regole imposte  dalla loro tradizione orale circa la produzione, la conservazione e la cottura dei cibi.

Per quanto riguarda l'attenzione da dare a giorni specifici, chi proveniva dal Giudaismo era abituato alle discussioni interne tra varie fazioni che si rifacevano a tradizioni orali diverse riguardanti i tempi e i modi in cui dovevano essere rispettate certe festività e ricorrenze particolari. Ma anche chi proveniva dal paganesimo si confrontava con una società che aveva tradizioni e giorni festivi che per chi aveva creduto in Gesù Cristo non avevano più significato. Come comportarsi durante tali giorni anche con parenti e amici? Bisognava adottare un atteggiamento distintivo? Fino a che punto?

C'erano quindi molte situazioni diverse a cui potevano applicarsi le indi...
Il giorno è vicino!
Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L'amore non fa nessun male al prossimo; l'amore quindi è l'adempimento della legge. E questo dobbiamo fare, consci del momento cruciale: è ora ormai che vi svegliate dal sonno; perché adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno, senza gozzoviglie e ubriachezze; senza immoralità e dissolutezza; senza contese e gelosie; ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non abbiate cura della carne per soddisfarne i desideri.
(Romani 13:8-14 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Investiresti in una casa sapendo che il giorno dopo verrà una ruspa a buttarla giù? No, vero? Eppure, a pensarci bene, è proprio ciò che molti di noi fanno ogni giorno della propria vita, trascurando le cose importanti per spendere invece le proprie energie in cose di poco valore.

In questo brano l'apostolo Paolo esorta i suoi destinatari, e quindi anche noi, a tenere gli occhi fissi sulle cose importanti. I cristiani devono essere consci del momento cruciale, ovvero del momento storico in cui stanno vivendo dopo la venuta del Messia. Infatti Dio ha fatto tutto ciò che occorreva per la salvezza dell'uomo e dopo la morte e la risurrezione di Gesù sono cominciati gli ultimi giorni, ovvero il periodo in attesa del ritorno del Messia Gesù. Con la sua morte e la sua risurrezione Gesù ha inaugurato la nuova creazione di Dio che avrà il suo compimento dopo il suo ritorno.

In quest'ottica siamo chiamati a vivere come cristiani, sapendo che l'età presente caratterizzata da un mondo rovinato dal peccato e dalla ribellione verso Dio ha le ore contate. Se questo era vero per i primi destinatari di Paolo che vivevano a Roma nel primo secolo, lo è a maggior ragione per noi oggi! In tal senso la notte è avanzata e il giorno è vicino! Mentre il resto del mondo continua a dormire, i credenti devono svegliarsi e prepararsi ad incontrare il Signore! Coloro che hanno ricevuto la promessa della vita eterna possono vivere l'età presente con lo sguardo rivolto al mondo a venire in cui Gesù regnerà con giustizia.

Il resto del mondo si accontentava e si accontenta ancora oggi della mediocrità e delle tenebre di questo mondo, trovando una gioia effimera in tutti i tipi di eccessi, nell'ubriachezza, nell'immoralità, nella dissolutezza, spinti dalla propria carne, dalla propria natura peccaminosa. Ma i cristiani hanno scoperto il senso della vita nell'incontro con Dio e non hanno bisogno di distrarsi dalle miserie della propria vita rifugiandosi nel peccato ma possono vivere con gioia il loro presente con una prospettiva ben diversa.

Paolo aveva già affrontato questo tema nei capitoli centrali della lettera spiegando che lo Spirito Santo poteva permettere ai credenti di vivere una vita diversa, non assecondando la propria natura peccaminosa. Ma lo Spirito Santo non forza nessuno a seguirlo! Egli agisce come un consigliere e ci indica la strada da seguire, ma lascia a noi la responsabilità di scegliere. Ecco perché in questo brano Paolo esorta i credenti a svegliarsi, a comportarsi in maniera diversa dal mondo che li circondava, a indossare le armi della luce, a mettere da parte le gelosie e le contese perché ciò non avviene in modo automatico ma implica una decisione volontaria.

Solo se siamo consci del momento cruciale, solo se siamo consci di quali siano le giuste priorità, le cose nelle quali vale la pena investire il proprio tempo e le proprie energie mentre attendiamo il ritorno di Cristo, riusciremo davvero a goderci la vita servendo il Signore.
A ciascuno il dovuto
Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono sono stabilite da Dio. Perciò chi resiste all'autorità si oppone all'ordine di Dio; quelli che vi si oppongono si attireranno addosso una condanna; infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive. Tu, non vuoi temere l'autorità? Fa' il bene e avrai la sua approvazione, perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza. È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio. Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l'imposta a chi è dovuta l'imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore; l'onore a chi l'onore.
(Romani 13:1-7 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

La storia dell'umanità è piena di governanti che si sono comportati da veri e propri criminali.  Come conciliare questa realtà innegabile con l'affermazione che Paolo fa in questo brano, secondo cui i cristiani dovrebbero essere sottomessi alle autorità superiori perché "non vi è autorità se non da Dio"? Essere sottomessi alle autorità significa che i cristiani devono ubbidire alle autorità in ogni caso?

Nell'affrontare questo tema occorre tenere presente che lo stesso Paolo aveva sperimentato più volte nella sua vita trattamenti ingiusti da parte delle autorità ed era stato incarcerato diverse volte solo per aver predicato il vangelo.  Ma questo non lo aveva fermato. Anche l'apostolo Pietro aveva sperimentato persecuzioni da parte della autorità ebraiche, eppure non aveva smesso di predicare il vangelo quando il sommo sacerdote gli aveva intimato di non insegnare nel nome di Gesù.  È infatti famosa la risposta che  Pietro diede al sommo sacerdote: "Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini." (At 4:18-19, At 5:-28-29). Eppure anche Pietro nella sua lettera scrisse:
"Siate sottomessi, per amor del Signore, a ogni umana istituzione: al re, come al sovrano; ai governatori, come mandati da lui per punire i malfattori e per dare lode a quelli che fanno il bene. Perché questa è la volontà di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca all'ignoranza degli uomini stolti.  (1Pietro 2:13-15)
Gli apostoli si  sono quindi contraddetti? Hanno predicato la sottomissione alle autorità e poi non l'hanno praticata? L'equivoco nasce dal modo in cui consideriamo la sottomissione. La sottomissione di cui Paolo e Pietro stanno parlando non ha nulla a che fare con  un'ubbidienza cieca, ma piuttosto con il rispetto dell'ordine stabilito da Dio.  Infatti Dio ha creato un mondo ordinato e fu proprio il peccato dell'uomo a sfidare l'ordine stabilito da Dio con conseguenze disastrose. La società umana, anche dopo il peccato, ha bisogno di una certa organizzazione ed in tal senso si basa, anche inconsapevolmente, su un modello che è stato stabilito da Dio.  L'ordine prevede che ci sia chi governi, chi fa rispettare la legge, chi persegue i criminali, chi fa pagare  imposte e tasse. I credenti sono chiamati ad essere sottomessi alle autorità rispettandole proprio nello svolgimento delle loro funzioni ed è proprio a questo che Paolo si riferiva.

I cristiani, seguendo l'esempio di Gesù che aveva invitato a dare a ciascuno il dovuto, a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare (Mt 22:21), non si rifiutavano di pagare le imposte e le tasse, non si opponevano con violenza quando venivano arrestati ingustamente, rendevano onore e rispettavano i Re e tutte le altre autorità pubbliche, anche quando esse non si comportavano con giustizia. Si pensi, ad esempio, a Paolo quando protestò con forza per l'ingiusto trattamento subito e poi,
Un antidoto al male
Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono. Abbiate tra di voi un medesimo sentimento. Non aspirate alle cose alte, ma lasciatevi attrarre dalle umili. Non vi stimate saggi da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all'ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.
(Romani 12:14-21 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Il male genera altro male.

Facendo del male a qualcuno lo si incita a rispondere con il male, innescando una spirale di vendetta dalla quale è difficile uscire. Spesso poi il male che si insinua tra due persone si estende anche ad altri, ad intere famiglie, quartieri, o addirittura città!

Come cristiani siamo chiamati a mettere un freno a tutto questo, stroncando il male sul nascere.  Questo significa che, innanzitutto, dobbiamo evitare di istigare gli altri al male e quindi, per quanto dipende da noi,  dobbiamo vivere in pace con tutti e fare del bene a tutti per quanto possibile.

Il cristiano dovrebbe quindi essere conosciuto dagli altri, siano essi credenti o non credenti, come una persona di cui ci si può fidare. In un mondo in cui domina l'egoismo, il cristiano è chiamato ad interessarsi del prossimo, cercando di essere empatico, ovvero di comprendere lo stato d'animo altrui, immedesimandosi, mettendosi nei panni dell'altro. Egli dovrebbe davvero  interessarsi ai problemi dell'altro, non chiedere "come va?" senza aspettare neanche una risposta, ma condividere i sentimenti dell'altro, gioendo con chi è nella gioia senza provare invidia e allo stesso modo piangendo con chi piange, immedesimandosi con chi soffre, essendo presente accanto all'altro senza essere invadente e inopportuno.

Il cristiano non dovrebbe essere una persona saccente, altezzosa, che si sente superiore agli altri e si aspetta di essere servita ed ammirata dal prossimo, ma dovrebbe essere animato dal sentimento di umiltà che ha animato Gesù, il quale pur essendo un re è venuto per servire il prossimo.

Ma la parte più difficile è quella di non rispondere al male che ci viene fatto. L'apostolo Paolo in questo brano insiste molto su questo punto:

"Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite".
"Non rendete a nessuno male per male".
"Non fate le vostre vendette miei cari ma cedete il posto all'ira di Dio."
"Non lasciarti vincere dal male ma vinci il male con il bene".
Più facile a dirsi che a farsi, vero? Eppure questa è la sfida che noi cristiani ci troviamo ad affrontare ogni giorno vivendo in un mondo che spesso ci è ostile.

Ma qualcuno dirà: "Com'è possibile non rispondere alla provocazione di chi si comporta da nostro nemico? In questo modo saremo presi per stupidi!". Rispondiamo insieme a questa osservazione.

L'apostolo Paolo, come abbiamo letto, ci invita a non cercare vendetta e a mostrare addirittura amore verso il nemico.   Teniamo presente che questo atteggiamento ha le sue radici già nei comandamenti dell'antico testamento, infatti il rancore e la vendetta dovevano essere banditi in Israele secondo brani come Le 19:17. D'altra parte l'inimicizia e l'odio vengono alimentati dalla vendetta ma il loro fuoco si spegne quando una delle due parti sceglie di non reagire.

Se scegliamo di non cercare vendetta verso chi ci ha fatto del male la prima persona che ne trarrà beneficio siamo noi stessi, infatti il rancore logora la nostra anima. Quindi se non cerchiamo vendetta, staremo subito meglio indipendentemente dal modo in cui reagirà l'altro.
...
Una comunità che funziona
Avendo pertanto doni differenti secondo la grazia che ci è stata concessa, se abbiamo dono di profezia, profetizziamo conformemente alla fede; se di ministero, attendiamo al ministero; se d'insegnamento, all'insegnare; se di esortazione, all'esortare; chi dà, dia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le faccia con gioia. L'amore sia senza ipocrisia. Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene. Quanto all'amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all'onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente. Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore; siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l'ospitalità.
(Romani 12:6-13 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

In un mondo basato fortemente sulla competizione, la comunità cristiana è chiamata ad essere una luce attraverso un modello diverso.

Se in questo mondo le persone cercano di realizzare le proprie aspirazioni non preoccupandosi di calpestare gli altri, quando questo dovesse rendersi necessario, nella comunità cristiana ognuno dovrebbe mettersi al servizio degli altri mettendo a disposizione  ciò che sa fare, i doni che Dio gli ha dato.

Il Signore nella sua grazia ha dato ad ognuno differenti caratteristiche in modo che il corpo di Cristo possa funzionare in modo eccellente.  In una comunità che funziona ognuno deve fare la sua parte non trascurando il dono ricevuto da Dio ma mettendolo a disposizione degli altri nel miglior modo possibile.

Così Paolo osserva che se Dio aveva dato a qualcuno di profetare, ovvero di parlare pubblicamente sotto l'impulso spirituale per edificare, esortare o incoraggiare in situazioni specifiche,  era bene che questo non fosse fatto in modo superficiale secondo i propri pensieri ma  in conformità alla fede, ovvero in accordo con la rivelazione che Dio ha dato attraverso la scrittura.  Questo è un principio  basilare per qualunque servizio. Dall'insegnamento alla conduzione della comunità ogni cosa doveva essere svolta con diligenza, con impegno e senso di responsabilità sempre in coerenza con la fede professata e con i doni ricevuti da ciascuno.

Allo stesso modo anche chi aveva ricevuto la capacità di svolgere qualunque servizio pratico (la parola tradotta "ministero" deriva proprio da una parola che significa "servizio") doveva mettere ogni cura e prepararsi per svolgerlo al meglio. Che si fosse trattato di opere di misericordia, di aiutare in modo pratico chi è nel bisogno, di fare delle offerte per aiutare i poveri o di qualunque altro tipo di azione per alleviare la sofferenza del prossimo, ogni ministero doveva essere svolto con zelo, con uno spirito fervente, non con pigrizia, ricordando che si trattava di un incarico svolto per il Signore, da portare avanti con generosità  e  con la gioia che  proviene dalla speranza legata alle promesse del Signore.

E se ci si fosse trovati nella tribolazione, nella sofferenza? In tali circostanze i cristiani si sarebbero forse ripiegati su se stessi, piangendosi addosso e rinunciando al servizio? No, essi potevano affrontare anche la tribolazione con pazienza, perseverando nella preghiera, avendo fiducia nel Signore che si sarebbe preso cura di loro. Anche nel modo di affrontare le situazioni difficili la comunità cristiana deve essere un modello alternativo in questo mondo.


Infine, in un mondo che fa a gara per avere i posti migliori, non esitando a fare del male al prossimo per preservare il proprio bene, la comunità cristiana doveva splendere per l'amore fraterno, doveva prendere le distanze dal male per dedicarsi al bene. Ognuno doveva nutrire affetto sincero e gareggiare con gli altri non per primeggiare e per dominare, ma per rendersi onore a vicenda. Se qualcuno si fosse trovato nel bisogno, gli altri avrebbero dovuto aiutarlo.
Una mente trasformata
Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.
Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno. Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, così noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l'uno dell'altro.
(Romani 12:1-5- La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Non è difficile dire di amare qualcuno. Ma tutt'altra cosa è dimostrarlo nella pratica.

L'apostolo Paolo, ispirato dal Signore, ha speso molto tempo ed energia in questa lettera per spiegare a Giudei e stranieri all'interno della comunità di Roma la necessità di un'accettazione reciproca. La parte Giudaica poteva ancora essere influenzata dai loro fratelli che non avevano accettato Gesù come Messia e avere ancora degli scrupoli nell'accettare a pieno titolo degli incirconcisi nella comunità del Messia. Ma, come abbiamo visto la componente straniera poteva insuperbirsi visto che stavano diventando la maggioranza nella comunità cristiana di Roma soprattutto dopo che, qualche anno prima, gli Ebrei erano stati momentaneamente allontanati da Roma da parte dell'imperatore Claudio.

Ma la teoria non bastava. I cristiani non si riconoscono solo da una professione verbale di fede ma dal loro modo di comportarsi. L'accettazione reciproca doveva essere messa in pratica nella vita comunitaria in un modo chiaro e visibile, attraverso il loro servizio e il loro amore gli uni verso gli altri.

Dovevano quindi sforzarsi di amarsi un po' di più? Se la vita cristiana consistesse solo nello sforzarsi di comportarsi meglio, cercando di ubbidire a Dio, rispettando delle regole, praticando dei riti, sarebbe una vita misera e piena di sconfitte. Era quindi necessario un cambiamento più profondo.


A questo proposito, Paolo usa un'immagine molto suggestiva e ricorda ai suoi interlocutori che il cristianesimo non aveva a che fare solo con riti e sacrifici offerti alla divinità come quelli che caratterizzavano il culto di qualunque religione. Piuttosto il culto spirituale ovvero quello razionale, che aveva senso, quello che Dio si aspettava da loro, doveva consistere nell'offrire a Dio la loro stessa vita.  Ovviamente l'apostolo Paolo non intendeva un sacrificio letterale infatti parla di un sacrificio vivente. In sostanza essi dovevano vivere la loro vita in modo santo, ovvero dedicato a Dio e gradito a Lui.


Com'era possibile una dedizione del genere? Se essi si fossero basati solo sulle proprie forze non avrebbero raggiunto risultati apprezzabili. Affinché questo avvenga è necessaria una vera trasformazione, un cambiamento nel modo di pensare che non è imposto da regole esterne ma parte dall'interno perché è indotto dalla presenza dello Spirito Santo nella vita del cristiano.

Ecco perché Paolo esorta i credenti ad avere una mente rinnovata attraverso la quale è possibile ragionare in maniera diversa da quella che caratterizza il mondo che li circonda.  Per Paolo e per i suoi interlocutori era chiara la differenza tra l'età presente (qui tradotta come "questo mondo") caratterizzata da ribellione e indipendenza da Dio e l'età a venire che invece avrebbe caratterizzato il regno del Messia con un ristabilimento della giustizia e di un mondo che funziona proprio come Dio aveva progettato in origine.

Ciò che Paolo sta affermando è che i discepoli di Gesù, sebbene inseriti in un mondo caratterizzato da ribellione verso Dio, possono già vivere oggi come cittadini del regno di Dio perché,
A Lui sia la gloria
 Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore?
O chi è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?» Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.
(Romani 11:33-36- La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Quando si arriva in cima ad una vetta dopo essersi arrampicati per alcune ore non si può fare a meno di fermarsi un po' per godersi il panorama.

Paolo nella sua trattazione fino alla fine di questo capitolo ha dovuto presentare ragionamenti piuttosto elaborati per mostrare il modo in cui Dio ha sviluppato il suo piano per redimere l'umanità ribelle.  In particolare nei capitoli 9-11 si è soffermato su una questione che gli stava molto a cuore, infatti il rifiuto di Gesù il Messia da parte di molti suoi connazionali era una ferita che gli causava molto dolore. Ma egli non voleva che i suoi lettori non Ebrei arrivassero alla conclusione che Dio avesse rigettato Israele come popolo e così, con molta pazienza, ha illustrato il piano di Dio anche per Israele e il modo in cui Dio ha sempre mantenuto fede al proprio patto rinnovando le sue promesse al residuo fedele che non era mai mancato nella storia di Israele dai tempi di Mosè fino a quel momento. Aveva poi messo in guardia gli stranieri dall'insuperbirsi nei confronti dei Giudei, invitandoli a ricordare che tutti siamo peccatori bisognosi della misericordia di Dio e che Egli mostra la sua misericordia verso i Giudei che si convertono nello stesso modo in cui la mostra ai gentili.

A questo punto, come diverse volte accade nelle lettere di Paolo, l'apostolo sente una spinta interiore a fermarsi un attimo per glorificare Dio. E così dovremmo fare anche noi.

Se infatti consideriamo il piano di Dio per la salvezza dell'umanità non possiamo fare a meno di esclamare con Paolo: "Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza (ovvero conoscenza) di Dio!"

Il piano di Dio supera la nostra immaginazione. Anzi, la storia stessa di Israele dimostra che gli uomini tendono a fraintendere le intenzioni di Dio. Dio aveva scelto Israele per essere luce delle nazioni e Israele aveva invece finito per prendere le distanze dai gentili! Al tempo opportuno Dio si era manifestato in Gesù il Messia il quale era morto per i peccati di ogni essere umano, Giudeo o gentile, infatti, a differenza di quanto pensano gli esseri umani, nessuno potrebbe mai essere giusto davanti a Dio per i propri meriti. Dio aveva poi riaffermato con forza il suo piano originale di inclusione degli stranieri non lasciando alcun dubbio agli apostoli quando aveva mandato il suo Spirito Santo anche sugli stranieri incirconcisi (At 10)! Ma questo aveva ancora di più alimentato la frattura tra i Giudei che avevano creduto in Gesù e quelli che lo avevano rifiutato. Eppure, come Paolo aveva illustrato, Dio non si sarebbe arreso e, attraverso l'inclusione dei gentili, avrebbe raggiunto ancora il popolo di Israele con la sua grazia e misericordia.

Difficile per noi esseri umani concepire un piano di questo genere vero? Le vie di Dio non sono le nostre vie e i suoi pensieri non sono i nostri pensieri. Rimaniamo meravigliati e non possiamo fare altro che inchinarci di fronte alla sua saggezza.

Chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio? In queste frasi Paolo esprime concetti presenti in diversi brani delle scritture come Isaia 40:13-14 e Giobbe 41. In particolare in Gb 41:3 il Signore afferma:
Chi mi ha anticipato qualcosa perché io glielo debba rendere? Sotto tutti i cieli, ogni cosa è mia. (Gb 41:3)

Ed è proprio su questo concetto che Paolo si sofferma per concludere questa sezione. Dio è il Creatore di ogni cosa, ogni cosa è sua.
Misericordia per tutti
Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d'Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto:
«Il liberatore verrà da Sion.  Egli allontanerà da Giacobbe l'empietà;
e questo sarà il mio patto con loro, quando toglierò via i loro peccati».
Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l'elezione, sono amati a causa dei loro padri; perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili. Come in passato voi siete stati disubbidienti a Dio, e ora avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, così anch'essi sono stati ora disubbidienti, affinché, per la misericordia a voi usata, ottengano anch'essi misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti.
(Romani 11:25-32- La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Noi esseri umani utilizziamo quasi sempre due metri di giudizio, uno per  noi stessi e uno per gli altri. In campo spirituale noi gentili (non Ebrei), forse senza rendercene nemmeno conto, utilizziamo a volte un metro molto severo per giudicare i Giudei, criticandoli per non aver riconosciuto in Gesù il proprio Messia nonostante la testimonianza delle scritture e ci esprimiamo in un modo che lascia intendere che il loro peccato sia più grave del nostro.

Già ai tempi di Paolo i credenti gentili di Roma stavano sviluppando un atteggiamento sbagliato nei confronti dei Giudei.  La comunità romana, che per alcuni anni dopo il 49 d.c. era stata composta quasi esclusivamente da gentili visto che i Giudei erano stati allontanati da Roma da parte dell'imperatore Claudio (vedi At 18:2), doveva imparare nuovamente ad accogliere i fratelli Ebrei che credevano in Gesù e doveva prendere le distanze dalla mentalità antiebraica che si era diffusa nella società. In particolare Paolo nella sezione precedente aveva ricordato loro che la comunità cristiana era basata su radici ebraiche e non aveva alcun senso pensare che Dio avesse chiuso la porta agli Ebrei.

Tirando le somme di quanto già spiegato ai suoi lettori, Paolo esorta i credenti non ebrei (gentili) a non essere presuntuosi pensando di aver preso il posto di Israele come popolo di Dio. Piuttosto dovevano comprendere che  quella parte di Ebrei che avevano rifiutato Gesù come Messia, e si trovavano quindi nella disubbidienza, non erano in una condizione peggiore di quella in cui erano stati proprio tutti loro, stranieri di nascita, quando vivevano nella disubbidienza lontani da Dio! Come Dio aveva mostrato la sua misericordia verso gli stranieri che si erano convertiti, lo avrebbe fatto anche verso i Giudei che avessero creduto!

Come Paolo avea spiegato nella sezione precedente, la disubbidienza di una parte di Israele aveva addirittura favorito l'espansione del vangelo tra gli stranieri ma la sua convinzione era che la conversione di molti stranieri avrebbe allo stesso modo riportato i Giudei a riconsiderare Gesù come Messia arrivando anch'essi alla salvezza.


Quel processo però non era destinato ad esaurirsi nel giro di pochi anni o decenni, come qualcuno poteva auspicare. Anzi sarebbe durato fino a quella che Paolo indica come  l'entrata nel popolo di Dio della "pienezza dei gentili" (nel testo che abbiamo letto tradotta come la "totalità dei gentili"), ovvero fino al momento in cui, alla fine dei tempi prima del ritorno di Gesù Cristo, si sarebbe completato il numero dei convertiti tra tutte le nazioni. Così, secondo il processo descritto in precedenza, si sarebbe completata  anche la salvezza di tutto Israele, ovvero si sarebbe completato anche il numero di Giudei che avrebbero creduto in Gesù. Paolo si aspettava certamente che molti rami naturali sarebbero stati innestati di nuovo nel proprio ulivo ma la loro salvezza passava per un ritorno a Gesù il Messia stimolata proprio dalla conversione dei gentili!

Bontà e severità di Dio
Se la primizia è santa, anche la massa è santa; se la radice è santa, anche i rami sono santi. Se alcuni rami sono stati troncati, mentre tu, che sei olivo selvatico, sei stato innestato al loro posto e sei diventato partecipe della radice e della linfa dell'olivo, non insuperbirti contro i rami; ma, se t'insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. Allora tu dirai: «Sono stati troncati i rami perché fossi innestato io». Bene: essi sono stati troncati per la loro incredulità e tu rimani stabile per la fede; non insuperbirti, ma temi. Perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te. Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; ma verso di te la bontà di Dio, purché tu perseveri nella sua bontà; altrimenti, anche tu sarai reciso. Allo stesso modo anche quelli, se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Dio ha la potenza di innestarli di nuovo. Infatti se tu sei stato tagliato dall'olivo selvatico per natura e sei stato contro natura innestato nell'olivo domestico, quanto più essi, che sono i rami naturali, saranno innestati nel loro proprio olivo.
(Romani 11:16-24- La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Leggendo il libro degli Atti ci si rende conto del fatto che nei primi anni dopo la risurrezione di Gesù la comunità cristiana fu caratterizzata da dibattiti interni al popolo ebraico per determinare come potevano essere accettati i gentili nella comunità.  Dopo l'incontro di Gerusalemme riportato in Atti 15 fu riconosciuto dalla maggioranza che gli stranieri potevano entrare a far parte della comunità senza essere circoncisi, ovvero senza che diventassero proseliti Giudei a tutti gli effetti.

Con la crescita del numero di stranieri all'interno della comunità cristiana, si stava però verificando un'altro tipo di rottura nella comunità. Infatti molti stranieri  stavano sviluppando un'idea sbagliata nei confronti dei Giudei, arrivando a pensare che Dio avesse rigettato il popolo Giudaico per sostituirlo con un popolo di stranieri.

In particolare, dobbiamo ricordare che  l'imperatore Claudio intorno al 49-50 d.c.  aveva espulso i Giudei da Roma. I cristiani non erano ancora perseguitati a Roma in quel periodo, così  per alcuni anni la comunità cristiana fu composta da soli gentili che accoglievano altri gentili neoconvertiti in un contesto di totale assenza dei Giudei. L'avversione verso i Giudei che si era sviluppata nella società romana aveva probabilmente influenzato anche i cristiani gentili. Si pensa infatti che l'apostolo Paolo scrisse questa lettera proprio alcuni anni dopo, quando i Giudei ebbero il permesso di rientrare in Roma e i due gruppi dovevano di nuovo imparare a coesistere al'interno della comunità cristiana.

Occorreva che i gentili si ricordassero delle proprie origini, visto che erano diventati seguaci di Gesù che era proprio il Messia inviato in primo luogo proprio ai Giudei. Essi stavano infatti commettendo un errore analogo a quello che avevano fatto i Giudei prima di loro.  Se molti Giudei avevano pensato erroneamente di poter essere accettati da Dio per il solo fatto di essere Giudei, ora molti stranieri rischiavano di concludere che i Giudei fossero rigettati da Dio per il solo fatto di essere Giudei, senza più possibilità di essere riconciliati con Dio! Essi stavano pretendendo che Dio mostrasse la sua bontà verso di loro riservando ai Giudei la sua severità.


L'apostolo Paolo propone in questa sezione alcune illustrazioni per esortare gli stranieri ad avere una prospettiva corretta. La prima illustrazione si riferiva al sistema sacrificale che prevedeva la presentazione delle primizie a Dio in rappresentanza dell'intero raccolto. Dedicando a Dio una piccola parte del raccolto,  santificandola ovvero mettendola da parte per il Signore, di fatto si dedicava a Dio l'intero raccolto. In tal senso se la primizia è santa,
Quando Israele si rialzerà
Ora io dico: sono forse inciampati perché cadessero? No di certo! Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta agli stranieri per provocare la loro gelosia. Ora, se la loro caduta è una ricchezza per il mondo e la loro diminuzione è una ricchezza per gli stranieri, quanto più lo sarà la loro piena partecipazione! Parlo a voi, stranieri; in quanto sono apostolo degli stranieri faccio onore al mio ministero, sperando in qualche maniera di provocare la gelosia di quelli del mio sangue, e di salvarne alcuni. Infatti, se il loro ripudio è stato la riconciliazione del mondo, che sarà la loro riammissione, se non un rivivere dai morti?
(Romani 11:11-15- La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Il rifiuto di Gesù come Messia da parte di molti in Israele è ancora oggi un argomento che genera controversie.

Come stiamo vedendo, Paolo ha dedicato a questo tema parecchio spazio in questi capitoli della lettera ai Romani perché tale argomento generava tensioni tra Giudei e stranieri già nei primi decenni dopo la morte e la risurrezione di Gesù. A questo punto della sua trattazione, Paolo usa un'argomentazione forte, sulla quale pochi riflettono ancora oggi, per fare comprendere che la caduta di Israele, per quanto dolorosa, ha avuto dei risvolti positivi per l'umanità che alla fine risulteranno essenziali anche per il ristabilimento di Israele stesso!

Com'è possibile tutto questo? L'apostolo Paolo, ispirato dal Signore, è convinto che la caduta di Israele non sia fine a se stessa ma vada vista alla luce dei risvolti che essa stava avendo sulla storia della salvezza per il resto dell'umanità.

Il popolo di Israele  ai tempi in cui Gesù si è manifestato in carne aveva parecchi problemi dal punto di vista spirituale. Non dimentichiamo che la maggioranza delle persone religiose più influenti in Israele erano suddivise tra la setta dei Sadducei e quella dei Farisei che avevano idee diverse tra loro ma che comunque stavano favorendo in Israele lo sviluppo di una mentalità che non corrispondeva  a quanto richiesto dal Signore nel passato. I secoli precedenti la venuta di Gesù avevano portato degli aspetti positivi quali la diffusione delle sinagoghe in molte città sparse nell'impero romano che aveva permesso a molti stranieri di conoscere il Signore  ma ,allo stesso tempo, in risposta all'ellenizzazione crescente i Giudei stavano diventando sempre più nazionalisti. Se da una parte uno straniero poteva avere un rapporto con il Signore di Israele come timorato di Dio rispettando un insieme minimo di regole (leggi noaiche), egli per diventare proselito ed essere accettato pienamente nel popolo di Dio come un Giudeo,  doveva passare attraverso una serie di riti (es. circoncisione, abluzione, offerta presso il tempio di Gerusalemme) ed impegnarsi poi a rispettare l'intera legge mosaica. Questo stato di cose era in contrasto con il  programma di Dio per l'umanità, infatti Dio aveva scelto Israele per raggiungere le altre nazioni con la sua luce ma non aveva mai imposto a nessun straniero di diventare un Israelita. Infatti basta leggere l'antico testamento con un po' di attenzione per rendersi conto che ci sono stati molti stranieri che si sono relazionati con il Dio di Israele anche senza entrare a fare parte del popolo di Israele.

In quella situazione era inevitabile che Gesù il Messia causasse una frattura all'interno del popolo. D'altra parte la storia mostrava che anche i profeti prima di lui avevano sempre avuto poco seguito, facendo breccia nel cuore di un piccolo residuo fedele come Paolo aveva ricordato nei capitoli precedenti.  Quella selezione era inevitabile per il bene del Giudaismo stesso. Dio non poteva adeguarsi all'agenda di Sadducei e Farisei ma doveva portare avanti il suo piano di raggiungere le estremità della terra con la buona notizia inerente il Messia.

Il rifiuto di Gesù da parte di molti Giudei poteva sembrare un disastro ma fu invece usato dal Signore proprio per riaprire le porte agli stranieri ritorna...
Un residuo fedele
Dico dunque: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo! Perché anch'io sono israelita, della discendenza di Abraamo, della tribù di Beniamino. Dio non ha ripudiato il suo popolo, che ha preconosciuto. Non sapete ciò che la Scrittura dice a proposito di Elia? Come si rivolse a Dio contro Israele, dicendo: «Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno demolito i tuoi altari, io sono rimasto solo e vogliono la mia vita»? Ma che cosa gli rispose la voce divina? «Mi sono riservato settemila uomini che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal». Così anche al presente, c'è un residuo eletto per grazia. Ma se è per grazia, non è più per opere; altrimenti, la grazia non è più grazia. Che dunque? Quello che Israele cerca, non lo ha ottenuto; mentre lo hanno ottenuto gli eletti; e gli altri sono stati induriti, com'è scritto: «Dio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per non vedere e orecchie per non udire, fino a questo giorno». E Davide dice: «La loro mensa sia per loro una trappola, una rete, un inciampo e una retribuzione. Siano gli occhi loro oscurati perché non vedano e rendi curva la loro schiena per sempre».
(Romani 11:1-10 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Il rifiuto del Messia da parte di molti in Israele determinava un cambiamento nel piano di Dio? Dio avrebbe rigettato il suo popolo?

L'apostolo Paolo ha  dimostrato nelle sezioni precedenti che Dio aveva già previsto e annunciato attraverso Mosè e i profeti l'avvicinamento di coloro che erano lontani da Lui, fra le nazioni che non avevano ricevuto la sua legge, ma l'avvicinamento di costoro non significa certamente un ripudio del popolo di Israele da parte di Dio.

Infatti era evidente che molti in Israele avevano risposto affermativamente alla chiamata di Dio. D'altra parte, come l'apostolo Paolo osserva, egli era proprio uno di questi!

Il Signore aveva scelto Israele nei tempi antichi e aveva stabilito un rapporto con loro diverso da quello che aveva stabilito con ogni altra nazione. Anzi Israele era l'unica nazione che Dio stesso aveva formato per essere di benedizione a tutte le altre nazioni a partire dalla discendenza di Giacobbe attraverso la quale avrebbe attuato la promessa fatta ad Abramo: "Tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza, perché tu hai ubbidito alla mia voce" (Ge 22:18).  Quindi la nazione di Israele era stata scelta da Dio addirittura prima che esistesse come nazione... Si poteva pensare che Dio ora avesse completamente dimenticato la nazione che lui stesso aveva formato? Non aveva più nessun significato per lui?

L'apostolo Paolo fa notare che ciò che stava accadendo ai suoi tempi, ovvero l'indurimento nei confronti della parola di Dio da parte di molti suoi connazionali, si era già verificato diverse volte nel passato. In particolare egli ricorda ai suoi lettori la situazione terribile in cui si trovava il popolo di Israele ai tempi di Elia che aveva addirittura pensato di essere rimasto l'unico uomo ancora fedele a Dio in Israele. Ma il Signore lo aveva rassicurato rivelandogli che c'erano almeno altri settemila uomini che come lui non si erano abbandonati all'idolatria (1Re 19:14-18).

Così anche al presente, nel momento in cui Paolo scriveva, c'era un residuo di Israeliti che avevano creduto in Gesù come Messia ed erano certamente ben più di settemila visto che tremila Giudei si erano già convertiti nel solo giorno di Pentecoste, quel primo giorno di annuncio pubblico del vangelo di Gesù  da parte degli apostoli (At 2:41)!

Anche se molti in Israele avevano creduto di poter raggiungere la giustizia di Dio attraverso le proprie opere (At 9:32), grazie a Dio c'era un residuo di Giudei che si erano avvicinati a Dio nel modo giusto confidando nella grazia di Dio rivelata attraverso Gesù Cristo. All'interno del popolo di Israele c'era quindi un residuo eletto (ovvero scelto) per grazia, non per opere,  un residuo fedele che aveva risposto alla chiamata di Dio adempiendo il piano di Di...
Vicini e lontani
 Poiché non c'è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c'è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Com'è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!»
Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?»  Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo. Ma io dico: forse non hanno udito? Anzi, la loro voce è andata per tutta la terra e le loro parole fino agli estremi confini del mondo. Allora dico: forse Israele non ha compreso? Mosè per primo dice: «Io vi renderò gelosi di una nazione che non è nazione; provocherò il vostro sdegno con una nazione senza intelligenza». Isaia poi osa affermare: «Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano; mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me». Ma riguardo a Israele afferma: «Tutto il giorno ho teso le mani verso un popolo disubbidiente e contestatore».
(Romani 10:12-21 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Non c'è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Quella che a noi può sembrare un'ovvietà, non lo era affatto per molti contemporanei dell'apostolo Paolo. Infatti proprio il fatto che non fosse richiesto agli stranieri di essere circoncisi diventando di fatto Giudei per entrare a fare parte del popolo di Dio,  era stato oggetto di discussione nella comunità cristiana nei primi anni dopo l'ascensione di Gesù (si legga a questo proposito Atti 15). In questa sezione l'apostolo Paolo chiarisce che la predicazione della buona notizia anche agli stranieri non costituiva una novità inaspettata ma era  già previsto nelle scritture dell'antico testamento!

Uno degli errori di molti in Israele, che portava ad un indurimento nei confronti della comunità che aveva riconosciuto Gesù come Messia, era stato proprio quello di promuovere un esclusivismo che non era mai stato nelle intenzioni di Dio quando aveva scelto Israele come suo popolo. Era infatti evidente che l'elezione di Israele aveva lo scopo di fare conoscere il Signore agli altri popoli, non quello di trasformare tutti gli altri popoli in Israeliti attraverso la conversione al Giudaismo.

Paolo aveva  compreso la necessità di predicare la buona notizia inerente Gesù anche a persone che non facevano parte di Israele rispettando le loro specificità. Anche gli stranieri potevano essere salvati invocando il nome di Gesù, il messia di Israele, senza entrare formalmente a fare parte di Israele, in accordo con le decisioni prese nell'incontro di Gerusalemme riportato in Atti 15. 

La tesi di Paolo è che l'antico testamento prevedesse già la conversione degli stranieri senza  che fosse loro richiesto di entrare a fare parte del popolo di Israele.

Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie! Citando Is 52:7 l'apostolo Paolo evoca proprio l'intera sezione di Isaia 52-53 che parla della buona notizia inerente il Messia di Israele che avrebbe destato anche l'ammirazione delle altre nazioni:
 Il SIGNORE ha rivelato il suo braccio santo agli occhi di tutte le nazioni; tutte le estremità della terra vedranno la salvezza del nostro Dio. (Is 52:10)

molte saranno le nazioni di cui egli desterà l'ammirazione; i re chiuderanno la bocca davanti a lui, poiché vedranno quello che non era loro mai stato narrato, apprenderanno quello che non avevano udito. (Is 52:15)

L'apostolo Paolo deduce logicamente che affinché le nazioni potessero credere, come Isaia stesso aveva annunciato, era necessario che qualcuno fosse mandato ad annunciare la buona notizia anche a loro!
La legge e la fede
Infatti Mosè descrive così la giustizia che viene dalla legge: «L'uomo che farà quelle cose vivrà per esse». Invece la giustizia che viene dalla fede dice così: «Non dire in cuor tuo: "Chi salirà in cielo?" (questo è farne scendere Cristo), né: "Chi scenderà nell'abisso?" (questo è far risalire Cristo dai morti)». Che cosa dice invece? «La parola è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore». Questa è la parola della fede che noi annunciamo; perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice:
«Chiunque crede in lui, non sarà deluso». Poiché non c'è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato.
(Romani 10:5-13 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

La legge e la fede sono contrapposte? È questo ciò che Paolo sta trasmettendo? Purtroppo molti leggono questo brano in maniera superficiale arrivando a conclusioni simili a questa... Perché accade questo? Perché normalmente non si fa alcuno sforzo per andare a leggere i brani che Paolo cita a supporto delle sue affermazioni. Cerchiamo quindi di non commettere questo errore e vedremo che non sarà difficile seguire il ragionamento di Paolo.

Innanzitutto non dimentichiamo il contesto. Nei versetti precedenti l'apostolo Paolo aveva spiegato come mai molti suoi connazionali non avevano riconosciuto il Messia trasformando la pietra angolare in una pietra di scarto in cui sono inciampati. Gesù era il termine della legge (8:31) ovvero Colui che avrebbe portato a compimento la legge, Colui verso cui la legge confluiva, ma molti Israeliti quando Gesù è venuto sulla terra non erano stati pronti a riceverlo. Il motivo principale di questa situazione Paolo l'ha identificato in un approccio sbagliato verso la legge mosaica che aveva portato molti Israeliti a praticare una religione formale fatta di regole da seguire piuttosto che privilegiare l'aspetto della relazione personale con Dio. Paolo aveva riassunto tale atteggiamento così: "Israele, che ricercava una legge di giustizia, non ha raggiunto questa legge. Perché? Perché l'ha ricercata non per fede ma per opere." (Ro 9:31-32).

Il discorso prosegue quindi nel brano che abbiamo appena letto analizzando proprio due aspetti che erano entrambi presenti nelle scritture dell'antico testamento, le prescrizioni a cui ubbidire e la fede, che dovevano essere due lati della stessa medaglia! Per dimostrarlo l'apostolo Paolo cita due brani tratti dal pentateuco, entrambi attribuibili a Mosé:

Osserverete le mie leggi e le mie prescrizioni, per mezzo delle quali chiunque le metterà in pratica vivrà. Io sono il SIGNORE.
(Le 18:5)
Questo comandamento che oggi ti do, non è troppo difficile per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: "Chi salirà per noi nel cielo e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?". Non è di là dal mare, perché tu dica: "Chi passerà per noi di là dal mare e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?". Invece, questa parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.Vedi, io metto oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io ti comando oggi di amare il SIGNORE, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e le sue prescrizioni, affinché tu viva e ti moltiplichi, e il SIGNORE, il tuo Dio, ti benedica nel paese dove stai per entrare per prenderne possesso.
(De 30:11-16)


Da questi due brani si comprende che Mosé aveva certamente dato al popolo delle prescrizioni a cui ubbidire, prescrizioni che avrebbero dimostrato la loro fedeltà al Signore e quindi avrebbero permesso di appr...
L’obiettivo della legge
Che diremo dunque? Diremo che degli stranieri, i quali non ricercavano la giustizia, hanno conseguito la giustizia, però la giustizia che deriva dalla fede; mentre Israele, che ricercava una legge di giustizia, non ha raggiunto questa legge. Perché? Perché l'ha ricercata non per fede ma per opere. Essi hanno urtato nella pietra d'inciampo, come è scritto: «Ecco, io metto in Sion un sasso d'inciampo e una pietra di scandalo;
ma chi crede in lui non sarà deluso». Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera a Dio per loro è che siano salvati. Io rendo loro testimonianza infatti che hanno zelo per Dio, ma zelo senza conoscenza. Perché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio; poiché Cristo è il termine della legge, per la giustificazione di tutti coloro che credono.
(Romani 9:30-10:4 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

L'apostolo Paolo si rendeva conto del fatto che ci si trovava di fronte ad una situazione paradossale. Da una parte molti Giudei, pur avendo ricevuto la rivelazione di Dio attraverso la legge mosaica, avevano finito per rifiutare il Messia, mentre molti stranieri, che prima ignoravano completamente l'esistenza del Dio Creatore del cielo e della terra, stavano accogliendo con entusiasmo il vangelo. Com'era possibile?

L'apostolo Paolo non ha dubbi sul motivo principale di questa situazione.  Il problema di molti in Israele era stato quello di fraintendere il ruolo della legge che il Signore aveva dato loro, non cogliendo quindi pienamente il ruolo di Gesù il Messia che era l'obiettivo della legge (questo è il significato della parola tradotta "termine", "fine"), Colui che dava un senso a tutta la legge.

Può una pietra angolare, ovvero la pietra di riferimento a partire dalla quale veniva costruito un edificio, diventare una pietra di scarto nella quale rischia di inciampare chi passa nei pressi dell'edificio?  Questa è l'idea che Paolo mette in evidenza in Romani 9:33 mettendo intenzionalmente insieme due versi tratti da Isaia che esprimono due idee che sembrano contrapposte:

"Egli sarà un santuario, ma anche una pietra d'intoppo, un sasso d'inciampo per le due case d'Israele, un laccio e una rete per gli abitanti di Gerusalemme." (Is 8:14).

"Perciò così parla il Signore, DIO: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire." (Is 28:16)

Il primo brano di Isaia si riferisce a Dio stesso (vedere Is 8:13) che sarebbe stato un santuario, un luogo di rifugio in cui la sua presenza è garantita,  ma allo stesso tempo sarebbe stato anche il contrario, una pietra di inciampo, una rete, ovvero una trappola per molti di loro, presumibilmente per coloro che non avrebbero avuto fiducia in lui. Con l'espressione "le due case d'Israele" si intende i due regni divisi che si erano formati dopo Salomone, quindi comunque tutto Israele nel suo insieme.

Nel secondo brano tratto da Isaia 28 il Signore ribadisce la sua volontà di essere presente in mezzo al popolo per costruire su un fondamento solido, una pietra angolare sulla quale erano invitati a confidare gli Israeliti per essere al sicuro. Sembra essere un riferimento al Re che doveva venire, il Messia, come fondamento solido intorno al quale la comunità doveva essere costruita.

Quando Gesù il Messia si era manifestato in Israele,  quella che doveva essere la pietra angolare su cui costruire, era invece diventata per molti Israeliti proprio una pietra di scarto nella quale erano inciampati.  Come mai è avvenuto questo?

Come l'apostolo Paolo afferma, Cristo è il termine, ovvero l'obiettivo, a cui la legge puntava. La legge evidenziava  il modo in cui l'Israelita doveva relazionarsi con Dio anche attraverso rituali che proprio in Cristo avevano trovato il loro naturale adempimento. Lo scopo di Dio era quello di giustificare tutti coloro che credono...
Il resto sarà salvato
Così egli dice appunto in Osea: «Io chiamerò "mio popolo" quello che non era mio popolo e "amata" quella che non era amata»; e «Avverrà che nel luogo dov'era stato detto: "Voi non siete mio popolo", là saranno chiamati "figli del Dio vivente"». Isaia poi esclama riguardo a Israele: «Anche se il numero dei figli d'Israele fosse come la sabbia del mare, solo il resto sarà salvato;  perché il Signore eseguirà la sua parola sulla terra in modo rapido e definitivo».  Come Isaia aveva detto prima: «Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato una discendenza, saremmo diventati come Sodomae saremmo stati simili a Gomorra».
(Romani 9:25-29 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Quando in un rapporto, una delle due parti si comporta ripetutamente in maniera scorretta verso l'altra,  prima o poi si arriva ad un punto di rottura da cui è difficile tornare indietro. A quel punto la parte offesa, stanca e delusa potrebbe decidere di mettere fine alla relazione pronunciando le fatidiche parole: "Non voglio più vederti. Tra noi è finita!". 


Quando si leggono i primi capitoli del libro di Osea, ci si rende conto che nel rapporto tra Dio e Israele qualcosa si era deteriorato a causa dell'infedeltà del popolo e il Signore attraverso i nomi che il profeta avrebbe dovuto dare ai suoi figli utilizzò proprio delle espressioni forti per esprimere il suo disappunto proprio come farebbe un marito ferito dalla moglie:  " io non avrò più compassione della casa d'Israele in modo da perdonarla." (Os 1:6) e "Voi non siete più mio popolo!" (Os 1:9).


Tuttavia, allo stesso tempo il Signore, proprio come un marito che ama ancora sua moglie, aveva espresso la sua volontà di ricominciare:  «Tuttavia, il numero dei figli d'Israele sarà come la sabbia del mare, che non si può misurare né contare. Avverrà che invece di dir loro, come si diceva: "Voi non siete mio popolo", sarà loro detto: "Siete figli del Dio vivente". (Os 1:10).


Questo è il contesto che Paolo richiama alla mente per ricordare ancora una volta ai suoi interlocutori che nella storia di Israele c'erano già stati momenti di tensione a causa dell'infedeltà del popolo verso Dio. Essi avevano dovuto essere "Non più mio popolo" prima di poter essere accolti ancora dal Signore come "mio popolo". Erano infatti passati attraverso il giudizio, attraverso l'esilio a causa della loro infedeltà affinché potessero riflettere sul proprio comportamento e tornare al Signore. La storia aveva però mostrato che solo un residuo, un rimanente, era tornato al Signore a conferma del fatto che all'interno dell'Israele fisico composto da tutti discendenti di Abramo attraverso Giacobbe c'è sempre stato un Israele spirituale composto da tutti coloro che avevano la fede di Abramo. Non c'era quindi una vera novità nello stato attuale in cui si trovava il popolo di Israele dopo la venuta di Gesù. Come sempre era accaduto nella storia, una parte aveva accolto la parola di Dio e una parte l'aveva rifiutata. Ma in tutto questo, Dio rimaneva fedele alla sua parola.


A conferma di ciò Paolo cita anche Isaia il quale aveva considerato che "Anche se il numero dei figli d'Israele fosse come la sabbia del mare, solo il resto sarà salvato;  perché il Signore eseguirà la sua parola sulla terra in modo rapido e definitivo". (Is 10:22).  Da queste parole emerge chiaramente che l'essere parte della discendenza fisica di Abramo non dava nessuna garanzia se non c'era un rapporto sincero con il Signore.


La situazione di Israele ai tempi di Isaia era talmente grave che il Signore avrebbe potuto annientare completamente il popolo, come aveva fatto con le città di Sodoma e Gomorra, tuttavia nella sua grazia il Signore aveva risparmiato un residuo come Isaia aveva osservato: «Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato una discendenza, saremmo diventati come Sodoma e saremmo stati simili a Gomorra». (Is 1:9).


Il Signore aveva sempre lasciato in vita un residuo,
Il vasaio e l’argilla
Che diremo dunque? Vi è forse ingiustizia in Dio? No di certo! Poiché egli dice a Mosè: «Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione». Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia.  La Scrittura infatti dice al faraone: «Appunto per questo ti ho suscitato: per mostrare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato per tutta la terra». Così dunque egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole.Tu allora mi dirai: «Perché rimprovera egli ancora? Poiché chi può resistere alla sua volontà?» Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa plasmata dirà forse a colui che la plasmò: «Perché mi hai fatta così?» Il vasaio non è forse padrone dell'argilla per trarre dalla stessa pasta un vaso per uso nobile e un altro per uso ignobile? Che c'è da contestare se Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza dei vasi d'ira preparati per la perdizione, e ciò per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso dei vasi di misericordia che aveva già prima preparati per la gloria, cioè verso di noi, che egli ha chiamato non soltanto fra i Giudei ma anche fra gli stranieri?
(Romani 9:14-24 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Gli Israeliti aspettavano da secoli il  Messia, il Re che era stato loro promesso.  Come si poteva pensare che nel momento in cui il Messia si era presentato in mezzo al suo popolo, molti Giudei lo avessero rifiutato? Se il Messia avesse stabilito il regno come loro si aspettavano, tutti avrebbero creduto in Lui e non ci sarebbero stati dubbi! Nessun Israelita sarebbe mai stato fuori dal regno di Dio! Questa era un'obiezione comune tra molti Giudei ai tempi di Paolo. Secondo molti di loro Gesù non aveva rispettato le aspettative messianiche, altrimenti tutto Israele in modo compatto avrebbe creduto in lui. Questa è un'obiezione che molti sollevano ancora oggi.


L'indurimento di una parte di Israele nei confronti del Messia generava molte domande. Come poteva essere accaduta una cosa simile? Dio avrebbe rigettato il suo popolo per quel motivo? Il fatto che gli stranieri potessero relazionarsi con Dio senza essere circoncisi confermava quella tesi? Dio si stava comportando con ingiustizia nei confronti di Israele non rispettando le promesse fatte ai padri?


In questa prima parte dei capitoli 9-11 l'apostolo Paolo sta ricordando che già nella storia passata di Israele c'era stata una selezione perché non tutti i discendenti fisici di Abramo avevano seguito le orme della fede di Abramo. Non c'è quindi alcuna ingiustizia in Dio se non tutti gli Israeliti avevano accolto il Messia, autoescludendosi dal regno! Non era colpa di Dio se molti di loro respingevano la parola di Dio e non si ritenevano "degni della vita eterna" come disse provocatoriamente Paolo in At 13:46 rivolgendosi ai Giudei di Antiochia di Pisidia che stavano contestando lui e Barnaba.


In fondo ciò che stava accadendo non era diverso da ciò che era accaduto nella storia passata di Israele. L'apostolo Paolo nella sua argomentazione richiama alla mente dei suoi lettori il dialogo tra Mosè e il Signore avvenuto dopo l'infedeltà di Israele che si era fatto un vitello d'oro come idolo (Es 32). Subito dopo quel triste episodio, il Signore pur garantendo che avrebbe permesso al popolo di raggiungere la terra promessa non aveva più assicurato la sua presenza in mezzo al popolo. A quel punto Mosè aveva insistito perché garantisse la sua presenza per dimostrare che sia lui che Israele avevano trovato grazia ai suoi occhi, affinché Israele si distinguesse "da tutti i popoli che sono sulla faccia della terra" (Es 33:16). Il Signore  aveva accontentato Mosé ma aveva anche ribadito la sua libertà di agire: "farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà".  In sostanza il Signore stava facendo grazia ad Israele e avrebbe avuto pietà di loro ma essi non poteva...
Il proponimento di Dio
Però non è che la parola di Dio sia caduta a terra; infatti non tutti i discendenti d'Israele sono Israele; né per il fatto di essere stirpe d'Abraamo, sono tutti figli d'Abraamo; anzi: «È in Isacco che ti sarà riconosciuta una discendenza». Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio; ma i figli della promessa sono considerati come discendenza. Infatti, questa è la parola della promessa: «In questo tempo verrò, e Sara avrà un figlio». Ma c'è di più! Anche a Rebecca avvenne la medesima cosa quand'ebbe concepito figli da un solo uomo, da Isacco nostro padre; poiché, prima che i gemelli fossero nati e che avessero fatto del bene o del male (affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio, secondo elezione, che dipende non da opere, ma da colui che chiama), le fu detto:«Il maggiore servirà il minore»; com'è scritto:«Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù».
(Romani 9:6-13 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Se Israele è il popolo che Dio ha scelto per essere luce delle nazioni, il popolo attraverso il quale sarebbe poi giunto il Messia che sarebbe stato di benedizione per tutti i popoli, come si spiega che proprio in Israele molti hanno rifiutato Gesù come Messia? Dio si è sbagliato nelle sue scelte? Le sue promesse nei confronti di Israele come popolo rimangono ancora valide? Dio ha cambiato idea e gli stranieri ora hanno preso il posto di Israele?


Paolo sapeva che i suoi destinatari avevano in mente queste e altre domande e sapeva anche che nella comunità di Roma questi temi avevano alimentato la tensione proprio tra gentili (appartenenti alle "genti" , ovvero stranieri) e Giudei. In questa sezione della lettera egli si occupa proprio di fare chiarezza su questi temi.


Nei versetti precedenti Paolo aveva espresso tutta la sua tristezza per la situazione del suo popolo Israele, infatti era evidente che molti Giudei avevano rifiutato di riconoscere Gesù come Messia di Israele.   Tuttavia egli precisa subito che questa situazione non cambia nulla nel piano di Dio, infatti afferma: "però non è che la parola di Dio sia caduta a terra". 


La parola di Dio non è caduta a terra.  La preoccupazione principale di Paolo in questa sezione è proprio quella di fare comprendere che Dio non cambia idea ma ha un piano che prosegue e mantiene tutte le sue promesse. Non si tratta di una disquisizione di secondaria importanza ma è fondamentale  perché, se non fosse così, come potremmo ancora fidarci delle promesse di Dio?


Al tempo di Paolo (ma purtroppo accade anche ai nostri giorni) molti fraintendevano la scelta (ovvero elezione) di Israele come popolo di Dio per essere di benedizione verso tutti gli altri popoli (in particolare attraverso il Messia) confondendola con la salvezza eterna di ogni singolo israelita.   A questo proposito, già  nei capitoli iniziali della lettera Paolo aveva dimostrato che il vero Giudeo dal punto di vista spirituale era quello che discendeva non solo fisicamente da Abraamo ma quello che imitava anche la fede di Abraamo (Ro 4:12), infatti la vera circoncisione doveva essere quella del cuore (Ro 2:25-29). Ecco quindi perché Paolo usa la strana espressione: " infatti non tutti i discendenti d'Israele sono Israele; né per il fatto di essere stirpe d'Abraamo, sono tutti figli d'Abraamo".    In sostanza Paolo ribadisce che all'interno dell'Israele fisico (circoncisi nella carne), c'è  un sottoinsieme composto da tutti gli Israeliti che sono anche circoncisi nel cuore e quindi hanno un rapporto con Dio basato sulla fede.  Questi ultimi sono figli di Abraamo anche spiritualmente, un Israele "spirituale" all'interno dell'Israele "fisico".


Per avvalorare la tesi secondo cui l'elezione di Israele come popolo è indipendente dall'elezione a salvezza di ogni singolo discendente di Giacobbe, ovvero che l'ingresso nel regno di Dio, nel mondo a venire, non può essere stabilito per diritto di nascita, Paolo, utilizzando degli esempi tratti dalle scritture dell'antico testamento,
Una grande tristezza
Dico la verità in Cristo, non mento - poiché la mia coscienza me lo conferma per mezzo dello Spirito Santo - ho una grande tristezza e una sofferenza continua nel mio cuore; perché io stesso vorrei essere anatema, separato da Cristo, per amore dei miei fratelli, miei parenti secondo la carne, cioè gli Israeliti, ai quali appartengono l'adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promesse; ai quali appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen!
(Romani 9:1-5 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Immagina che sia crollato un ponte e immagina che tutte le persone che conosci stiano viaggiando proprio sulla strada che conduce verso quel ponte. Immagina di essere venuto a conoscenza di quell'informazione in tempo per avvisarli e salvare la vita a tutti loro. Cosa faresti? Credo che faresti di tutto per avvertirli e per fermarli prima che sia troppo tardi.


Immagina ora di essere riuscito ad avvertirne un gran numero eppure, con tua grande sorpresa, molti di loro hanno ignorato il tuo avvertimento proseguendo per la loro strada. Come ti sentiresti a quel punto, sapendo che non puoi più fare nulla per loro? Come ti sentiresti sapendo che tra loro ci sono i tuoi genitori, i tuoi figli, tuo marito, tua moglie, i tuoi migliori amici?


Ecco come si sentiva l'apostolo Paolo quando scrisse le parole che abbiamo appena letto pensando ai propri fratelli Israeliti. Infatti, se consideriamo che molte delle persone che non avevano creduto in Gesù erano proprio i suoi parenti e gli amici con cui era cresciuto, possiamo capire perché egli si sentiva così triste.


Ma perché, proprio a questo punto della lettera, Paolo esprime queste emozioni? Ricordiamoci che, come avevamo già detto in precedenza, la lettera ai Romani è indirizzata proprio ad una comunità che viveva forti tensioni tra la componente giudaica e la componente straniera (vedi a questo proposito l'episodio 8). Gran parte della prima parte della lettera è stata utilizzata da Paolo per dimostrare ai Giudei che gli stranieri erano partecipi con loro della grazia di Dio mediante la loro fede, ma a questo punto occorreva correggere quegli stranieri che pensavano di essere il nuovo popolo di Dio in sostituzione di Israele, opinione che si era probabilmente consolidata durante il periodo in cui i Giudei erano stati allontanati da Roma dall'imperatore Claudio (Vedi Atti 18:1-8) lasciando per un certo numero di anni una chiesa di Roma composta da soli stranieri. Per Paolo era importante far capire agli stranieri che, anche se molti Giudei avevano rifiutato Gesù in quel tempo, essi non erano stati rigettati da Dio come popolo!


L'apostolo Paolo era sinceramente afflitto per la situazione del suo popolo: "Ho una grande tristezza e una sofferenza continua nel mio cuore". Le sue parole lasciano trasparire un grande dolore, un dolore che lo porta a fare un'affermazione ancora più forte: " io stesso vorrei essere anatema, separato da Cristo, per amore dei miei fratelli". Cosa significa questa frase? È come se, tornando all'illustrazione che abbiamo fatto all'inizio, tu dicessi: "Vorrei essermi sbagliato e vorrei che il ponte non fosse davvero caduto, vorrei averlo sognato, così i miei amici e parenti potrebbero salvarsi la vita anche continuando per quella strada".


Con questa frase quindi Paolo esprime tutto l'amore per i suoi connazionali affermando che avrebbe preferito avere torto ed essersi sbagliato in modo che i suoi fratelli non fossero nell'errore e quindi potessero ancora aspettare insieme a lui il Messia. Di fatto essi lo consideravano un bugiardo così come consideravano un bugiardo Gesù, quindi dal loro punto di vista egli era in un certo senso maledetto. Ma ovviamente questo non era possibile, Paolo non si era sbagliato e Gesù era davvero il Messia che i suoi fratelli stavano rifiutando. Lui era dalla parte del Messia e loro in quel momento erano contro i...
Chi ci separerà da Dio?
ROMANI - EPISODIO 30 - Chi ci separerà da Dio?
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Non è sempre facile rimanere fiduciosi quando ci troviamo in mezzo a difficoltà molto grandi. Proprio quando le circostanze presenti sono difficili è importante avere dei punti fermi e ricordarsi bene le promesse di Dio per il nostro futuro per non finire nella palude del dubbio. Nessuno può rapirci dalla sua mano, nessuno può separarci dal suo amore...
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In attesa della gloria
Infatti io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev'essere manifestata a nostro riguardo. Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l'ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo. Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza.(Romani 8:18-25 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Qual'è l'obiettivo finale della nostra vita? A volte mi stupisco del fatto che molti cristiani parlino così poco del futuro che li aspetta. Infatti in qualunque impresa, avere ben chiaro il proprio obiettivo, la propria meta, fornisce carburante per compiere l'impresa stessa con entusiasmo.


Leggendo la lettera ai Romani fino a questo punto ci rendiamo conto che l'apostolo Paolo aveva grandi aspettative per il futuro ed erano proprio quelle grandi aspettative, quella speranza che gli stava davanti, a motivare tutta la sua vita.


L'apostolo Paolo ha parlato nei capitoli precedenti dei grandi temi che riguardano il rapporto tra Dio e l'uomo, il peccato, la responsabilità di tutti gli esseri umani di fronte a Dio, il sacrificio di Gesù Cristo, la giustificazione per grazia mediante la fede, la lotta dell'uomo con la sua natura peccaminosa, l'azione dello Spirito Santo nella vita del credente per vincere questa lotta, la testimonianza dello Spirito Santo nella vita dei credenti che conferma loro di essere figli di Dio ed eredi delle promesse! 


A questo punto, è come se Paolo fosse arrivato in cima ad una montagna e ora volesse godersi un po' il panorama. Egli sapeva che i suoi fratelli, così come lui stesso, avrebbero ancora sofferto in questa vita e sarebbero anche stati perseguitati per la loro fede, e proprio per questo era necessario che tenessero gli occhi fissi sulla loro meta per essere incoraggiati. 


Era importante che i suoi fratelli si godessero il panorama che lui stava descrivendo  e se lo ricordassero. Infatti, per quanto grande potesse essere la loro sofferenza in questa vita, essi erano in attesa di una gloria decisamente più grande. Valeva la pena resistere!


Ma Paolo non si limita, come purtroppo fanno molti cristiani al giorno d'oggi, a ridurre la speranza cristiana alla salvezza del singolo individuo, per quanto importante sia. No, egli in questo brano molto suggestivo ricorda ai suoi fratelli che essi sono parte di un grande programma di redenzione che coinvolge l'intera creazione!


D'altra parte non dobbiamo dimenticare che Dio aveva affidato la terra alla custodia dell'uomo e, quando l'uomo ha peccato,  questo ha portato disgrazia anche sul resto della creazione. Così  Paolo dipinge la creazione come sofferente,  paragonandola ad una donna in attesa di partorire. Che bella immagine! Infatti dopo il parto una donna è così piena di gioia da fare passare in secondo piano tutta la sofferenza precedente e allo stesso modo, quando il creato sarà nuovamente  libero dagli effetti del peccato dell'uomo e completamente sottoposto a Dio, tutto funzionerà a meraviglia come Dio aveva in mente fin dal principio. Ecco cos'è la salvezza nella mente di Paolo, non un semplice scampare al giudizio di Dio, per quanto questo sia importante, ma la partecipazione al programma di redenzione globale che porterà gioia non solo agli esseri umani ma a tutto il creato!


Come l'apostolo Paolo afferma,
Siamo figli ed eredi!
Così dunque, fratelli, non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne; perché se vivete secondo la carne voi morrete; ma se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete; infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!» Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui.(Romani 8:12-17 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Ogni tanto capita di incontrare delle persone che dicono: "In fondo siamo tutti figli di Dio". Capisco quello che intendono dire, infatti essi si riferiscono al fatto che siamo tutti stati creati dal medesimo Dio, siamo tutti sue creature, il che è assolutamente vero.


Ma questo brano, come diversi altri brani biblici, usa il termine "figli di Dio" in un modo più restrittivo. Infatti, come abbiamo letto, definisce i figli di Dio come tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio.


Nella sezione precedente Paolo aveva spiegato che lo Spirito di Dio abita nei credenti e permette loro di vivere una vita che onora il Signore, nonostante la compresenza della loro natura peccaminosa. Mentre la presenza della sola natura non rigenerata non può fare altro che portare  verso la morte, la presenza dello Spirito di Dio nel credente gli permette di avere ben altre prospettive. L'apostolo Paolo da per scontata la presenza dello Spirito Santo nella vita dei credenti e li esorta quindi a lasciarsi guidare dallo Spirito di Dio. 


Mentre l'incredulo vive secondo la sua natura non rigenerata, senza avere alternative, il credente è chiamato a ricordarsi sempre che non è debitore alla carne, ovvero non è costretto a vivere assecondando le proprie inclinazioni verso il peccato. Egli è chiamato  quindi a "fare morire le opere del corpo" mediante lo Spirito perché, come avevamo già detto in precedenza, lo Spirito Santo non annulla la volontà dell'uomo ma lo richiama piuttosto alla propria responsabilità.


Come Paolo afferma, il credente non è debitore verso la carne. Semmai si potrebbe dire che sia debitore verso Dio stesso, verso Gesù Cristo che ha dato la sua vita per lui. Questo vuol dire che il credente vivrà la sua vita cristiana nel tentativo di saldare un debito verso Dio con la paura di non riuscirci? Assolutamente no.  


C'è infatti una bella differenza tra l'ubbidienza di un figlio che vuole bene a suo padre e si lascia guidare da lui giorno dopo giorno ed uno schiavo che ubbidisce solo per paura di essere sgridato dal suo padrone. Un cristiano, rinato attraverso lo Spirito di Dio, è un figlio di Dio e quindi non ubbidisce a Dio perché ha paura di una punizione ma perché ama suo padre. Ecco perché Paolo dice che i credenti non hanno uno spirito di servitù che li fa cadere nella paura, ma hanno in sé lo Spirito di adozione, lo Spirito Santo che dà loro una conferma interiore di essere figli di Dio. Sì, ogni credente nato di nuovo non ha paura di essere giudicato da Dio perché sa che Dio vuole bene ai suoi figli e mantiene la promessa di vita eterna che ha fatto loro. Egli è il nostro "abba", un termine informale in aramaico per riferirsi al proprio padre che in italiano tradurremmo appunto "padre" ma anche "papà" o "babbo" a seconda delle zone di provenienza. C'è un amore reciproco tra Lui e noi, l'amore che c'è tra un padre e un figlio. Lui non ci farà del male e noi non vogliamo fare nulla che possa dispiacergli.


Lo Spirito Santo attesta dentro di noi che siamo figli di Dio e se siamo figli, siamo anche eredi! C'è un'eredità che ci aspetta, infatti c'è un futuro in cui Gesù regnerà su questo mondo e noi regneremo con lui, c'è un futuro in cui, come Paolo affermerà nella prossima sezione della lettera,
Quando c’è lo Spirito di Dio
Infatti quelli che sono secondo la carne, pensano alle cose della carne; invece quelli che sono secondo lo Spirito, pensano alle cose dello Spirito. Ma ciò che brama la carne è morte, mentre ciò che brama lo Spirito è vita e pace; infatti ciò che brama la carne è inimicizia contro Dio, perché non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo; e quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio.Voi però non siete nella carne ma nello Spirito, se lo Spirito di Dio abita veramente in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, egli non appartiene a lui. Ma se Cristo è in voi, nonostante il corpo sia morto a causa del peccato, lo Spirito dà vita a causa della giustificazione. Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.(Romani 8:5-11 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Come si riconosce un albero che è in buona salute? L'albero si riconosce dai frutti.  Ogni tipo di albero porta il suo frutto e, se è in salute, continuerà a produrlo per tutta la sua vita. Allo stesso modo, quando una persona  dice di aver creduto in Gesù, la veridicità della sua affermazione verrà confermata o smentita a distanza di tempo. In sostanza, se si tratta di un albero buono, porterà il suo frutto.


Abbiamo già detto in precedenza che il credente può anche cadere perché resiste alla voce dello Spirito dentro di sé, ma questa non può essere la condizione normale nella sua vita. L'apostolo Paolo sapeva bene che quando lo Spirito Santo irrompe nella vita del credente, quest'ultimo ne esce trasformato.


Infatti l'apostolo Paolo ricorda in questo brano che la vita naturale dell'uomo è una vita "secondo la carne", ovvero secondo la natura ereditata da Adamo e non rigenerata dallo Spirito di Dio. In quella condizione l'uomo non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo, infatti senza la rigenerazione che Dio opera attraverso il suo Spirito, l'uomo non può piacere a Dio in alcun modo.  La natura non rigenerata dell'uomo lo accompagna e lo conduce alla morte. D'altra parte una persona incredula che non ha sperimentato la nuova nascita, vive la sua vita senza preoccuparsi delle conseguenze e non teme neanche il castigo divino visto che non crede in Dio.


Ma l'uomo che ha ricevuto lo Spirito di Dio è per forza di cose influenzato dallo Spirito. Ovviamente egli avrà i suoi punti deboli e le sue difficoltà,  può anche disubbidire rattristando lo Spirito dentro di sé (Ef 4:30) ma quando cade egli si rialzerà, confesserà il proprio peccato, e andrà avanti perché la sua nuova natura cerca la vita e la pace e non lo lascia tranquillo se egli non è a posto con Dio.  Questa è l'esperienza che ogni figlio di Dio rigenerato da Dio può confermare perché la vive  giorno dopo giorno. Mentre l'incredulo non si preoccupa della sua inimicizia con Dio, il credente viene sollecitato continuamente dallo Spirito Santo che lo porta a cercare la riconciliazione con Dio.


La presenza dello Spirito Santo nella vita di una persona è quindi l'elemento che differenzia il figlio di Dio dall'incredulo. Paolo non ha alcun dubbio sul fatto che non si può essere credenti, nati di nuovo, e non avere lo Spirito Santo nella propria vita. Infatti ribadisce con forza: Chi non ha lo lo Spirito di Dio, qui anche chiamato lo Spirito di Cristo (v.9), non appartiene a lui. 


D'altra parte è vero anche il contrario. Chi ha lo Spirito di Dio, chi appartiene a Dio, in qualche modo manifesterà il frutto del seme che è stato piantato in lui. Se Cristo è presente nella vita del credente, allora lo Spirito agirà nella sua vita nonostante la compresenza della sua natura peccaminosa. L'apostolo Paolo era fiducioso nel fatto che i credenti a cui stava scrivendo avrebbero portato frutto proprio perché avevano lo Spirito di Dio in loro che li avrebbe guidati.
Inoltre,
Lo Spirito che libera
Non c'è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù, perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte.  Infatti, ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha fatto; mandando il proprio Figlio in carne simile a carne di peccato e, a motivo del peccato, ha condannato il peccato nella carne, affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito.(Romani 8:1-4 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Quando ci troviamo in una situazione che sembra disperata, quando pensiamo che non ci sia più nulla da fare, e poi improvvisamente scopriamo che c'è una soluzione, tiriamo un bel sospiro di sollievo vero?


L'apostolo Paolo nei brani precedenti ci ha proprio descritto la frustrazione che accompagna l'uomo che cerca di combattere il peccato nella sua vita scoprendo di non poterci riuscire,  ma adesso possiamo anche tirare un sospiro di sollievo perché egli ci mostra il modo in cui Dio ci ha dato una via d'uscita.


Infatti Paolo comincia subito con la più bella delle notizie. Se siamo in Gesù Cristo,  se abbiamo riposto in lui la nostra fede identificandoci nella sua morte e nella sua risurrezione  riconoscendo che lui è morto per i nostri peccati sulla croce, come Paolo ha descritto nel capitolo 6, non  c'è alcuna condanna per noi!


Non abbiamo quindi nulla da temere perché, usando le parole di Paolo,  la legge dello Spirito della vita ci ha liberati dalla legge del peccato e della morte. Cosa significa questo?


Significa che il piano di Dio per la salvezza dell'uomo è completo, infatti non solo Gesù ha già pagato per il nostro peccato sulla croce, ma al presente Egli, attraverso lo Spirito di Dio in noi,  ci permette di prevalere sulla legge del peccato, ovvero sull'inclinazione al peccato che Paolo ha descritto molto bene nel capitolo precedente. Dio ha quindi fatto per noi ciò che noi non potevamo fare!


Il Signore Gesù nella sua incarnazione ha assunto una forma perfettamente umana, tuttavia pur essendo simile ad ognuno di noi egli non ha peccato. Se la morte è il salario del peccato, possiamo assolutamente dire che Gesù non meritò quel salario, eppure morì sulla croce. Nel momento in cui ha dato la sua vita sulla croce egli non ha quindi pagato per il proprio peccato  ma ha potuto pagare per tutti noi.  Dio non ha condannato Gesù, ma ha condannato il peccato nella sua persona. Possiamo dire che mentre moriva sulla croce, Gesù ha rappresentato tutti noi. Ecco perché credere in Gesù significa identificarsi con la sua morte.


Ma c'è anche l'altro lato della medaglia, Gesù infatti non è rimasto nella tomba ma è risorto. Così allo stesso modo noi che ci identifichiamo in Lui ci identifichiamo anche nella sua risurrezione e possiamo cominciare una nuova vita come avevamo già visto in Romani 6:4. Ma cos'è davvero questa nuova vita, se non il risultato dell'azione dello Spirito Santo nel credente? Se da una parte è vero che la  natura peccaminosa è sempre presente, è anche vero che dopo la conversione il Signore agisce nel credente con il suo Spirito Santo condividendo con l'uomo la sua natura (2Pt 1:4). Dio ha quindi impiantato in colui che ha riposto in Gesù la propria fede anche una nuova natura che gli permette di vincere sul peccato.


Se abbiamo ricevuto questa nuova vita, non siamo quindi destinati a perdere la lotta che Paolo ha descritto nel capitolo precedente perché esiste in noi un'altra legge, che Paolo indica qui come "la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù", che prevale sulla legge del peccato. Non è straordinario?


Ecco perché Paolo conclude dicendo che l'obiettivo dell'opera di Cristo sulla croce non è solo quello di farci ottenere il perdono per i nostri peccati ma anche quello di permetterci di vincere sul peccato. Infatti coloro che camminano secondo lo Spirito di Dio,
Me infelice! Chi mi libererà?
Sappiamo infatti che la legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato. Poiché, ciò che faccio, io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio. Ora, se faccio quello che non voglio, ammetto che la legge è buona;  allora non sono più io che lo faccio, ma è il peccato che abita in me. Difatti, io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no. Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. Ora, se io faccio ciò che non voglio, non sono più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me. Mi trovo dunque sotto questa legge: quando voglio fare il bene, il male si trova in me. Infatti io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l'uomo interiore, ma vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra.  Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Così dunque, io con la mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato.(Romani 7:14-25 - La Bibbia)



Se la legge evidenzia  la  natura peccaminosa dell'uomo facendolo sentire inadeguato di fronte a Dio, ma non riesce a liberarlo dal peccato, c'è speranza per l'uomo di riuscire ad essere uno strumento utile nelle mani di Dio o deve rassegnarsi al fallimento?



Nella sezione attuale l'apostolo Paolo continua a descrivere la situazione dell'uomo che conosce la legge di Dio ed è quindi cosciente di ciò che sarebbe bene per lui, eppure si rende conto di non essere in grado di ubbidire basandosi sulle proprie forze.  Il brano, scritto in prima persona, dipinge in maniera molto vivida proprio la frustrazione che accompagna l'uomo pio che tenta di soddisfare la giustizia di Dio dandosi da fare per cercare di rispettare i comandamenti di Dio per poi constatare ogni volta che la sua natura peccaminosa (quella che Paolo in questo brano indica come "la carne") continua a farlo cadere sempre negli stessi errori.



Paolo aveva spiegato nella sezione precedente che la legge rende l'uomo conscio del suo peccato ma non risolve il suo problema. Qualcuno avrebbe potuto obiettare che sarebbe bastato rispettare la legge, ma Paolo in questo brano  spiega che è proprio quello il problema, infatti la buona volontà non basta. Anche se intellettualmente l'uomo pio  riconosce che la legge di Dio è buona e vorrebbe davvero riuscire a soddisfarla, la sua carne, ovvero la natura peccaminosa ereditata da Adamo, glielo impedisce.



Nella sua descrizione l'apostolo Paolo evidenzia con una descrizione molto efficace la lotta interiore tra la parte razionale che sa cosa sia bene fare e la  natura adamitica che vuole la sua soddisfazione. Il peccato viene rappresentato quasi come una persona, "un altro me stesso" che mi trascina lì dove non voglio andare. L'esperienza  descritta da Paolo è un'esperienza in cui può riconoscersi  qualunque uomo che abbia tentato di soddisfare la giustizia di Dio basandosi sulle proprie capacità. Infatti è proprio vero che, per quanto ci si sforzi, prima o poi finiamo per assecondare le cattive inclinazioni della nostra natura, finendo per fare proprio ciò che non avremmo voluto fare.



Cosa c'è di peggio che riconoscere la malvagità di un'azione eppure non riuscire ad evitarla? L'uomo che non conosce la legge di Dio non si preoccupa del suo peccato, ma l'uomo che riconosce la bontà della legge di Dio si ritrova a lottare contro se stesso per non peccare e, ogni volta che cade,  la sua sensazione di aver fallito lo affligge sempre di più...



Tutto questo ci riporta alla domanda iniziale: c'è speranza per l'uomo di riuscire ad essere uno strumento utile nelle mani di Dio o deve rassegnarsi al fallimento?



Quando l'uomo sperimenta questa lotta interiore così intensa, ha solo due possibilità.
Faccia a faccia con il peccato
Che cosa diremo dunque? La legge è peccato? No di certo! Anzi, io non avrei conosciuto il peccato se non per mezzo della legge; poiché non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: «Non concupire». Ma il peccato, còlta l'occasione, per mezzo del comandamento, produsse in me ogni concupiscenza; perché senza la legge il peccato è morto. Un tempo io vivevo senza legge; ma, venuto il comandamento, il peccato prese vita e io morii; e il comandamento che avrebbe dovuto darmi vita, risultò che mi condannava a morte. Perché il peccato, còlta l'occasione per mezzo del comandamento, mi trasse in inganno e, per mezzo di esso, mi uccise. Così la legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono. Ciò che è buono, diventò dunque per me morte? No di certo! È invece il peccato che mi è diventato morte, perché si rivelasse come peccato, causandomi la morte mediante ciò che è buono; affinché, per mezzo del comandamento, il peccato diventasse estremamente peccante.(Romani 7:7-13 - La Bibbia)



La legge che Dio ha dato ad Israele ha dei problemi? Ha qualcosa di negativo in sé? Le argomentazioni di Paolo nella sezione precedente potevano aver lasciato dei dubbi a questo riguardo nella componente giudaica dei suoi ascoltatori, infatti poteva sembrare che Paolo stesse sminuendo la legge, avendo affermato la necessità di essere "sciolti dai legami della legge" (Ro 7:6).



L'argomento era delicato e Paolo non voleva essere frainteso dai suoi connazionali e nemmeno dagli stranieri.  Egli amava la legge e voleva ribadire che la legge è assolutamente buona e non c'è alcun problema in essa. Il vero problema è la natura peccaminosa dell'uomo che fa a pugni con la legge di Dio!



Paolo vuole fare comprendere che la legge aveva un ruolo molto importante ma essa non aveva lo scopo di risolvere il problema del peccato in maniera definitiva; essa serviva piuttosto da guida  verso la soluzione definitiva che Dio aveva stabilito (si legga Ga 3:24).



Il ragionamento di Paolo è semplice e possiamo illustrarlo con un esempio tratto dalla vita moderna. Se la mia auto ha le ruote sgonfie ma io non ho un sensore che misuri la pressione degli pneumatici, posso continuare a guidare la mia auto senza rendermi conto del problema e, ad un certo punto, potrei avere dei problemi se non gonfio le gomme. Ma negli ultimi anni le case automobilistiche hanno inserito nelle ruote dei sensori che rilevano la pressione degli pneumatici e ci avvisano se essi sono sgonfi. Quella spia non risolve il problema ma lo evidenzia, infatti l'unico modo per farla spegnere  è quello di recarsi dal gommista a fare gonfiare le gomme. Le gomme erano sgonfie anche quando non c'era la spia a ricordarlo ma ora la presenza della spia  ricorda continuamente che abbiamo un problema e ne dobbiamo prendere atto.



Secondo il ragionamento di Paolo la legge funziona proprio come quella spia.  Parlando in prima persona Paolo assume il punto di vista dell'israelita che ha ricevuto la legge di Dio. Il Signore, attraverso la legge, si era rivelato ad Israele in modo speciale, in un modo che nessun altro popolo poteva vantare e così Israele aveva una conoscenza di Dio e della sua volontà che nessun altro popolo aveva, ma una conoscenza maggiore, oltre ad essere un privilegio, implica anche una maggiore responsabilità.  Chi non ha ricevuto la legge pecca senza rendersi conto delle conseguenze ma dal momento che la legge introduce una norma e una sanzione, l'uomo prende coscienza del peccato.  Sappiamo  che la legge  poi,  attraverso il sistema dei sacrifici rituali, ricordava che il peccato porta alla morte e infatti veniva espiato attraverso la vita di quei sacrifici animali (Le 17:11). Inoltre tali sacrifici si ripetevano continuamente e ciò evidenziava la temporaneità della loro validità (Eb 10:1-4), infatti essi non erano la soluzione definitiva per il peccato dell'uomo ma solo un anticipo in vista della vera soluzione, il sacrificio di Gesù.



Lo spirito e la lettera
O ignorate forse, fratelli (poiché parlo a persone che hanno conoscenza della legge), che la legge ha potere sull'uomo per tutto il tempo ch'egli vive? Infatti la donna sposata è legata per legge al marito mentre egli vive; ma se il marito muore, è sciolta dalla legge che la lega al marito. Perciò, se lei diventa moglie di un altro uomo mentre il marito vive, sarà chiamata adultera; ma se il marito muore, ella è libera da quella legge; così non è adultera se diventa moglie di un altro uomo. Così, fratelli miei, anche voi siete stati messi a morte quanto alla legge mediante il corpo di Cristo, per appartenere a un altro, cioè a colui che è risuscitato dai morti, affinché portiamo frutto a Dio. Infatti, mentre eravamo nella carne, le passioni peccaminose, risvegliate dalla legge, agivano nelle nostre membra allo scopo di portare frutto per la morte; ma ora siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a quella che ci teneva soggetti, per servire nel nuovo regime dello Spirito e non in quello vecchio della lettera.(Romani 7:1-6 - La Bibbia)


Indice della serie sulla Lettera ai Romani


C'è un bella differenza tra ubbidire ad una norma senza una convinzione interiore e rispettare la medesima norma perché ne condividiamo gli ideali.


Ad esempio tutti noi sappiamo che è un reato rubare l'automobile al prossimo, ma cosa accadrebbe se questo reato non fosse punito dalla legge? Suppongo che alcuni darebbero libero sfogo ai loro peggiori istinti dimostrando che la legge era l'unico motivo che li frenava dall'appropriarsi della cosa altrui, ma sono convinto che una grande maggioranza di noi continuerebbe a non derubare il prossimo semplicemente perché si renderebbe conto che questa azione è sbagliata  e, se tutti si comportassero in questo modo, la società precipiterebbe nel caos. In sostanza ci sono delle leggi a cui ubbidiamo non perché ci sentiamo costretti a farlo ma perché ne condividiamo i valori, in sostanza le osserviamo perché ci siamo appropriati dello spirito di quelle leggi.


Questa considerazione ci permette di capire ciò che l'apostolo Paolo sta proprio cercando di spiegare in questi capitoli.


Coloro che hanno ricevuto la nuova vita di Gesù Cristo in loro,  secondo il ragionamento di Paolo, ubbidiscono a Dio non perché costretti da una legge che glielo impone ma perché c'è un cambiamento interiore che permette loro di essere in sintonia con Dio, apprezzando  la bontà della volontà di Dio attraverso  l'opera dello Spirito Santo in loro.  


Come in altri brani (Ro 2:29, 2Co 3:6),  Paolo utilizza proprio l’antitesi tra lo spirito e la lettera della legge , che era ben nota ai suoi contemporanei Giudei. Ubbidire alla lettera della legge ma non allo spirito significava proprio applicare la legge come insieme di regole senza coglierne il vero intento, ovvero lo spirito.  È ciò che accade ancora oggi a chi si attiene a riti religiosi  per abitudine o tradizione e non per fede, senza nessun coinvolgimento interiore.


Il cambiamento di mentalità che avviene nel credente che ripone la sua fede in Dio gli permette di ubbidire a Dio in un modo che non era possibile prima della sua conversione, nonostante i suoi sforzi.  Infatti Paolo aveva concluso il capitolo precedente facendo comprendere che l'identificazione del credente con Gesù,  equivaleva ad una morte del suo vecchio uomo (Romani 6:6) che aveva in sé la sola natura ereditata da Adamo,  per cominciare una nuova vita avente in sé la nuova natura ereditata dal nuovo Adamo, ovvero Gesù Cristo.


Nella sezione attuale Paolo approfondisce questo concetto ricorrendo ad un'altra illustrazione, quella della moglie che è legata al marito per legge finché questo non muore, dopodiché è libera di risposarsi con un altro uomo senza essere considerata adultera. In sostanza dal momento che il credente si è identificato con Gesù nella sua morte e risurrezione, egli è libero dalle costrizioni e limitazioni della natura del primo Adamo e può legarsi completamente a Cristo es...
Due strade, due destinazioni
Parlo alla maniera degli uomini, a causa della debolezza della vostra carne; poiché, come già prestaste le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità per commettere l'iniquità, così prestate ora le vostre membra a servizio della giustizia per la santificazione. Perché quando eravate schiavi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia. Quale frutto dunque avevate allora? Di queste cose ora vi vergognate, poiché la loro fine è la morte. Ma ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna; perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.
(Romani 6:19-23 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

A volte per far capire un concetto difficile occorre ricorrere a degli esempi che pur non rappresentando in maniera precisa la realtà, sono illustrazioni efficaci che aiutano a comprenderla.

L'apostolo Paolo in questo brano è costretto a fare proprio questo visto che la nostra natura umana rende difficile comprendere le realtà spirituali. Per farsi capire, egli rappresenta quindi la vita dell'uomo come una giornata lavorativa al termine della quale egli produce un risultato (frutto) e riceve la sua paga.

Secondo questa illustrazione , ci sono due strade che è possibile percorrere e, di conseguenza, due risultati ben diversi.

La prima strada è quella di lavorare per il peccato, qui rappresentato come se fosse un datore di lavoro. Coloro che si offrono come schiavi a questo datore di lavoro producono iniquità, ingiustizia, ogni sorta di cose che offendono Dio e gli uomini, e al termine della loro giornata lavorativa, per così dire, ricevono un salario prestabilito. Tale salario è la morte.

Non è molto allettante vero? Eppure questo è il modo di vivere scelto dalla maggioranza degli esseri umani che preferiscono vivere senza preoccuparsi di instaurare una relazione con il proprio creatore, senza ristabilire la pace con Dio. Essi ereditano la natura peccaminosa di Adamo ma non hanno colto l'opportunità di identificarsi con Cristo, il secondo Adamo, Colui che è risuscitato dai morti per non morire mai più, come primizia della nuova creazione di Dio. Essi rimangono praticamente ancorati alla vecchia creazione non sperimentando la nuova vita di Dio in loro, e quindi non godono i benefici della nuova creazione.

C'è però una seconda strada che l'uomo può percorrere, quella di mettersi al servizio della giustizia, ovvero al servizio di Dio. Chi percorre questa strada produce qualcosa di diverso, un frutto diverso. Infatti la vita di Dio nel cuore dell'uomo rigenerato, quello che ha riposto la sua fede in Dio ed è stato giustificato per grazia, produce un frutto diverso, la sua santificazione.A questo proposito occorre fare alcune precisazioni. Anche se nell'uso popolare vengono spesso considerati "santi" solo alcuni credenti particolari, nella bibbia la parola "santi" è utilizzata per descrivere tutti i credenti. Basta leggere, ad esempio, le intestazioni di tutte le lettere di Paolo per rendersene conto. Essere santi significa infatti essere "messi a parte" per Dio, essere speciali. Tutti coloro che ripongono la loro fede in Gesù sono quindi "santi" nel senso che hanno un posto speciale per Dio avendo il diritto di essere chiamati figli di Dio e di essere messi al riparo dall'ira di Dio. Però allo stesso tempo c'è un processo in corso nella loro vita, qui chiamato santificazione (i teologi moderni lo chiamerebbero santificazione progressiva), che è la trasformazione continua che il Signore con il suo Spirito Santo produce nei figli di Dio.
Questo è il frutto che Paolo si aspettava di vedere nei credenti a cui stava scrivendo, il frutto che dovrebbe caratterizzare ognuno di noi che ha creduto in Gesù per la sua salvezza.

C'è però una profonda differenza in questa seconda strada. Il Signore non è infatti un datore di lavoro, come il peccato,
Liberati dal peccato
Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale per ubbidire alle sue concupiscenze; e non prestate le vostre membra al peccato, come strumenti d'iniquità; ma presentate voi stessi a Dio, come di morti fatti viventi, e le vostre membra come strumenti di giustizia a Dio;
infatti il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia. Che faremo dunque? Peccheremo forse perché non siamo sotto la legge ma sotto la grazia? No di certo!
Non sapete voi che se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell'ubbidienza che conduce alla giustizia? Ma sia ringraziato Dio perché eravate schiavi del peccato ma avete ubbidito di cuore a quella forma d'insegnamento che vi è stata trasmessa; e, liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia.
(Romani 6:12-18 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

La conversione implica una trasformazione profonda nell'essere umano, una trasformazione dovuta all'azione della grazia di Dio che non è così semplice spiegare a parole. Tuttavia dobbiamo ringraziare il Signore perché l'apostolo Paolo guidato dal Signore è riuscito ad illustrarlo piuttosto bene in questa lettera.

L'apostolo Paolo ha spiegato nella sezione precedente l'identificazione tra il credente e Gesù Cristo, illustrando le conseguenze che l'unione con Gesù ha sulla vita di chi ripone la sua fede in Lui. Ora Paolo prosegue il ragionamento facendo comprendere che il credente, al contrario di quanto si sarebbe potuto pensare, non pecca di più perché è sotto la grazia ma ha la possibilità di opporsi al peccato proprio perché è sotto l'influenza della grazia! La grazia non agisce nel credente come una scusa per continuare a peccare ma piuttosto come uno stimolo a non farlo!

Infatti l'effetto della vita di Gesù Cristo, attraverso lo Spirito Santo in noi come vedremo, è quello di liberarci dal potere del peccato. In sostanza, mentre coloro che non hanno sperimentato l'unione con Gesù peccano (ovvero si comportano in modo contrario a quello che Dio ha stabilito) senza neanche rendersene conto e senza farsi alcun problema, il credente diventa più sensibile e attento in tal senso.

Certamente, cadrà ancora, ma almeno ha la possibilità di scegliere, possibilità che prima non aveva, e quando pecca, di norma, la sua coscienza non lo lascia tranquillo finché rimane in quella condizione. Per intenderci, il peccato non è più il suo padrone a cui è costretto ad ubbidire ma piuttosto è simile ad un cattivo consigliere a cui può scegliere di dare retta oppure no.

Il peccato manifesta i suoi effetti nella vita dell'uomo generando frutti quali odio, violenza, egoismo e malvagità di ogni genere che accompagnano l'uomo fino alla sua destinazione finale, ovvero la morte. Ma la fede porta il credente ad ubbidire a Dio manifestando dei frutti di giustizia, ovvero una vita che manifesta amore, misericordia, rispetto per il prossimo, portando in questo mondo un assaggio dei nuovi cieli e della nuova terra, della nuova creazione di Dio, in cui il peccato non ci sarà più e non rovinerà più le relazioni tra gli esseri umani e soprattutto la relazione dell'uomo con Dio.

Il credente ha un'opzione che prima di convertirsi non aveva, egli può infatti scegliere di non ubbidire al peccato e di servire Dio diventando strumento di giustizia nelle sue mani, ovvero lasciandosi usare da Dio per praticare la giustizia, per praticare quelle opere che esprimono proprio l'effetto della grazia di Dio nella sua vita.

In tale senso il peccato non ha più potere su di lui perché egli è sotto la grazia, ovvero ha una relazione con Dio che gli dà la possibilità di scegliere consapevolmente di fare la cosa giusta come espressione del suo amore per Dio.

C'è un aspetto importante da rilevare a proposito della grazia in relazione alla legge.L'azione della grazia nella vita dell'uomo non è una novità ma qualco...
Morto e risorto con Gesù
Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? No di certo! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso?
O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua. Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; infatti colui che è morto è libero dal peccato.
Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio. Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù.
(Romani 6:1-11 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Purtroppo non sono pochi quelli che fraintendono il concetto di grazia da parte di Dio scambiandolo per una tacita autorizzazione a disubbidire a Dio, anche ai giorni nostri.

In sostanza alcuni pensano che, se la grazia di Dio non ha limiti, si può peccare quanto si vuole ricordandosi poi di chiedere perdono a Dio e... il gioco è fatto!

Questo tipo di ragionamento ignora però una realtà importante, ovvero la trasformazione interiore che avviene in colui che ripone la sua fede in Dio! Infatti la cosiddetta "conversione" non è solo un assenso formale ad una religione, ma l'inizio di un cammino con Dio attraverso l'opera dello Spirito Santo in noi.

L'apostolo Paolo era cosciente delle possibili obiezioni alla dottrina che stava insegnando e infatti dedicò i capitoli centrali di questa lettera ai Romani, i capitoli da 6 a 8, per spiegare in maniera più dettagliata ciò che accade nella vita dell'essere umano prima e dopo la sua conversione.

Nella sezione precedente Paolo aveva affermato che dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata. "Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi?" A questa possibile obiezione Paolo risponde senza esitazione: "No di certo!"

Il fatto che il Signore nella sua grazia perdoni ogni nostro peccato non significa che una persona credente vivrà la sua vita nel peccato confidando nel fatto che Dio, nella sua grazia, lo perdoni. Infatti Paolo sottolinea che il vero credente non ha solo creduto in Gesù, aderendo formalmente alla fede, ma si è identificato con lui! Cosa significa questo?

Paolo utilizza il termine "battesimo" che nella lingua greca non era un termine religioso ma veniva utilizzato in vari ambiti per indicare qualcosa che viene immerso in qualcos'altro in modo che la persona o l'oggetto immerso assuma le caratteristiche di ciò in cui viene immerso. Si pensi ad esempio alla tintura di un tessuto che si ottiene immergendo il tessuto in un liquido in cui sono presenti dei coloranti in modo che il tessuto stesso assuma il colore del liquido.

Tenendo presente questo, possiamo capire cosa intendeva Paolo in questo brano, utilizzando l'espressione "siamo stati battezzati in Cristo". Essere battezzato in Cristo significa essere immerso in lui ovvero sperimentare una profonda unione con lui per appropriarsi delle sue caratteristiche. Infatti Paolo utilizza proprio il termine "unione" per illustrare meglio il concetto e dice proprio: "se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua."

Il battesimo cristiano, ovvero l'immersione in acqua, è in effetti la rappresentazione di questa meravigliosa realtà spirituale, di questo battesimo spirituale.
Grazia sovrabbondante
Dunque, come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini. Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati resi peccatori, così anche per l'ubbidienza di uno solo, i molti saranno costituiti giusti. La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata, affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.
(Romani 5:18-21 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Gli effetti del peccato sono evidenti a tutti. Coloro che non credono in Dio ovviamente non credono che i numerosi problemi dell'umanità siano dovuti a ciò che la bibbia chiama "peccato" eppure anch'essi possono vederne gli effetti non solo sull'uomo ma anche sull'ambiente in cui vive. Infatti più passa il tempo e più l'uomo sembra avviarsi verso la sua autodistruzione.

Che ci piaccia oppure no, che ci crediamo oppure no, il peccato abbonda in questo mondo. Non c'è bisogno di essere degli studenti di teologia, basta guardare un telegiornale o leggere la cronaca cittadina per avere un'idea di cosa ciò comporti... I più ottimisti pensano che l'uomo possa evolversi in una creatura migliore eppure non sembra che il progresso abbia impedito alla malvagità dell'uomo di manifestarsi in forme sempre più crudeli e sottili anche nel nostro secolo.

Come abbiamo già visto in precedenza, con la trasgressione di Adamo il peccato si è propagato e la condanna si è estesa a tutti gli uomini, infatti tutti siamo soggetti alla morte. Ma l'apostolo Paolo ha evidenziato anche l'altro lato della medaglia: come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati resi peccatori, così anche per l'ubbidienza di uno solo, i molti saranno costituiti giusti.

I vantaggi provenienti da Cristo, se ci pensiamo bene, superano gli svantaggi procurati da Adamo. Infatti se Adamo ha permesso che la morte regnasse su tutti coloro che sono venuti dopo di lui, Gesù Cristo ha donato la vita eterna a tutti coloro che si sono relazionati per fede con Dio, prima e dopo la sua venuta! Infatti, anche se questo non poteva essere compreso in modo chiaro prima della venuta di Gesù, tutti i sacrifici offerti secondo la legge nel passato erano figura del sacrificio perfetto che Gesù avrebbe compiuto una volta per tutte. A questo proposito occorre leggere con attenzione Eb 10:1-14 che mette proprio in evidenza il carattere definitivo del sacrificio di Gesù e quello provvisorio dei sacrifici animali che lo anticipavano! Il sangue di quegli animali non poteva togliere i peccati (Eb 10:4) eppure Dio li accettava proprio in vista del sacrificio definitivo che Gesù avrebbe fatto.

A maggior ragione, noi che viviamo dopo la manifestazione di Gesù il Messia in questo mondo, sappiamo che non c'è bisogno di ulteriori atti di giustizia, penitenze o sacrifici per i nostri peccati. In seguito vedremo che il credente, trasformato e guidato dallo Spirito Santo, percorre comunque una strada di ubbidienza al Signore, ma non è per la sua giustizia che egli verrà salvato, bensì per la giustizia di Cristo! Per quanto possa sembrarci incredibile, noi siamo costituiti giusti, quindi dichiarati non colpevoli da parte di Dio, sulla base dell'ubbidienza di Gesù.

Gesù è stato perfettamente ubbidiente eppure è morto al nostro posto sulla croce pagando per i nostri peccati... Così tutti coloro che hanno riposto la loro fede in Dio, in ogni luogo e in ogni tempo, sono giustificati per fede a causa di Gesù Cristo e della sua opera. Quando un giorno compariremo davanti a Dio, saremo assolti perché Gesù ha già pagato per noi! Non è meraviglioso?

In quale senso la legge è intervenuta a moltiplicare la trasgressione? La legge è un grande dono che Dio aveva fatto ad Israele perché attraverso essa gli Israeliti...
Grazie a quell’uno!
Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato...
Poiché, fino alla legge, il peccato era nel mondo, ma il peccato non è imputato quando non c'è legge. Eppure, la morte regnò, da Adamo fino a Mosè, anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Però, la grazia non è come la trasgressione. Perché se per la trasgressione di uno solo, molti sono morti, a maggior ragione la grazia di Dio e il dono della grazia proveniente da un solo uomo, Gesù Cristo, sono stati riversati abbondantemente su molti. Riguardo al dono non avviene quello che è avvenuto nel caso dell'uno che ha peccato; perché dopo una sola trasgressione il giudizio è diventato condanna, mentre il dono diventa giustificazione dopo molte trasgressioni.
Infatti, se per la trasgressione di uno solo la morte ha regnato a causa di quell'uno, tanto più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo di quell'uno che è Gesù Cristo.
(Romani 5:12-17 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Il nostro progenitore Adamo aveva ricevuto da Dio questo ordine: "Dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai"( Ge 2:17). Tutti sappiamo come è andata a finire... L'uomo insieme a sua moglie ha disubbidito a Dio e in questo modo il peccato è entrato nel mondo.

Ma in questo brano l'apostolo Paolo ci ricorda che il peccato ha portato conseguenze disastrose non solo per Adamo ed Eva ma anche per tutta la loro discendenza, quindi anche per noi. Infatti il peccato si è propagato da Adamo ed Eva a tutti gli esseri umani dopo di loro, un po' come accade per una malattia genetica. La propagazione del peccato è evidente infatti, come Paolo osservò, non morirono solo Adamo ed Eva ma anche tutti gli esseri umani dopo di loro. D'altra parte quando Adamo ed Eva furono cacciati dal giardino d'Eden, fu impedito loro di accedere all'albero della vita (Ge 3:22-24), e tale impedimento è rimasto valido anche per tutta la progenie dopo di loro.

Come Paolo aveva già detto nei capitoli precedenti, il principio del peccato, il principio della ribellione verso il proprio creatore, è presente in tutti gli uomini, indipendentemente dal fatto che abbiano ricevuto la legge oppure no. Adamo ha trasgredito una legge precisa, il comandamento che Dio gli aveva dato, e i suoi discendenti hanno continuato nella loro ribellione verso Dio nei modi più svariati, seguendo i propri istinti e lasciando semplicemente che il principio del peccato presente in loro producesse i suoi frutti. Si pensi ad esempio alla prima generazione dopo Adamo nella quale troviamo già il primo omicida Caino che uccise suo fratello Abele...

Non tutti gli esseri umani dopo Caino furono omicidi ma ognuno manifestò il principio del peccato presente in lui in un modo o nell'altro. E tutti sono morti, anche prima che Dio desse la sua legge ad Israele tramite Mosè. Possiamo dire che la morte è lì a ricordare a tutti gli uomini, noi compresi, che c'è qualcosa che non va nell'essere umano dal peccato di Adamo ed Eva in poi.

Non c'è quindi alcuna speranza per l'uomo? Dobbiamo rassegnarci alla morte e poi tutto finisce? No, c'è infatti un altro lato della medaglia, perché Adamo era figura di colui che doveva venire, ovvero Gesù. Con questa frase molto sintetica l'apostolo Paolo introduce Gesù come un nuovo Adamo, rappresentante di una nuova umanità, un'umanità redenta che ha risolto il problema del peccato e che, quindi, può vivere in eterno!

Se da una parte possiamo dire che il nostro progenitore Adamo ci ha lasciato un grosso fardello da portare come eredità, è anche vero che Dio non ci ha lasciati senza una soluzione e ci ha dato la possibilità di fare parte della sua n...
Saremo salvati!
Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira.
Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.
Non solo, ma ci gloriamo anche in Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, mediante il quale abbiamo ora ottenuto la riconciliazione.
(Romani 5:6-11 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Ogni tanto si incontrano persone disposte a sacrificarsi per altri. Probabilmente una madre o un padre sarebbero pronti a morire se questo servisse a salvare la vita al proprio figlio e qualcuno potrebbe anche arrivare a rischiare la propria vita per salvare quella di un caro amico. Ma quante persone conoscete che sarebbero, ad esempio, pronte ad andare sulla sedia elettrica al posto di un serial killer?

Sarebbe innaturale, inspiegabile, assurdo.

Ecco, l'apostolo Paolo in questo brano vuole attrarre la nostra attenzione sul fatto che Gesù diede la sua vita per il bene degli esseri umani nonostante non ci fosse in loro nulla che meritasse un gesto simile.

Riflettiamoci un attimo... Dio aveva creato l'uomo e fin dal principio lo aveva avvertito dicendogli che il peccato gli avrebbe procurato la morte, ma l'uomo aveva continuato per la sua strada. L'uomo si è ribellato, si è reso indipendente da Dio e ha seguito i propri idoli. Eppure la bibbia ci mostra un Dio che va alla ricerca dell'uomo, un Dio che vuole abitare tra gli uomini, che vuole stare con loro nonostante il loro rifiuto, non a caso molti sono d'accordo nel descrivere il tema principale della bibbia come la "storia della salvezza", ovvero la storia del piano di Dio per salvare l'uomo.

Nella sezione precedente Paolo aveva affermato che il credente poteva gloriarsi nella speranza della gloria di Dio, ovvero non aveva nulla da temere e doveva guardare al futuro con fiducia rimanendo fermo nella grazia di Dio e fidandosi delle sue promesse. Ora, per confermare questa tesi Paolo fa un ragionamento semplice e logico.

Il Signore Gesù diede la sua vita sulla croce per il peccato di ogni essere umano quando gli esseri umani erano lontani da Dio e non davano alcuna importanza a quel sacrificio. Anzi, noi stessi che viviamo più di duemila anni dopo la sua morte non esistevamo neppure quando Gesù diede la sua vita per noi. Ed egli lo ha fatto per ognuno di noi indipendentemente dal fatto che siamo buoni o cattivi. Il suo sacrificio vale per tutti, infatti è scritto che "Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna" (Gv 3:16).

In questo ragionamento c'è però qualcosa che non convince... Se Gesù non è Dio, come alcuni dicono, ma solo la prima delle sue creature, cosa avrebbe fatto Dio di così straordinario dando la vita di Gesù per salvare altre creature come noi? Cosa ci sarebbe di straordinario in una persona che desse la vita di un figlio per salvare altri figli? Sarebbe invece tutt'altra cosa se desse la sua vita per salvare tutti i suoi figli!

L'apostolo Paolo, così come Giovanni 3:16, evidenzia invece il sacrificio di Gesù come un gesto d'amore straordinario da parte di Dio verso gli esseri umani ma questo ha senso solo se Gesù il Messia è incarnazione del Dio vivente e vero! Se la morte di Gesù dimostra l'amore di Dio per noi, ciò può essere possibile solo se il Messia è davvero un essere umano che può morire su una croce ma allo stesso tempo è il Dio vivente che non può essere trattenuto dalla morte! Insomma tutto questo ha un senso solo se Gesù è a...
Fermi nella grazia
Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza. Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato.
(Romani 5:1-5 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Quando una persona mi dice di credere in Gesù, eppure non si sente a posto con Dio e nutre dei dubbi sulla propria salvezza, sono preoccupato perché temo che quella persona non abbia davvero instaurato un rapporto con Dio sulla base della fede.

Infatti se siamo stati dichiarati a posto con Dio sulla base della fede, non dobbiamo più avere paura del giudizio. La prima conseguenza della giustificazione per fede è proprio la pace con Dio, il ristabilimento di una relazione personale con il nostro Creatore che ci ama.

Se abbiamo ricevuto la grazia da parte di Dio non abbiamo bisogno di agitarci per ottenere altro. Dobbiamo fidarci di Dio e restare fermi nella grazia alla quale abbiamo avuto accesso.

Alcuni si lasciano ingannare dalle sensazioni e dicono frasi del tipo "non sento Dio vicino a me in questo momento..." e così vacillano nella fede. Ma la grazia di Dio non dipende da ciò che noi sentiamo ma dalla sua fedeltà alle promesse. Così come abbiamo creduto in Dio per ottenere il perdono dei nostri peccati dobbiamo continuare a credere che Dio mantiene fede alle sue promesse e nessuno può rapirci dalla sua mano.

Non lasciamoci ingannare dall'avversario e dalla nostra natura peccaminosa che ci portano a dubitare dell'amore di Dio per noi. Se rimaniamo in Cristo, noi rimaniamo in uno stato di grazia davanti a Dio e abbiamo libero accesso davanti a Lui e Lui continua ad operare in noi per realizzare il suo piano che è quello di renderci partecipi della sua gloria, ovvero della sua stessa persona. Nessuno può derubarci della speranza della vita eterna che Egli ha promesso a tutti coloro hanno riposto in Lui la loro fede.

Dio ha creato gli esseri umani a sua immagine e il suo obiettivo è quello di annullare gli effetti del peccato nella vita dell'uomo per ripristinare quell'immagine perfetta! Quando la nostra redenzione sarà completa, quando risorgeremo, allora la gloria di Dio sarà di nuovo perfetta ed evidente in noi. Noi ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio, nell'attesa della nostra completa redenzione, celebrando il Signore perché sappiamo che Egli compirà ciò che ha promesso!

Certo, l'apostolo Paolo non ignorava che nella vita ci sono anche momenti difficili segnati dalla sofferenza. Cosa farà il credente in quei momenti? Si lascerà prendere dallo sconforto e dalla disperazione? No, anche in mezzo alla sofferenza il credente può continuare a gloriarsi nella speranza della gloria di Dio che lo aspetta!

Se confidiamo nel Signore, le sofferenze che possiamo passare in questa vita non ci allontanano da Lui, anzi in un certo senso, come Paolo osservò in questo brano, possono rafforzare la nostra relazione con Dio! Infatti l'afflizione ci aiuta ad esercitare la pazienza portandoci a dipendere sempre di più dal Signore perché ci rimettiamo nelle sue mani. In questo modo il Signore forgia il nostro carattere e ci permette di accrescere la nostra esperienza nel cammino con Lui. Più cresciamo nelle vie di Dio e più diventa viva in noi l'attesa della beata speranza, della vita eterna in cui non ci sarà più spazio per la sofferenza.

La nostra speranza può essere oggetto di biasimo da parte di coloro che non credono i quali ci possono considerare dei poveri illusi. Ma noi sappiamo che Dio non deluderà la nostra speranza, egli manterrà le sue promesse e questo è confermato dalla presenza dello Spirito di Dio dentro di noi che c...
Eredi delle promesse
Infatti la promessa di essere erede del mondo non fu fatta ad Abraamo o alla sua discendenza in base alla legge, ma in base alla giustizia che viene dalla fede. Perché, se diventano eredi quelli che si fondano sulla legge, la fede è resa vana e la promessa è annullata; poiché la legge produce ira; ma dove non c'è legge, non c'è neppure trasgressione. Perciò l'eredità è per fede, affinché sia per grazia; in modo che la promessa sia sicura per tutta la discendenza; non soltanto per quella che è sotto la legge, ma anche per quella che discende dalla fede d'Abraamo. Egli è padre di noi tutti (com'è scritto: «Io ti ho costituito padre di molte nazioni») davanti a colui nel quale credette, Dio, che fa rivivere i morti, e chiama all'esistenza le cose che non sono. Egli, sperando contro speranza, credette, per diventare padre di molte nazioni, secondo quello che gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». Senza venir meno nella fede, egli vide che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent'anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella sua fede e diede gloria a Dio,  pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo. Perciò gli fu messo in conto come giustizia.
Or non per lui soltanto sta scritto che questo gli fu messo in conto come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà pure messo in conto; per noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore, il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.
(Romani 4:13-25 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Come possiamo ereditare le promesse di Dio? Come possiamo avere vita eterna?

La risposta è semplice: nello stesso modo in cui a suo tempo Abramo ricevette le promesse.

Abramo aveva ricevuto la promessa di essere "erede del mondo", espressione che in questo contesto si riferisce alla promessa di possedere una discendenza numerosa che si sarebbe estesa a molte nazioni come abbiamo letto: "Egli, sperando contro speranza, credette, per diventare padre di molte nazioni, secondo quello che gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza»". (Ro 4:18)

Si può leggere tale promessa in Genesi 15:5-6: "Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda il cielo e conta le stelle se le puoi contare». E soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza».  Egli credette al SIGNORE, che gli contò questo come giustizia.

Abramo credette a Dio e Dio mantenne le promesse, infatti dalla discendenza fisica di Abramo è derivato il popolo di Israele ma anche tanti altri popoli sparsi per il mondo.

Ma Abramo non è solo padre di molte nazioni in senso fisico, infatti in questo capitolo, come avevamo già letto in Ro 4:12, l'apostolo Paolo sta considerando che oltre ad una discendenza fisica, Abramo ha anche una discendenza spirituale ed in quel senso Paolo osservò che Abramo è anche "padre di noi tutti", ovvero di tutti coloro che ripongono la loro fede in Dio.

D'altra parte Dio non aveva solo promesso ad Abramo una numerosa discendenza fisica ma gli aveva promesso che tutte le famiglie della terra sarebbero state benedette nella sua discendenza (vedi genesi 22:18, 26:4, 28:14). Come emerge da altri brani del nuovo testamento, l'apostolo Paolo non aveva dubbi sul fatto che tale benedizione per tutte le famiglie della terra fosse proprio fondata sulla fede (Vedi Galati 3:8) e si fosse realizzata in modo completo nel discendente di Abramo più illustre, ovvero il Messia Gesù (Vedi Galati 3:16).

Secondo il ragionamento di Paolo, se Abramo ha ereditato, ovvero si è impossessato di ciò che Dio ha promesso a lui e alla sua discendenza fisica, esclusivamente sulla base della fede, per analogia anche le promesse valide per la discendenza spirituale di Abramo devono essere ereditate sulla base della fede.

Paolo lo dimostra con un ragionamento un po'complesso ma logico.
Figli di Abramo
Che diremo dunque che il nostro antenato Abraamo abbia ottenuto secondo la carne? Poiché se Abraamo fosse stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che vantarsi; ma non davanti a Dio; infatti, che dice la Scrittura? «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l'empio, la sua fede è messa in conto come giustizia.
Così pure Davide proclama la beatitudine dell'uomo al quale Dio mette in conto la giustizia senza opere, dicendo:
«Beati quelli le cui iniquità sono perdonate e i cui peccati sono coperti. Beato l'uomo al quale il Signore non addebita affatto il peccato». Questa beatitudine è soltanto per i circoncisi o anche per gli incirconcisi? Infatti diciamo che la fede fu messa in conto ad Abraamo come giustizia. In quale circostanza dunque gli fu messa in conto? Quando era circonciso, o quando era incirconciso? Non quando era circonciso, ma quando era incirconciso; poi ricevette il segno della circoncisione, quale sigillo della giustizia ottenuta per la fede che aveva quando era incirconciso, affinché fosse padre di tutti gl'incirconcisi che credono, in modo che anche a loro fosse messa in conto la giustizia; e fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo sono circoncisi ma seguono anche le orme della fede del nostro padre Abraamo quand'era ancora incirconciso.
(Romani 4:1-12 - La Bibbia)Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Nessuno può dire di non avere peccato e nessuno può pagare in qualche modo per il proprio peccato o fare qualcosa per meritare il perdono di Dio. C'è quindi una sola possibilità: chiedere a Dio nella sua grazia di perdonare i nostri peccati.

Ecco perché Davide aveva cominciato il suo Salmo 32 ripetendo questo concetto per ben tre volte con un tipico parallelismo ebraico:
«Beati quelli le cui iniquità sono perdonate e i cui peccati sono coperti. Beato l'uomo al quale il Signore non addebita affatto il peccato». (Salmo 32:1-2)

Iniquità perdonate, peccato coperto, peccato non addebitato. Beato l'uomo che riesce ad ottenere questo! Ma come?

Paolo utilizzò l'esempio di Abramo per dimostrare il principio secondo cui Dio non richiede delle opere all'uomo per considerarlo giusto ed elargirgli le sue promesse, ma richiede fede, richiede che l'uomo si fidi di Lui e lo prenda in parola.

Nel caso specifico di Abramo, il Signore gli aveva promesso che la sua discendenza sarebbe stata grande come le stelle del cielo (Ge 15:5). A quel tempo Abramo non aveva ancora avuto figli, eppure egli credette al Signore (Ge 15:6) riponendo quindi la sua fiducia in ciò che Dio gli aveva promesso. Dio non richiese ad Abramo di fare qualcosa per meritare la discendenza, per meritare l'adempimento della promessa, ma considerò sufficiente il fatto che Abramo gli avesse creduto, lo avesse preso in parola.

In seguito, Abramo non avrebbe mai potuto dire che Dio gli aveva dato una discendenza perché lui si era comportato bene e aveva ubbidito a tutto ciò che il Signore gli aveva comandato. In sostanza, Abramo non aveva nessun motivo per vantarsi di fronte a Dio. D'altra parte, come Paolo osservò, se uno esegue un lavoro e viene pagato, quella paga è dovuta, si tratta di un salario non di una grazia da parte del suo datore di lavoro. Ma Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia. La sua fede fu sufficiente per ottenere il compimento delle promesse.

Il fatto che Abraamo fosse incirconciso quando ripose la sua fede in Dio offrì a Paolo l'occasione per rimarcare che il patto di Dio con Abramo e la sua discendenza, basato sulla circoncisione, patto sul quale si basava il popolo di Israele, era comunque posteriore alla giustificazione di Abramo. Questo dimostrava che la giustificazione per mezzo della fede era venuta prima della circoncisione e prima della legge.

Questa era una ulteriore dimostrazione del fatto che ...
Il Dio di tutti i popoli
Dov'è dunque il vanto? Esso è escluso. Per quale legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; poiché riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge. Dio è forse soltanto il Dio dei Giudei? Non è egli anche il Dio degli altri popoli? Certo, è anche il Dio degli altri popoli, poiché c'è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l'incirconciso ugualmente per mezzo della fede. Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge.
(Romani 3:21-26 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Molti pensano che i cristiani siano persone che si sentono migliori degli altri. Se ci pensiamo bene, dovrebbe essere esattamente il contrario.

Infatti il vero cristiano è colui che si rende conto di essere un peccatore bisognoso della grazia di Dio. Egli sa che non avrebbe mai potuto essere assolto dalla condanna che grava su di lui a causa del peccato, se non fosse stato per il sacrificio di Gesù. Il cristiano infatti sa di non avere nessun merito per la vita eterna che ha ricevuto in Gesù.

Paolo voleva che i suoi lettori, e quindi anche noi, se lo mettessero bene in testa: nessuno può vantarsi davanti a Dio. Le opere di colui che si basava sulla legge erano importanti nella misura in cui erano manifestazione di una realtà interiore, ovvero manifestazione della fede. Ma le opere da sole, svolte in modo meccanico, sono solo espressione di una religione "legalista" e non hanno alcuna utilità.

Paolo voleva chiarire una volta per tutte che tutti gli uomini, sia quelli sotto la legge sia quelli senza legge, erano giustificati mediante la loro fede.

Paolo sottolinea un concetto molto semplice, oserei dire lapalissiano, che però rischiava di sfuggire a molti Giudei suoi contemporanei. Anche se Dio si era formato un popolo, Israele, affinché fosse la sua luce speciale tra le nazioni, questo non significa che egli non fosse il Dio anche delle altre nazioni.Se l'unico modo per essere giustificati fosse stato quello di entrare a fare parte del popolo di Israele diventando un proselito Giudeo, cosa sulla quale insistevano diversi connazionali di Paolo, allora si sarebbe potuto dire che Dio era solo il Dio dei Giudei, il che sarebbe un'assurdità.

La legge non è mai stata data agli Israeliti perché fosse una loro esclusiva ma per essere una guida attraverso la quale Israele poteva testimoniare in maniera efficace di Dio anche agli altri popoli. In particolare Gesù era senz'altro il Messia promesso ad Israele ma l'effetto della sua opera sulla croce si estendeva a tutti i popoli come aveva detto Isaia: "Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe
e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra». (Is 49:6)

C'è un solo Dio e tutti gli esseri umani sono sue creature. Come si potrebbe pensare che Dio si sia occupato di alcuni dimenticandosi totalmente di altri? Ogni essere umano, con o senza legge, ha sempre avuto l'opportunità di relazionarsi con Dio attraverso la fede, infatti Dio giustifica tutti, circoncisi e incirconcisi, mediante la fede.

A questo punto Paolo si aspettava un'obiezione. Se tutti sono sempre stati giustificati da Dio mediante la loro fede e non mediante le opere della legge, allora la legge a cosa serve? Perché Dio ha dato una legge ad Israele e non l'ha data agli altri popoli? La fede rende inutile la legge? Paolo affronterà queste questioni in modo piuttosto esaustivo nei capitoli seguenti ma intanto toglie subito ogni dubbio... "Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge".

Questa affermazione di Paolo è fondamentale. Molti, anche al giorno d'oggi, contrappongono la grazia mediante la fede alla legge come se la grazia di Dio fosse un concetto che si contrappone alla legge, ma non è questo il modo giusto di vedere le cose. La fede non annulla la legge,
Giustificati per grazia!
Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù.
(Romani 3:21-26 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Se nessuno può reclamare la propria giustizia davanti a Dio per mezzo delle proprie opere, quale speranza può esserci per l'uomo?

Nella sezione precedente avevamo visto che il Giusto Giudice ha pronunciato una sentenza di colpevolezza per tutti gli esseri umani, ma grazie a Dio c'è una via d'uscita, c'è ancora una possibilità di essere assolti!

Tutti gli uomini sono peccatori e colpevoli, ma Paolo ha una buona notizia per tutti noi! Infatti Dio ha rivelato la sua giustizia, ovvero il modo in cui Lui stesso mette a posto le cose, risolvendo il problema del peccato per tutti gli uomini, indipendentemente dal fatto che hanno ricevuto la legge oppure no.

La soluzione di Dio non era una novità assoluta, bensì era il metodo che Dio stesso aveva rivelato già nella legge stessa e proclamato attraverso tutti i suoi profeti! Infatti leggendo l'antico testamento ci rendiamo conto del fatto che nessun Ebreo poteva pensare di restare in piedi di fronte al giudizio di Dio per mezzo delle proprie opere. C'era sempre stato un solo metodo per essere dichiarati giusti davanti a Dio, ovvero riconoscere il proprio peccato e cercare il perdono di Dio attraverso la sua grazia. La stessa legge prevedeva infatti dei sacrifici per il peccato che ricordavano agli Ebrei la loro condizione di peccato e il loro bisogno di essere graziati da Dio. Chiunque avesse offerto quei sacrifici in modo meccanico, come era accaduto nella storia di Israele, senza prestare attenzione a ciò che faceva, non poteva pensare di essere perdonato da Dio, come il Signore aveva denunciato attraverso i suoi profeti; ad esempio in Isaia 1:11 leggiamo: "«Che m'importa dei vostri numerosi sacrifici?», dice il SIGNORE; «io sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di bestie ingrassate; il sangue dei tori, degli agnelli e dei capri, io non lo gradisco»".

Ma Paolo vuole attirare la nostra attenzione sul fatto che la legge e i profeti puntavano anche ad un modo definitivo in cui Dio avrebbe manifestato la sua giustizia, attraverso un sacrificio definitivo per tutti gli uomini: Gesù stesso.

Se da una parte tutti hanno peccato e sono degni di condanna, dall'altra tutti possono essere giustificati gratuitamente per la grazia di Dio se credono in ciò che Gesù Cristo ha fatto per loro!

La condanna per il peccato è la morte e Dio ha dimostrato la sua giustizia applicando la sentenza di morte. Ma come nell'antico testamento venivano offerti animali che rappresentavano la vita di chi li offriva, così ora Dio aveva prestabilito che fosse offerto un sacrifico definitivo in cambio della vita di ogni essere umano.

Così come il sommo sacerdote entrava nel luogo santissimo nel tabernacolo una volta all'anno con il sangue delle vittime sacrificali, così Gesù ha offerto se stesso una sola volta e per sempre (Eb 9:12) presentandosi al Padre come un sacrificio propiziatorio, un sacrificio che distoglie l'ira di Dio da noi. Ecco quindi il senso profondo del sacrificio volontario di Gesù sulla croce... Gesù ha pagato per il nostro peccato, una vita è stata data al nostro posto, quindi giustizia è stata fatta, e allo stesso tempo noi siamo redenti,
Nessun giusto
Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, com'è scritto: «Non c'è nessun giusto, neppure uno.
Non c'è nessuno che capisca, non c'è nessuno che cerchi Dio.
Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c'è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno».
«La loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno tramato frode».
«Sotto le loro labbra c'è un veleno di serpenti». «La loro bocca è piena di maledizione e di amarezza».
«I loro piedi sono veloci a spargere il sangue. Rovina e calamità sono sul loro cammino
e non conoscono la via della pace». «Non c'è timor di Dio davanti ai loro occhi».
Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato.
(Romani 3:9-20 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Non c'è nessun giusto, neppure uno. Questa semplice frase riassume un concetto fondamentale da comprendere se vogliamo relazionarci con Dio nel modo corretto.

Il popolo di Israele era stato scelto da Dio per portare la sua luce nel mondo e aveva ricevuto la legge, la rivelazione di Dio che li avrebbe guidati in quel compito. Questo, come Paolo aveva illustrato, era un grande vantaggio perché essi si trovavano in una posizione privilegiata per conoscere il Signore. Eppure la storia aveva dimostrato che gran parte degli Israeliti nel passato si erano ribellati a quel Dio che li aveva liberati dall'Egitto e, allo stesso modo, in quel momento molti Ebrei stavano rifiutando di credere nel Messia Gesù che Dio aveva mandato loro. Dio sarebbe rimasto fedele alle sue promesse verso Israele ma questo non rendeva gli Ebrei superiori agli altri perché anche loro erano comunque mancanti di fronte alla giustizia di Dio.

In questo brano Paolo usa un linguaggio forense come se fosse in corso un processo contro l'uomo. L'accusa è chiara: tutti gli esseri umani, siano Giudei o stranieri, sono sottoposti al peccato e quindi tutti sono meritevoli del giudizio di Dio.

Nella parte centrale Paolo cita diversi passi, uno dopo l'altro, tratti dall'antico testamento, in particolare da alcuni Salmi (14, 5, 140, 36) e da Isaia 59. È come se Paolo stesse chiamando Dio stesso, attraverso la sua rivelazione scritta, al banco dei testimoni per confermare l'accusa. Se si va a guardare i contesti da cui sono tratte le citazioni si nota che alcuni passi si riferiscono all'umanità in generale mentre altri (es. Isaia 59) sono più specifici e riguardano il peccato di Israele. L'obiettivo non è quello di denunciare peccati specifici ma quello di tracciare piuttosto una condizione generale dell'essere umano:

nessuno è giusto;
nessuno capisce;
nessuno cerca Dio;
tutti sono sviati e corrotti;
nessuno pratica la bontà;
i rapporti umani sono caratterizzati da menzogna, frode, violenza, guerra.

Ma tutte queste cose possono essere riassunte nell'ultima citazione tratta dal salmo 36:1 "L'iniquità parla all'empio nell'intimo del suo cuore; non c'è timor di Dio davanti agli occhi suoi.". Sì, il problema dell'essere umano è la mancanza di timore di Dio. Quando non c'è un rapporto con Dio, quando non c'è fede in Colui che ci ha creati, quando non c'è un desiderio di rispettare i propositi che Lui ha stabilito per la sua creatura, le cose vanno male, molto male.

Citando l'antico testamento, Paolo si rivolgeva in particolare ai suoi fratelli Ebrei che conoscevano quelle scritture. Essi stessi dovevano riconoscere che l'accusa di Dio anche nei loro confronti era giusta e le prove erano schiaccianti come la storia di Israele dimostrava. Anche loro quindi, al banco degli imputati, dovevano rimanere con la bocca chiusa non potendo dire nulla in propria difesa,
Dio resta fedele
Qual è dunque il vantaggio del Giudeo? Qual è l'utilità della circoncisione? Grande in ogni senso. Prima di tutto, perché a loro furono affidate le rivelazioni di Dio. Che vuol dire infatti se alcuni sono stati increduli? La loro incredulità annullerà la fedeltà di Dio? No di certo! Anzi, sia Dio riconosciuto veritiero e ogni uomo bugiardo, com'è scritto:
«Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole
e trionfi quando sei giudicato».
Ma se la nostra ingiustizia fa risaltare la giustizia di Dio, che diremo? Che Dio è ingiusto quando dà corso alla sua ira? (Parlo alla maniera degli uomini.) No di certo! Perché, altrimenti, come potrà Dio giudicare il mondo?
Ma se per la mia menzogna la verità di Dio sovrabbonda a sua gloria, perché sono ancora giudicato come peccatore? Perché non «facciamo il male affinché ne venga il bene», come da taluni siamo calunniosamente accusati di dire? La condanna di costoro è giusta.
(Romani 3:1-8 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Oggi viviamo in un mondo in cui dare la parola a qualcuno sembra non avere più alcun valore. Si dice una cosa e se ne fa un'altra con grande facilità.

Ma Dio è diverso da noi uomini. Quando dà la sua parola, Egli la mantiene.

Nei paragrafi precedenti Paolo aveva fatto capire che davanti a Dio non ci sarebbe stato alcun favoritismo e anche coloro che appartenevano al popolo di Israele, i Giudei, avrebbero reso conto a Dio delle proprie opere. In particolare Paolo aveva affermato che la circoncisione, pur essendo il segno del patto con Dio, non rappresentava alcuna garanzia di fronte al giudizio di Dio se non era accompagnata da una circoncisione del cuore ovvero da una trasformazione interiore, cosa di cui peraltro aveva già parlato Mosè (De 10:16). Anzi, una persona non Israelita, ma con un cuore che ama il Signore, sarebbe risultata più gradita a Dio di un Giudeo la cui religione fosse solo stata esteriore.

Quest'ultima affermazione poteva fare pensare a qualcuno, soprattutto alla componente greca dei primi lettori di questa lettera, che allora fosse ormai inutile essere Israeliti, come alcuni di essi avevano erroneamente cominciato a pensare.

Più avanti nella lettera ai Romani, in particolare nei capitoli 9-11, Paolo confuterà in maniera definitiva la tesi secondo cui Israele era ormai stato messo da parte da Dio, ma nel contesto immediato con questo brano volle subito evitare che questo pensiero serpeggiasse tra i suoi lettori.

Essere Giudeo rimaneva comunque un vantaggio e su questo non dovevano esserci dubbi. Era infatti un privilegio fare parte del popolo che aveva ricevuto le rivelazioni di Dio, il popolo che Dio aveva scelto per illuminare le altre nazioni essendo testimoni dell'unico vero Dio (Is 43:10-12, 44:8). D'altra parte quello rimaneva il popolo da cui, come Paolo aveva scritto all'inizio della lettera, discendeva il Messia secondo la carne, Colui che aveva portato a compimento il compito di essere Servo del Signore già affidato a Israele come popolo.

Se è vero che il popolo di Israele non aveva sempre onorato al meglio l'incarico di "Servo del Signore" ricevuto da Dio (Is 42:19), il Signore aveva comunque continuato a preservare il popolo finché fosse venuto il Messia che sarebbe stato davvero il Servo del Signore, la luce delle nazioni per eccellenza.

La storia aveva quindi già dimostrato che il Signore era rimasto fedele al suo patto con Israele anche quando molti in Israele si erano allontanati da Lui e Paolo vuole fare capire che Dio avrebbe continuato a rimanere fedele anche se molti continuavano ad essere increduli in quel momento come lo erano stati i loro padri nel passato.

L'incredulità di alcuni non annulla la fedeltà di Dio perché Dio mantiene le sue promesse, non si comporta da bugiardo.

I lettori Giudei avranno probabilmente annuito leggendo queste parole. Paolo non stava forse confermando che loro continuavano ad essere il popolo di Dio nonostante i loro peccati? Certamente,
Un segno sul cuore
Infatti quando degli stranieri, che non hanno legge, adempiono per natura le cose richieste dalla legge, essi, che non hanno legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori, perché la loro coscienza ne rende testimonianza e i loro pensieri si accusano o anche si scusano a vicenda. Tutto ciò si vedrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo.
Ora, se tu ti chiami Giudeo, ti riposi sulla legge, ti vanti in Dio, conosci la sua volontà, e sai distinguere ciò che è meglio, essendo istruito dalla legge, e ti persuadi di essere guida dei ciechi, luce di quelli che sono nelle tenebre, educatore degli insensati, maestro dei fanciulli, perché hai nella legge la formula della conoscenza e della verità; come mai dunque, tu che insegni agli altri non insegni a te stesso? Tu che predichi: «Non rubare!» rubi? Tu che dici: «Non commettere adulterio!» commetti adulterio? Tu che detesti gli idoli, ne spogli i templi? Tu che ti vanti della legge, disonori Dio trasgredendo la legge? Infatti, com'è scritto:
«Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra fra gli stranieri».
La circoncisione è utile se tu osservi la legge; ma se tu sei trasgressore della legge, la tua circoncisione diventa incirconcisione. Se l'incirconciso osserva le prescrizioni della legge, la sua incirconcisione non sarà considerata come circoncisione? Così colui che è per natura incirconciso, se adempie la legge, giudicherà te, che con la lettera e la circoncisione sei un trasgressore della legge. Giudeo infatti non è colui che è tale all'esterno; e la circoncisione non è quella esterna, nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente; e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; di un tale Giudeo la lode proviene non dagli uomini, ma da Dio.
(Romani 2:14-29 - La Bibbia)
Indice generale della serie sulla Lettera ai Romani

La religione esteriore non accompagnata da un cambiamento interiore non ha mai avuto valore per Dio.

Anche l'antico testamento è pieno di esortazioni a cercare una relazione con Dio basata sulla fede e sull'ubbidienza. Oggi come allora, gli atti esteriori sono importanti se sono dimostrazione di una realtà interiore ma non hanno alcun significato se sono compiuti in modo meccanico. Ne è un esempio il testo di Isaia 1 in cui il Signore affermò di essere stanco dei sacrifici (v. 11) e delle inutili offerte (v.13) perché non erano accompagnati da una vera ricerca del bene e della giustizia (v.13-17).

Questa è la tesi che anche Paolo porta avanti nel brano che abbiamo appena letto. Dopo aver ricordato, nel brano precedente, che Dio non fa alcun favoritismo e che giudicherà tutti secondo il proprio peccato, l'apostolo Paolo vuole attirare proprio l'attenzione sulla necessità di una religione che non sia solo esteriore ma dimostrazione di una realtà interiore.

L'apostolo Paolo utilizzerà a questo proposito, un'espressione "circoncisione del cuore" che non costituiva una novità perché già Mosè l'aveva utilizzata secoli e secoli prima. Infatti Mosè subito dopo aver ricevuto la legge di Dio aveva avvertito i suoi connazionali Ebrei in tal senso: "Circoncidete dunque il vostro cuore e non indurite più il vostro collo" (De 10:16).

Si trattava di un'espressione che all'uomo moderno potrebbe non dire nulla ma aveva invece un significato piuttosto chiaro per i primi ascoltatori. Infatti gli Ebrei praticavano la circoncisione di tutti i maschi che consisteva nella rimozione del prepuzio. Si trattava di un segno del patto con il Signore che Dio aveva ordinato ad Abramo. Ma Mosè con quella strana frase stava affermando che sebbene il segno nella carne fosse un'ubbidienza all'ordine di Dio, era ancora più importante avere un segno sul cuore, ovvero avere un cuore che temeva il Signore e desiderava ubbidirgli con sincerità. Il segno nella carne veniva generalmente fatto da bambino ed era una scelta dei genitori,
Nessun favoritismo
Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere: vita eterna a quelli che con perseveranza nel fare il bene cercano gloria, onore e immortalità; ma ira e indignazione a quelli che, per spirito di contesa, invece di ubbidire alla verità ubbidiscono all'ingiustizia. Tribolazione e angoscia sopra ogni uomo che fa il male; sul Giudeo prima e poi sul Greco; ma gloria, onore e pace a chiunque opera bene; al Giudeo prima e poi al Greco; perché davanti a Dio non c'è favoritismo. Infatti, tutti coloro che hanno peccato senza legge periranno pure senza legge; e tutti coloro che hanno peccato avendo la legge saranno giudicati in base a quella legge; perché non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che l'osservano saranno giustificati.
(Romani 2:6-13 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Quanti di noi sono contenti di come viene amministrata la giustizia in questo mondo? Quanti di noi pensano che la giustizia umana non faccia favoritismi?

Vi immagino mentre scuotete la testa... Purtroppo per quanto l'uomo si sforzi, la giustizia umana avrà sempre i suoi limiti. Ci saranno sempre innocenti che vengono condannati e colpevoli che vengono assolti.

L'apostolo Paolo in questo brano ci rassicura sul fatto che il giudizio di Dio sarà invece giusto e imparziale. Non ci sarà nessun favoritismo, infatti il Signore renderà a ciascuno secondo le sue opere. Non è questa una grande consolazione?

Questo non è un insegnamento nuovo, anzi permea tutta la bibbia dall'inizio alla fine. Ecco alcuni esempi:
Io, il SIGNORE, che investigo il cuore, che metto alla prova le reni, per retribuire ciascuno secondo le sue vie, secondo il frutto delle sue azioni (Geremia 17:10)

il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo l'opera sua. (Matteo 16:27)

Ecco, sto per venire e con me avrò la ricompensa da dare a ciascuno secondo le sue opere (Apocalisse 22:12)
Paolo in questo brano utilizzò diverse frasi parallele che sostanzialmente dividono l'umanità in due categorie: coloro che fanno il bene e coloro che fanno il male.
Si potrebbe dire che Dio nel suo giudizio darà ad ognuno ciò che ha cercato durante la sua vita. Coloro che hanno operato bene cercando gloria, onore, immortalità e pace otterranno la vita eterna che comprende proprio tutte quelle cose. Al contrario coloro che hanno operato male disprezzando la verità e la giustizia di Dio raccoglieranno ciò che hanno seminato ovvero ira, indignazione, tribolazione e angoscia.

L'argomentazione di Paolo fino a questo punto potrebbe sollevare alcuni interrogativi... Ad esempio qualcuno si starà chiedendo quale essere umano può dire di aver sempre operato bene? Per essere salvati occorre essere perfetti? Si viene giustificati perché si osserva la legge? Allora in cosa consiste la buona notizia inerente Gesù? Come riconciliare la salvezza attraverso l'opera di Gesù Cristo con un giudizio di Dio basato sulle opere dell'uomo? ... Ad esempio poche righe più avanti in Ro 3:20 Paolo dirà che "mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui (Dio)". Non è una contraddizione?

Calma. Paolo risponderà a tutti questi interrogativi nel resto della lettera e con un po' di pazienza ci arriveremo. Il ragionamento di Paolo è piuttosto elaborato e bisogna procedere per gradi.

Proseguendo nella lettera vedremo che non c'è contraddizione perché la predicazione del vangelo di Gesù produce una trasformazione interiore nell'uomo operata dallo Spirito Santo di Dio, pertanto nella mente di Paolo era piuttosto chiaro che le opere buone sarebbero state conseguenza della fede in coloro che avevano una relazione con Dio. Qui Paolo insiste in particolare nel sottolineare che questi principi valgono per tutti gli uomini, senza favoritismi, neanche tra Giudeo e Greco.

A noi potrebbe sembrare tutto molto scontato, ma i primi lettori di Paolo avrebbero subito colto che Paolo stava lanciando u...
Il giusto giudizio di Dio
Perciò, o uomo, chiunque tu sia che giudichi, sei inescusabile; perché nel giudicare gli altri condanni te stesso; infatti tu che giudichi, fai le stesse cose. Ora noi sappiamo che il giudizio di Dio su quelli che fanno tali cose è conforme a verità. Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio? Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento? Tu, invece, con la tua ostinazione e con l'impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d'ira per il giorno dell'ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio.
(Romani 2:1-11 - La Bibbia)

Indice della serie sulla Lettera ai Romani

L'uomo abbandonato a se stesso si è allontanato sempre più da Dio e ha sviluppato i propri principi morali in maniera autonoma.

Purtroppo questi principi sono spesso contrapposti a quelli di Dio, pertanto l'uomo ritiene male ciò che Dio chiama bene e considera bene ciò che Dio chiama male. Il risultato è sotto i nostri occhi ogni giorno.

Quasi tutti percepiscono nella propria coscienza che qualcosa non funzioni in questo mondo e non sono contenti della situazione, tuttavia ognuno tende a dare al prossimo la responsabilità maggiore.

Infatti siamo molto severi nel giudicare il prossimo secondo i nostri standard ma poi siamo molto accondiscendenti verso noi stessi quando infrangiamo qualche regola. In sostanza il male compiuto dagli altri sembra sempre peggiore di quello che compiamo noi.

Ammettiamolo. È un atteggiamento che in un modo o nell'altro manifestiamo tutti.

L'apostolo Paolo sapeva bene che il suo elenco di peccati che caratterizzano il degrado umano avrebbe suscitato in qualcuno una reazione del tipo: "No, io non approvo il peccato, io lo condanno!" In particolare questa poteva essere la reazione ovvia della parte giudaica dei suoi destinatari di Roma, abituati a prendere le distanze dai pagani.

Ma proprio nel condannare gli altri condanniamo anche noi stessi perché nessuno di noi può dichiararsi completamente innocente di fronte alla giustizia di Dio. Non puà farlo il pagano e non può farlo neanche il Giudeo.

Mentre guardiamo un telegiornale sbottiamo perché vorremmo punizioni esemplari per chi uccide o per chi ruba, ma poi non ci sembra tanto grave comportarci con infedeltà verso il nostro coniuge o non pagare le tasse vero? Ci scandalizziamo di fronte ai politici che traggono vantaggio personale dalla loro posizione, ma poi siamo pronti a fare lo stesso nel nostro piccolo appena se ne presenta l'occasione.

Siamo pronti ad invocare la giustizia di Dio sugli altri dicendo: "Se c'è un Dio perché non interviene contro queste persone malvagie?" Ma non ci rendiamo conto del fatto che se Dio intervenisse in maniera diretta contro il peccato, noi saremmo i primi a non poter restare in piedi di fronte al suo giudizio.

Ecco perché Paolo dice che ogni essere umano è inescusabile. Come si usa dire, quando puntiamo un dito verso gli altri ce ne sono almeno tre puntati verso di noi.

Nessuno può pensare di essere a posto di fronte alla giustizia di Dio. Se dal nostro punto di vista ci sono cose più gravi che meritano la punizione divina e cose meno gravi sulle quali si può anche chiudere un occhio, dobbiamo tenere presente che il punto di vista di Dio è molto diverso dal nostro. Posso paragonare la giustizia di Dio ad una finestra. Se sparo contro la finestra dieci volte oppure gli tiro solo una piccola pietra, ottengo sempre lo stesso risultato: la finestra sarà distrutta. Nessun essere umano è in grado di soddisfare la giustizia di Dio e, in un modo o nell'altro, finisce per infrangerla. Quindi nessuno è al sicuro di fronte al giusto giudizio di Dio.

Spesso invochiamo Dio quando vediamo il male perché pensiamo che un Dio giusto debba intervenire, ma Dio non interviene subito nei confronti del male.
In balìa di se stesso
Siccome non si sono curati di conoscere Dio, Dio li ha abbandonati in balìa della loro mente perversa sì che facessero ciò che è sconveniente; ricolmi di ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di contesa, di frode, di malignità; calunniatori, maldicenti, abominevoli a Dio, insolenti, superbi, vanagloriosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza affetti naturali, spietati. Essi, pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette.
(Romani 1:28-32 - La Bibbia)

Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Quando si mette una pallina su un piano inclinato la pallina comincia a scendere, più o meno velocemente a seconda dell'inclinazione, e non si fermerà più fino a che non arriverà in fondo.

La pallina dell'umanità cominciò a scendere con il peccato di Adamo ed Eva e da allora non si è più fermata.

Fin dal principio l'uomo ha scelto l'indipendenza da Dio, la sua mente si è allontanata da Dio e Dio lo ha abbandonato in balìa della sua mente perversa perché facesse ciò che è sconveniente. Il risultato? Paolo fa un elenco non esaustivo ma abbastanza esemplificativo di ciò che la mente umana è in grado di partorire dall'invidia fino all'omicidio, dalla calunnia alla superbia.

Rileggendo quell'elenco possiamo riconoscere facilmente il mondo in cui viviamo. Se Paolo rilevava tutta quella degenerazione già al suo tempo, possiamo solo considerare che nel frattempo la pallina ha continuato a scendere lungo il piano inclinato...

Il problema è che, ad essere sinceri, dobbiamo ammettere che nessuno di noi può leggere quell'elenco senza sentirsi chiamato in causa. Infatti, sebbene non sia esaustivo, l'elenco di Paolo è abbastanza ampio da includere ogni essere umano in qualche modo.

Probabilmente la maggior parte di noi non è un omicida e forse non abbiamo mai frodato nessuno, ma vogliamo parlare dell'invidia o della calunnia o della maldicenza? Certo da un punto di vista umano ci sono peccati che hanno conseguenze più gravi di altri peccati, ma nei confronti di Dio siamo comunque tutti mancanti e colpevoli. È come se il peccato fosse parte integrante del nostro DNA, quindi non possiamo liberarcene.

Anche nel suo traviamento l'uomo sembra mantenere alcuni principi morali ma essi non sono assoluti, infatti alcuni comportamenti che vengono sanzionati in una nazione, sono considerati normali in un'altra. All'interno poi della medesima nazione ciò che si può ritenere accettabile o inaccettabile può variare nel tempo.

Dio ha creato gli esseri umani e il mondo in cui vivono, pertanto lui sa quale sia il modo giusto di far funzionare le cose perché il progettista conosce bene il suo progetto. Ma il brano sottolinea che il degrado dell'uomo si amplifica man mano che l'uomo si allontana da Dio e vive in balìa di se stesso.

Nel momento in cui l'umanità ha cominciato ad allontanarsi da Dio, emancipandosi dal proprio creatore, ha sviluppato il proprio concetto di bene e male. Il risultato è che la mente dell'uomo non è solo incline a fare ciò che Dio ritiene sbagliato, ma è anche incline ad approvarlo. In sostanza il brano ci dice che l'uomo chiama male ciò che Dio chiama bene e viceversa.

È quindi evidente che l'umanità si trova in una situazione da cui non può e non vuole uscire con le proprie forze, non riuscendo neanche più a riconoscerne la gravità perché il suo punto di vista è ormai radicalmente diverso da quello del proprio creatore.

Adamo ed Eva avevano una conoscenza diretta del Creatore eppure si sono ribellati. A maggior ragione, a distanza di millenni l'uomo è sempre più insensibile e indifferente al messaggio della Bibbia. Il Dio della bibbia sembra così lontano per l'uomo moderno, anzi per gran parte delle persone non c'è alcun creatore pertanto l'uomo moderno si sente padrone del suo destino e prosegue per la sua strada spostando a piac...
Un creato sconvolto
Per questo Dio li ha abbandonati all'impurità, secondo i desideri dei loro cuori, in modo da disonorare fra di loro i loro corpi; essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen. Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l'uso naturale in quello che è contro natura; similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento.
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(Romani 1:24-27 - La Bibbia)

Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Il punto di vista di Dio è completamente diverso dal nostro. Molto spesso le persone guardano le brutture di questo mondo e si chiedono come possa esserci un Dio buono e giusto...

La bibbia ci offre una tesi opposta. Dio ha creato questo mondo e lo ha affidato all'uomo affinché potesse prendersene cura. Ma l'uomo ha escluso Dio dalla propria esistenza e per questo motivo "Dio li ha abbandonati all'impurità", "Dio li ha abbandonati a passioni infami". Ovvero Dio ha lasciato libero l'uomo di seguire il proprio traviamento ma ovviamente l'uomo è responsabile delle sue scelte.

La situazione attuale non è quindi stata causata da Dio ma è piuttosto la dimostrazione che l'uomo senza Dio, e in balìa di se stesso, non può fare altro che autodistruggere sé stesso e il resto del creato. L'uomo, abbandonato a sé stesso, ha seguito i desideri del proprio cuore ed è andato di male in peggio.

Qualcuno potrebbe stupirsi del fatto che come esempio di traviamento dell'uomo Paolo si soffermi in particolare sul rapporto omosessuale. Infatti ci sono peccati ben più evidenti e gravi di questo, ad esempio l'omicidio o il furto o tante altre forme di violenza.

Questa osservazione è assolutamente pertinente e facciamo bene a riflettere sul motivo per cui Paolo ha scelto proprio questo peccato per illustrare l'allontanamento dell'uomo da Dio.

Intanto osserviamo che la connessione tra idolatria e deviazioni sessuali che a noi potrebbe sembrare oscura, era piuttosto evidente ai tempi di Paolo dal momento che spesso le religioni pagane erano caratterizzate da prostituzione sacra e sessualità promiscua etero e omosessuale. Ma le deviazioni sessuali non erano certamente l'unica conseguenza dell'idolatria dell'uomo...

Forse Paolo era omofobo e considerava questo peccato più disgustoso di altri? Non credo. Credo invece che sia opportuno riflettere sul fatto che la sessualità, la complementarietà dell'uomo e della donna emergono subito nella prime pagine della bibbia, nello stesso atto creativo di Dio: "Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina."( Ge 1:27). Inoltre subito dopo lì benedì e diede loro il primo comandamento, il primo compito che erano responsabili di portare avanti: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra». (Ge 1:28)

Nel brano che stiamo prendendo in considerazione ha quindi senso che Paolo si riferisca all'omosessualità proprio come l'esempio più rappresentativo della ribellione dell'uomo all'ordine che Dio ha stabilito nella creazione. Se l'umanità cessa di portare avanti la relazione naturale tra uomo e donna, viene meno la conservazione stessa del genere umano. In quale modo l'uomo potrebbe dimostrare meglio il suo disprezzo per il proprio creatore? È come se Paolo volesse farci capire che se l'uomo si è traviato su questo aspetto possiamo solo immaginare il suo traviamento in tutto il resto della sua vita. Non si tratta necessariamente del peccato più grave ma certamente del peccato che rappresenta in maniera più evidente il ribaltamento dell'ordine creazionale.

Questo brano quindi non ha tanto lo scopo di stigmatizzare il pec...
L’uomo non ha scuse
L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia; poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, perché, pur avendo conosciuto Dio, non l'hanno glorificato come Dio, né l'hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d'intelligenza si è ottenebrato. Benché si dichiarino sapienti, sono diventati stolti, e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
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(Romani 1:18-23 - La Bibbia)

Indice della serie sulla Lettera ai Romani

L'ingiustizia domina in questo mondo. Qualcosa non funziona in questo mondo e la cosa è evidente a tutti, sia a chi crede in Dio sia a chi non ci crede. Tuttavia credenti e non credenti hanno una visione completamente diversa circa le cause e la soluzione dell'ingiustizia in questo mondo.

L'apostolo Paolo ha spiegato che il vangelo rivela la giustizia di Dio, e in particolare il piano di Dio per ristabilire la giustizia. In questo brano, ci illustra il punto di vista di Dio sulla situazione attuale in cui versa questo mondo: è l'uomo stesso che con il suo peccato ha soffocato la verità con l'ingiustizia.

Dio ha creato un mondo funzionalmente perfetto, come viene sottolineato più volte nel libro della Genesi con la frase "Dio vide che questo era buono". Ma il peccato ha cambiato tutto, ha rovinato tutto.

L'uomo è stato creato ad immagine di Dio e avrebbe dovuto vivere in comunione con Dio, riconoscendolo come creatore e lodandolo per le sue opere. Ma il peccato ha reso l'uomo cieco impedendogli di avere una relazione con Dio.

L'effetto del peccato sull'uomo è stato devastante, infatti la sua mente è ottenebrata, non ha più quella sensibilità che gli permette di discernere la verità. Dall'antichità fino ad oggi il posto di Dio è stato preso da idoli, dalle forze impersonali della natura, da teorie stravaganti sulle origini dell'universo. L'uomo non è più in grado di riconoscere la mano di Dio nel creato di cui egli stesso fa parte. La sapienza dell'uomo non gli permette di sovrastare l'effetto del peccato sulla sua mente. Il peccato è come una malattia degenerativa che lo porta inesorabilmente verso la morte senza che egli possa farci nulla.

Insomma è come se l'uomo avesse perso la bussola che può indicargli la strada giusta da percorrere e Paolo nel resto della lettera indicherà proprio il modo in cui l'uomo può recuperare la bussola.

Il problema è che l'uomo, proprio a causa del peccato, non si rende conto della sua condizione e non ha un punto di vista univoco sulle cause e sulla soluzione del problema. Nel corso dei secoli sono proliferate le filosofie, le religioni, le teorie; è stato detto tutto e il contrario di tutto. Ma qual'è la verità? Nessuno sembra più in grado di ricostruirla.

Gli uomini del passato adoravano idoli muti e l'uomo moderno si prende gioco di loro, ma in fondo egli continua ad adorare idoli che prendono il posto di Dio, cercando di dare un senso alla propria vita attraverso soldi, sesso, successo, intrattenimento.

Per ristabilire la giustizia Dio deve fare piazza pulita. Dio ama l'uomo e quindi non può permettergli di continuare ad autodistruggersi per sempre. Per questo il Signore giudicherà questo mondo manifestando la sua ira. L'ira di Dio non è dunque l'azione di un Dio capriccioso e crudeleche vuole vendicarsi nei confronti dell'uomo, ma piuttosto il mezzo con cui un Dio che ama la sua creatura è costretto ad intervenire per mettere fine agli effetti devastanti del peccato per poi ripartire con un'umanità redenta, dotata di un corpo nuovo che non si corrompe più e destinata a vivere nella nuova creazione (Ap 21:1)...
La potenza del vangelo
Non voglio che ignoriate, fratelli, che molte volte mi sono proposto di recarmi da voi (ma finora ne sono stato impedito) per avere qualche frutto anche tra di voi, come fra le altre nazioni. Io sono debitore verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti; così, per quanto dipende da me, sono pronto ad annunciare il vangelo anche a voi che siete a Roma. Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com'è scritto: «Il giusto per fede vivrà».
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(Romani 1:13-17 - La Bibbia)

Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Perché i cristiani investono tempo, soldi ed energie nel portare il vangelo agli altri? Perché non tengono per loro la fede? Perché vogliono convincere altri ad abbracciare le loro idee? Che guadagno ne hanno?

Purtroppo non possiamo escludere che, sotto il cappello del cristianesimo, ci siano individui mossi da interessi diversi, ma ogni vero discepolo di Gesù, ogni vero cristiano, evangelizza non con lo scopo di fare propaganda alla propria particolare denominazione religiosa ma con lo scopo di offrire la salvezza al prossimo perché, come Paolo ci ha ricordato in questo brano, il vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede.

Paolo non vedeva l'ora di andare a Roma per predicare il vangelo ed era dispiaciuto per non esserci ancora riuscito a causa di diversi impedimenti.
È vero che il vangelo era già arrivato a Roma, tuttavia c'era ancora un grande lavoro da fare perché i cristiani erano davvero pochi in una città tanto grande, quindi Paolo era pronto a lavorare anche lì, per avere qualche frutto anche a Roma così come era avvenuto nelle altre nazioni .

Il frutto che Paolo cercava non era certamente un tornaconto personale, ma la salvezza delle persone. Salvezza da cosa? Perché l'umanità ha bisogno di salvezza? Provo a illustrare il concetto con un'analogia. Se tu avessi un antidoto per un veleno che sta uccidendo i tuoi parenti, i tuoi amici, i tuoi colleghi, i tuoi vicini di casa, i tuoi concittadini, non ti sentiresti in dovere di condividerlo con tutti loro? Ecco, Paolo sapeva che il peccato aveva avvelenato questo mondo introducendo morte e corruzione e sapeva che l'unico antidoto efficace era la buona notizia inerente Gesù che poteva cambiare la vita delle persone permettendo loro di essere riconciliati con Dio e di avere vita eterna. Ecco perché egli si sentiva in debito verso tutti, nessuno escluso.

Paolo non aveva nulla da vergognarsi, anzi era fiero di poter svolgere il compito di araldo del Re dei Re che il Signore gli aveva affidato, annunciando che c'era speranza, che gli uomini non devono rassegnarsi alla morte ma possono anelare alla vita eterna!

Gesù è il Messia che era stato promesso ad Israele, quindi comprendiamo perché Paolo utilizza l'espressione "del Giudeo prima e poi del Greco", un'espressione che ritroveremo nel resto della lettera. I Giudei erano i recipienti naturali del messaggio del vangelo perché essi avevano le scritture, la rivelazione di Dio, il compito di far conoscere Dio alle altre nazioni, non a caso Paolo si recava sempre prima nelle sinagoghe ad annunciare il vangelo ai suoi connazionali quando si recava in una nuova città. Tuttavia, la salvezza in Gesù si estendeva ad ogni essere umano perché Dio è il creatore di tutti ed è ovviamente "anche il Dio degli altri popoli" (Ro 3:29). Tutti, Giudei e greci, sapienti o ignoranti, hanno bisogno di ascoltare la buona notizia affinché abbiano l'opportunità di credere, ubbidendo alla fede (Ro 1:5), dando fiducia al piano di Dio per la salvezza dell'uomo.

Dio manifesta la sua potenza per salvare l'uomo proprio attraverso l'annuncio del vangelo perché esso riguarda Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio (1Co 1:24). La predicazione del vangelo può sembrare una pazzia agli occhi del mondo (vedi 1 Co 1:22-24) eppure an...
Non vedo l’ora di incontrarti
Prima di tutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la vostra fede è divulgata in tutto il mondo. Dio, che servo nel mio spirito annunciando il vangelo del Figlio suo, mi è testimone che faccio continuamente menzione di voi chiedendo sempre nelle mie preghiere che in qualche modo finalmente, per volontà di Dio, io riesca a venire da voi. Infatti desidero vivamente vedervi per comunicarvi qualche dono, affinché siate fortificati;  o meglio, perché quando sarò tra di voi ci confortiamo a vicenda mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io.
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(Romani 1:8-12 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Non vedo l'ora di incontrarti. Normalmente usiamo questa espressione con qualcuno che già conosciamo e a cui siamo particolarmente legati.

L'apostolo Paolo invece non conosceva di persona la maggioranza dei credenti di Roma perché quando scrisse questa lettera non era ancora stato nella capitale dell'impero. Eppure le sue parole nei confronti di quei credenti sono piene di affetto e delicatezza. Egli non vedeva l'ora di incontrarli.

Dopo l'introduzione dello scrivente e dei destinatari era piuttosto usuale nel primo secolo cominciare una lettera esprimendo ai destinatari le proprie opinioni positive nei loro confronti prima di cominciare a trattare gli argomenti eventualmente più spinosi. Ma in altri casi, ad esempio nella lettera ai Galati, Paolo aveva saltato i convenevoli per andare dritto al punto, quindi non dobbiamo prendere le sue parole come un semplice modo per rompere il ghiaccio, ma come una sincera espressione di affetto.

Si pensa che la comunità di Roma non fosse molto grande quando Paolo scrisse la lettera, probabilmente circa un centinaio di persone che si radunavano in varie case private, in un agglomerato urbano che già in quel periodo storico si avvicinava al milione di abitanti. In percentuale i discepoli di Gesù non erano molti ma Paolo non poteva che essere felice di sapere che il suo Signore Gesù Cristo avesse già una fiaccola accesa proprio nel cuore dell'impero, un insieme di persone che lo acclamavano come legittimo Re non solo di Israele ma di tutta la terra!

Paolo, usando un linguaggio iperbolico, affermò che la fede dei credenti di Roma era divulgata in tutto il mondo, d'altra parte la presenza di discepoli di Gesù a Roma doveva essere un incoraggiamento e un argomento di conversazione non solo per Paolo ma per tutti i credenti sparsi per l'impero. Infatti Roma era la capitale dell'impero, l'orgoglio di Cesare. Quale gioia dovevano provare i credenti nel sapere che proprio lì dove Cesare aveva posto il suo trono c'era qualcuno che proclamava il vangelo del Re dei Re!

Paolo era quindi riconoscente a Dio per i credenti di Roma e dimostrava il suo affetto pregando continuamente per loro, cosa di cui Dio gli era testimone. Tra i suoi argomenti di preghiera, in particolare c'era proprio il suo desiderio di andare a visitarli al più presto, d'altra parte era logico che Paolo non vedesse l'ora di unirsi ai suoi fratelli di Roma per predicare il vangelo affinché si espandesse sempre di più nella capitale.

Ma Paolo non voleva visitare i credenti di Roma solo per collaborare nella predicazione del vangelo verso coloro che ancora non credevano ma anche per rafforzarli nella fede, donando loro ciò che aveva ricevuto da Dio. Un vero discepolo di Gesù ha sempre il desiderio di servire gli altri con i doni che Dio gli ha dato.

Tuttavia Paolo mostrò un apprezzamento particolare nei confronti dei credenti di Roma mettendo in evidenza che anche lui avrebbe ricevuto molto da loro! Egli si rendeva conto del fatto che, quando dei discepoli di Gesù si incontrano, non c'è mai una benedizione in un'unica direzione, ma entrambe le parti danno e ricevono allo stesso tempo, confortandosi a vicenda.

La chiesa non è fatta di persone che danno sempre e di persone che ricevono sempre, di persone che servono e di persone che sono servite,
Il vangelo di Dio
Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, messo a parte per il vangelo di Dio, che egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti; cioè Gesù Cristo, nostro Signore, per mezzo del quale abbiamo ricevuto grazia e apostolato perché si ottenga l'ubbidienza della fede fra tutti gli stranieri, per il suo nome - fra i quali siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo - a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati santi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo.
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(Romani 1:1-7 - La Bibbia)

Indice della serie sulla Lettera ai Romani

Chi non ama le buone notizie? In un mondo pieno di sofferenza e violenza, fa sempre piacere ascoltare una buona notizia.

Forse non lo sai ma la parola "vangelo" è la translitterazione di una parola che significa proprio "buona notizia", e questa lettera che l'apostolo Paolo scrisse ai cristiani di Roma nel primo secolo ha per oggetto proprio la "buona notizia di Dio", il Vangelo di Dio. Di cosa si tratta?

Paolo in questa introduzione ci dà diverse informazioni su questa buona notizia.

Innanzitutto egli ci dice che il contenuto della buona notizia era già stato promesso da Dio in passato, infatti i profeti di Dio ne avevano già parlato nelle sacre scritture, quello che oggi noi conosciamo generalmente come antico testamento. Quindi questa buona notizia non è una novità inventata da Paolo o dagli altri apostoli ma è qualcosa che Dio aveva già promesso molto tempo prima... In effetti si può dire che questa buona notizia è l'argomento centrale di tutte le scritture, l'argomento intorno al quale ruota tutta la bibbia.

La buona notizia di Dio riguarda suo Figlio. Cosa significa? Chi è questo Figlio di Dio?

Il termine "Figlio di Dio" era stato utilizzato in vari modi nell'antico testamento, ma in questo caso ci si riferisce al Cristo (tr. dal greco) o al Messia (tr. dall'ebraico), un titolo che significa l'Unto e designava un Re molto speciale che era stato promesso a Davide come suo discendente (2 Sa 7:16), uno che secondo diverse profezie dell'antico testamento avrebbe reso stabile per sempre il Regno di Davide. Nel Salmo 2 ci si riferisce al Re scelto da Dio proprio indicandolo come "Figlio di Dio":
Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio, oggi io t'ho generato.
Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra. Tu le spezzerai con una verga di ferro; tu le frantumerai come un vaso d'argilla». (Salmo 2:7-9)
Questo brano del Salmo 2 verrà ripreso nel nuovo testamento proprio per indicare Gesù (es. Ap 12:5, 19:15).

Nel nuovo testamento il termine "Figlio di Dio" ha assunto poi un significato ancora più ampio indicando proprio la natura divina di Gesù che emerge in diverse parti del nuovo testamento, nel racconto dei vangeli e nella testimonianza dei suoi discepoli che troviamo nel libro degli Atti e nelle lettere. Sarà Giovanni in particolare ad attirare l'attenzione sulla divinità di Gesù nel suo vangelo, nelle sue lettere e in modo particolare nell'Apocalisse.

Una caratteristica importante del Cristo Re sarebbe stato il suo regno eterno, come aveva indicato il profeta Daniele (Da 7:13-14). Coloro che leggevano le scritture si aspettavano quindi che il Messia non sarebbe mai morto, come dissero anche a Gesù contestandolo quando aveva annunciato la sua morte: «Noi abbiamo udito dalla legge che il Cristo dimora in eterno; come mai dunque tu dici che il Figlio dell'uomo dev'essere innalzato? Chi è questo Figlio dell'uomo?» (Gv 12:34). Insomma il fatto che Gesù avesse parlato della sua morte era per loro incompatibile con il fatto che potesse essere il Cristo Re che stavano aspettando.

Per questo motivo, anche in questo brano, Paolo sottolinea che Gesù è risorto!
La fine è solo l’inizio
E Paolo rimase due anni interi in una casa da lui presa in affitto, e riceveva tutti quelli che venivano a trovarlo, proclamando il regno di Dio e insegnando le cose relative al Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.
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(Atti 28:30-31 - La Bibbia)
Indice della serie sugli Atti degli apostoli

"No dai... Non può finire così!" Quante volte ci siamo ritrovati ad usare questa espressione quando siamo arrivati alla fine di un film o di un libro con l'impressione che la storia si sia interrotta proprio sul più bello lasciandoci un po' con l'amaro in bocca...

La fine del libro degli atti potrebbe lasciare alcuni con la medesima sensazione. Che ne è stato di Paolo? È stato poi giudicato da Cesare? È stato liberato o è stato condannato?

Ma se ci pensiamo bene il libro degli Atti finisce proprio nel modo migliore.

Infatti il libro era cominciato con Gesù che prima della sua ascensione aveva detto ai discepoli: "riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra" (At 1:8). In quale modo migliore poteva terminare se non mostrandoci Paolo a Roma, la capitale dell'impero che era stata raggiunta con il vangelo? I discepoli di Gesù avevano portato avanti il suo programma e nel giro di pochi decenni il messaggio a partire da Gerusalemme si era davvero espanso verso le estremità della terra nonostante tutti gli impedimenti che aveva trovato sul suo cammino!

Il libro ci ha mostrato che i discepoli di Gesù sono stati perseguitati fin dal principio ma questo non ha impedito che il messaggio si espandesse sempre di più. Anche il viaggio di Paolo verso Roma era stato pieno di pericoli ma alla fine Paolo era arrivato e l'autore conclude con una scena che ci trasmette una certa serenità e speranza. Infatti Paolo per due anni interi, nonostante fosse agli arresti domiciliari, poté parlare del regno di Dio e del Re dei Re, il Signore Gesù Cristo, senza alcun impedimento!

Il messaggio è forte e chiaro: Paolo era prigioniero ma il vangelo era libero e continuava ad espandersi!

Anche se Paolo è stato un personaggio importante nel libro, il protagonista fin dal principio è stato il Signore Gesù Cristo e il suo programma, un programma che è andato sempre avanti nonostante le difficoltà e non si sarebbe arrestato neanche in seguito, indipendentemente dal destino di Paolo!

Infatti il vangelo ha continuato ad essere predicato a uomini e donne di tutte le nazioni sulla faccia della terra dal primo secolo fino ad ora e ha raggiunto miliardi di persone nel corso del tempo! La fine del libro degli Atti è solo l'inizio dell'opera di Gesù nell'edificazione della sua chiesa, ovvero la comunità di tutti coloro che avrebbero creduto in Lui in ogni luogo e in ogni tempo.

Diversi documenti storici posteriori testimoniano del fatto che Paolo morì martire alcuni anni dopo proprio per mano di Nerone. Ma Paolo non è stato il primo né sarebbe stato l'ultimo martire per il nome di Gesù. La storia è piena di martiri e ancora ai giorni nostri, proprio in questo momento, ci sono uomini e donne che rischiano di essere uccisi proprio perché sono cristiani.

Ma nonostante la persecuzione, il vangelo è giunto fino a noi e continuerà ad essere predicato fino alla fine dell'età presente, fino al giorno in cui il Re dei Re, Gesù il Cristo, tornerà nel suo regno per sconfiggere i suoi nemici e per accogliere coloro che hanno creduto in Lui affinché possano regnare con Lui.

La fine è solo l'inizio. Il vangelo era libero e sarebbe stato predicato in tutto il mondo secondo il programma che Gesù stesso aveva stabilito. A distanza di venti secoli possiamo testimoniare del fatto che le cose sono andate proprio così.

La fine è solo l'inizio. I primi discepoli di Gesù sono stati ambasciatori del Re dei Re portando avanti l'incarico che Gesù aveva affidato loro. Ognuno di noi ha la responsabilità di raccogliere il test...
Orecchie che ascoltano
Tre giorni dopo, Paolo convocò i notabili fra i Giudei; e, quando furono riuniti, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il popolo né contro i riti dei padri, fui arrestato a Gerusalemme, e di là consegnato in mano dei Romani. Dopo avermi interrogato, essi volevano rilasciarmi perché non c'era in me nessuna colpa meritevole di morte. Ma i Giudei si opponevano, e fui costretto ad appellarmi a Cesare, senza però aver nessuna accusa da portare contro la mia nazione. Per questo motivo dunque vi ho chiamati per vedervi e parlarvi; perché è a motivo della speranza d'Israele che sono stretto da questa catena».
Ma essi gli dissero: «Noi non abbiamo ricevuto lettere dalla Giudea sul tuo conto, né è venuto qui alcuno dei fratelli a riferire o a dir male di te. Ma desideriamo sentire da te quel che tu pensi; perché, quanto a questa setta, ci è noto che dappertutto essa incontra opposizione».
E, avendogli fissato un giorno, vennero a lui nel suo alloggio in gran numero; ed egli dalla mattina alla sera annunciava loro il regno di Dio rendendo testimonianza e cercando di persuaderli per mezzo della legge di Mosè e per mezzo dei profeti, riguardo a Gesù. Alcuni furono persuasi da ciò che egli diceva; altri invece non credettero.
Essendo in discordia tra di loro, se ne andarono, mentre Paolo pronunciava quest'unica sentenza: «Ben parlò lo Spirito Santo quando per mezzo del profeta Isaia disse ai vostri padri: "Va' da questo popolo e di': 'Voi udrete con i vostri orecchi e non comprenderete; guarderete con i vostri occhi, e non vedrete; perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile, sono divenuti duri d'orecchi, e hanno chiuso gli occhi, affinché non vedano con gli occhi e non odano con gli orecchi,
non comprendano con il cuore, non si convertano, e io non li guarisca'".
Sappiate dunque che questa salvezza di Dio è rivolta alle nazioni; ed esse presteranno ascolto».
Quand'ebbe detto questo, i Giudei se ne andarono discutendo vivamente fra di loro.
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(Atti 28:17-29 - La Bibbia)
Indice della serie sugli Atti degli apostoli

Non è facile rispettare sempre le priorità, soprattutto quando ci troviamo sotto pressione.

Leggendo questo brano rimango davvero affascinato dal modo in cui Paolo riusciva invece, con l'aiuto di Dio, a seguire in modo ordinato il programma nonostante tutte le difficoltà personali in mezzo a cui si era trovato negli ultimi anni, con un'udienza importante che lo aspettava.

Finalmente egli si trovava a Roma dove gli fu concesso di abitare per suo conto con un soldato di guardia. Egli aveva una certa libertà di ricevere delle visite e ci saremmo aspettati che spendesse del tempo con i fratelli di Roma che gli erano anche andati incontro fino al Foro appio e alle Tre Taverne (At 28:15). D'altra parte non è ciò che egli desiderava realizzare da molti anni e aveva anche espresso nella sua lettera ai Romani (vedi Ro 1:9-12)?

Ma c'erano delle priorità da rispettare. Era necessario che egli parlasse prima con i rappresentanti più importanti della comunità giudaica in Roma.

I più attenti ricorderanno che l'imperatore Claudio aveva ordinato a tutti i Giudei di lasciare Roma, come avevamo letto in Atti 18:2, e si staranno chiedendo come fosse possibile che, arrivato a Roma, Paolo avesse chiesto di incontrare proprio i notabili giudei. Ma non dimentichiamo che erano passati diversi anni da allora. Gli storici credono che Paolo sia arrivato a Roma intorno al 60 d.c. e la storia ci dice che Nerone, subentrato a Claudio nel 54 d.c., aveva dato il permesso ai Giudei di rientrare a Roma. Così Roma era nuovamente un centro in cui erano presenti molti Giudei e si stima che ci fossero dozzine di sinagoghe in città.

Perché era importante che Paolo incontrasse prima di tutto i notabili fra i Giudei?

In primo luogo, prima che la sua causa arrivasse davanti a Nerone Paolo voleva assicurarsi che i suoi fratelli giudei fossero informati della sua presenza a Roma e delle motivazioni che lo avevano portato ad appellars...
La gioia di essere fratelli
Tre mesi dopo, ci imbarcammo su una nave alessandrina, recante l'insegna di Castore e Polluce, la quale aveva svernato nell'isola. Approdati a Siracusa, vi restammo tre giorni. Di là, costeggiando, arrivammo a Reggio. Il giorno seguente si levò un vento di scirocco, e in due giorni giungemmo a Pozzuoli. Qui trovammo dei fratelli, e fummo pregati di rimanere presso di loro sette giorni. E dunque giungemmo a Roma. Or i fratelli, avute nostre notizie, di là ci vennero incontro sino al Foro Appio e alle Tre Taverne; e Paolo, quando li vide, ringraziò Dio e si fece coraggio.
E quando entrammo a Roma, a Paolo fu concesso di abitare per suo conto con un soldato di guardia.
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(Atti 28:11-16 - La Bibbia)
Indice della serie sugli Atti degli apostoli

"Nessun posto è bello come casa mia" diceva Dorothy Gale nel famoso film "Il mago di Oz". Come darle torto? Normalmente, quando si è costretti ad allontanarsi da casa per periodi più o meno lunghi, non si vede l'ora di tornarci, soprattutto se a casa abbiamo delle persone che ci aspettano, persone alle quali vogliamo bene.

Questo è vero per tutti, anche per un cristiano ovviamente. Tuttavia se avete incontrato un cristiano che, trovandosi lontano da casa sua, ha comunque avuto il privilegio di trovare dei fratelli e delle sorelle che condividono la sua fede, egli vi dirà che è facile sentirsi a casa in ogni parte del mondo quando ti trovi in mezzo a veri discepoli di Gesù.

Paolo aveva fatto un lungo viaggio, pieno di difficoltà, ma finalmente era arrivato in Italia. Dopo due tappe veloci a Siracusa e Reggio era giunto a Pozzuoli.

Anche se il porto principale per chi si recava a Roma era Ostia, poteva capitare che alcune navi si fermassero a Pozzuoli se il porto di Ostia era pieno o inaccessibile per qualche ragione. A quel punto i viaggiatori potevano proseguire verso Roma via terra. Tuttavia prima di intraprendere il viaggio verso Roma il centurione aveva permesso che tutta la compagnia si fermasse una settimana a Pozzuoli e questo permise a Paolo di passare del tempo con alcuni fratelli del luogo.

Fratelli. Anche a distanza di migliaia di chilometri da Gerusalemme, in Italia, c'erano fratelli che condividevano la stessa fede di Paolo. Il vangelo nel giro di pochi decenni si era già espanso in maniera straordinaria. Paolo probabilmente non li conosceva prima di quel momento ma c'era la fede che li univa e questo bastava a renderli così famigliari. Chissà quale gioia ebbe Paolo quando si ritrovò in mezzo a loro!

Ma il Signore aveva riservato per Paolo una gioia ancora più grande! Infatti il Signore aveva messo nel cuore dei fratelli di Roma il pensiero di andare incontro a Paolo fino al Foro Appio e alle Tre Taverne, almeno cinquanta chilometri da Roma! Che accoglienza straordinaria aveva trovato Paolo da parte di quei fratelli che lui desiderava vedere da molti anni! Infatti nella sua lettera ai Romani, scritta qualche anno prima leggiamo:
Infatti desidero vivamente vedervi per comunicarvi qualche dono, affinché siate fortificati; o meglio, perché quando sarò tra di voi ci confortiamo a vicenda mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io. Non voglio che ignoriate, fratelli, che molte volte mi sono proposto di recarmi da voi (ma finora ne sono stato impedito) per avere qualche frutto anche tra di voi, come fra le altre nazioni. (Romani 1:11-13)

Sì, finalmente il Signore gli aveva permesso di realizzare il suo grande desiderio di incontrare quei fratelli e loro, con grande premura, gli erano andati incontro per parecchi chilometri per incontrarlo! Non ci stupisce la nota dell'autore che ci informa del fatto che quando li vide, Paolo ringraziò Dio e si fece coraggio. Dio era stato buono con Paolo ed egli si era sentito a casa anche a Roma perché anche lì c'erano fratelli e sorelle che gli volevano un gran bene anche se non lo conoscevano di persona!

Quando aveva scritto la lettera ai Romani Paolo non aveva idea di quali circostanze lo avrebbero portato a Roma e non poteva sap...
La potenza di Dio in azione
Dopo essere scampati, riconoscemmo che l'isola si chiamava Malta.
Gli indigeni usarono verso di noi bontà non comune; infatti, ci accolsero tutti intorno a un gran fuoco acceso a motivo della pioggia che cadeva e del freddo. Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami secchi e li poneva sul fuoco, ne uscì fuori una vipera, risvegliata dal calore, e gli si attaccò alla mano. Quando gli indigeni videro la bestia che gli pendeva dalla mano, dissero tra di loro: «Certamente, quest'uomo è un omicida perché, pur essendo scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere». Ma Paolo, scossa la bestia nel fuoco, non ne patì alcun male. Or essi si aspettavano di vederlo gonfiare o cadere morto sul colpo; ma dopo aver lungamente aspettato, vedendo che non gli avveniva nessun male, cambiarono parere, e cominciarono a dire che egli era un dio.
Nei dintorni di quel luogo vi erano dei poderi dell'uomo principale dell'isola, chiamato Publio, il quale ci accolse amichevolmente e ci ospitò per tre giorni. Il padre di Publio era a letto colpito da febbre e da dissenteria. Paolo andò a trovarlo; e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. Avvenuto questo, anche gli altri che avevano delle infermità nell'isola vennero, e furono guariti; questi ci fecero grandi onori; e, quando salpammo, ci rifornirono di tutto il necessario.
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(Atti 28:1-10 - La Bibbia)
Indice della serie sugli Atti degli apostoli

Anche le persone che non conoscono Dio hanno dei principi morali ai quali si attengono e un rispetto per gli altri che può anche essere esemplare. Tuttavia la loro visione delle cose sarà sempre diversa da quella che caratterizza il credente. Di fronte ad un miracolo, ad esempio, l'incredulo non riconoscerà la potenza di Dio in azione ma troverà altri modi per spiegare l'inspiegabile.

L'autore del libro degli Atti fu particolarmente colpito dagli abitanti di Malta perché, anche se non conoscevano Dio, avevano un loro senso di moralità e giustizia e soprattutto mostrarono un accoglienza non comune nei loro confronti.

Diverse volte in questo brano Luca sottolinea il buon comportamento degli abitanti di Malta. Essi mostrarono verso di loro una bontà non comune (v.2), inoltre l'uomo principale dell'isola, chiamato Publio, li accolse amichevolmente e li ospitò per tre giorni (v.7), poi essi fecero loro grandi onori quando Paolo intercedette per la loro guarigione e, quando Paolo e tutti gli altri salparono, essi li rifornirono di tutto il necessario per intraprendere il viaggio.

Tuttavia nel brano emergono anche i limiti che essi avevano. Infatti, il loro senso di giustizia era più che altro quello di una forza potente ma impersonale. Il fatto che Paolo fosse stato morso da un serpente dopo essere scampato ad un naufragio, aveva fatto pensare loro che Paolo fosse un uomo malvagio, probabilmente un omicida! Sembrava proprio che la Giustizia, come essi la chiamavano, non volesse farlo vivere.

Sembra un ragionamento logico ma era corretta la loro idea di giustizia? No.
Infatti essi non conoscevano il Dio creatore dei cieli e della terra il quale è giusto ma è anche sovrano e il suo modo di amministrare la giustizia non può essere valutato secondo il nostro metro di misura. Essi non sapevano che Il Signore poteva anche permettere che Paolo fosse morso da un serpente, non per punirlo ma per mostrare la sua potenza. Infatti Dio era così potente da rendere il veleno del serpente innocuo.

La loro ignoranza del Dio creatore dei cieli e della terra li portò da un'estremità all'altra, ovvero dal considerare Paolo come una persona malvagia al considerarlo addirittura come un dio! Essi avevano bisogno di comprendere che c'era un Dio potente, un dio che essi non conoscevano, Colui che aveva il dominio sulla natura, anche sul veleno del serpente che loro sapevano essere così letale. Con quel morso, la giustizia non punì Paolo come essi avevano pensato ma il Dio che amministra la giustizia aveva attirato la loro attenzione affinché pot...
Sani e salvi
Quando fu giorno, non riuscivamo a riconoscere il paese; ma scorsero un'insenatura con spiaggia, e decisero, se possibile, di spingervi la nave. Staccate le ancore, le lasciarono andare in mare; sciolsero al tempo stesso i legami dei timoni e, alzata la vela maestra al vento, si diressero verso la spiaggia. Ma essendo incappati in un luogo che aveva il mare dai due lati, vi fecero arenare la nave; e mentre la prua, incagliata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava per la violenza delle onde.
Il parere dei soldati era di uccidere i prigionieri, perché nessuno fuggisse a nuoto. Ma il centurione, volendo salvare Paolo, li distolse da quel proposito, e ordinò che per primi si gettassero in mare quelli che sapevano nuotare, per giungere a terra, e gli altri, chi sopra tavole, e chi su rottami della nave. E così avvenne che tutti giunsero salvi a terra.
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(Atti 27:39-44 - La Bibbia)
Indice della serie sugli Atti degli apostoli

Ogni tanto Dio interviene nella storia umana con miracoli evidenti, come nel caso in cui aprì le acque del mar Rosso davanti al popolo di Israele. Ma la maggior parte delle volte Dio ama nascondersi "tra le quinte" della nostra vita, facendo in modo che le cose vadano in un certo modo, attraverso quelle che appaiono come semplici coincidenze.

Il brano che abbiamo appena letto ne è un esempio, infatti non ci dice che Dio abbia fatto un miracolo, eppure ciò che accadde quel giorno fu comunque straordinario.

Le cose erano andate proprio come Paolo aveva detto. Alla fine erano finiti su un'isola come lui aveva previsto (At 27:26) e la nave era andata persa ma non c'era stata alcuna perdita di vite in mezzo a loro (At 27:22).

A questo punto forse vi aspettavate un po' di riconoscenza vero? Sospetto che qualcuno si sia stupito nel vedere che il primo pensiero dei soldati fu quello di uccidere i prigionieri, tra i quali si trovava Paolo.

Dobbiamo però considerare che la situazione era davvero drammatica per quei soldati, infatti in quella situazione era davvero difficile per loro riuscire a gestire tutti i prigionieri e c'era la concreta possibilità che qualcuno potesse approfittare della situazione per scappare. Se uno dei prigionieri fosse scappato, quei soldati sarebbero stati puniti anche con la pena capitale. Ricordiamoci che per questo motivo in Atti 16 avevamo letto che il carceriere di Filippi stava per togliersi la vita quando aveva creduto che i prigionieri fossero scappati.

Vista la situazione e vista l'alta probabilità che qualcuno potesse scappare, la scelta dei soldati, per quanto possa sembrarci crudele, aveva una sua logica e in circostanze analoghe possiamo essere certi che 99 volte su 100 i prigionieri sarebbero stati uccisi senza troppi scrupoli.

Ma quel giorno le cose andarono diversamente...

Chissà quante volte quel centurione aveva ucciso, d'altra parte era un soldato romano e certamente non avrebbe fatto carriera se avesse avuto scrupoli ad uccidere. Ma quel giorno il centurione, a sorpresa, decise di correre un grande rischio pur di salvare Paolo. Infatti se Paolo o qualche altro prigioniero fosse scappato, lui sarebbe stato il primo a risponderne.

Evidentemente la testimonianza di Paolo aveva fatto breccia in quell'uomo al quale non parve giusto uccidere colui per mezzo del quale tutti loro avevano avuto salva la vita.

Ancora una volta la vita di Paolo era stata in pericolo e ancora una volta, contro ogni previsione, Paolo era stato risparmiato.

Dio aveva fatto una promessa a Paolo e l'avrebbe mantenuta fino in fondo. Per raggiungere il suo proposito Dio toccò perfino il cuore di un centurione, un uomo che normalmente per lavoro avrebbe ucciso a sangue freddo senza alcuna pietà, muovendolo a compassione nei confronti di Paolo.

Nel libro degli Atti abbiamo visto molti miracoli eclatanti ma in questo episodio Dio non intervenne con un miracolo eclatante, bensì nel modo in cui agisce più di frequente nella storia dell'uomo, camuffato tra quelle che l'uomo chiama coincidenze.....
Te l’avevo detto
Intanto si era alzato un leggero scirocco e, credendo di poter attuare il loro proposito, levarono le ancore e si misero a costeggiare l'isola di Creta più da vicino. Ma poco dopo si scatenò giù dall'isola un vento impetuoso, chiamato Euroaquilone; la nave fu trascinata via e, non potendo resistere al vento, la lasciammo andare ed eravamo portati alla deriva. Passati rapidamente sotto un'isoletta chiamata Clauda, a stento potemmo impadronirci della scialuppa. Dopo averla issata a bordo, utilizzavano dei mezzi di rinforzo, cingendo la nave di sotto; e, temendo di finire incagliati nelle Sirti, calarono l'àncora galleggiante, e si andava così alla deriva. Siccome eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta, il giorno dopo cominciarono a gettare il carico. Il terzo giorno, con le loro proprie mani, buttarono in mare l'attrezzatura della nave.
Già da molti giorni non si vedevano né sole né stelle, e sopra di noi infuriava una forte tempesta, sicché ogni speranza di scampare era ormai persa.
Dopo che furono rimasti per lungo tempo senza mangiare, Paolo si alzò in mezzo a loro, e disse: «Uomini, bisognava darmi ascolto e non partire da Creta, per evitare questo pericolo e questa perdita. Ora però vi esorto a stare di buon animo, perché non vi sarà perdita della vita per nessuno di voi ma solo della nave. Poiché un angelo del Dio al quale appartengo, e che io servo, mi è apparso questa notte, dicendo: "Paolo, non temere; bisogna che tu compaia davanti a Cesare, ed ecco, Dio ti ha dato tutti quelli che navigano con te". Perciò, uomini, state di buon animo, perché ho fede in Dio che avverrà come mi è stato detto. Dovremo però essere gettati sopra un'isola».
E la quattordicesima notte da che eravamo portati qua e là per l'Adriatico, verso la mezzanotte, i marinai sospettavano di essere vicini a terra; e, calato lo scandaglio, trovarono venti braccia; poi, passati un po' oltre e scandagliato di nuovo, trovarono quindici braccia. Temendo allora di urtare contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che si facesse giorno.
Ma siccome i marinai cercavano di fuggire dalla nave, e già stavano calando la scialuppa in mare con il pretesto di voler gettare le ancore da prua, Paolo disse al centurione e ai soldati: «Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potete scampare». Allora i soldati tagliarono le funi della scialuppa, e la lasciarono cadere.
Finché non si fece giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo, dicendo: «Oggi sono quattordici giorni che state aspettando, sempre digiuni, senza prendere nulla. Perciò, vi esorto a prendere cibo, perché questo contribuirà alla vostra salvezza; e neppure un capello del vostro capo perirà». Detto questo, prese del pane e rese grazie a Dio in presenza di tutti; poi lo spezzò e cominciò a mangiare. E tutti, incoraggiati, presero anch'essi del cibo. Sulla nave eravamo duecentosettantasei persone in tutto. E, dopo essersi saziati, alleggerirono la nave, gettando il frumento in mare.
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(Atti 27:14-38 - La Bibbia)
Indice della serie sugli Atti degli apostoli

Diciamo la verità... "Te l'avevo detto" non è una frase che di solito ci rende particolarmente simpatici agli altri. Infatti normalmente viene usata per sottolineare il fallimento altrui e dà quindi abbastanza fastidio a chi se la sente dire.

Ma questa volta Paolo non si limitò a dire "Te l'avevo detto", infatti non si limitò a denunciare il problema ma fornì anche la soluzione al problema.

Il leggero vento di scirocco (v.13) che i marinai avevano sottovalutato si era trasformato molto presto in un vento terribile che li aveva velocemente allontanati dall'isola di Creta portandoli verso il largo...
Così un viaggio che doveva essere breve si era trasformato in un incubo senza fine.

La nave andava alla deriva e non c'era possibilità di salvarsi con la scialuppa in mezzo alla tempesta e la cosa andò avanti per molti giorni. Non era bastato liberarsi del carico e delle attrezzature della nave ...
Un viaggio difficile
Quando fu deciso che noi salpassimo per l'Italia, Paolo con altri prigionieri furono consegnati a un centurione, di nome Giulio, della coorte Augusta. Saliti sopra una nave di Adramitto, che doveva toccare i porti della costa d'Asia, salpammo, avendo con noi Aristarco, un macedone di Tessalonica.
Il giorno seguente arrivammo a Sidone; e Giulio, usando benevolenza verso Paolo, gli permise di andare dai suoi amici per ricevere le loro cure. Poi, partiti di là, navigammo al riparo di Cipro, perché i venti erano contrari. E, attraversato il mare di Cilicia e di Panfilia, arrivammo a Mira di Licia. Il centurione, trovata qui una nave alessandrina che faceva vela per l'Italia, ci fece salire su quella.
Navigando per molti giorni lentamente, giungemmo a fatica, per l'impedimento del vento, di fronte a Cnido. Poi veleggiammo sotto Creta, al largo di Salmone; e, costeggiandola con difficoltà, giungemmo a un luogo detto Beiporti, vicino al quale era la città di Lasea.
Intanto era trascorso molto tempo, e la navigazione si era fatta pericolosa, poiché anche il giorno del digiuno era passato. Paolo allora li ammonì dicendo: «Uomini, vedo che la navigazione si farà pericolosa con grave danno, non solo del carico e della nave, ma anche delle nostre persone». Il centurione però aveva più fiducia nel pilota e nel padrone della nave che non nelle parole di Paolo. E, siccome quel porto non era adatto a svernare, la maggioranza fu del parere di partire di là per cercare di arrivare a Fenice, un porto di Creta esposto a sud-ovest e a nord-ovest, e di passarvi l'inverno.
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(Atti 27:1-12 - La Bibbia)
Indice della serie sugli Atti degli apostoli

Anche al giorno d'oggi, nonostante tutta la tecnologia che ha aumentato molto la sicurezza, un lungo viaggio può riservare delle sorprese e ogni tanto, purtroppo, ci sono viaggi che finiscono in tragedia con morti e feriti.
Possiamo quindi immaginare quanto potesse essere pericoloso viaggiare per mare ai tempi dell'apostolo Paolo, circa duemila anni fa, infatti quando la navigazione si faceva pericolosa non c'era molto che si potesse fare se non cercare di limitare i danni cercando di arrivare nel porto più vicino possibile.

Il viaggio dell'apostolo Paolo verso Roma fu molto avventuroso da questo punto di vista.

Noi sappiamo che Dio gli aveva promesso che sarebbe giunto a Roma, infatti molto tempo prima il Signore gli aveva detto: «Fatti coraggio; perché come hai reso testimonianza di me a Gerusalemme, così bisogna che tu la renda anche a Roma». (At 23:11). Però erano ormai passati più di due anni da quando il Signore gli aveva parlato in quel modo e Paolo nel frattempo era stato prigioniero ed era stato costretto ad appellarsi a Cesare per potersi recare a Roma. Ora finalmente era in viaggio verso Roma ma, a quanto pare, le difficoltà non erano finite...

L'autore Luca descrive il viaggio come un crescendo di difficoltà.

Si parte da una situazione che sembra favorevole con il centurione Giulio che si mostrò favorevole nei confronti di Paolo, permettendogli "di andare dai suoi amici per ricevere le loro cure" (v.3);
poi ci viene detto che i venti cominciavano ad essere contrari dopo la partenza da Sidone(v.4);
poi la navigazione viene descritta come lenta e ci viene detto che giunsero "a fatica" di fronte a Cnido (v.7);
poi sotto Creta, costeggiarono Salmone "con difficoltà" (v.8).
A quel punto Luca ci informa del fatto che era trascorso molto tempo e la navigazione si era fatta pericolosa, infatti si era ormai nel mese di ottobre (il giorno del digiuno a cui si riferisce è in quel periodo)
Insomma sembrava proprio che persino le forze della natura si fossero messe contro Paolo per impedirgli di arrivare a Roma. Eppure Dio gli aveva fatto una promessa...

Paolo non si perse d'animo, anzi in quella situazione dimostrò più lucidità dei suoi compagni di viaggio. Mi viene in mente Giona (ve lo ricordate?) che nel libro omonimo nella bibbia,
Un bel desiderio
Mentr'egli diceva queste cose in sua difesa, Festo disse ad alta voce: «Paolo, tu vaneggi; la molta dottrina ti mette fuori di senno».
Ma Paolo disse: «Non vaneggio, eccellentissimo Festo; ma pronuncio parole di verità, e di buon senno. Il re, al quale parlo con franchezza, conosce queste cose; perché sono persuaso che nessuna di esse gli è nascosta; poiché esse non sono accadute in segreto. O re Agrippa, credi tu nei profeti? Io so che ci credi».
Agrippa disse a Paolo: «Con così poco vorresti persuadermi a diventare cristiano?» E Paolo: «Piacesse a Dio che con poco o con molto, non solamente tu, ma anche tutti quelli che oggi mi ascoltano, diventaste tali, quale sono io, all'infuori di queste catene».
Allora il re si alzò, e con lui il governatore, Berenice, e quanti sedevano con loro; e, ritiratisi in disparte, parlavano gli uni agli altri, dicendo: «Quest'uomo non fa nulla che meriti la morte o la prigione». Agrippa disse a Festo: «Quest'uomo poteva esser liberato, se non si fosse appellato a Cesare».
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(Atti 26:24-32 - La Bibbia)
Indice della serie sugli Atti degli apostoli

Tu sei proprio fuori di testa! Chissà quante volte abbiamo sentito questa espressione. Normalmente viene pronunciata quando qualcuno considera il nostro ragionamento assurdo e privo di ogni logica. E come cristiani dobbiamo ammettere che talvolta possiamo sembrare un po' "fuori di testa" a coloro che, non avendo fede in Dio, non riescono a comprendere la nostra visione della vita e le conseguenti scelte che la accompagnano.

Fu quello che accadde quel giorno a Paolo. Infatti Porcio Festo aveva ascoltato pazientemente Paolo fino a quel momento ma l'insistenza di Paolo, non solo sulla risurrezione di Gesù ma anche sulla necessità di estendere agli uomini di tutte le nazioni le credenze di quella setta giudaica affinché i loro peccati fossero perdonati e ricevessero un'eredità da Dio, era incomprensibile per un pagano come Porcio Festo abituato al pluralismo religioso dell'impero romano che aveva, tra l'altro, permesso il Giudaismo come religione lecita.

Paolo si rendeva conto della difficoltà di comprensione che poteva avere Porcio Festo ma sapeva che il re Agrippa, essendo di religione giudaica e vivendo a Gerusalemme, aveva una conoscenza dettagliata del Giudasimo e delle sue tradizioni. D'altra parte Agrippa era un discendente della dinastia erodiana di origine idumea e sappiamo che la popolazione idumea era stata forzata a convertirsi al giudaismo da Giovanni Ircano della dinastia degli Asmonei ormai ben più di un secolo prima. Agrippa era quindi cresciuto in quel contesto.

Paolo si spinse anche un po' più in là nel suo dire perché incalzò Agrippa per portarlo ad ammettere non solo di essere formalmente di religione giudaica, ma di essere anche uno che credeva davvero nei profeti.

Agrippa non era uno sciocco e capì subito dove voleva andare a parare Paolo. Infatti se egli avesse detto di non credere nei profeti, questo gli avrebbe fatto perdere credito nei confronti dei Giudei sui quali regnava, ma se avesse ammesso di crederci, allora avrebbe dovuto anche ammettere di credere nella risurrezione (ne aveva parlato il profeta Daniele) e quindi Paolo gli avrebbe chiesto perché non poteva credere che Gesù fosse davvero risorto!

Insomma la difesa di Paolo aveva messo in un certo imbarazzo il re Agrippa. La risposta di Agrippa non fu aspra ma fu l'unica risposta possibile di chi non poteva schierarsi dalla parte di Paolo neanche se lo avesse voluto. Anche se il ragionamento di Paolo poteva avere un senso, Agrippa aveva una posizione che non gli permetteva di prendere in considerazione l'offerta di Paolo se non ad un prezzo troppo alto, un prezzo che certamente lui non aveva nessuna intenzione di pagare.

A quel punto l'incontro poteva ritenersi concluso ma Paolo ebbe ancora la prontezza di ribadire che il suo desiderio sarebbe stato proprio quello di vedere non solo Agrippa ma anche tutti i presenti passare dalle tenebre alla ...
Testimone della risurrezione
Agrippa disse a Paolo: «Ti è concesso di parlare a tua difesa».
Allora Paolo, stesa la mano, disse a sua difesa:
«Re Agrippa, io mi ritengo felice di potermi oggi discolpare davanti a te di tutte le cose delle quali sono accusato dai Giudei, soprattutto perché tu hai conoscenza di tutti i riti e di tutte le questioni che ci sono tra i Giudei; perciò ti prego di ascoltarmi pazientemente.
Quale sia stata la mia vita fin dalla mia gioventù, che ho trascorsa a Gerusalemme in mezzo al mio popolo, è noto a tutti i Giudei, perché mi hanno conosciuto fin da allora, e sanno, se pure vogliono renderne testimonianza, che, secondo la più rigida setta della nostra religione, sono vissuto da fariseo. E ora sono chiamato in giudizio per la speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri; della quale promessa le nostre dodici tribù, che servono con fervore Dio notte e giorno, sperano di vedere il compimento. Per questa speranza, o re, sono accusato dai Giudei! Perché mai si giudica da voi cosa incredibile che Dio risusciti i morti?
Quanto a me, in verità pensai di dover lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno. Questo infatti feci a Gerusalemme; e avendone ricevuta l'autorizzazione dai capi dei sacerdoti, io rinchiusi nelle prigioni molti santi; e, quand'erano messi a morte, io davo il mio voto. E spesso, in tutte le sinagoghe, punendoli, li costringevo a bestemmiare; e, infuriato oltremodo contro di loro, li perseguitavo fin nelle città straniere.
Mentre mi dedicavo a queste cose e andavo a Damasco con l'autorità e l'incarico da parte dei capi dei sacerdoti, a mezzogiorno vidi per strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, la quale sfolgorò intorno a me e ai miei compagni di viaggio. Tutti noi cademmo a terra, e io udii una voce che mi disse in lingua ebraica: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro ricalcitrare contro il pungolo". Io dissi: "Chi sei, Signore?" E il Signore rispose: "Io sono Gesù, che tu perseguiti. Ma àlzati e sta' in piedi perché per questo ti sono apparso: per farti ministro e testimone delle cose che hai viste, e di quelle per le quali ti apparirò ancora, liberandoti da questo popolo e dalle nazioni, alle quali io ti mando per aprire loro gli occhi, affinché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ricevano, per la fede in me, il perdono dei peccati e la loro parte di eredità tra i santificati".
Perciò, o re Agrippa, io non sono stato disubbidiente alla visione celeste; ma, prima a quelli di Damasco, poi a Gerusalemme e per tutto il paese della Giudea e fra le nazioni, ho predicato che si ravvedano e si convertano a Dio, facendo opere degne del ravvedimento. Per questo i Giudei, dopo avermi preso nel tempio, tentavano di uccidermi. Ma per l'aiuto che vien da Dio, sono durato fino a questo giorno, rendendo testimonianza a piccoli e a grandi, senza dir nulla al di fuori di quello che i profeti e Mosè hanno detto che doveva avvenire, cioè: che il Cristo avrebbe sofferto, e che egli, il primo a risuscitare dai morti, avrebbe annunciato la luce al popolo e alle nazioni».
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(Atti 26:1-23 - La Bibbia)
Indice della serie sugli Atti degli apostoli

A qualcuno potrà sembrare un'affermazione forte ma trovo che oggi i contenuti della testimonianza cristiana si siano un po' differenziati dai contenuti che caratterizzavano la testimonianza dei cristiani nel primo secolo.

Infatti i moderni predicatori amano concentrarsi di più sui bisogni dell'uomo, sulla necessità di riempire il suo vuoto interiore, sull'aiuto che Dio può dare all'uomo, sul miglioramento di vita che la fede permetterebbe di avere, ma molti messaggi evangelistici non citano nemmeno la risurrezione dai morti! Per i primi cristiani invece la risurrezione di Gesù era l'argomento principale della loro predicazione e il motivo che li spingeva a predicare!

La difesa di Paolo davanti ad Agrippa ne è la conferma.

Paolo era un Giudeo ed era vissuto da Fariseo fin dalla sua gioventù ...
Quali accuse?
Dopo diversi giorni il re Agrippa e Berenice arrivarono a Cesarea, per salutare Festo. E poiché si trattennero là per molti giorni, Festo raccontò al re il caso di Paolo, dicendo: «Vi è un uomo che è stato lasciato in carcere da Felice, contro il quale, quando mi recai a Gerusalemme, i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei sporsero denuncia, chiedendomi di condannarlo. Risposi loro che non è abitudine dei Romani consegnare un accusato, prima che abbia avuto gli accusatori di fronte e gli sia stato dato modo di difendersi dall'accusa. Quando dunque furono venuti qua, senza indugio, il giorno seguente, sedetti in tribunale e ordinai che quell'uomo mi fosse condotto davanti. I suoi accusatori si presentarono, ma non gli imputavano nessuna delle cattive azioni che io supponevo. Essi avevano contro di lui certe questioni intorno alla propria religione e intorno a un certo Gesù, morto, che Paolo affermava essere vivo. E io, non conoscendo la procedura per questi casi, gli chiesi se voleva andare a Gerusalemme, e là essere giudicato intorno a queste cose. Ma siccome Paolo aveva interposto appello per essere rimesso al giudizio dell'imperatore, ordinai che fosse custodito finché non l'avessi inviato a Cesare».
Agrippa disse a Festo: «Vorrei anch'io ascoltare quest'uomo». Ed egli rispose: «Domani lo ascolterai».
Il giorno seguente, dunque, Agrippa e Berenice giunsero con gran pompa, ed entrarono nella sala d'udienza con i tribuni e con i notabili della città; e, per ordine di Festo, fu condotto Paolo.
Allora Festo disse: «Re Agrippa, e voi tutti che siete qui presenti con noi, voi vedete quest'uomo, a proposito del quale una folla di Giudei si è rivolta a me, in Gerusalemme e qui, gridando che non deve più restare in vita. Io però non ho trovato che avesse fatto qualcosa meritevole di morte, e poiché egli stesso si è appellato all'imperatore, ho deciso di mandarglielo. Siccome non ho nulla di certo da scrivere all'imperatore, l'ho condotto qui davanti a voi, e principalmente davanti a te, o re Agrippa, affinché, dopo questo esame, io abbia qualcosa da scrivere. Perché non mi sembra ragionevole mandare un prigioniero, senza render note le accuse che vengono mosse contro di lui».
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(Atti 25-13-27 - La Bibbia)

Indice della serie sugli Atti degli apostoli

Come credenti non possiamo pretendere che un incredulo capisca fino in fondo le motivazioni che ci spingono a difendere la nostra fede. Non dobbiamo quindi stupirci se talvolta veniamo fraintesi perché molto spesso chi non crede in Dio non ha proprio le basi per comprendere perché i cristiani assumono certe posizioni su vari argomenti e perché le ritengono così importanti.

Ad esempio questo episodio ci mostra quali difficoltà aveva un pagano come Porcio Festo nel cercare di comprendere la situazione di Paolo. Così in qualche modo egli approfittò della visita di Agrippa e di sua sorella Berenice per cercare di fare un po' di chiarezza.

Agrippa e sua sorella Berenice infatti non erano romani ma erano discendenti della dinastia erodiana, una dinastia ebraica di origine edomita che governava la Giudea da parecchi decenni. I governatori romani cercavano ovviamente di avere buone relazioni con i governi locali quindi era normale che un nuovo governatore ricevesse la visita di Agrippa, ma in questo caso il governatore sperava che Agrippa e Berenice potessero aiutarlo a capire visto che, almeno formalmente, erano di religione ebraica.

Se Paolo fosse stato un ladro, un rivoluzionario od un omicida, sarebbe stato facile per Porcio Festo giudicarlo. Ma Porcio Festo aveva compreso che le accuse dei giudei ruotavano solo intorno a questioni religiose e soprattutto "intorno a un certo Gesù, morto, che Paolo affermava essere vivo".
Di tutte le cose che aveva ascoltato, Porcio Festo aveva compreso che c'era una discussione in corso tra Paolo e i Giudei circa l'esistenza in vita di un certo Gesù. Questo Gesù che risultava essere stato ucciso a Gerusalemme molti anni prima,
Mi appello a Cesare
Festo, dunque, giunse nella sua provincia, e tre giorni dopo salì da Cesarea a Gerusalemme. I capi dei sacerdoti e i notabili dei Giudei gli presentarono le loro accuse contro Paolo; e con intenzioni ostili, lo pregavano, chiedendo come un favore, che lo facesse venire a Gerusalemme. Essi intanto avrebbero preparato un'imboscata per ucciderlo durante il viaggio.
Ma Festo rispose che Paolo era custodito a Cesarea, e che egli stesso doveva partir presto. «Quelli dunque che hanno autorità tra di voi», disse egli, «scendano con me, e se vi è in quest'uomo qualche colpa, lo accusino».
Rimasto tra di loro non più di otto o dieci giorni, Festo discese a Cesarea; e il giorno dopo, sedendo in tribunale, ordinò che Paolo gli fosse condotto davanti. Quand'egli giunse, i Giudei che erano scesi da Gerusalemme lo circondarono, portando contro di lui numerose e gravi accuse, che non potevano provare; mentre Paolo diceva a sua difesa: «Io non ho peccato né contro la legge dei Giudei, né contro il tempio, né contro Cesare». Ma Festo, volendo fare cosa gradita ai Giudei, disse a Paolo: «Vuoi salire a Gerusalemme ed essere giudicato in mia presenza intorno a queste cose?» Ma Paolo rispose: «Io sto qui davanti al tribunale di Cesare, dove debbo essere giudicato; non ho fatto nessun torto ai Giudei, come anche tu sai molto bene. Se dunque sono colpevole e ho commesso qualcosa da meritare la morte, non rifiuto di morire; ma se nelle cose delle quali costoro mi accusano non c'è nulla di vero, nessuno mi può consegnare nelle loro mani. Io mi appello a Cesare». Allora Festo, dopo aver conferito con il Consiglio, rispose: «Tu ti sei appellato a Cesare; a Cesare andrai».
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(Atti 25:1-12 - La Bibbia)
Indice della serie sugli Atti degli apostoli

Quando si ha la certezza che Dio ci abbia guidati in una certe direzione eppure le circostanze sembrano essere avverse, potrebbero sorgere dei dubbi... E se ci fossimo sbagliati?

Paolo si trovava in una condizione del genere infatti erano ormai due anni che veniva tenuto prigioniero senza che si prendesse una decisione chiara nei suoi confronti. Il Signore in precedenza gli aveva chiaramente indicato che avrebbe raggiunto Roma con il vangelo, ma intanto la situazione non si sbloccava.

Ora il governatore Felice era stato sostituito da Porcio Festo e sicuramente Paolo sperava che le cose potessero finalmente cambiare, ma alla prima occasione il nuovo governatore non si era dimostrato troppo diverso dal suo predecessore. Anche Porcio Festo cercava infatti di far piacere ai notabili Giudei anche se allo stesso tempo era prudente nei loro confronti sapendo che Paolo doveva essere trattato da cittadino romano.

Ancora una volta apprendiamo che i Giudei preferivano farsi giustizia da soli piuttosto che affidarsi alla legge romana ma il Signore in qualche modo protesse ancora Paolo guidando le cose in modo che Porcio Festo preferì ricevere i Giudei a Cesarea non concedendo loro di spostare Paolo verso Gerusalemme.

Così ancora una volta i Giudei si recarono a Cesarea per accusare Paolo, ma non emersero ovviamente elementi nuovi e decisivi rispetto alle udienze precedenti e Paolo continuava a proclamare la sua innocenza con grande determinazione. Insomma, erano passati due anni ma la situazione non evolveva in alcun modo.

Ma fu a questo punto che Paolo ebbe un'intuizione che cambiò le carte in tavola...Probabilmente egli aveva compreso che il Signore voleva che raggiungesse Roma non necessariamente da uomo libero come egli si era aspettato fino a quel momento. Infatti, egli avrebbe potuto raggiungere Roma da prigioniero proprio sfruttando il processo in corso nei suoi confronti.

Paolo non aveva fatto nulla ai Giudei e se proprio doveva essere giudicato, preferiva che fosse il tribunale Romano a farlo. Infatti era ovvio che i Giudei fossero determinati ad ucciderlo senza garantirgli un processo equo. Se proprio aveva fatto qualcosa di male era giunto il momento che qualcuno lo dimostrasse ed era...


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